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31
marzo 2009

Venerdì sera sono andata a vedere il nuovo spettacolo di Sabina Guzzanti. È stato un po’ un caso. I miei hanno visto che era in cartellone, hanno preso i biglietti, e io mi sono aggregata. Questo nonostante io la Guzzanti l’abbia sempre apprezzata. I programmi del trio Dandini & Guzzanti bro. sono sempre stati i miei preferiti, a livello di satira.
È stata la prima volta per me di uno spettacolo satirico live. Addirittura la prima volta che ho visto a teatro qualcosa di esplicitamente comico, se non vogliamo contare la Casina che vidi al Teatro Romano di Benevento ai tempi in cui ancora andavo in giro con le maglie extralarge dei Nirvana e un centrino in testa.
Che ho apprezzato, molto, manco ve lo dico. Lei è bravissima, lo spettacolo soffre giusto di una lunghezza che ho trovato un pelo eccessiva, ma c’è veramente tutto: la satira pungente e amara, la risata crassa, l’informazione. Ad avercele cose così in tv. Ce le avevamo, un sacco di tempo fa, poi la tetteculocrazia ha spodestato dai palinsesti le uniche cose che mi interessavano, e bon, ora non ce le abbiamo più.
Ma non è tanto questo che mi interessa dirvi. No, è che quelle due ore sono state allo stesso tempo consolanti e deprimenti. Le ottocento persone stipate nell’Ambra Jovinelli, sabato, erano lì a tirare un boccata d’aria. Dopo una settimana passata a leggere in giro le sparate di Berlusconi, a guardare il decadimento della società civile, è andata a teatro a sentirsi dire quel che tutto sommato già sa. Non credo ci fossero elettori del pdl, da quelle parti. Dagli applausi spontanei ogni volta che si trattavano temi come il caso Englaro, l’ingerenza della Chiesa nelle leggi dello stato, direi che non c’era nessuno di destra.
Eravamo lì a stringerci l’uno accanto all’altro. A dirci “ci siamo, non siamo soli”. Sentire la gente scoppiare in un applauso fragoroso sugli stessi argomenti che hanno indignato te ti dà quel po’ di speranza che ti aiuta ad andare avanti, a dire “cazzo, allora non sono l’unico che si arrabbia”. E da qui il senso di consolazione che Vilipendio mi ha trasmesso.
Ma.
Ma quel che abbiamo celebrato venerdì sera era un rito laico tra pochi intimi. Eravamo quella minoranza (suppongo siamo una minoranza, o non mi spiego perché Berlusconi sia al potere) che durante la settimana vive la sua diaspora. Isolati, tipicamente silenziosi, la pensiamo già come la Guzzanti, e le cose che ci dice trovano già un terreno fertile, per quanto sapere che in un libro distribuito nelle scuole e voluto dalla Prestigiacomo circa le Italiane notevoli si legga, a proposito di Rachele Guidi, moglie di Mussolini,
“[...]Rachele Mussolini, moglie appartata che costituisce il modello della popolana italiana capace di affrontare con coraggio e dignità la buona e la cattiva sorte[...]“
in effetti un pochetto gela il sangue nelle vene (a tal proposito vi invito a leggere questa interrogazione parlamentare al riguardo). Ma quelle stesse cose che ci fanno spellare le mani dagli applausi non dovrebbero arrivare a noi, che ci chiediamo che stato sia quello che ritiene di dover espellere dall’italia un bambino di dodici anni in fuga dal dolore e dalla guerra, ma tutti quelli che queste cose non le sanno, tutti quelli che non trovano nulla di male nel conflitto d’interesse o in un papa che va in africa a dire che il preservativo non serve a combattere l’AIDS.
Ma tutte queste informazioni non passano. E non sto dicendo che è colpa della Guzzanti, che ce la mette tutta, che è animata da una gran passione, che gronda da ciascuna delle parole del suo Vilipendio. Non lo so di chi è la colpa. Viviamo a compartimenti stagni. Senza spazio per il dubbio, senza possibilità di abbattere certe barriere ideologiche, senza riflessione sui fatti. Uno di destra non ci verrà mai a vedere la Guzzanti. Da cui il senso di sconforto.
Vi invito comunque ad andarci, a vedere la Guzzanti. Perché si ride tanto, perché si riflette, perché ci si sente, come lei stessa dice alla fine dello spettacolo, più liberi per due ore, e a quanto pare al momento è il massimo che possiamo permetterci.

