Archivi del mese: febbraio 2009

Il vero

Un po’ di tempo fa, non ricordo per quale ragione, mi sono interessata al caso di J. T. Leroy. Vi faccio un riassunto brevissimo ed incompleto; nel 2000 circa apparve questo scrittore, un ragazzo dal passato travagliatissimo, che divenne piuttosto famoso e per la sua storia lacrimevole, e per le sue doti letterarie. Tot anni dopo, quando il tizio aveva anche commosso mezzo mondo raccontando di essere malato di AIDS, si scoprì che T. J. Leroy non esisteva: a scrivere i suoi libri era tal Laura Albert, ad impersonarlo in pubblico era invece Savannah Knoop, sorellastra del compagno della Albert.
Ovviamente, non è bello prendere per i fondelli il mondo intero, soprattutto con la storia dell’AIDS, ma quel che mi colpisce è un altro meccanismo, che ho visto in azione parecchie altre volte. Che smettiamo di amare una storia se scopriamo che non è vera. Il caso Leroy alzò a quanto pare un bel polverone, che finì per coprire anche la qualità letteraria delle sue opere. Leroy non esisteva, e questo di conseguenza sembrava togliere bellezza a quel che scriveva.
La stessa cosa la noto su quel solito blog di cui ho già parlato un’altra volta, quello del Numero 12. Se leggete i commenti, fino ad un certo punto non si fa altro che discettare su chi possa essere Numero 12 in real life. Da un certo punto in poi, i commenti sono tutti per la maggior parte stizziti contro l’ipotetico pacco. E ci racconti stronzate, e non esisti, è tutto finto. E anche qua, la presunta inesistenza dell’autore per come si presenta toglie qualità all’opera.
Persino ai tempi di Melissa Panarello e i Cento Colpi il dibattito stava tutto intorno a quello: ma è roba vera? Ma è successo?
È capitato anche a me. Quando ho scoperto che una diverte storia raccontata da un mio collega come un episodio di vita vissuta era in realtà una leggenda metropolitana, anche piuttosto famosa.
Saperlo in qualche modo mi deluse. Perché? Voglio dire, la storia era comunque molto divertente, e la persona che me la raccontò la narrava bene. Tutto questo non cambiava. Ma non era vera. E questo faceva tutta la differenza del mondo.
Passiamo la vita in mezzo alla falsità. Leggiamo libri, che al 99% raccontano storie di fantasia, vediamo film, anche quelli basati per lo più sull’inventiva dello sceneggiatore. E la cosa non ci crea particolari problemi. Anzi, ci fa piacere ogni tanto sollevarci dalle miserie quotidiane fantasticando un po’.
Però a volte il meccanismo si inceppa. E vogliamo la verità.
A volte penso che quella per la verità sia un’inutile ossessione. Passiamo la gran parte della nostra vita a cercarla. S’è fatta una marea di filosofia sulla ricerca della verità, se esiste. “La verità deve esistere”, mi ha detto una volta una persona con cui ho avuto un interessantissimo scambio di email.
A volte penso alla morte come al momento risolutivo. Quando finalmente uno saprà per davvero questa dannata verità. Dio appare e ti dice tutto, tutto quello che non sei riuscito a capire in vita. A quel punto, non so, forse si potrebbe persino accettare il nulla, dopo.
Poi penso che il vero non esiste. E ognuno si crea il suo. È consolatorio, tutto sommato. È anche l’unico modo per convivere senza scannarsi, ciascuno per la propria verità. In fin dei conti, la tentazione di dire che il vero di un altro sminuisce il mio è forte, troppo forte. Eppure anche questo dimostra che una verità la cerchiamo, inesorabilmente, e se non c’è la creiamo.
Cos’è questo bisogno di vero, che alla fine ci acceca persino, e ci impedisce di vedere quel che ho oggettivo (tipo il godimento che traiamo da una storia di fantasia letta su un libro)? La dimostrazione che il nostro destino è l’assoluto? La prova che il nostro cervello s’è evoluto un po’ troppo, e ormai ci complica la vita inutilmente?
Non lo so. Ma è una cosa che mi diverte. È tutto sommato ironico che esseri così devoti alla verità siano costretti a vivere in un mondo che per la maggior parte è dubbio e finzione.

