Archivi del mese: febbraio 2009

Fuori il rospo, dentro la rabbia

Scusate, eh? Non mi va di discettare su una questione che per decenza dovrebbe ormai essere coperta da un pietoso silenzio, ma a volte te le tirano di bocca.
Scandalo: ieri X-Factor e il Grande Fratello hanno fatto più ascolti di Porta a Porta e altre trasmissioni dedicate a Eluana. E gli italiani non sono sensibili, e gli italiani non hanno senso civico, e gli italiano sono tutti lobotomizzati dalla tv, e via così di giudizi tranchant.
Ma davvero X-Factor e il Grande Fratello sono spettacoli meno indecorosi dei soliti quattro politici che si avventano su un cadavere né più né meno che come avvoltoi? Davvero c’è più pornografia nei bicchieri tirati contro la gente del Grande Fratello che nello spettacolo indecente messo su intorno al letto di una moribonda cui abbiamo assistito in questi giorni?
Sarà mica che, per una volta, gli italiani si sono stufati di un’informazione che alla fine è semplice necroflia, pornografia del dolore?
Meglio, ma mille volte meglio il trash del Grande Fratello, che coinvolge adulti consenzienti e capaci di intendere e volere, dell’ennesima ricostruzione della via crucis di Eluana, con tanto di invocazioni “Beppino boia” e altre indecorose intromissioni nella tragedia privata di una persona che di certo non avrebbe mai voluto essere usata per squallidi giochi di potere.
E adesso che ho sputato il rospo, me ne torno nel mio rancoroso silenzio, la condizione esistenziale ormai perenne di quegli italiani che non ne possono più di assistere al quotidiano sfacelo di ipocrisia e decadenza che è ormai la nostra società cosiddetta civile.

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Vita

Domenica ho fatto una torta. Non ne avevo fai fatta una. Qualche volta ho fatto i biscotti, ma le torte mai. Ero piuttosto agitata, le mani mi tremavano e avevo il terrore che qualcosa andasse male. Eppure era solo una torta.
L’impasto è venuto ottimo, poi però ho fatto l’errore di metterlo in un contenitore troppo grande al momento di infilarlo in forno. Risultato: non era una torta. Era una pizza alta mezzo centimetro, croccante, al sapor di cioccolato. Che poi forse di sapore non era neppure così tanto male. Ma non era una torta. La destinataria dell’oggetto, la mamma, ha però apprezzato. Ha fatto il bis e se n’è portata anche una fettona a casa. Giuliano se l’è mangiata anche la mattina dopo.
Penso che ci riproverò. Mi piace pasticciare, adesso che ne ho il tempo.

Ieri, invece, ero un po’ abbattuta per una questione che sarebbe lunga da spiegare. In ogni caso, ho fatto una cosa che non avevo mai fatto: mi sono tirata su con lo shopping. Avevo un appuntamento con una persona, poi saltato per una serie di ragioni, e mentre aspettavo al centro commerciale mi sono comprata un paio di scarpe. Col tacco. A spillo. L’unica volta che ho portato i tacchi a spillo è stato un San Valentino di un sacco di tempo fa, forse cinque o sei anni. Erano delle scarpe stupende che mia madre aveva messo al suo matrimonio. Adesso avevo voglia di rifarlo, sempre a San Valentino. E le ho comprate. 20 euro, perché non mi andava di spendere troppo per uno sfizio.

Oggi penso a che cosa bella e terribile è la vita che continua. E mi sento come chi ricomincia a respirare dopo aver trattenuto a lungo il fiato.

P.S.
Oggi un po’ di news sui miei prossimi progetti su Fantasy Magazine. Prima che qualcuno si agiti, le copertine che vedete sono tutte provvisorie.

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“Silenzio prima di nascere, silenzio dopo la morte, la vita è puro rumore tra due insondabili silenzi.”
Paula, Isabel Allende

E adesso è davvero il momento del silenzio.

