Archivi del giorno: 25 febbraio 2009

Altro che Beautiful – Nessuno è contento

Che ogni tanto mi piaccia ascoltare la classica è cosa cognita. Ai bei tempi andavo anche ai concerti. Però non ho una gran passione per l’opera. Mi piace la lirica nella musica sacra, ma in generale l’opera mi lascia abbastanza fredda. Sarà che sono poco abituata; a casa mia circolava poca lirica e tanta classica strumentale. Comunque. Qualcosa so. E tra i pochi che conosco c’è Puccini. Ho visto anche la Madama Butterfly una volta. Ma mi piacciono le arie della Tosca. Ne conoscevo tre o quattro (quelle che conoscono tutti). Così, sabato, visto che sono arrivata in stazione presto, ho comprato il cd con su tutta l’opera. Una specie di esperimento.
Ieri ho messo su il cd, mi sono cercata di libretto e ho ascoltato. Ragazzi, ma l’opera era veramente il Beautiful dei secoli andati! L’opera è profondamente popolare, l’opera è pop fin nel midollo. Amore, sangue, morte, personaggi dilaniati da drammi esagerati, passioni portate all’estremo…c’è veramente di tutto.
Sapevo che l’opera, ai bei tempi, era roba non dico per popolani ma quasi. E se penso che adesso invece andare all’Opera viene considerata un’attività pallosa da intellettuale snob…E invece, mentre mi commuovevo su “E lucean le stelle” mi sono detta che l’Opera è roba da popolino, nel senso buono del termine. Fa leva su sentimenti così viscerali ed elementari, su storie che sembrano fatte apposta per stimolare gli istinti più semplici e diffusi. È commerciale, ecco. Sembra scritta per compiacere il pubblico, e compiacerne le fette più ampie.
Ieri, mentre mi facevo il bagno, mi sono appassionata a raccontare a Giuliano la trama della Tosca. Ad un certo punto sembravo una portinaia che stesse raccontando la tresca di quella del terzo piano con quella del secondo. E mi sono detta che una storia così deve piacere a tutti. Se ti sei appassionato per vent’anni alla travagliata storia tra Brooke e Ridge, ti deve piacere anche la Tosca, poche storie.
Questa cosa mi ha esaltata. Voglio dire, il massimo della cultura “alta”, “elitaria” è invece quanto di più popolare si possa immaginare. Ci hanno fregato quando hanno iniziato a dirci che l’opera è roba per pochi.
Alla fine credo che l’opera sia stata fregata dal fatto che non siamo più abituati a fruirne. Ci vuole una certa concentrazione, certo, e una sospensione della credulità che lo spettatore medio ormai non ha più. Nell’opera tutto è eccessivo, finto ai massimi livelli, filtrato attraverso una lente deformante. Ma proprio per questo “arriva”. È come la tragedia. È catartico perché il gioco è scoperto, perché sei certo che no, dai, tu non ci caschi, è troppo. E invece…
Ho pensato che vorrei andare a vederla dal vivo. Mi ha troppo entusiasmata l’ascolto di ieri. Ho scovato una messa in scena estiva, alle Terme di Caracalla, ma non so se ci andrò, in quella cornice. Eoni fa assistetti ad un’opera messa in scena allo Stadio Olimpico; l’acustica era indecente, e il pubblico applaudiva ad ogni piè sospinto, rovinando tutta l’atmosfera. Mi domando se anche a Caracalla sia così…

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Ieri ho recuperato il primo album di Simone Cristicchi. A me Cristicchi piace. Lo trovo intelligente e divertente. Anche il libro che ha scritto qualche tempo fa mi è piaciuto. Per questo mi sono andata a recuperare anche Fabbricante di Canzoni. E dentro c’è la famigerata Vorrei Cantare come Biagio, che mi è sempre piaciuta parecchio. Ho ascoltato per bene il testo, che pure conoscevo. E ho pensato che quel testo è l’esatto opposto di come mi sento io.
Cosa dice la canzone? Che, sì, l’apprezzamento della critica è figo, sì, avere venticinque ascoltatori di manzoniana memoria è bello, fa tanto cultura di nicchia, ma, cazzo, pure il largo successo, le fan che ti tirano le mutande sul palco, hanno il loro perché, e tutto sommato sono cose assai più fighe del piccolo successo della personcina intelligente.
Ecco. Di cosa mi lamento invece io ogni tre per due? Che non mi vuole bene “questo pubblico di nicchia”, e tutto sommato non penso nemmeno di godere della stima di un gran numero dei colleghi. Io ho sicuramente i numeri (quelli, vivaddio, sono oggettivi), ma non ho, diciamo così, l’imprimatur culturale. O, almeno, questa è la mia percezione.
Da cui il titolo di questa seconda parte del post. Nessuno è contento della propria situazione. Chi ha fama di colto, ma ha poco successo, per una volta nella vita vorrebbe essere commerciale e famoso, e chi è commerciale e famoso vorrebbe per una volta essere colto e di nicchia.
La verità, as usual, è forse che ognuno fa quel che può, e possibilmente dovrebbe accontentarsi di essere onesto intellettualmente. Perché poi secondo me la differenza tra l’arte e la monnezza è tutta là: se l’hai fatto credendoci, sentendo quel che fai, o se l’hai tirato via perché dovevi. E questo prescinde persino dal farlo per soldi o farlo per se stessi.
Tutto il resto, dovrebbe interessare poco.

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