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Altro che Beautiful – Nessuno è contento

Che ogni tanto mi piaccia ascoltare la classica è cosa cognita. Ai bei tempi andavo anche ai concerti. Però non ho una gran passione per l’opera. Mi piace la lirica nella musica sacra, ma in generale l’opera mi lascia abbastanza fredda. Sarà che sono poco abituata; a casa mia circolava poca lirica e tanta classica strumentale. Comunque. Qualcosa so. E tra i pochi che conosco c’è Puccini. Ho visto anche la Madama Butterfly una volta. Ma mi piacciono le arie della Tosca. Ne conoscevo tre o quattro (quelle che conoscono tutti). Così, sabato, visto che sono arrivata in stazione presto, ho comprato il cd con su tutta l’opera. Una specie di esperimento.
Ieri ho messo su il cd, mi sono cercata di libretto e ho ascoltato. Ragazzi, ma l’opera era veramente il Beautiful dei secoli andati! L’opera è profondamente popolare, l’opera è pop fin nel midollo. Amore, sangue, morte, personaggi dilaniati da drammi esagerati, passioni portate all’estremo…c’è veramente di tutto.
Sapevo che l’opera, ai bei tempi, era roba non dico per popolani ma quasi. E se penso che adesso invece andare all’Opera viene considerata un’attività pallosa da intellettuale snob…E invece, mentre mi commuovevo su “E lucean le stelle” mi sono detta che l’Opera è roba da popolino, nel senso buono del termine. Fa leva su sentimenti così viscerali ed elementari, su storie che sembrano fatte apposta per stimolare gli istinti più semplici e diffusi. È commerciale, ecco. Sembra scritta per compiacere il pubblico, e compiacerne le fette più ampie.
Ieri, mentre mi facevo il bagno, mi sono appassionata a raccontare a Giuliano la trama della Tosca. Ad un certo punto sembravo una portinaia che stesse raccontando la tresca di quella del terzo piano con quella del secondo. E mi sono detta che una storia così deve piacere a tutti. Se ti sei appassionato per vent’anni alla travagliata storia tra Brooke e Ridge, ti deve piacere anche la Tosca, poche storie.
Questa cosa mi ha esaltata. Voglio dire, il massimo della cultura “alta”, “elitaria” è invece quanto di più popolare si possa immaginare. Ci hanno fregato quando hanno iniziato a dirci che l’opera è roba per pochi.
Alla fine credo che l’opera sia stata fregata dal fatto che non siamo più abituati a fruirne. Ci vuole una certa concentrazione, certo, e una sospensione della credulità che lo spettatore medio ormai non ha più. Nell’opera tutto è eccessivo, finto ai massimi livelli, filtrato attraverso una lente deformante. Ma proprio per questo “arriva”. È come la tragedia. È catartico perché il gioco è scoperto, perché sei certo che no, dai, tu non ci caschi, è troppo. E invece…
Ho pensato che vorrei andare a vederla dal vivo. Mi ha troppo entusiasmata l’ascolto di ieri. Ho scovato una messa in scena estiva, alle Terme di Caracalla, ma non so se ci andrò, in quella cornice. Eoni fa assistetti ad un’opera messa in scena allo Stadio Olimpico; l’acustica era indecente, e il pubblico applaudiva ad ogni piè sospinto, rovinando tutta l’atmosfera. Mi domando se anche a Caracalla sia così…

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Ieri ho recuperato il primo album di Simone Cristicchi. A me Cristicchi piace. Lo trovo intelligente e divertente. Anche il libro che ha scritto qualche tempo fa mi è piaciuto. Per questo mi sono andata a recuperare anche Fabbricante di Canzoni. E dentro c’è la famigerata Vorrei Cantare come Biagio, che mi è sempre piaciuta parecchio. Ho ascoltato per bene il testo, che pure conoscevo. E ho pensato che quel testo è l’esatto opposto di come mi sento io.
Cosa dice la canzone? Che, sì, l’apprezzamento della critica è figo, sì, avere venticinque ascoltatori di manzoniana memoria è bello, fa tanto cultura di nicchia, ma, cazzo, pure il largo successo, le fan che ti tirano le mutande sul palco, hanno il loro perché, e tutto sommato sono cose assai più fighe del piccolo successo della personcina intelligente.
Ecco. Di cosa mi lamento invece io ogni tre per due? Che non mi vuole bene “questo pubblico di nicchia”, e tutto sommato non penso nemmeno di godere della stima di un gran numero dei colleghi. Io ho sicuramente i numeri (quelli, vivaddio, sono oggettivi), ma non ho, diciamo così, l’imprimatur culturale. O, almeno, questa è la mia percezione.
Da cui il titolo di questa seconda parte del post. Nessuno è contento della propria situazione. Chi ha fama di colto, ma ha poco successo, per una volta nella vita vorrebbe essere commerciale e famoso, e chi è commerciale e famoso vorrebbe per una volta essere colto e di nicchia.
La verità, as usual, è forse che ognuno fa quel che può, e possibilmente dovrebbe accontentarsi di essere onesto intellettualmente. Perché poi secondo me la differenza tra l’arte e la monnezza è tutta là: se l’hai fatto credendoci, sentendo quel che fai, o se l’hai tirato via perché dovevi. E questo prescinde persino dal farlo per soldi o farlo per se stessi.
Tutto il resto, dovrebbe interessare poco.