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Uno sfondo nero per Eluana e per la Repubblica Italiana

Oggi riporto semplicemente le uniche parole che si dovrebbero ascoltare in questo periodo, quelle di Beppino e Saturna Englaro, espresse nella lettera che nel 2004 spedirono alle più alte cariche dello stato. Per cercare di capire. Per stimolare qualche domanda, qualche riflessione.
E vi chiedo: voi cosa vorreste? Se vi trovaste nello stato di Eluana vorreste che fosse il Governo a decidere cosa fare di voi, o le persone che vi hanno dato la vita, che c’erano quando gioivate e quando soffrivate, che vi hanno accudito, cresciuto, amato?
E se un vostro caro fosse nelle condizioni di Eluana, coisa vorreste? Una legge che vi toglie ogni scelta, imponendo la vita a tutti i costi, o la possibilità di decidere in autonomia e in coscienza cosa debba accadere al vostro congiunto? E magari decidere di continuare con l’alimentazione e l’idratazione forzata, perché no, ma perché lo si è scelto, perché si sa che quella è la cosa giusta per quella persona che amiamo, non perché la legge non mi dà altra alternativa.

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Uno sfondo nero per Eluana e per la Repubblica Italiana

Si ringrazia Spacechili per l’immagine.

Chiunque voglia esprimere sul proprio blog l’indignazione per quanto sta accadendo, esponga un’immagine nera.

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Colpo di stato for dummies

Non è mio solito scrivere di sabato, lo sapete. Nonostante non riesca più a definirmi cattolica, questo blog santifica le feste. Ma oggi sono sinceramente preoccupata, e non ce la faccio a tenermi sul gargarozzo quel che penso da ieri sera.
Ieri, è successa una cosa gravissima, e spero che tutti se ne rendano conto. Ormai qui non è più questione di stabilire se una persona in stato di incoscienza abbia diritto a rifiutare cure che semplicemente ne prolunghino l’agonia. Qui si tratta di ribadire cos’è la democrazia, e su quali basi si fonda.
Me lo insegnarono alle scuole medie. Ricordo ancora la pagina del libro. Il fondamento di ogni democrazia è la separazione dei poteri: il potere legislativo (quello che fa le leggi, ossia il Parlamento), quello esecutivo (che le leggi fa rispettare, ossia il Governo) e quello giudiziario (che giudica chi ha violato le leggi, ossia la Magistratura) devono essere indipendenti l’uno dall’altro. Ce lo diceva un signore chiamato Montesquieu nel ’700. Trecento anni fa. Senza separazione dei poteri semplicemente non c’è democrazia, perché non è garantita l’imparzialità delle leggi e della loro applicazione. Le insegnano ancora queste cose a scuola? Le spiegano queste cose che fanno di noi cittadini liberi, che permettono a me di scrivere quel che voglio qua sopra e a chiunque di esprimere liberamente la propria opinione?
Facciamo un esempio. Una sentenza stabilisce che Caio, che è un ministro, è colpevole del reato tot, e deve andare in galera. Senza separazione dei poteri, Caio fa una legge ad hoc che invalida la sentenza. Vi ricorda qualcosa? Purtroppo temo di sì.
