Archivi del giorno: 26 febbraio 2009

Il vero

Un po’ di tempo fa, non ricordo per quale ragione, mi sono interessata al caso di J. T. Leroy. Vi faccio un riassunto brevissimo ed incompleto; nel 2000 circa apparve questo scrittore, un ragazzo dal passato travagliatissimo, che divenne piuttosto famoso e per la sua storia lacrimevole, e per le sue doti letterarie. Tot anni dopo, quando il tizio aveva anche commosso mezzo mondo raccontando di essere malato di AIDS, si scoprì che T. J. Leroy non esisteva: a scrivere i suoi libri era tal Laura Albert, ad impersonarlo in pubblico era invece Savannah Knoop, sorellastra del compagno della Albert.
Ovviamente, non è bello prendere per i fondelli il mondo intero, soprattutto con la storia dell’AIDS, ma quel che mi colpisce è un altro meccanismo, che ho visto in azione parecchie altre volte. Che smettiamo di amare una storia se scopriamo che non è vera. Il caso Leroy alzò a quanto pare un bel polverone, che finì per coprire anche la qualità letteraria delle sue opere. Leroy non esisteva, e questo di conseguenza sembrava togliere bellezza a quel che scriveva.
La stessa cosa la noto su quel solito blog di cui ho già parlato un’altra volta, quello del Numero 12. Se leggete i commenti, fino ad un certo punto non si fa altro che discettare su chi possa essere Numero 12 in real life. Da un certo punto in poi, i commenti sono tutti per la maggior parte stizziti contro l’ipotetico pacco. E ci racconti stronzate, e non esisti, è tutto finto. E anche qua, la presunta inesistenza dell’autore per come si presenta toglie qualità all’opera.
Persino ai tempi di Melissa Panarello e i Cento Colpi il dibattito stava tutto intorno a quello: ma è roba vera? Ma è successo?
È capitato anche a me. Quando ho scoperto che una diverte storia raccontata da un mio collega come un episodio di vita vissuta era in realtà una leggenda metropolitana, anche piuttosto famosa.
Saperlo in qualche modo mi deluse. Perché? Voglio dire, la storia era comunque molto divertente, e la persona che me la raccontò la narrava bene. Tutto questo non cambiava. Ma non era vera. E questo faceva tutta la differenza del mondo.
Passiamo la vita in mezzo alla falsità. Leggiamo libri, che al 99% raccontano storie di fantasia, vediamo film, anche quelli basati per lo più sull’inventiva dello sceneggiatore. E la cosa non ci crea particolari problemi. Anzi, ci fa piacere ogni tanto sollevarci dalle miserie quotidiane fantasticando un po’.
Però a volte il meccanismo si inceppa. E vogliamo la verità.
A volte penso che quella per la verità sia un’inutile ossessione. Passiamo la gran parte della nostra vita a cercarla. S’è fatta una marea di filosofia sulla ricerca della verità, se esiste. “La verità deve esistere”, mi ha detto una volta una persona con cui ho avuto un interessantissimo scambio di email.
A volte penso alla morte come al momento risolutivo. Quando finalmente uno saprà per davvero questa dannata verità. Dio appare e ti dice tutto, tutto quello che non sei riuscito a capire in vita. A quel punto, non so, forse si potrebbe persino accettare il nulla, dopo.
Poi penso che il vero non esiste. E ognuno si crea il suo. È consolatorio, tutto sommato. È anche l’unico modo per convivere senza scannarsi, ciascuno per la propria verità. In fin dei conti, la tentazione di dire che il vero di un altro sminuisce il mio è forte, troppo forte. Eppure anche questo dimostra che una verità la cerchiamo, inesorabilmente, e se non c’è la creiamo.
Cos’è questo bisogno di vero, che alla fine ci acceca persino, e ci impedisce di vedere quel che ho oggettivo (tipo il godimento che traiamo da una storia di fantasia letta su un libro)? La dimostrazione che il nostro destino è l’assoluto? La prova che il nostro cervello s’è evoluto un po’ troppo, e ormai ci complica la vita inutilmente?
Non lo so. Ma è una cosa che mi diverte. È tutto sommato ironico che esseri così devoti alla verità siano costretti a vivere in un mondo che per la maggior parte è dubbio e finzione.

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