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Facebook canaglia

Quando ho aperto il mio account su Facebook l’ho fatto solo per partecipare a Find 815, un giochino connesso a Lost. Non pensavo l’avrei mai davvero usato, e lo ritenevo una cosa complicata e inutile.
Poi ho iniziato ad appassionarmi, ho cominciato a scrivere i miei stati, e soprattutto ho ritrovato tante persone che non sentivo da un sacco di tempo. Alla fine credo serva a questo. C’è gente che ci ritrova i compagni delle elementari dopo trent’anni che non li vedeva. Per me è stato lo stesso.
Negli ultimi tre giorni, dagli scantinati di Facebook, sono emerse quasi in contemporanea due foto. Ve le incollo qua sotto.

Questi siamo noi alle superiori. Abbiamo ricostruito che era la 2° liceo, ossia il quarto anno del classico. Se non erro questa foto fu fatta con la mia prima digitale. Ne facemmo un sacco e le appendemmo al muro. Non siamo tutti, non so esattamente perché. Ma siamo abbastanza.
È una foto che guardo con piacere. Quelli sono stati begli anni, e poi quasi tutte le persone che sono lì (ossia tutte quelle di cui ho notizia) stanno bene e sono felici, quanto si può esserlo di questi tempi e in questa vita. Chi si è sposato, chi ha dei figli o li aspetta, chi è emigrato. Eravamo un bel gruppo, e lo siamo ancora.
In onore di quei tempi gloriosi, sabato, mentre la Freccia Rossa mi portava a Napoli, ho riascoltato i Doors e i Nirvana. Erano i gruppi preferiti mio (i Nirvana) e di una mia grande amica di allora (i Doors). Ce li sparavamo mane e sera, ce ne sentivamo rappresentate, spasimavamo su quelle voci e sulle quelle gioventù bruciate, consumate, distrutte dalla potenza di emozioni troppo forti. E ci sentivamo anche noi così. Canne al vento. Prede di grandi amori, grandi amicizie, grandi tradimenti.
E sabato tornerò di nuovo sul luogo del delitto, nella mia vecchia scuola superiore, di nuovo dall’altra parte della cattedra.

Poi, ieri, è riemersa questa

Questa è a mia classe delle elementari. Non so dirvi nemmeno l’anno, nonostante questa foto sia per me famosa. Sta in uno degli album che raccolgono tutte le mie foto dalla nascita, anzi, dalla pancia della mamma, ad oggi. E questa è invece una foto che fa male.
Perché nonostante siamo passati venti anni soltanto, nonostante quei bambini adesso siano poco più che ragazzi, già c’è chi non ce l’ha fatta.
La maestra se ne andò che facevo la quarta. Ebbe un ictus. Il primo dolore cosciente della mia vita. Non credo che all’epoca sapessi chiaramente cosa fosse la morte, ma percepivo intensamente cosa fosse l’assenza, e lei mi mancava. La prima volte che si assentò, credo facessi la seconda, non ricordo bene, fu il primo trauma della mia vita. Piangevo in continuazione, non volevo stare con l’altra maestra. Poi, in quarta, una mattina non la vedemmo arrivare a scuola, e la supplente tardava ad arrivare. Per molti mesi fu malata, e non era già più la persona che avevo imparato ad amare. A nove anni ho scoperto che a volte la morte è meglio. Che i mesi trascorsi a sperare che potesse tornare, che si salvasse e tutto fosse di nuovo come prima, sono assai peggio di quella domenica in cui telefonarono a mia madre e le dissero che era morta. In qualche modo era finita. In qualche modo potevo farci i conti.
C’è un’altra persona che non c’è più. Due anni e mezzo fa uno dei ragazzi di quella foto è morto. Ne parlai in un post. E se quando guardo la foto delle superiori penso che nonostante tutto si va avanti, che la vita è bella, che il lieto fine è possibile, quando vedo questa foto assaggio l’amaro della vita. Chi resta indietro per sempre, chi non ce la fa, anche se è giovane e dovrebbe avere tutta la vita davanti.
Il passato è una canaglia, e la vita è traditrice. Passa come un rullo compressore sulle nostre esiste, le abbatte e le innalza, le travolge e le sconvolge.
Così stamane penso a Robinson e ai miei compagni delle superiori, alla maestra e ai miei professori del liceo, e penso che è dura accettare le regole di questo gioco.

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film

Giovedì mia madre ha avuto un incontro ravvicinato del primo tipo con uno spigolo a casa mia. Stava mettendo a posto della roba, si è tirata su e si è spaccata un sopracciglio. Roba da film di pugilato, con sangue a profusione e un bel taglietto tutto slabbrato. Al momento, era a casa insieme ai famosi operai che mi stavano mettendo a posto il battiscopa. È che io e Giuliano a quell’ora eravamo a lavoro, e quindi con gli operai ci stava lei.
Ci ha raccontato la storia, ci ha detto che i due ragazzi si sono preoccupati non poco, che volevano che andasse in farmacia, magari in ospedale, anche perché la mia mamma è sensibile al sangue, e ha avuto un capogiro quando ha visto il rivoletto. Per altro, io sono super-sbadata e disorganizzata, per cui non riuscivano a trovare il disinfettante né un paio di cerotti manco a pagarli.
Ecco, quando m’ha raccontato la scena, nella mia testa è partito il film. Sera, tramonto. I due tizi stanno di là a montare il battiscopa. Sentono il bong della mia mamma che sbatte contro lo spigolo (un po’ come me quella volta) e accorrono. E la trovano mezza traballante col sangue che scorre.
Secondo me si sono visti passare la vita davanti. No, perché mettiamo che la mia mamma sveniva. E magari loro chiamavano qualcuno. Voglio dire, è il primo impulso. Uno sta male, chiedi aiuto. E il soccorritore trova una donna per terra, col sopracciglio spaccato, in compagnia di due rumeni.