Ecco, a Berlusconi il principio della separazione dei poteri non deve essere molto presente. Ieri ha deciso che un decreto legge, cioè una legge provvisoria (decade entro sessanta giorni se il parlamento non la trasforma in legge) urgente varata direttamente dal governo, senza passare per il Parlamento (che è già è una cosa cui si dovrebbe ricorrere solo in casi estremi, e invece è ormai diventata il modo principe con cui si fanno le leggi in Italia), avrebbe dovuto bloccare la fine dell’alimentazione forzata di Eluana. Ma la magistratura ha già deciso in via definitiva, con una sentenza che la fine della tortura di Eluana è legittima, che è giusto staccarle il sondino per l’alimentazione e l’idratazione. Berlusconi ha deciso di interferire col potere giudiziario.
È una cosa gravissima. È a tutti gli effetti un mini-colpo di stato. Dimostra chiaramente il rispetto che il nostro Presidente del Consiglio, che ha giurato di “essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione”, ha nei confronti della democrazia e delle leggi che come comunità ci siamo dati sessanta anni fa.
Napolitano, che gli si può dire quel che si vuole, ma ancora ha il senso dello stato, si è rifiutato di firmare la legge. Per inciso, il Presidente della Repubblica è appunto colui che vigila sulla costituzionalità delle leggi, ossia sul fatto che ogni legge rispetti i principi fondamentali della nostra democrazia. Senza la sua firma su una legge, la legge non passa.
E Berlusconi che fa? Insiste e decide che va fatta una legge. Che in ogni caso Napolitano non firmerà, per le stesse ragioni per cui non ha firmato il decreto legge: non si può fare, è anticostituzionale, è antidemocratico.
“E allora cambio la Costituzione” insiste Berlusconi.
Come? Annullando la separazione dei poteri? Trasformandoci in una dittatura? Togliendo il diritto di firma a Napolitano?
Sta succedendo qualcosa di molto pericoloso. Tutta questa storia dimostra la fragilità della nostra democrazia in questo momento. Si dovrebbe alzare un coro unanime di proteste, dovremmo scendere tutti in piazza e incazzarci, e difendere quel che abbiamo costruito col sangue sessanta anni fa. Ce ne frega ancora qualcosa di essere liberi? Ce ne frega ancora qualcosa di vivere in uno stato di diritto?
Postilla: sono disgustata dall’atteggiamento del Vaticano che plaude al delirio di onnipotenza di Berlusconi fregandosene altamente delle istituzioni italiane violentate. Non gliene frega dunque niente del benessere del popolo italiano, conta solo vincere questo assurdo braccio di ferro ancora più indegno perché giocato sul corpo martoriato di una persona ormai incapace di intendere e volere. Avessero mai alzato un casino del genere per un qualsiasi condannato a morte nel mondo, in quel caso non ci sono problemi di coscienza. Sembra che per loro hanno diritto a vivere solo i moribondi e i feti, il resto delle pecorelle muoiano pure in silenzio. Complimenti, davvero complimenti. Oggi mi vergogno non di quel che credo, dei principi evangelici nei quali non ho mai smesso di credere, ma del mio battesimo. Perché io a questa Chiesa che è ormai mero strumento temporale non voglio più appartenere.

