Un po’ di tempo fa ho trovato segnalato su Repubblica questo blog (a proposito, in base a cosa Repubblica segnala o meno un blog? No, perché, ok, questo qui posso anche capire i motivi, ma il blog della hostess Ryanair mi sfugge…). Per farla breve, è il diario di un calciatore che dice di vegetare in B; quando era pischello qualcuno aveva detto che sarebbe diventato una star, poi le promesse non sono state mantenute. Da allora, per sua definizione, è uno che “gioca e non rompe i coglioni”, un Numero 12, uno che si limita a fare con onestà il suo lavoro, ma non eccelle. Tralasciamo il contorno: il fatto che in rete si sia scatenata la caccia alla vera identità di Numero 12 (se è davvero un calciatore, in caso chi è), persino la qualità letteraria del blog. Mi interessa la metafora. Perché ci sono dei giorni in cui mi sento un sacco Numero 12 anch’io. Tipo quel giorno che non riuscivo a definirmi su Facebook in altro modo che “una mediocre in un mare di mediocri”.
A sedici anni riempivo il diaro di frasi epiche; le prendevo dai libri, dai classici latini e greci che traducevo, dai film. Erano i mattoncini con cui provavo a costruire la mia identità. E c’era questa che mi ossessionava: aut Caesar aut nihil. O Cesare o niente. Essere il massimo, non essere affatto.
E ci credevo. Pensavo che la vetta fosse assolutamente alla mia portata, forse pensavo di esserci già, nel mio piccolo. God of a shrinking universe, se all’epoca i Muse avessero già scritto Shrinking Universe. Perché avevo ottimi voti, e la gente si aspettava molto da me.
Ora, io lo so che per un sacco di gente io quelle promesse le ho mantenute. Lo so. Ma più passa il tempo più quella vetta cui aspiravo da adolescente mi sembra lontana, irraggiungibile. C’è sempre qualcuno, molti, più bravo di te. C’è nel lavoro che porto faticosamente avanti tutti i giorni all’università. Mi sento un manovale della scienza, un mediano dell’astrofisica. Faccio il mio onesto lavoro, lo faccio al meglio delle mie capacità, ma questo meglio è lontano dalla vetta.
Mi sento un manovale anche della scrittura. Che fa il suo onesto lavoro, credendoci molto, impegnandosi al massimo, ma che mai potrà aspirare a cambiare qualcosa, a smuovere un po’ il mondo, a fare la differenza.
Non la penso sempre così. A volte sono orgogliosa di quel faccio. Ma non reputo mai davvero bello, davvero importante, il frutto del mio lavoro.
Poi arrivano gli incontri di lavoro, e per una volta tanto ti senti al centro dell’attenzione. Ti senti a tuo agio come un pesce nel suo mare, pensi che forse stai facendo non tanto qualcosa di grande, ma qualcosa di bello, nel suo infimo piccolo.
Non sai se sia un’illusione o meno. Sai che oggi la pensi così, domani cambierai idea.
Forse ho necessità di sentirmi così. Forse devo sentirmi inferiore a mezzo mondo per continuare a fare quel che faccio. Certo, era più esaltante quando credevo di poter arrivare in vetta. Ma forse all’epoca ero ferma. Ferma a sedici anni, quando uno invece dovrebbe crescere, evolvere, cambiare. Adesso non ho più certezze, mi cerco tra migliaia di errori e dubbi, e continuo a tendere ad una vetta che so di non poter raggiungere.
Bisogna accontentarsi?
Bisogna quanto meno essere orgogliosi di provarci, con tutte le proprie forze?
P.S.
La ruota gira molto velocemente. Oggi sei uno dei ricchi che inveisce contro i poveri, domani è qualcun’altro ad inveire contro di te. Penso che questa notizia dovrebbe farci riflettere parecchio.