Archivi del mese: marzo 2009

Vilipendio

Venerdì sera sono andata a vedere il nuovo spettacolo di Sabina Guzzanti. È stato un po’ un caso. I miei hanno visto che era in cartellone, hanno preso i biglietti, e io mi sono aggregata. Questo nonostante io la Guzzanti l’abbia sempre apprezzata. I programmi del trio Dandini & Guzzanti bro. sono sempre stati i miei preferiti, a livello di satira.
È stata la prima volta per me di uno spettacolo satirico live. Addirittura la prima volta che ho visto a teatro qualcosa di esplicitamente comico, se non vogliamo contare la Casina che vidi al Teatro Romano di Benevento ai tempi in cui ancora andavo in giro con le maglie extralarge dei Nirvana e un centrino in testa.
Che ho apprezzato, molto, manco ve lo dico. Lei è bravissima, lo spettacolo soffre giusto di una lunghezza che ho trovato un pelo eccessiva, ma c’è veramente tutto: la satira pungente e amara, la risata crassa, l’informazione. Ad avercele cose così in tv. Ce le avevamo, un sacco di tempo fa, poi la tetteculocrazia ha spodestato dai palinsesti le uniche cose che mi interessavano, e bon, ora non ce le abbiamo più.
Ma non è tanto questo che mi interessa dirvi. No, è che quelle due ore sono state allo stesso tempo consolanti e deprimenti. Le ottocento persone stipate nell’Ambra Jovinelli, sabato, erano lì a tirare un boccata d’aria. Dopo una settimana passata a leggere in giro le sparate di Berlusconi, a guardare il decadimento della società civile, è andata a teatro a sentirsi dire quel che tutto sommato già sa. Non credo ci fossero elettori del pdl, da quelle parti. Dagli applausi spontanei ogni volta che si trattavano temi come il caso Englaro, l’ingerenza della Chiesa nelle leggi dello stato, direi che non c’era nessuno di destra.
Eravamo lì a stringerci l’uno accanto all’altro. A dirci “ci siamo, non siamo soli”. Sentire la gente scoppiare in un applauso fragoroso sugli stessi argomenti che hanno indignato te ti dà quel po’ di speranza che ti aiuta ad andare avanti, a dire “cazzo, allora non sono l’unico che si arrabbia”. E da qui il senso di consolazione che Vilipendio mi ha trasmesso.
Ma.
Ma quel che abbiamo celebrato venerdì sera era un rito laico tra pochi intimi. Eravamo quella minoranza (suppongo siamo una minoranza, o non mi spiego perché Berlusconi sia al potere) che durante la settimana vive la sua diaspora. Isolati, tipicamente silenziosi, la pensiamo già come la Guzzanti, e le cose che ci dice trovano già un terreno fertile, per quanto sapere che in un libro distribuito nelle scuole e voluto dalla Prestigiacomo circa le Italiane notevoli si legga, a proposito di Rachele Guidi, moglie di Mussolini,
“[...]Rachele Mussolini, moglie appartata che costituisce il modello della popolana italiana capace di affrontare con coraggio e dignità la buona e la cattiva sorte[...]“
in effetti un pochetto gela il sangue nelle vene (a tal proposito vi invito a leggere questa interrogazione parlamentare al riguardo). Ma quelle stesse cose che ci fanno spellare le mani dagli applausi non dovrebbero arrivare a noi, che ci chiediamo che stato sia quello che ritiene di dover espellere dall’italia un bambino di dodici anni in fuga dal dolore e dalla guerra, ma tutti quelli che queste cose non le sanno, tutti quelli che non trovano nulla di male nel conflitto d’interesse o in un papa che va in africa a dire che il preservativo non serve a combattere l’AIDS.
Ma tutte queste informazioni non passano. E non sto dicendo che è colpa della Guzzanti, che ce la mette tutta, che è animata da una gran passione, che gronda da ciascuna delle parole del suo Vilipendio. Non lo so di chi è la colpa. Viviamo a compartimenti stagni. Senza spazio per il dubbio, senza possibilità di abbattere certe barriere ideologiche, senza riflessione sui fatti. Uno di destra non ci verrà mai a vedere la Guzzanti. Da cui il senso di sconforto.
Vi invito comunque ad andarci, a vedere la Guzzanti. Perché si ride tanto, perché si riflette, perché ci si sente, come lei stessa dice alla fine dello spettacolo, più liberi per due ore, e a quanto pare al momento è il massimo che possiamo permetterci.