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Pesante

Mi domando se la deriva politico-sociale che questo blog sta prendendo sia gradita ai lettori o meno.
È che ogni mattina mi sveglio, e mentre faccio colazione giro su internet, ed è pacifico che trovo sui giornali almeno due o tre notizie che mi fanno incazzare. E ci faccio un post.
Per dire, mi ero ripromessa di non parlare del caso della Englaro; perché tutto questo blablabla di chi non ha voce in capitolo per parlare è veramente indecente, e in ogni caso cosa aggiunge la mia (scontata) opinione alla discussione? Poi però te le tirano di bocca. Specie quando si ostinano a manipolare la realtà per farla aderire alle loro ideologie. E al solito la scienza non se la calcola nessuno. Quella stessa scienza che gioca a fare dio se applicata all’inseminazione artificiale, ma non va contro le leggi di natura se tiene in vita un corpo (un corpo, lì un’anima non c’è più) che, naturalmente, sarebbe morto diciassette anni fa.
Poi penso anche che questo caso della Englaro, e soprattutto l’entrata a gamba tesa di Berlusconi, è il solito trucchetto: svio l’attenzione del pubblico su qualcos’altro, e intanto faccio delle porcate. Tipo la legge che autorizza i medici a denunciare i clandestini che vanno a farsi curare. Che è indecente per due ragioni: uno, perché esplicita chiaramente la considerazione che abbiamo degli immigrati. Carne da lavoro. Devono restare clandestini, perché solo così sono ricattabili e posso farli lavorare come schiavi (e questo proposito leggetevi Bloody Mary, così saprete da dove vengono i nostri pomodori), e quando non possono più lavorare devono avere l’accortezza di levarsi dai maroni, crepando o tornando da dove sono venuti. Due, è una presa per il culo di chi gli immigrati qui non ce li vuole: i medici possono denunciare i clandestini, non devono, e stando alle dichiarazioni molti non lo faranno. Cioè, stiamo capo a dodici. E, in ogni caso, anche se denunciassero il clandestino, che succederebbe? Foglio di via e ingiunzione a lasciare il paese in un tot di tempo. Leggi: fai un po’ quel che vuoi. No, l’unico risultato è che il clandestino avrà paura di andarsi a far curare, a torto o a ragione, e non andrà in ospedale, con generalizzato peggioramento delle condizioni della salute pubblica (voi siete contenti che, che ne so, in giro per le strade ci sia un tubercolotico che non si cura? E questo persino prescindendo dalla pietas che si dovrebbe provare verso un nostro simile ammalato). Oppure la legge sulle intercettazioni, che è passata cone ddl e sta per passare come legge senza colpo ferire. Vi ricordo che i famosi stupratori di Guidonia sono stati beccati grazie alle intercettazioni.
Ma poi mi domando: ma è questo che deve fare il mio blog? Ma io sono una dannata donna di ventotto anni, che per inciso scrive anche fantasy, o una giornalista?
Il mondo mi circonda, mi penetra dentro, mi cambia, e io ne scrivo. Perché al momento è al centro dei miei pensieri, cancella ogni altra considerazione. E questo posto è lo specchio della mia anima.
Mi piacerebbe un bel giorno scrivere quello che scrivevo prima. Quant’è che non faccio un post tragicomico sulla mia vita? Non riesco neppure più a ricordarlo. La mia vita non è più tragicomica? Ho perso quella vena lì? Ho pensato all’improvviso di poter cambiare il mondo a botte di luoghi comuni?
Non lo so. Oggi fuori è grigio, e tutto sommato è abbastanza grigio anche dentro di me.