30
marzo 2009

Con colpevole ritardo, sabato pomeriggio ho visto lo speciale di Che Tempo Che Fa con Roberto Saviano. Me l’ero registrata, perché ci tenevo a vederlo, e perché quella sera ero fuori.
Mi ha chiamato mia madre il giorno dopo per commentare, per dirmi cosa ne aveva pensato, e le sue parole sono state “è la tv come dovrebbe essere”.
Non posso che essere che completamente d’accordo. E per questo bisogna parlarne, e dirselo, che è così che la tv pubblica dovrebbe essere. Bisogna passarsi parola, e non solo per l’importanza, la bellezza vorrei dire, di ciò che in quelle due ore è stato detto, ma per mostrare che un’altra informazione è possibile, e che, meraviglia, la forza della denuncia, la bellezza della cultura, può fare audience, può essere persino popolare.
Quando consiglio a qualcuno di leggere Gomorra, a volte mi confronto con un pregiudizio: la paura di ricavare dalla lettura un desolante senso di sconforto, una triste mancanza di speranza. È una cosa che capisco. Mi è capitata un sacco di volte. Ti guardi, che so, una puntata di Report, lo apprezzi, ne esci arricchito, ma ti viene anche da pensare che siamo scesi troppo in basso per risalire, che io, tu non possiamo davvero fare niente.
Ecco. La cosa più bella che ho ricavato dalle due ore di visione dello speciale è il senso della speranza. Nelle parole di Saviano, nella prima straordinaria ora del programma, ho rivisto scorrere Gomorra, la sua forza, che sta nella passione, e nella capacità di affabulazione del racconto. Saviano ha un dono: saper raccontare. E saperti far entrare dentro le storie, fartele vivere, e farti sentire coinvolto da quei racconti.
E la rabbia palpabile nelle sue parole, quella rabbia giusta, che non è mero sfogo fine a se stesso, ma preludio al fare, indispensabile premessa al cambiamento, ecco, quella si trasmette, e ti fa credere che qualcosa è possibile. Che davvero il singolo non è un chicco di riso, che sono le azioni della gente comune che fa comunità a cambiare le cose.
È stato bello vedere in azione, a due anni dalla lettura del libro, la potenza della parola raccontata, una cosa con cui mi confronto spesso, di recente. Un racconto vale più di mille reportage, e ci sono parole che davvero scavano, costruiscono, innalzano. La scoperta dell’acqua calda, probabilmente, ma che scoperta…Soprattutto in un periodo in cui mi viene voglia di gettare la spugna, e rinchiudermi tra le quattro pareti di casa. Non che la vita interiore non abbia importanza, nell’esistenza di una persona, ma occorre anche aprirsi al mondo. A volte le paranoie personali sembrano assai meno gigantesche di quel che sono, quando vengono confrontate con la grandezza di ciò che ci circonda. Bisogna essere parte del flusso, per essere davvero utili, bisogna sentirsi parte dell’umanità fin nella più riposta fibra per vivere davvero, ecco cosa mi hanno dato quelle due ore spese davanti alla tv assieme a Giuliano. Oltre al piacere di sentir parlare di argomenti che ritenevi non potessero trovare cittadinanza in tv, e in prima serata, poi. Non solo denuncia, ma letteratura, altissima letteratura, e una riflessione più ampia sul posto che la parola occupa nel mondo.
Ci hanno imbrogliato quando ci hanno detto che non ci interessa. Ci hanno imbrogliato quando ci hanno spiegato che la tv è così perché siamo noi a volerla così, che il culo di una velina sparato a tutto schermo è tutto ciò cui aspiriamo. Non è vero. Non è stato mai vero, e i dati auditel della serata del mercoledì lo dimostrano chiaramente. E allora penso che la forza delle idee, del pensiero, hanno ancora un posto in questo paese disastrato, e che il singolo può fare un sacco, soprattutto se non lo si lascia solo.