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Speranza

Con colpevole ritardo, sabato pomeriggio ho visto lo speciale di Che Tempo Che Fa con Roberto Saviano. Me l’ero registrata, perché ci tenevo a vederlo, e perché quella sera ero fuori.
Mi ha chiamato mia madre il giorno dopo per commentare, per dirmi cosa ne aveva pensato, e le sue parole sono state “è la tv come dovrebbe essere”.
Non posso che essere che completamente d’accordo. E per questo bisogna parlarne, e dirselo, che è così che la tv pubblica dovrebbe essere. Bisogna passarsi parola, e non solo per l’importanza, la bellezza vorrei dire, di ciò che in quelle due ore è stato detto, ma per mostrare che un’altra informazione è possibile, e che, meraviglia, la forza della denuncia, la bellezza della cultura, può fare audience, può essere persino popolare.
Quando consiglio a qualcuno di leggere Gomorra, a volte mi confronto con un pregiudizio: la paura di ricavare dalla lettura un desolante senso di sconforto, una triste mancanza di speranza. È una cosa che capisco. Mi è capitata un sacco di volte. Ti guardi, che so, una puntata di Report, lo apprezzi, ne esci arricchito, ma ti viene anche da pensare che siamo scesi troppo in basso per risalire, che io, tu non possiamo davvero fare niente.
Ecco. La cosa più bella che ho ricavato dalle due ore di visione dello speciale è il senso della speranza. Nelle parole di Saviano, nella prima straordinaria ora del programma, ho rivisto scorrere Gomorra, la sua forza, che sta nella passione, e nella capacità di affabulazione del racconto. Saviano ha un dono: saper raccontare. E saperti far entrare dentro le storie, fartele vivere, e farti sentire coinvolto da quei racconti.
E la rabbia palpabile nelle sue parole, quella rabbia giusta, che non è mero sfogo fine a se stesso, ma preludio al fare, indispensabile premessa al cambiamento, ecco, quella si trasmette, e ti fa credere che qualcosa è possibile. Che davvero il singolo non è un chicco di riso, che sono le azioni della gente comune che fa comunità a cambiare le cose.
È stato bello vedere in azione, a due anni dalla lettura del libro, la potenza della parola raccontata, una cosa con cui mi confronto spesso, di recente. Un racconto vale più di mille reportage, e ci sono parole che davvero scavano, costruiscono, innalzano. La scoperta dell’acqua calda, probabilmente, ma che scoperta…Soprattutto in un periodo in cui mi viene voglia di gettare la spugna, e rinchiudermi tra le quattro pareti di casa. Non che la vita interiore non abbia importanza, nell’esistenza di una persona, ma occorre anche aprirsi al mondo. A volte le paranoie personali sembrano assai meno gigantesche di quel che sono, quando vengono confrontate con la grandezza di ciò che ci circonda. Bisogna essere parte del flusso, per essere davvero utili, bisogna sentirsi parte dell’umanità fin nella più riposta fibra per vivere davvero, ecco cosa mi hanno dato quelle due ore spese davanti alla tv assieme a Giuliano. Oltre al piacere di sentir parlare di argomenti che ritenevi non potessero trovare cittadinanza in tv, e in prima serata, poi. Non solo denuncia, ma letteratura, altissima letteratura, e una riflessione più ampia sul posto che la parola occupa nel mondo.
Ci hanno imbrogliato quando ci hanno detto che non ci interessa. Ci hanno imbrogliato quando ci hanno spiegato che la tv è così perché siamo noi a volerla così, che il culo di una velina sparato a tutto schermo è tutto ciò cui aspiriamo. Non è vero. Non è stato mai vero, e i dati auditel della serata del mercoledì lo dimostrano chiaramente. E allora penso che la forza delle idee, del pensiero, hanno ancora un posto in questo paese disastrato, e che il singolo può fare un sacco, soprattutto se non lo si lascia solo.