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The shape of things to come

Il game del Mondo Emerso

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Gli Occhi degli Altri

Ormai non ho più problemi a trovare argomenti da trattare qui. Basta aprire il giornale e ce n’è da incazzarsi da qui all’eternità.
Tra Maroni che dice che dobbiamo essere cattivi (evidentemente dar fuoco ai barboni che dormono alla stazione non è abbastanza “cattivo”), e che aggiunge che i ragazzi di cui la parentesi non sono razzisti, bensì, peggio, mancano di valori, dicendo neppure troppo velatamente che tutto sommato il razzismo è un valore, all’ultima delirante proposta di legge contro cui MSF ha manifestato ieri, della serie l’immigrato deve lavorare, poi, quando non è più utile perché malato, avere la gentilezza di crepare.
Ma l’occhio, ieri, mi cade su una notizia più controversa. Rita Bernardini, deputata radicale, qualche giorno fa è andata in carcere dagli stupratori di Guidonia. Non è andata là a “portare solidarietà”, come hanno commentato più o meno tutti: è andata là ad accertarsi se era vero che i sei erano stati vittime di violenze da parte della polizia. Per questo gesto, s’è meritata valanghe di mail d’insulti tutte più o meno su questo tono:
“Fai veramente schifo, ti auguro di essere stuprata da un branco di merde come quelle li, ma magari ti piace perche a quanto sei brutta e fai schifo non ti scopa nessuno troia del cazzo, ti auguro pure che ti venga un tumore al cervello (se possibile visto che materia grigia non ne hai molta), e che te ne vada quanto prima tra atroci sofferenze, pregheremo tutti perchè tu muoia. Crepa puttana di merda”.
Ora lo so quale sarà il commento medio. Tu, vigliacco, insieme ai tuoi degni compari ficchi nel cofano di una macchina un ragazzo che non ti ha fatto niente, prendi la sua ragazza e la violenti, e poi ti aspetti pure un trattamento di riguardo in carcere? Se le sono meritate, le botte, anzi meritavano di peggio.
Già. Ma la legge che vige in Italia non è quella della jungla, e non segue il principio biblico dell’occhio per occhio, dente per dente. Una società sana e democratica si basa su un corpus di regole che sostanzialmente cercano proprio di limitare la violenza del singolo, e rigettano la violenza di stato. C’è il carcere per chi delinque, non i manganelli della polizia.
Ma se lo meritavano.
Forse. Ma qualsiasi violenza parte da questo presupposto, che la vittima se lo merita. Affinché si possa picchiare, violentare, torturare, uccidere qualcuno occorre prima di tutto disumanizzarlo. Non posso infierire su chi riconosco essere come me. La persona su cui mi accanisco deve essere inferiore a me, diversa, malvagia. Prima di arrivare ai forni, durante la Shoà, c’è stato un lungo e accurato processo di disumanizzazione dell’ebreo: sporco, infido, complotta per rendere il mondo schiavo (vedi la vergogna dei Protocolli dei Sette Savi di Sion), è colpevole della crisi economica, partecipa a riti sanguinari in cui si uccidono bambini e se ne beve il sangue. È un untermensch, un subumano. E per questo ho il diritto di ucciderlo, di trattarlo come e peggio di una bestia.
Persino gli stupratori, quella sera, avranno pensato che quei due se la meritavano, che lei non era altro che un oggetto di cui godere, un corpo da usare e buttare, secondo un’ideologia che, con esiti, per carità, meno drammatici, va per la maggiore anche presso le persone cosiddette “normali”.
Pensare che è giusto che la legge, la polizia punisca corporalmente i criminali perché “se la meritano” ci accomuna al modo di pensare di chi compie un crimine, ci mette dalla parte di chi divide il mondo in uomini e non-uomini, ai quali è lecito fare qualsiasi cosa.
È per questo che il gesto della Bernardini era sacrosanto, e, più ancora, coraggioso. Perché ha il coraggio di ribadire un principio sul quale si basa la nostra democrazia, e di farlo in condizioni “estreme”, disturbanti. Mi tornano in mente le fiaccolate che si fanno in USA per i condannati a morte. Quanti erano quelli che hanno manifestato contro l’esecuzione di Timothy McVeigh? O contro l’impiccagione di Saddam Hussein? Perché è facile battersi per un principio quando questo è incarnato da una persona per bene, vittima di un’ingiustizia. È facile amare il prossimo quando è una brava persona, è pulito e simpatico. Ma un principio è un principio, e vale per gli innocenti come per i colpevoli che non si sono mai redenti né pentiti.
Sembra una sciocchezza, sembra una questione di lana caprina, ma in tempi in cui si invocano le forche, in tempi in cui i ragazzini scrivono su Facebook a proposito dei rom
“vanno accolti……nelle camere agas
ehehehhe…60 anni fà una persona aveva capito il da farsi con questi bastardi…..ci vorrebbe una bella pulizia etnica!!!”
è importante ribadire che ciò che ci separa dalla barbarie è la sottile linea del diritto. Il diritto. L’idea che lo stato non commina sommarie punizioni corporali, né si vendica per ristabilire l’ordine cosmico. È importante che capiamo che quella stessa forza viscerale che si fa dire che è giusto picchiare uno stupratore in carcere un giorno ci spingerà al crimine, alla violenza, alla barbarie.
Mi torna in mente, non so bene come, Levinas, forse l’unico filosofo che mi abbia davvero intrigata quando studiavo filosofia a scuola. L’incontro con l’Altro è l’incontro col suo Volto. Un Volto che mi spaventa, ma nel quale al contempo mi riconosco e vedo l’Altro da me. E una volta che ho incontrato il Volto dell’Altro, non potrò mai più ucciderlo.
Da ragazzina, a scuola, partecipai ad un progetto che si intitolava Gli Occhi degli Altri. Quanto vorrei che ciascuno di noi riuscisse a specchiarsi negli occhi degli altri, di tutti gli altri, e ritrovarci se stesso.