Ora, se uno legge i giornali e vede la tv, fa due più due. E i miei due operai si saranno già visti pestati a sangue dalla folla inferocita e/o sbattuti dietro le sbarre.
Al che ci credo che siano sbiancati quando l’hanno vista barcollante vicino all’armadio, al di là, ovviamente, della naturale preoccupazione quando vedi un tuo simile che sta male.
Che ce voi fa’. C’est l’Italie.

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Dalla Spagna

Qualche giorno fa ho risposto ad un’intervista per un sito internet spagnolo. A parte le mie ovvie difficoltà con l’inglese, l’ho trovata molto interessante e originale, con parecchie domande che non mi erano mai state fatte (e, pensateci, dopo cinque anni di interviste non è così banale). L’intervista è stata pubblicata oggi, e la trovate al seguente link. Mi spiace solo che sia in spagnolo, ma penso che tutti possano capirci almeno qualcosina, visto che italiano e spagnolo si somigliano assai. Trovate anche tre foto di casa mia che a breve pubblicherò anche sul sito.
In attesa di domani, quando vedrò alcuni di voi a Napoli.

Ok, I’ll try in english for my spanish readers. Some days ago I’ve been interviewed by a spanish online magazine; today the interview has been published. You can read it here. I find it very interesting, many questions are smart and unusual. You can also find three pictures of my new house. I hope you’ll enjoy it!

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Scoramento

La mia assenza da questi lidi è sicuramente dovuta alle mie vicende private (niente di che, ho solo gli operai che girano per casa) ma anche dal fatto che sono davvero stanca. Non del blog, ma di essere tutto sommato costretta a trattare sempre delle stesse cose. Resto convinta che non sia come dicono alcuni, e che debba tenermi alla larga della politica, limitandomi a parlare di inverni gelidi, disavventure casalinghe e noiose pippe esistenziali. Ma penso anche che non posso passare le settimane a linkare articoli di Repubblica sempre più assurdi. Ma la rabbia è veramente tanta, lo sgomento altrettanto e il senso di inadeguatezza sale oltre i limiti di guardia.
Se mi sveglio la mattina e scopro che dietro casa mia c’è qualcosa che assomiglia sempre più ad un lager.
Se l’operaio che mi ha dato un ritocco alla tinteggiatura delle pareti ha paura a dirmi la sua nazionalità, perché di questi tempi non sai come la gente reagisce se dici che sei rumeno.
Se sui muri del mio quartiere c’è gente che scrive “white power” e ci mette una svastica accanto, senza contare gli “Albanesi tutti appesi” sulle serrande o un bel “Ebrei ai forni” davanti al muretto della Chiesa.
Se ieri sera, davanti ad una macchina cappottata che occupava la strada, abbandonata da presunti albanesi (io vorrei sapere come han fatto i prodi abitanti del mio quartiere ad accertare l’etnia), una signora fa “E te pareva, so’ sempre loro ahò”.
Se io non mi sento più italiana, non mi sono mai sentita romana, e non sono manco più cattolica.
Se vale tutto questo, ecco, questo posto pian piano si trasforma nella brutta copia del blog di Beppe Grillo, e non era questo che avevo in mente quando quattro anni fa decisi di aprire un blog.
Ma i tempi sono questi, e la società in cui mi ritrovo a vivere è questa. Solo che non capisco più se valga la pena resistere oppure andarsene.