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Assente ingiustificata

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Avete perfettamente ragione. Non mi sono fatta sentire per una settimana, e non c’è una ragione plausibile. O meglio, ci sono una molteplicità di ragioni minori messe insieme. Ho avuto il raffreddore più forte da tre anni a questa parte. Sono stata alla Fiera del Libro per Ragazzi di Bologna. Ho avuto conferma che dovrò partecipare ad un congresso a giugno, per cui devo darmi da fare col lavoro. Ho i corsi di dottorato, e altri inghippi universitari. Ho dovuto fare i conti col modo contorto con cui sono fatta, e con la solita impossibilità di scrivere qua sopra tutti, ma proprio tutti i fatti che mi passano per la testa.http://www.liciatroisi.it/blog/wp-content/uploads/2009/03/bo21.jpg
Ma adesso mi faccio perdonare. Yep. Ho uploadato un paio di foto di Bologna e le ho nascoste in questo post. E una è molto, ma molto spoilerosa circa il mio prossimo, imminente progetto. A voi trovarla. Se poi non ci riuscite, più tardi vi do un piccolo aiutohttp://www.liciatroisi.it/blog/wp-content/uploads/2009/03/bo31.jpg

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Il marchio della fisica

Più passa il tempo mi rendo conto che la fisica ti scava proprio dentro. Probabilmente capita così con tutti quanti i lavori, ma io ho sott’occhio solo la fisica e i fisici.
Comincia che ti modifica il linguaggio. Passi così tanto tempo a contatto col tuo lavoro, che alla fine tutto il mondo lo descrivi con quei termini lì.
“Purtroppo sono biasata nel giudizio”.
Bias, uno degli errori sistematici da cui sono affette le misure, in astrofisica il livello zero della rivelazione di un’immagine. Sono biasata, ho un pregiudizio.
Poi è la struttura di pensiero che cambia.
“Dobbiamo integrare questa cosa nel documento”, dice qualcuno, e a me e alla mia collega dottoranda viene in mente l’integrale di una funzione. A me addirittura salta alla mente una barzelletta che mi raccontarono al primo anno, molto nerd: c’è una festa di tutte le funzioni matematiche, e da una parte c’è e elevato alla x, in disparte, abbattuta. Qualcuno le si avvicina e le fa: “Ma dai, divertiti, integrati!”, e lei risponde, “tanto è uguale”. Roba che può far ridere solo un matematico, o un fisico, o un ingegnere. Roba nerd.
“Dovresti fare uno studio sul tuo peso, invece di stare a rompere le balle che stai ingrassando. Osservi le oscillazioni connesse al variare di vari fattori: l’ora, il giorno del ciclo, e roba così” dice Giuliano quando dico che sto ingrassando.
Oppure quella volta che mi sono messa a ragionare sul funzionamento della moka.
Il mondo diventa un puzzle, la realtà un posto di meraviglie, dove la minima stronzata ti ricorda fisica 1 o 2. Non mi toglierò mai dalla mente l’immagine di Margherita Hack, ospite da Piero Angela, che girava su una sedia girevole con dei pesi in mano. Quando chiudeva le braccia, accelerava. Conservazione del momento angolare, fisica 1. Eppure lei rideva come una bambina.
Non so se siamo tutti appassionati. Non so se semplicemente da un certo punto in poi ci si fonde il cervello e diventiamo monotematici. Certo, ci sposiamo parecchio tra di noi. Almeno gli astrofisici lo fanno spesso. Ma mi piace osservare come il nostro lavoro si infili qua e là nelle nostre vite, come se essere un fisico fosse un modo d’essere, prima ancora che un lavoro, come se la fisica ci avesse impresso sopra il suo marchio indelebile.

