Ormai non ho più problemi a trovare argomenti da trattare qui. Basta aprire il giornale e ce n’è da incazzarsi da qui all’eternità.
Tra Maroni che dice che dobbiamo essere cattivi (evidentemente dar fuoco ai barboni che dormono alla stazione non è abbastanza “cattivo”), e che aggiunge che i ragazzi di cui la parentesi non sono razzisti, bensì, peggio, mancano di valori, dicendo neppure troppo velatamente che tutto sommato il razzismo è un valore, all’ultima delirante proposta di legge contro cui MSF ha manifestato ieri, della serie l’immigrato deve lavorare, poi, quando non è più utile perché malato, avere la gentilezza di crepare.
Ma l’occhio, ieri, mi cade su una notizia più controversa. Rita Bernardini, deputata radicale, qualche giorno fa è andata in carcere dagli stupratori di Guidonia. Non è andata là a “portare solidarietà”, come hanno commentato più o meno tutti: è andata là ad accertarsi se era vero che i sei erano stati vittime di violenze da parte della polizia. Per questo gesto, s’è meritata valanghe di mail d’insulti tutte più o meno su questo tono:
“Fai veramente schifo, ti auguro di essere stuprata da un branco di merde come quelle li, ma magari ti piace perche a quanto sei brutta e fai schifo non ti scopa nessuno troia del cazzo, ti auguro pure che ti venga un tumore al cervello (se possibile visto che materia grigia non ne hai molta), e che te ne vada quanto prima tra atroci sofferenze, pregheremo tutti perchè tu muoia. Crepa puttana di merda”.
Ora lo so quale sarà il commento medio. Tu, vigliacco, insieme ai tuoi degni compari ficchi nel cofano di una macchina un ragazzo che non ti ha fatto niente, prendi la sua ragazza e la violenti, e poi ti aspetti pure un trattamento di riguardo in carcere? Se le sono meritate, le botte, anzi meritavano di peggio.
Già. Ma la legge che vige in Italia non è quella della jungla, e non segue il principio biblico dell’occhio per occhio, dente per dente. Una società sana e democratica si basa su un corpus di regole che sostanzialmente cercano proprio di limitare la violenza del singolo, e rigettano la violenza di stato. C’è il carcere per chi delinque, non i manganelli della polizia.
Ma se lo meritavano.
Forse. Ma qualsiasi violenza parte da questo presupposto, che la vittima se lo merita. Affinché si possa picchiare, violentare, torturare, uccidere qualcuno occorre prima di tutto disumanizzarlo. Non posso infierire su chi riconosco essere come me. La persona su cui mi accanisco deve essere inferiore a me, diversa, malvagia. Prima di arrivare ai forni, durante la Shoà, c’è stato un lungo e accurato processo di disumanizzazione dell’ebreo: sporco, infido, complotta per rendere il mondo schiavo (vedi la vergogna dei Protocolli dei Sette Savi di Sion), è colpevole della crisi economica, partecipa a riti sanguinari in cui si uccidono bambini e se ne beve il sangue. È un untermensch, un subumano. E per questo ho il diritto di ucciderlo, di trattarlo come e peggio di una bestia.
Persino gli stupratori, quella sera, avranno pensato che quei due se la meritavano, che lei non era altro che un oggetto di cui godere, un corpo da usare e buttare, secondo un’ideologia che, con esiti, per carità, meno drammatici, va per la maggiore anche presso le persone cosiddette “normali”.
Pensare che è giusto che la legge, la polizia punisca corporalmente i criminali perché “se la meritano” ci accomuna al modo di pensare di chi compie un crimine, ci mette dalla parte di chi divide il mondo in uomini e non-uomini, ai quali è lecito fare qualsiasi cosa.
È per questo che il gesto della Bernardini era sacrosanto, e, più ancora, coraggioso. Perché ha il coraggio di ribadire un principio sul quale si basa la nostra democrazia, e di farlo in condizioni “estreme”, disturbanti. Mi tornano in mente le fiaccolate che si fanno in USA per i condannati a morte. Quanti erano quelli che hanno manifestato contro l’esecuzione di Timothy McVeigh? O contro l’impiccagione di Saddam Hussein? Perché è facile battersi per un principio quando questo è incarnato da una persona per bene, vittima di un’ingiustizia. È facile amare il prossimo quando è una brava persona, è pulito e simpatico. Ma un principio è un principio, e vale per gli innocenti come per i colpevoli che non si sono mai redenti né pentiti.
Sembra una sciocchezza, sembra una questione di lana caprina, ma in tempi in cui si invocano le forche, in tempi in cui i ragazzini scrivono su Facebook a proposito dei rom
“vanno accolti……nelle camere agas
ehehehhe…60 anni fà una persona aveva capito il da farsi con questi bastardi…..ci vorrebbe una bella pulizia etnica!!!”
è importante ribadire che ciò che ci separa dalla barbarie è la sottile linea del diritto. Il diritto. L’idea che lo stato non commina sommarie punizioni corporali, né si vendica per ristabilire l’ordine cosmico. È importante che capiamo che quella stessa forza viscerale che si fa dire che è giusto picchiare uno stupratore in carcere un giorno ci spingerà al crimine, alla violenza, alla barbarie.
Mi torna in mente, non so bene come, Levinas, forse l’unico filosofo che mi abbia davvero intrigata quando studiavo filosofia a scuola. L’incontro con l’Altro è l’incontro col suo Volto. Un Volto che mi spaventa, ma nel quale al contempo mi riconosco e vedo l’Altro da me. E una volta che ho incontrato il Volto dell’Altro, non potrò mai più ucciderlo.
Da ragazzina, a scuola, partecipai ad un progetto che si intitolava Gli Occhi degli Altri. Quanto vorrei che ciascuno di noi riuscisse a specchiarsi negli occhi degli altri, di tutti gli altri, e ritrovarci se stesso.