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Due anime

Ieri s’è consumata una delle esperienze più allucinanti della mia vita. Per colpa mia, sia chiaro.
Avevo appuntamento per farmi fare una foto. Non si trattava di una foto “di bellezza”, né da mettere sui miei libri. Si trattava di questa iniziativa cui ho aderito. Dato che dalle 9.30 alle 18.00 circa sto in università, la mia idea è stata: visto che si tratta di una semplice foto, posso dire al fotografo di venire all’università. Ci siamo dati appuntamento, ci siamo incontrati in uno degli ampi corridoi di questo posto.
Ora, io non lo so cosa mi passava per la testa quando ho detto loro di venire qui. Forse l’idea consolante di staccare dal lavoro soli cinque minuti, e poi tornare alla mia scrivania per riprendere dove avevo interrotto. Peccato non avessi valutato che l’università, sebbene adesso non ci siano corsi, è un posto pieno di gente.
Immaginate la scena: roba da set fotografico (luci, pannelli e cose così) montati davanti ad uno degli ingressi dell’università, nello specifico davanti al centro di assistenza degli studenti dell’ADISU, e un tot di persone che passavano guardando curiose. Una ragazza ha persino chiesto cosa stavamo facendo.
Mi sono vergognata come una ladra. Lo so, non stavo facendo niente di male, anzi, ma una cosa è esibire me stessa e il mio lavoro in spazi appositi (tipo una bella presentazione), un’altra è farlo fuori contesto, in un posto in cui faccio pure altro il resto del giorno.
È un po’ come quel che è successo qualche giorno fa. Qui all’università c’è stato ScienzaOrienta, una manifestazione che si fa tutti gli anni e dà informazioni sui corsi di laurea agli studenti delle superiori. Vengono qui, incontrano gli studenti universitari, ricevono informazioni sui corsi e sulla scienza in generale. Insomma, per un paio di giorni eravamo pieni di ragazzi. Due ne ho incontrati al bar e mi hanno riconosciuta. Mi hanno fatto i complimenti, abbiamo scambiato quattro chiacchiere. Mi ha fatto piacere, ovviamente, ma mi sentivo in imbarazzo di fronte a tutti gli altri avventori del bar, davanti al cassiere, alla barista, che mi vedono ogni mattina comprare il pranzo o prendere un caffé.
Ho ancora difficoltà a tenere insieme tutti i pezzi della mia identità. Forse perché la separazione degli ambiti è stata la chiave di tutto, fin qui. Sorridere imbarazzata e glissare quando ai congressi ti chiedevano dei libri, per il resto lavorare a testa bassa, e scrivere nei week end o la sera.
Non so se sia un bene o un male, tutto questo. Di certo è il modo in cui al momento cerco di gestire il caos della mia vita.

P.S.
Ho visto che nei commenti qualcuno mi chiede di parlare degli stupri degli ultimi tempi. L’ho già fatto, ma comunque oggi Loredana Lipperini ha linkato un articolo di Natalia Aspesi che mi sento di sposare in pieno. Leggetelo anche voi.

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Magari fossimo alla canna del gas