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Nuove frontiere del dottorato

Matteo Mazzuca, che ieri era ospite con me a Repubblica Tv, mi ha appena fatto notare una chicca sul sito di Repubblica, nella pagina che ospita la nostra intervista.

astrofica

Che dire. So di non essere la prima ad aver ricevuto tale definizione, ma so’ comunque soddisfazioni, devo dire :P

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Watchmen al cinema e io in tv

Quando leggerete questo post, io non sarò qui.
Calma. Nel senso che sarò a lezione. Ho lezione dalle 9.00 alle 11.00. La dura vita del dottorando. Allora, con gli occhi gonfi e un malessere di natura imprecisata, mi sono messa a scrivere ieri sera. Che sarebbe ora. Capperi, mi sento un po’ in una puntata di Lost a fare questi discorsi…Comunque. Oggi, cioè ieri, ero partita con l’intenzione di fare un post su Watchmen. Solo che mi sono svegliata premasticata, e ho soprasseduto. Sono premasticata anche ora, ma ho da segnalarvi una cosa, per cui devo scrivere in ogni caso, e allora ho pensato di provare a buttare giù il post che volevo fare stamane. Perché ridendo e scherzando poi non vi ho detto cosa ne penso di Watchmen. A dire il vero non lo so.
Ho letto Watchmen quest’estate, e l’ho trovato straordinario. Non così compatto e potente come V for Vendetta, ma straordinario. E ho subito pensato che il film avrebbe fatto un casino. Watchmen è quanto di meno cinematografico esista. Perché ti vende fischi per fiaschi, dato che è un fumetto di supereroi che non parla di supereroi, se mi passate il pasticcio. Quindi temevo che se ne sarebbe tratto un blockbuster che tradiva il senso dell’opera a favore di una maggiore fruibilità da parte del pubblico medio. Non è un caso che sabato a vederlo ci fossero i sei idioti dello scorso post. Poi però ho saputo che il regista era Zack Filologo Snyder e ho pensato che forse ne poteva uscire qualcosa di buono, e i primi trailer erano assai promettenti.
Ora. Il mio giudizio sul film è completamente obnubilato dalla gratitudine a Snyder per aver avuto il coraggio di proporre in sala Watchmen senza nessun abbellimento commerciale. La storia è la fotocopia carbone del fumetto, il senso ci sta tutto, nonostante la veniale infedeltà nel finale. Snyder non ha dato al pubblico quel che voleva. Snyder ha messo su pellicola Watchmen, punto, e nel farlo ha guardato praticamente solo ai fan del fumetto.
Per altro, la colonna sonora è straordinaria, è da ieri che me la sparo nelle orecchie per tenermi su nelle lunghe riduzioni dati.
Però. Però Snyder come regista praticamente non esiste. Prendiamo 300 e prendiamo Watchmen. A parte un uso insistito e forse anche un po’ inutile del bullet time, non ci sono punti in comune. 300 è la celebrazione del superuomo, Watchmen la decostruzione dello stesso. E questa cosa lascia perplessi. Voglio dire, dov’è Snyder nella sua opera? Cosa c’ha messo di suo? Una colonna sonora da urlo, direi, e un’adesione viscerale, appunto filologica al fumetto. E basta. È un po’ come quei pittori che passano al vita a copiare i quadri degli altri. Dov’è la loro firma?
Io sono lieta di vedere Rorscharch, il Dr. Manhattan e tutti gli altri in carne e ossa, ma ho la vaga sensazione che forse non basti. Manca quel po’ di reinterpretazione, di rielaborazione che avrebbe giovato al tutto. E poi devo dire che la seconda metà si trascina un pochino, o quanto meno io ho dovuto farmi un po’ forza per arrivare in fondo.
Ho imparato qualcosa. Che se vuoi ridurre qualcosa a qualcos’altro, devi un po’ tradirlo, o la cosa lascia l’amaro in bocca. Per quanto il film mi sia piaciuto, per carità.
Veniamo alla segnalazione: oggi, nel senso di 18 marzo, alle 12.00 mi potrete vedere su Repubblica Tv. Spero di essere un po’ più in vena di ieri, perché sennò avrò due occhi da pesce lesso impagabili. Poi mi saprete dire.

