Archivi del giorno: 20 marzo 2009

Il marchio della fisica

Più passa il tempo mi rendo conto che la fisica ti scava proprio dentro. Probabilmente capita così con tutti quanti i lavori, ma io ho sott’occhio solo la fisica e i fisici.
Comincia che ti modifica il linguaggio. Passi così tanto tempo a contatto col tuo lavoro, che alla fine tutto il mondo lo descrivi con quei termini lì.
“Purtroppo sono biasata nel giudizio”.
Bias, uno degli errori sistematici da cui sono affette le misure, in astrofisica il livello zero della rivelazione di un’immagine. Sono biasata, ho un pregiudizio.
Poi è la struttura di pensiero che cambia.
“Dobbiamo integrare questa cosa nel documento”, dice qualcuno, e a me e alla mia collega dottoranda viene in mente l’integrale di una funzione. A me addirittura salta alla mente una barzelletta che mi raccontarono al primo anno, molto nerd: c’è una festa di tutte le funzioni matematiche, e da una parte c’è e elevato alla x, in disparte, abbattuta. Qualcuno le si avvicina e le fa: “Ma dai, divertiti, integrati!”, e lei risponde, “tanto è uguale”. Roba che può far ridere solo un matematico, o un fisico, o un ingegnere. Roba nerd.
“Dovresti fare uno studio sul tuo peso, invece di stare a rompere le balle che stai ingrassando. Osservi le oscillazioni connesse al variare di vari fattori: l’ora, il giorno del ciclo, e roba così” dice Giuliano quando dico che sto ingrassando.
Oppure quella volta che mi sono messa a ragionare sul funzionamento della moka.
Il mondo diventa un puzzle, la realtà un posto di meraviglie, dove la minima stronzata ti ricorda fisica 1 o 2. Non mi toglierò mai dalla mente l’immagine di Margherita Hack, ospite da Piero Angela, che girava su una sedia girevole con dei pesi in mano. Quando chiudeva le braccia, accelerava. Conservazione del momento angolare, fisica 1. Eppure lei rideva come una bambina.
Non so se siamo tutti appassionati. Non so se semplicemente da un certo punto in poi ci si fonde il cervello e diventiamo monotematici. Certo, ci sposiamo parecchio tra di noi. Almeno gli astrofisici lo fanno spesso. Ma mi piace osservare come il nostro lavoro si infili qua e là nelle nostre vite, come se essere un fisico fosse un modo d’essere, prima ancora che un lavoro, come se la fisica ci avesse impresso sopra il suo marchio indelebile.

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