A volte penso che quando compro qualcosa, quando richiedo un servizio, esista una corsia preferenziale, detta Giuffrida-Troisi, nella quale mi infilano, e che conduce inevitabilmente
a. ad un prodotto scadente
b. ad un servizio che fa schifo.
Ho smesso di contare le cose che ho comprato e che ho dovuto riaggiustare in corso d’opera perché non fungevano. È più o meno tutto difettato nella mia vita.
Prendiamo il gas.
Invio la richiesta all’ENI a giugno. Per motivi che sono lunghi da spiegare, nella mia nuova casa ci sono due distinti impianti per il riscaldamento e l’acqua calda. Uno dà gas anche alla cucina, l’altro serve solo per i bagni e per i termosifoni.
L’ultima volta che ho fatto richiesta per il gas me l’hanno messo dopo quattro mesi, per cui parto preparata: sarà una sfida lunga e sfibrante. Cazzo, però, non credevo così lunga né così sfibrante.
Perché innanzitutto c’è il dramma del RID, o come cavolo si chiama. Un numero che la divina provvidenza ti assegna all’impianto, un po’ come dio coi cervelli, e infatti a qualcuno poi finisce che manca. Il RID deve esser validato. A seconda dell’operatore che becchi al call center può volerci mezzo minuto (“ah, vedo che il RID non è validato…ok, fatto”) o svariati giorni (“ah…il RID non è validato…mi spiace, occorre aspettare che lo validino…no, no, io non posso fare niente, mi spiace…no, non ho idea di quanto ci voglia”).
Quando l’ENI decide che il Tempo è giunto, e il RID validato, puoi spedire la documentazione per richiedere l’attivazione della fornitura. Tale documentazione parte da cose piuttosto ovvie (nome, codice fiscale, indirizzo dell’utenza) per arrivare a documenti sempre più oscuri e introvabili (cosa cazzo è il progetto della cappa ramificata?). Il risultato è che ogni volta che spedisci i tuoi tre chili di documentazione manca qualcosa. Ogni volta una cosa diversa.
Ad un certo punto verrà automatico dirti: chiedo a qualcuno. Esisterà un’entità nell’ENI preposta al contatto con pubblico. Certo. Esiste. È il famigerato call center. Il call center ENI è popolato dalla consueta fauna: co. co. pro. schiavizzati in vari modi e scarsamente formati. Tanto tutti sanno che il loro senso è quello di pigliarsi gli insulti della gente. E basta. Io non me la prendo con gli operatori: se nessuno ti insegna un cazzo del tuo lavoro non è colpa tua, e d’altronde, con la paga che ti danno, è già tanto che mi rispondi invece di mandarmi a espletare le mie funzioni biologiche appena alzata la cornetta. Tra l’altro, incazzarsi con questa gente, che, ripeto, è l’unica con cui puoi incazzarti, essendo gli alti vertici ENI così nascosti e irraggiungibili che uno si domanda anche se esistano davvero, è inutile: se è ottobre e non ti hanno ancora messo il gas non è colpa loro, e comunque loro non hanno i mezzi per aiutarti.
A dire il vero, esistono anche questi punti ENI, dove puoi andare a chiedere informazioni. Io ci sono andata la prima volta il qualcosa di agosto, e aveva chiuso per ferie il giorno prima. Per dire. Ma vabbeh, era agosto. Ci ritorno quando è aperto, e mi danno un consiglio che scopro essere sbagliato. Anche questi qui, evidentemente, ricevono una formazione sopraffina.
Comunque, a novembre finalmente si riesce a reperire tutta la fottuta documentazione necessaria, compreso il progetto della cappa ramificata. Qui apro una parentesi: io abito in una palazzina in cui tutti hanno il gas. Tutti. I singoli impianti sono stati fatti, identici, dalla stessa ditta. Mi domando dunque perché l’ENI debba controllare diciotto volte per diciotto appartamenti l’idoneità dell’impianto. Ma vabbeh, questi sono misteri che la nostra mente di semplici non può penetrare.
Mandiamo la documentazione. Peccato che l’abbiamo spedita al’indirizzo sbagliato. Ce lo dice un operatore di call center più sveglio degli altri.
“Ma è l’indirizzo che avete segnato voi sui moduli che mi avete spedito!”
“Sì, ma è vecchio, ci siamo trasferiti nel frattempo. Questo è il nuovo indirizzo”.
I tre chili di carte partono alla volta di Milano (sì, la documentazione di tutti gli impianti gas d’Italia, da Lampedusa a Segrate, finiscono a Milano, non chiedetemi perché, altro mistero).
Attendiamo dieci giorni lavorativi. Si fa così. Poi chiamiamo (noi, perché evidentemente l’ENI non è minimamente interessata a mettermi il gas, evidentemente i soldi delle mie bollette gli fanno schifo). E riceviamo l’appuntamento. Finalmente. Specifichiamo che l’appartamento è unico, ma gli impianti sono due. No problema.
Arriva l’omino del gas. Che ovviamente giunge munito di un solo contatore. E quindi ci mette il gas solo a metà casa, per fortuna quella con la cucina.
Ed è dicembre. Cinque mesi per avere il gas a metà casa.
Il resto è triste storia recente. Chiamiamo l’ENI una volta a settimana, sempre più incazzati. Le risposte sono le più varie.
“Dovete prendere un nuovo appuntamento”
“Non vi posso dare un nuovo appuntamento. Il sistema mi dice che c’è un errore sconosciuto”
“Mi spiace, la sua pratica è bloccata”
“I suoi documenti non sono mai arrivati”.
Infine, becchiamo un altro operatore intelligente.
“Senta, esistono dei centri assistenza ENI, diversi da quello che ha visitato lei. Questi fanno proprio assistenza nei casi come il suo. In verità in genere gli indirizzi di questi centri non li diamo, perché dovremmo risolvere tutto noi per telefono (eeeeehhhh?!), ma questo è quello più vicino a casa sua, vada a sentire loro”.
Vi risparmio le peripezie di Giuliano per trovare il centro (quello vicino a casa si era riconvertito ad altro scopo dal 7 gennaio, il secondo aveva chiuso per lavori il giorno stesso che ci siamo passati). Finalmente riesce a parlare con qualcuno che capisce e sa come aiutarlo. Il problema è che è scaduta la documentazione; dura 90 giorni dal momento in cui spedisci. Se non chiami (e noi l’abbiamo fatto, ma c’erano imprecisati problemi che ci impedivano di prendere appuntamento con l’omino per l’allaccio del contatore), devi tornare al via.
Ok, occorre rispedire tutto.
Ma, nel frattempo, il certificato della camera di commercio della ditta che ha fatto l’impianto è scaduto. Ora. Ha un senso che lo stato si accerti che, quando la ditta mi ha fatto l’impianto, quest’ultima fosse in regola con le normative. Ma adesso mi spiegate cosa cazzo gliene frega che la ditta sia in regola adesso ad almeno tre anni dalla realizzazione dell’impianto. E se non è in regola? La casa mi si autodistrugge? Vado avanti a bomboloni per tutto il resto della mia vita?
Ci procuriamo, con molti sforzi, il nuovo documento. Siamo pronti a spedire. Nuovo colpo di scena.
“Mi spiace, sebbene i termini siano scaduti, il sistema ancora non ha annullato la sua vecchia richiesta: non può ancora spedire i nuovi documenti. Ho mandato un sollecito”.
E siamo a febbraio. A sette mesi dalla richiesta. Devo mettere il gas, non devo mettere in funzione una centrale nucleare nel garage di casa.
Ma, d’altronde, l’ENI, checché se ne dica, lavora in regime di monopolio. Non puoi chiedere ad altri, il primo allaccio te lo devono fare per forza loro. Quindi, non hanno alcun interesse a offrire un servizio concorrenziale. Tanto tutti devono passare da loro.
Potrei ammorbarvi con storie simili riguardo il telefono e la rete internet. Ricordo che in Germania ci attivarono la rete e il telefono a casa per tre mesi (cosa che non credo sia nemmeno possibile in Italia) in quattro e quattro otto. Ci arrivò per posta tutto a casa, e io ero anche cittadina straniera, per dire.
Ma tanto ormai questo paese sta affondando. Il gas, tutto sommato, è una cazzata, anche se vi ricordo che stamattina ha Roma fa 1° e io dormo in una stanza senza termosifoni dal 17 dicembre. È tutto che va a rotoli. Non c’è nulla che funziona, e invece di chiedere un apparato statale efficiente, una politica che pensi al bene dei cittadini, e magari faccia anche qualcosa contro lo crisi, visto che al centro commerciale sotto casa mia hanno chiuso tre negozi, e il centro ha aperto da due anni appena, la gente preferisce prendere a sprangate un rumeno a caso o dar fuoco ad un indiano.
Vi consiglio di vedere la domenica sera Presa Diretta, per capire che stiamo colando a picco. Spero solo di lasciare la nave prima della fine.