P.S.
Per chi fosse curioso di vedere l’incontro di oggi a Repubblica Tv, lo trovate qua

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Una sera al cinema

Sabato sera mi volevo rilassare. Era un vita che non andavo a cinema, per cui mi sembrava che andare a vedere un film fosse un buon modo. Per altro c’era Watchmen che volevo assolutamente vedere, e sabato, per una serie di impegni incrociati, era l’unico momento in cui potevo farlo. Per cui nulla, sono andata.
La serata era iniziata bene che con un buon sushi che mi aveva favorevolmente predisposta. E anche il film era iniziato bene, mi stava piacendo, stavo apprezzando musica e sceneggiatura, quando è apparso il Dr. Manhattan. Che, come saprà chi ha visto il film, è nudo.
Ora, sebbene a trent’anni uno ormai di peni dovrebbe essere esperto e non dovrebbe più scandalizzarsi alla vista degli organi genitali, ci può anche stare che, a bassa voce, per fare lo splendido coi tuoi amici, tu faccia un commento salace sugli attributi del Dr. Manhattan, e ti conceda una sottile risatina.
Peccato che i tre coglioni dietro di me, e i tre affianco, abbiano iniziato a ridere sguaiatamente.
Poi, davanti al Comico che va a piangere da Moloc, si concedono un’altra crassa risata, perché al Comico cola il naso.
Da questo punto in poi è un tripudio. Una risata in ogni punto in cui non c’è nulla da ridere. Corpo esploso. Risata. Rorschach in galera. Risata. Ah, e il Dr. Manhattan nudo. Risata. Ogni volta.
Stavo per alzarmi e chiederglielo: “Ma la tua è invidia del pene? No, perché sennò non capisco”.
Ho iniziato a desiderare alzarmi e andarmene a metà film. Ho iniziato ad avere istinti omicidi dieci minuti dopo.
Perché le ipotesi sono due. Sei un fine intellettuale, il film ti sta facendo cagare e il modo per esprimerlo è sbeffeggiarlo. Perfetto. Vallo a fare a casa tua. Alzati e vattene. Giusto per lasciare agli altri il gusto di guardarselo fino alla fine, il film.
Oppure sei uno stupido. Un coglione che non sta capendo una benemerita della storia e di tutto il resto. E allora contieniti. È anche una questione di educazione.
La deficienza ormai ha preso il potere. Quella sala di cinema è immagine del mondo. Il mondo è così. C’è chi vorrebbe capire, interpretare, e magari poi alla fine schifare, ma nei limiti dell’educazione, senza rompere le balle agli altri. E chi invece ride, e non fa altro. Non capisce un cazzo, e quindi ride, perché gli hanno detto che lo può fare, e allora lo fa. E se ne frega di pestare i piedi agli altri, perché non gliene frega proprio niente di dar fastidio.
Non è la prima volta che vado a cinema e trovo degli imbecilli che rovinano il film. Ricordo la simpaticona che mi stava dietro quando andai a vedere Neverland, e passò le due ore di film, su ogni primo piano di Kate Winslet, a indicare la sua collana e dire sempre la stessa cosa: “Ahò, ma c’ha ‘na collana de cazzi!”.
Così per cinquanta volte.
E io sono proprio stanca della deficientocrazia, per cui a governare è la bassa reazione “de panza”. La crassa risata che non è sberleffo del potente, arguta critica, o anche, cazzo, consapevolezza dell’assurdità del mondo. No, è il riso del bimbo che si diverte a ripetere “cacca, cacca, cacca”. E questi qui poi ci governano, perché la sottocultura è proprio la stessa, e il rispetto del prossimo idem.
Vabbeh, sarò io che esagero.
Per sdrammatizzare, vi incollo una cosa che scrissi sui sei, sette anni fa, proprio dopo aver visto Neverland. Niente più che un divertissement, una cosa gore, ma che tutto sommato vorrebbe essere anche ironica. E vi rassicuro: sabato sera non ho neppure protestato. Son stata lì a subirmi le risate. Perché tutto sommato non vale la pena, perché essere educati significa pure questo.

