Con colpevole ritardo, sabato pomeriggio ho visto lo speciale di Che Tempo Che Fa con Roberto Saviano. Me l’ero registrata, perché ci tenevo a vederlo, e perché quella sera ero fuori.
Mi ha chiamato mia madre il giorno dopo per commentare, per dirmi cosa ne aveva pensato, e le sue parole sono state “è la tv come dovrebbe essere”.
Non posso che essere che completamente d’accordo. E per questo bisogna parlarne, e dirselo, che è così che la tv pubblica dovrebbe essere. Bisogna passarsi parola, e non solo per l’importanza, la bellezza vorrei dire, di ciò che in quelle due ore è stato detto, ma per mostrare che un’altra informazione è possibile, e che, meraviglia, la forza della denuncia, la bellezza della cultura, può fare audience, può essere persino popolare.
Quando consiglio a qualcuno di leggere Gomorra, a volte mi confronto con un pregiudizio: la paura di ricavare dalla lettura un desolante senso di sconforto, una triste mancanza di speranza. È una cosa che capisco. Mi è capitata un sacco di volte. Ti guardi, che so, una puntata di Report, lo apprezzi, ne esci arricchito, ma ti viene anche da pensare che siamo scesi troppo in basso per risalire, che io, tu non possiamo davvero fare niente.
Ecco. La cosa più bella che ho ricavato dalle due ore di visione dello speciale è il senso della speranza. Nelle parole di Saviano, nella prima straordinaria ora del programma, ho rivisto scorrere Gomorra, la sua forza, che sta nella passione, e nella capacità di affabulazione del racconto. Saviano ha un dono: saper raccontare. E saperti far entrare dentro le storie, fartele vivere, e farti sentire coinvolto da quei racconti.
E la rabbia palpabile nelle sue parole, quella rabbia giusta, che non è mero sfogo fine a se stesso, ma preludio al fare, indispensabile premessa al cambiamento, ecco, quella si trasmette, e ti fa credere che qualcosa è possibile. Che davvero il singolo non è un chicco di riso, che sono le azioni della gente comune che fa comunità a cambiare le cose.
È stato bello vedere in azione, a due anni dalla lettura del libro, la potenza della parola raccontata, una cosa con cui mi confronto spesso, di recente. Un racconto vale più di mille reportage, e ci sono parole che davvero scavano, costruiscono, innalzano. La scoperta dell’acqua calda, probabilmente, ma che scoperta…Soprattutto in un periodo in cui mi viene voglia di gettare la spugna, e rinchiudermi tra le quattro pareti di casa. Non che la vita interiore non abbia importanza, nell’esistenza di una persona, ma occorre anche aprirsi al mondo. A volte le paranoie personali sembrano assai meno gigantesche di quel che sono, quando vengono confrontate con la grandezza di ciò che ci circonda. Bisogna essere parte del flusso, per essere davvero utili, bisogna sentirsi parte dell’umanità fin nella più riposta fibra per vivere davvero, ecco cosa mi hanno dato quelle due ore spese davanti alla tv assieme a Giuliano. Oltre al piacere di sentir parlare di argomenti che ritenevi non potessero trovare cittadinanza in tv, e in prima serata, poi. Non solo denuncia, ma letteratura, altissima letteratura, e una riflessione più ampia sul posto che la parola occupa nel mondo.
Ci hanno imbrogliato quando ci hanno detto che non ci interessa. Ci hanno imbrogliato quando ci hanno spiegato che la tv è così perché siamo noi a volerla così, che il culo di una velina sparato a tutto schermo è tutto ciò cui aspiriamo. Non è vero. Non è stato mai vero, e i dati auditel della serata del mercoledì lo dimostrano chiaramente. E allora penso che la forza delle idee, del pensiero, hanno ancora un posto in questo paese disastrato, e che il singolo può fare un sacco, soprattutto se non lo si lascia solo.