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Le chiavi del regno

Ho sempre avuto rapporti problematici coi bagni dei luoghi in cui ho lavorato. A parte che i bagni pubblici non li ho mai retti, ma vabbeh. Per dire, una volta ho lavorato in un posto dove per andare in bagno dovevi uscire e andare nell’edificio di fronte.
Non mi smentisco, e anche adesso ho un rapporto controverso con le latrine. Per novembre e dicembre stavo in una stanza che aveva davanti dei bagni allucinanti. Non che fossero sporchi o che, la pulizia non mancava. Ma…avete presenti quei cessetti orridi racchiusi tra quattro pareti mobili di compensato? Che si sente anche il sospiro del vicino di tazza? Col pavimento di un lieto marrone che fa molto seventies? Senza tavoletta, ma con gli appositi buchi per l’applicazione della stessa?
Ecco. Allora andavo ai bagni su; dovevo fare le scale, ma erano carini: colorati, puliti, con le pareti in muratura.
Poi mi sono trasferita. E adesso avrei i bagni a due passi. Basterebbe uscire dalla porta. E sono là. Chiusi. Yep, a chiave. Suppongo non sia una cosa poco diffusa negli uffici. I bagni delle signore sono chiusi a chiave. Ora, io potrei in linea di massima anche capire le motivazioni: li vuoi tenere puliti e decorosi, ti scoccia che ci vada la gente che passa per i corridoi…A parte che, le poche volte che ho potuto avere accesso al Sacro Bagno Femminile, l’ho trovato né più né meno uguale a tutti gli altri che stanno qua dentro, io qua ci lavoro. Ok, sarò in questa stanza solo fino ad aprile, poi ritorno di là, ma sento visceralmente di avere il diritto di accedere a quei bagni.
E invece sono chiusi. Ma fossero solo loro. Una volta, dopo lezione, stavo esplodendo. Ho dovuto girare qualcosa come due piani interi per trovare un bagno (degli uomini) aperto. Cioè. Parliamone. Io sono certa che esista un diritto costituzionale, o sulla Carta dei Diritti dell’Uomo, che è contro la chiusura a chiave dei bagni femminili.
Ok, lo ammetto. Non ho chiesto le chiavi. Non so a chi chiedere. La leggenda narra che le Chiavi del Regno sono un manufatto potentissimo, che può essere conquistato solo tramite prove di coraggio assai ardue, e che in ogni caso non a tutti vengano concesse. Per dire, la mia collega qui affianco non ce le ha.
Per cui. Per cui nulla, sono ancora alla ricerca del mio Bagno Ideale. Una quest che quella di Frodo gli fa una pippa.
Prima ho optato per i bagni degli uomini, subito di seguito a quelli delle donne. Una volta c’ho incontrato dentro un tizio (e grazie, sono i bagni degli uomini). La cosa mi ha scatenato profonde riflessioni filosofiche: che cosa penserà di me costui? È un male in senso etico che io usi questi bagni? È sconveniente?
Poi un giorno ho trovato uno dei due cessi in condizioni pietose e ho deciso di provare col bagno al piano di sopra.
Sommo gaudio e gioia, esattamente sopra il mio ufficio c’è un bagno delle donne. Aperto. Qualche Santa Donna ha scassato la serratura. La benedico mentalmente, me la immagino eroica, mentre con un calcione volante alla Chuck Norris abbatte le Porte della Nostra Schiavitù.
E per un po’ è andata bene così. Voglio dire, ok, dovevo fare le scale, ma fa tanto bene a glutei e cosce, e in compenso potevo esprimermi fisicamente in un luogo dove non rischiavo di incontrare gente che non fosse del mio (gentil) sesso.
Poi, la catastrofe. Due giorni fa, fischiettando, vado entro nel bagno del mio cuore. E, sulla porta, la scritta ferale

