11 febbraio 2009, 09:00.
deliri
In questi giorni ho tradotto per la Wikipedia italiana la voce inglese di Terri Schiavo. Per farlo ho dovuto informarmi un pochino su tutta una serie di argomenti poco piacevoli, come lo stato vegetativo permanente e la morte cerebrale. Vagolando in giro, mi sono imbattuta in un altro argomento piuttosto al limite: le esperienze pre-morte.
Non avevo mai riflettuto sulla faccenda, l’avevo bollata come una semplice reazioni fisiologica del cervello a una condizione limite. Pensavo fosse la spiegazione della scienza. Poi scopro gli studi di questo Pim Van Lommel. Qui trovate una notizia che riguarda il suo lavoro, purtroppo in inglese. Vi riassumo.
Van Lommel ha studiato i casi di circa 300 persone che sono state rianimante da uno stato di arresto cardiaco. Il loro cuore non batteva più e, soprattutto, il loro cervello aveva cessato l’attività elettrica. A quanto pare, e non lo sapevo, l’elettroencefalogramma piatto è una condizione reversibile. Ha indagato le credenze religiose di queste 300 persone, ha chiesto loro come la pensassero rispetto alla morte, se al momento della perdita di coscienza fossero spaventate, e ha studiato le loro storie cliniche. il 18% di queste persone aveva avuto un’esperienza pre-morte, alcuni di loro descrivendo una cosa classica, ossia che si trovavano fuori dal proprio corpo e che osservavano i medici agire su di esso. Alcuni di loro hanno descritto esattamente quel che i medici hanno compiuto in quei momenti concitati. Ve la faccio breve, altrimenti non la finiamo più: Van Lommel conclude che secondo i suoi studi non è possibile ridurre la coscienza a mera attività elettrica del cervello, perché pazienti il cui cervello era “spento” hanno sperimentato stati di coscienza.
Ora. Io non sono un medico. Non so come la comunità medica internazionale consideri il lavoro di Van Lommel. Anzi, se ci sono medici tra voi sarò lietissima di sentire la loro opinione. So solo che il suo studio è stato pubblicato su The Lancet, che, a quel che so, è una rivista medica di grande peso. So però che qua c’è uno i cui studi sembrerebbero provare che il cervello non è l’anima.
Ne ho parlato con Giuliano. Era una cosa che mi aveva colpito, che non conoscevo, e volevo sapere cosa ne pensava lui. Ed è venuta fuori questa cosa strana: che lui insisteva che doveva esserci un’altra spiegazione fisiologica, che non tirasse fuori anime immortali e altre cose del genere, e che io trovavo l’idea dell’”anima misurabile” piuttosto triste. Eppure né io né Giuliano siamo atei. Siamo “diversamente credenti” ormai, mi pare la definizione più sensata.
E ho pensato la cosa seguente. Che l’uomo ha bisogno di credere. Senza prove. Ha bisogno di un angolo della sua vita vuoto, da riempire con le proprie convinzioni. Credere che ci sia qualcosa dopo la morte, o credere che non ci sia nulla. E non ne vuole prove.
Il dubbio, che tanto sembra tormentarci in vita, in verità ci dà linfa. Perché abbiamo bisogno di credere? Non è per riempire un vuoto. Perché quando qualcuno tenta di farlo, noi lo rifiutiamo. Semplicemente credere è l’essenza della vita. Le cose in cui crediamo sono molte di più di quelle che sappiamo.
Crediamo che esista qualcosa al di fuori di noi, e che il mondo che ciascuno di noi percepisce non è frutto della propria immaginazione.
Crediamo in un ideale, diverso per ciascuno di noi. Ad esempio crediamo che l’uomo sia buono o cattivo a prescindere, o che sia un’unione delle due cose.
Crediamo in dio o non ci crediamo affatto, crediamo nella vita dopo la morte o nel nulla eterno.
Siamo buffi. Siamo deboli e forti insieme. E ciò che ci tormenta è anche ciò che ci permette di essere ciò che siamo.