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Una vita da mediano

Un po’ di tempo fa ho trovato segnalato su Repubblica questo blog (a proposito, in base a cosa Repubblica segnala o meno un blog? No, perché, ok, questo qui posso anche capire i motivi, ma il blog della hostess Ryanair mi sfugge…). Per farla breve, è il diario di un calciatore che dice di vegetare in B; quando era pischello qualcuno aveva detto che sarebbe diventato una star, poi le promesse non sono state mantenute. Da allora, per sua definizione, è uno che “gioca e non rompe i coglioni”, un Numero 12, uno che si limita a fare con onestà il suo lavoro, ma non eccelle. Tralasciamo il contorno: il fatto che in rete si sia scatenata la caccia alla vera identità di Numero 12 (se è davvero un calciatore, in caso chi è), persino la qualità letteraria del blog. Mi interessa la metafora. Perché ci sono dei giorni in cui mi sento un sacco Numero 12 anch’io. Tipo quel giorno che non riuscivo a definirmi su Facebook in altro modo che “una mediocre in un mare di mediocri”.
A sedici anni riempivo il diaro di frasi epiche; le prendevo dai libri, dai classici latini e greci che traducevo, dai film. Erano i mattoncini con cui provavo a costruire la mia identità. E c’era questa che mi ossessionava: aut Caesar aut nihil. O Cesare o niente. Essere il massimo, non essere affatto.
E ci credevo. Pensavo che la vetta fosse assolutamente alla mia portata, forse pensavo di esserci già, nel mio piccolo. God of a shrinking universe, se all’epoca i Muse avessero già scritto Shrinking Universe. Perché avevo ottimi voti, e la gente si aspettava molto da me.
Ora, io lo so che per un sacco di gente io quelle promesse le ho mantenute. Lo so. Ma più passa il tempo più quella vetta cui aspiravo da adolescente mi sembra lontana, irraggiungibile. C’è sempre qualcuno, molti, più bravo di te. C’è nel lavoro che porto faticosamente avanti tutti i giorni all’università. Mi sento un manovale della scienza, un mediano dell’astrofisica. Faccio il mio onesto lavoro, lo faccio al meglio delle mie capacità, ma questo meglio è lontano dalla vetta.
Mi sento un manovale anche della scrittura. Che fa il suo onesto lavoro, credendoci molto, impegnandosi al massimo, ma che mai potrà aspirare a cambiare qualcosa, a smuovere un po’ il mondo, a fare la differenza.
Non la penso sempre così. A volte sono orgogliosa di quel faccio. Ma non reputo mai davvero bello, davvero importante, il frutto del mio lavoro.
Poi arrivano gli incontri di lavoro, e per una volta tanto ti senti al centro dell’attenzione. Ti senti a tuo agio come un pesce nel suo mare, pensi che forse stai facendo non tanto qualcosa di grande, ma qualcosa di bello, nel suo infimo piccolo.
Non sai se sia un’illusione o meno. Sai che oggi la pensi così, domani cambierai idea.
Forse ho necessità di sentirmi così. Forse devo sentirmi inferiore a mezzo mondo per continuare a fare quel che faccio. Certo, era più esaltante quando credevo di poter arrivare in vetta. Ma forse all’epoca ero ferma. Ferma a sedici anni, quando uno invece dovrebbe crescere, evolvere, cambiare. Adesso non ho più certezze, mi cerco tra migliaia di errori e dubbi, e continuo a tendere ad una vetta che so di non poter raggiungere.
Bisogna accontentarsi?
Bisogna quanto meno essere orgogliosi di provarci, con tutte le proprie forze?

P.S.
La ruota gira molto velocemente. Oggi sei uno dei ricchi che inveisce contro i poveri, domani è qualcun’altro ad inveire contro di te. Penso che questa notizia dovrebbe farci riflettere parecchio.

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