Qui sono tutti shockati. Vedeste come mi guardano. Sconvolti. Io sinceramente non capisco. E appena vi avrò raccontato non capirete manco voi. Perché, giuro, io non sono pazzo. Mi giravano solo le palle. Cazzo, capita a tutti, no? Ecco, a me è capitato, ma invece di starmene lì a rodermi in solitudine, ho agito. Suvvia, a tutti voi è capitato uno stronzo qualsiasi che vi rompesse l’anima, uno il cui senso all’interno del cosmo proprio non capivate, magari anche più d’uno. Uno che vi siete detti: a poterlo fare gli staccherei la testa a morsi. Ecco. A morsi ve lo sconsiglio, ci rimettete i denti e la soddisfazione è bassa. Ma con una bella accetta, invece… Ok, ok, devo andare in ordine, altrimenti come niente mi dite che divago, che non ragiono, perché invece sono lucidissimo, lucidissimo, giuro! C’è della logica, e tanta, in quel che vi dico, vedrete! Ero andato a cinema. Era stata una giornata di merda, tra mia moglie e le sue solite recriminazioni, e la marmocchia che urlava come un’ossessa. Mi sentivo un trapano nel cervello, un chiodo fisso nella tempia. E sono andato a cinema. Sì, non fate quelle facce. Io mi rilasso così. A cinema. Ok? A me il mal di testa passa così. Nel buio della sala a spettacoli in cui possibilmente vadano pochi scassapalle. Che poi, scassapalle sono tutti gli altri spettatori tranne me. Io ne capisco di cinema, lo sapete? Da ragazzino avevo pensato di fare il critico. Scrissi un paio di articolini. Comunque, ho il mio essai di fiducia. Un posto che a guardarlo è indegno. Una saletta minuscola. Le poltrone di una scomodità folle. Però mi piace. Fa roba che altrove non si trova. E c’è sempre poca gente. Era sul tardi. Saranno state le dieci-undici quando sono entrato in sala. Gli Uccelli di Hitchcock. Goduria. L’ho visto un miliardo di volte, ma ogni volta mi prende come la prima. Quando vedo Tippi Hedren che si fuma la sua bella sigaretta in panchina, mentre dietro di lei i corvi si radunano a frotte, mi piglia sempre il brividino. Per un po’ è andato tutto bene, e il chiodo piano piano stava smettendo di trapanarmi la testa. Poi sono arrivati questi due. Due coglioni. Due teste di cazzo. Due…non so manco io come definirli. Col pop corn in mano. Comprato fuori, perché nel MIO cinema non ne fanno di queste assurdità. E hanno iniziato a sgranocchiare, facendo un casino della malora. Sul silenzio perfetto e sublime di certe scene, c’era il rumore volgare delle loro mascelle di microcefali che mangiucchiavano. Sentivo il pop corn che cadeva per terra, sulle poltrone, e le manine sudice e unte che ravanavano nella busta di plastica. Ma sopportavo. Sono una persona calma e posata, io. Poi hanno cominciato a commentare. A fare battute del cazzo, mentre ridevano sguaiatamente. Non ci pensare. Non li stare a sentire. Tu sei come Buddha, imperturbabile da queste merde. Ma loro continuavano, e continuavano, e il trapano è tornato, cazzo, è tornato prepotente, violento, e adesso sentivo pure i loro