NON USARE.
GUASTO
PERDE

Resto attonita per qualche minuto, poi decido di imboccare la porta del bagno accanto. È sempre il bagno delle donne, solo il cubicolo di fianco. E scopro che non si chiude. La chiavetta è scassata. Ma basta mettere il cestino davanti alla porta! :D
Sì, certo, comodissimo! >:(
E insomma sto andando lì, in questi giorni. Però guardo sempre speranzosa la porta del bagno affianco. Spio la scritta. Sento che uno di questi giorni la leveranno, lo sento, perché io ho fede!
Per altro, ho scoperto che la gente quel bagno lo usa lo stesso. Per cui, mi sa che domani, quatta quatta…

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Dell’anima, della vita e della morte

In questi giorni ho tradotto per la Wikipedia italiana la voce inglese di Terri Schiavo. Per farlo ho dovuto informarmi un pochino su tutta una serie di argomenti poco piacevoli, come lo stato vegetativo permanente e la morte cerebrale. Vagolando in giro, mi sono imbattuta in un altro argomento piuttosto al limite: le esperienze pre-morte.
Non avevo mai riflettuto sulla faccenda, l’avevo bollata come una semplice reazioni fisiologica del cervello a una condizione limite. Pensavo fosse la spiegazione della scienza. Poi scopro gli studi di questo Pim Van Lommel. Qui trovate una notizia che riguarda il suo lavoro, purtroppo in inglese. Vi riassumo.
Van Lommel ha studiato i casi di circa 300 persone che sono state rianimante da uno stato di arresto cardiaco. Il loro cuore non batteva più e, soprattutto, il loro cervello aveva cessato l’attività elettrica. A quanto pare, e non lo sapevo, l’elettroencefalogramma piatto è una condizione reversibile. Ha indagato le credenze religiose di queste 300 persone, ha chiesto loro come la pensassero rispetto alla morte, se al momento della perdita di coscienza fossero spaventate, e ha studiato le loro storie cliniche. il 18% di queste persone aveva avuto un’esperienza pre-morte, alcuni di loro descrivendo una cosa classica, ossia che si trovavano fuori dal proprio corpo e che osservavano i medici agire su di esso. Alcuni di loro hanno descritto esattamente quel che i medici hanno compiuto in quei momenti concitati. Ve la faccio breve, altrimenti non la finiamo più: Van Lommel conclude che secondo i suoi studi non è possibile ridurre la coscienza a mera attività elettrica del cervello, perché pazienti il cui cervello era “spento” hanno sperimentato stati di coscienza.
Ora. Io non sono un medico. Non so come la comunità medica internazionale consideri il lavoro di Van Lommel. Anzi, se ci sono medici tra voi sarò lietissima di sentire la loro opinione. So solo che il suo studio è stato pubblicato su The Lancet, che, a quel che so, è una rivista medica di grande peso. So però che qua c’è uno i cui studi sembrerebbero provare che il cervello non è l’anima.
Ne ho parlato con Giuliano. Era una cosa che mi aveva colpito, che non conoscevo, e volevo sapere cosa ne pensava lui. Ed è venuta fuori questa cosa strana: che lui insisteva che doveva esserci un’altra spiegazione fisiologica, che non tirasse fuori anime immortali e altre cose del genere, e che io trovavo l’idea dell’”anima misurabile” piuttosto triste. Eppure né io né Giuliano siamo atei. Siamo “diversamente credenti” ormai, mi pare la definizione più sensata.
E ho pensato la cosa seguente. Che l’uomo ha bisogno di credere. Senza prove. Ha bisogno di un angolo della sua vita vuoto, da riempire con le proprie convinzioni. Credere che ci sia qualcosa dopo la morte, o credere che non ci sia nulla. E non ne vuole prove.
Il dubbio, che tanto sembra tormentarci in vita, in verità ci dà linfa. Perché abbiamo bisogno di credere? Non è per riempire un vuoto. Perché quando qualcuno tenta di farlo, noi lo rifiutiamo. Semplicemente credere è l’essenza della vita. Le cose in cui crediamo sono molte di più di quelle che sappiamo.
Crediamo che esista qualcosa al di fuori di noi, e che il mondo che ciascuno di noi percepisce non è frutto della propria immaginazione.
Crediamo in un ideale, diverso per ciascuno di noi. Ad esempio crediamo che l’uomo sia buono o cattivo a prescindere, o che sia un’unione delle due cose.
Crediamo in dio o non ci crediamo affatto, crediamo nella vita dopo la morte o nel nulla eterno.
Siamo buffi. Siamo deboli e forti insieme. E ciò che ci tormenta è anche ciò che ci permette di essere ciò che siamo.

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