28
marzo 2009

http://www.liciatroisi.it/blog/wp-content/uploads/2009/03/bo11.jpg
Avete perfettamente ragione. Non mi sono fatta sentire per una settimana, e non c’è una ragione plausibile. O meglio, ci sono una molteplicità di ragioni minori messe insieme. Ho avuto il raffreddore più forte da tre anni a questa parte. Sono stata alla Fiera del Libro per Ragazzi di Bologna. Ho avuto conferma che dovrò partecipare ad un congresso a giugno, per cui devo darmi da fare col lavoro. Ho i corsi di dottorato, e altri inghippi universitari. Ho dovuto fare i conti col modo contorto con cui sono fatta, e con la solita impossibilità di scrivere qua sopra tutti, ma proprio tutti i fatti che mi passano per la testa.http://www.liciatroisi.it/blog/wp-content/uploads/2009/03/bo21.jpg
Ma adesso mi faccio perdonare. Yep. Ho uploadato un paio di foto di Bologna e le ho nascoste in questo post. E una è molto, ma molto spoilerosa circa il mio prossimo, imminente progetto. A voi trovarla. Se poi non ci riuscite, più tardi vi do un piccolo aiutohttp://www.liciatroisi.it/blog/wp-content/uploads/2009/03/bo31.jpg

20
marzo 2009

Più passa il tempo mi rendo conto che la fisica ti scava proprio dentro. Probabilmente capita così con tutti quanti i lavori, ma io ho sott’occhio solo la fisica e i fisici.
Comincia che ti modifica il linguaggio. Passi così tanto tempo a contatto col tuo lavoro, che alla fine tutto il mondo lo descrivi con quei termini lì.
“Purtroppo sono biasata nel giudizio”.
Bias, uno degli errori sistematici da cui sono affette le misure, in astrofisica il livello zero della rivelazione di un’immagine. Sono biasata, ho un pregiudizio.
Poi è la struttura di pensiero che cambia.
“Dobbiamo integrare questa cosa nel documento”, dice qualcuno, e a me e alla mia collega dottoranda viene in mente l’integrale di una funzione. A me addirittura salta alla mente una barzelletta che mi raccontarono al primo anno, molto nerd: c’è una festa di tutte le funzioni matematiche, e da una parte c’è e elevato alla x, in disparte, abbattuta. Qualcuno le si avvicina e le fa: “Ma dai, divertiti, integrati!”, e lei risponde, “tanto è uguale”. Roba che può far ridere solo un matematico, o un fisico, o un ingegnere. Roba nerd.
“Dovresti fare uno studio sul tuo peso, invece di stare a rompere le balle che stai ingrassando. Osservi le oscillazioni connesse al variare di vari fattori: l’ora, il giorno del ciclo, e roba così” dice Giuliano quando dico che sto ingrassando.
Oppure quella volta che mi sono messa a ragionare sul funzionamento della moka.
Il mondo diventa un puzzle, la realtà un posto di meraviglie, dove la minima stronzata ti ricorda fisica 1 o 2. Non mi toglierò mai dalla mente l’immagine di Margherita Hack, ospite da Piero Angela, che girava su una sedia girevole con dei pesi in mano. Quando chiudeva le braccia, accelerava. Conservazione del momento angolare, fisica 1. Eppure lei rideva come una bambina.
Non so se siamo tutti appassionati. Non so se semplicemente da un certo punto in poi ci si fonde il cervello e diventiamo monotematici. Certo, ci sposiamo parecchio tra di noi. Almeno gli astrofisici lo fanno spesso. Ma mi piace osservare come il nostro lavoro si infili qua e là nelle nostre vite, come se essere un fisico fosse un modo d’essere, prima ancora che un lavoro, come se la fisica ci avesse impresso sopra il suo marchio indelebile.

19
marzo 2009

Matteo Mazzuca, che ieri era ospite con me a Repubblica Tv, mi ha appena fatto notare una chicca sul sito di Repubblica, nella pagina che ospita la nostra intervista.

astrofica

Che dire. So di non essere la prima ad aver ricevuto tale definizione, ma so’ comunque soddisfazioni, devo dire :P

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