denti che scricchiolavano, e l’aria che entrava e usciva dai polmoni, ogni fottuto rumore che facevano. E poi la goccia. “Che film di merda”. Mi sono alzato con calma. Il trapano s’era fermato di botto, e io ero calmo, giuro, come adesso. Vedi la mano? Ferma. Dio com’ero lucido. La lucidità dell’angelo vendicatore. Sono sceso per il corridoio e sono arrivato all’angolino che sapevo. In quel posto non ci sono uscite di sicurezza. Però affianco alla porta c’è un’ascia. Dietro un vetro. E’ bastato un pugno, li fanno apposta perchè si scassino a volo. “Scusi, ma che diavolo…”. Era la maschera. Un tipo simpatico. Mi sorrideva sempre. Infatti un po’ m’è dispiaciuto. Gli ho fatto volare la testa sotto lo schermo. Così. Non ha manco finito la frase. Era buio, ma di sangue ne è uscito, me ne sono accorto. Voi non potete capire che liberazione. Che sensazione piacevole, il suo sangue sulla mia camicia. Prima caldo, poi freddo. Una goduria. Vi suggerisco di provare. Ma non volevo mica lui. Erano i due stronzi che dovevo castigare. Stavano al loro posto fermi come due coglioni. Gli ci è voluto un po’ anche per gridare. Più o meno il tempo che c’è voluto a me per arrivare fino al primo. Sono agile, molto, facevo atletica da ragazzino, e ancora mi tengo un po’ in allenamento. Zak. Colpo e via una mano. Lo stronzo ha iniziato a gridare come un vitello, ed è cascato nello spazio tra le poltrone. Gli ho dato un colpetto sulla schiena. Così, per non farlo andare via. Poi mi sono buttato sul secondo. Già era arrivato alla porta, il bastardo. Prima gli ho preso una scapola, e lui è scivolato a terra lasciando la sua bella strisciata di sangue lungo la porta. Bellissimo. Poi lì, confesso, non ci ho capito più niente per un po’. Sapete, la foga…Ho cominciato a colpire a caso. Una, due, tre volte. C’erano schizzi di sangue dappertutto, la maggior parte mi finivano addosso. Una pioggia miracolosa. Quando gli ho spaccato la testa doveva essere già morto. S’è aperta come un melone maturo. Stesso rumore di scatola vuota. Il cervello, l’inutilissimo cervello di quell’invertebrato s’è sparso per terra. Sono andato verso l’altro. E il coglione di prima m’ha messo i bastoni fra le ruote. Sono scivolato sulla roba che gli era uscita dal cervello. Ho sparato una bestemmia, ma mi sono alzato in fretta. Quello stava strisciando come un verme chiamando aiuto. Ero già un po’ stanco, e del resto il sacrificio dell’idiota dal cervello viscido m’aveva già abbastanza soddisfatto. L’ho fatta breve: un solo colpo in testa. Gli ho dato giù pesante, perchè un occhio gli è schizzato fuori dall’orbita. Silenzio. Sulla porta, immobile e con gli occhi sbarrati, la signorina che dà i biglietti. Sullo schermo, la scena finale, uccelli ovunque. Ho guardato la tipa, e mi sono sentito davvero pacificato con me stesso. Bellissimo. La pace. “MI scusi per il casino, ma ‘sti qui non mi facevano vedere il film in santa pace…” Solo allora ha trovato la forza di urlare.

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Questione di vocali

Mi rendo conto che postare adesso è ridicolo, ma ci credete che da ieri mattina è il primo momento di respiro che riesco a prendere?
Comunque, ovviamente sono distrutta, ovviamente non ho manco la forza di argomentare le mie opinioni con parole mie. Per cui giaccio su quelle altrui. Nello specifico quelle di Gad Lerner e di Franceschini.
Se si è colpevoli, si deve stare in carcere. La legge prevede che si stia in carcere anche prima di essere dichiarati colpevoli, in caso ci sia sospetto di inquinamento delle prove e forti indizi di colpevolezza. Ma perché si debba stare in carcere quando gli indizi mancano mi sfugge. Adesso esce fuori che Loyos non deve rimanere in carcere neppure per calunnia ai danni del suo connazionale. Sta dentro per aver calunniato la polizia rumena, che non so neppure se rientri nel reato di oltraggio a pubblico ufficiale (avvocati all’ascolto, illuminatemi). La tentazione di chiedersi cosa sarebbe successo se fossero stati italiani è forte…

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Come nel Dr. House

Ieri, come sapete, ho fatto la famosa ecografia. Complessivamente, non c’è nulla; il pancreas sta bene, la milza pure, lo stomaco ok. Quindi quello di capodanno è stato un fatto episodico. Mi piacerebbe sapere cosa l’ha scatenato, per evitarlo in futuro, ma mi sa che chiedo troppo. Però ho il fegato affaticato.
Ora.
Io non bevo. Ai pasti solo acqua, birra e superalcolici solo quando esco, che tutto sommato non accade così spesso. Tipo, l’ultima birra credo di averla bevuta a dicembre a Monaco. Ok, qualche volta, la sera, mi concedo un liquorino. Ma sarà massimo massimo una volta a settimana, ma anche meno. Faccio una dieta equilibrata, faccio moto, tengo sotto controllo il peso.
Cosa cazzo vuole da me il mio fegato?
Comunque, non era di questo che volevo parlarvi. Ma della maieutica.
Mentre stavo sdraiata sul lettino con la sonda dell’ecografo tra le lo costole, per altro trattenendo il fiato per interminabili secondi (quando ti fanno l’ecografia all’addome non devi respirare) in stanza c’erano due medici e uno specializzando. Lo specializzando è lì per imparare, lo sanno tutti. Per cui viene tartassato di domande.
“Guarda qua che bella questa anomalia anatomica: la vena *** è in realtà quadrupla. Quando questa cosa può essere significativa?”
E lo specializzando annaspa alla ricerca di una risposta, tirando fuori ovviamente le patologie più rare e assurde.
“Perché posso dire con certezza che la signora soffre di reflusso gastroesofageo?”
E lo specializzando balbetta.
Sembrava una puntata del Dr. House. Avete presente, quando lui mette sotto torchio Cameron & co. (ok, adesso sono Thirteen & co., ma io ho smesso la visione alla terza stagione).
La cosa mi ha divertito perché io ci sono passata un sacco di volte nel ruolo dello specializzando. Sono una giovane Padawan che va iniziata ai misteri della forza, da quando ho vinto il dottorato, per cui il prof con cui lavoro mi torchia.
“Cos’è la CIA?”
“Perché se il seeing è buono può darsi che le immagini siano difficili da ridurre?”
E io lì ad annaspare.
È così che funziona. È così che s’impara. Nella scienza il rapporto allievo maestro è ancora il veicolo privilegiato per l’apprendimento. Ogni giovane virgulto ha alle spalle un ricercatore senior che lo torchia ad ogni incontro. Un tempo queste cose mi mettevano l’ansia. Cioè, vorrei anche vedere, credo sia normale. Ora no. Ora le trovo utili. Forse quasi mi divertono. E mi spronano.
Something is changing…

P.S.
Vi segnalo questa intervista. La trovo divertente, anche se io sono schizzata come non mai. La feci in quel di Mantova a settembre, lui è Francesco Gungui, che ha scritto questo libro divertente e piacevole da leggere.

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argh!

L’avventura di capodanno oggi dovrebbe trovare la sua conclusione; dopo visita e analisi del sangue, devo fare un’ecografia all’addome. Tutto ok, uno direbbe.
Un corno!
Innanzitutto sono due giorni che mi sono stati vietati latte e latticini, frutta e verdura, il che vuol dire che mi hanno segato via tutte le cose che mi riempiono, nonché un buon 50% della mia dieta giornaliera. E poi, oggi devo stare a digiuno fino alle 16.00, quando ho l’esame. Stamattina ho mangiato la mia colazione stile ultima cena: la mia ultima fetta biscottata prima di stasera, il mio ultimo biscottino prima della cena…l’orizzonte di otto ore otto di digiuno mi annienta. Io mangio ogni tre ore circa, come ci arrivo alle quattro di oggi pomeriggio?
Si prospetta una giornata pesante…

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