Archivi del mese: marzo 2009

8 Marzo

Il fatto che la festa della donna fosse ieri mi ha permesso di evitare gli auguri fatti di persona. È da quando sono piccolina che gli 8 marzo della mia vita sono conditi da mimose e auguri di cui ho sempre faticato a comprendere il senso.
Il significato della festa me lo spiegarono molto presto a scuola, e per questo ho sempre faticato a ringraziare uno qualsiasi che in quel giorno mi fa gli auguri. È un po’ come se il giorno di commemorazione della Shoà qualcuno andasse da un ebreo a fargli auguri. Per carità, non è colpa di chi, con le migliori intenzioni, quel giorno si sente quasi in dovere a regalarti la mimosa. È colpa di chi ha seppellito il senso di questo giorno di celebrazione sotto le solite tonnellate di luoghi comuni e paccottiglia commerciale.
La festa della donna non è S. Valentino, e non c’è niente da festeggiare. Non stiamo qui a dire che siamo belle e preziose, e che come fiori andiamo protette dal maschio dominante. È una giornata commemorativa delle donne per le donne. È una giornata di lotta, in cui si fa il punto, si cerca di capire qual’è la nostra condizione nella società, dove siamo e dove dobbiamo andare.
E invece, come molte delle cose che riguardano più profondamente il ruolo della donna nella società, è stata annacquata, privata di senso. Mi viene in mente un parallelismo con questa storia degli stupri. Ogni volta che si ha notizia di uno stupro, e fermo restando che la condizione necessaria è che sia stato uno straniero a perpetrarlo su un’italiana, scatta l’indignazione popolare, che sarebbe anche giusta, se non somigliasse troppo alla rabbia dell’uomo cui hanno toccato la donna di sua proprietà. Così, le mimose l’8 marzo sono qualcosa di simile; il problema non è che la donna debba essere accettata come persona, prescindendo dal genere, che le debba essere permesso di realizzarsi in qualsiasi modo ella voglia. No, piuttosto l’8 marzo l’altra metà del cielo si ricorda che esistono anche le donne, che sono una cosa tanto bella, in piena retorica da canzonetta, che va protetta dalle insidie del mondo dalle braccia forti dell’uomo di turno. Il problema è che questa visione viene anche accettata dalle donne, che son contente di ritagliarsi il loro angolino nello spazio che vien loro concesso. Ma donna non è più bello di uomo, semplicemente donna deve essere uguale a uomo, nei diritti e nei doveri, nelle opportunità e nelle responsabilità. E, al momento, così non è. E finché permarrà questa situazione, c’è ben poco da festeggiare e molto da rimboccarsi le maniche.

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A volte ritornano

L’altro giorno a lezione ci hanno chiesto com’è che abbiamo scelto di fare astrofisica. Sono venute fuori storie tutte più o meno simili: a sei, sette, dieci anni uno resta folgorato da qualcosa. Che sia il cielo stellato di notte, che sia il primo oggetto che vedi con un telescopio, o un documentario un po’ inquietante su vita e soprattutto opere di Stephen Hawking. E da lì diventa una passione.
È curioso come queste storie siano spesso simili a quelle di alcuni scrittori. Molto spesso anche lì si comincia presto, e poi il vizio non ti passa.
Ho pensato che ci sono lavori che sono soprattutto passioni. Che devono essere passioni, o non puoi farli. Non ce la fai a laurearti in fisica, se non ti piace, e non ce la fai neppure a fare il ricercatore. Perché la cosa ti chiede dei sacrifici, che sia la notte passata a fare il proposal per l’osservazione al telescopio o sia lavorare sottopagato in un paese che ti considera un parassita.
Quando, ormai la bellezza di tre anni fa, ebbi la mia crisi di vocazione e provai a fare altro nella vita, ero convinta che la passione se ne fosse tutta andata. Che fare un diagramma colore magnitudine, ridurre dati su dati, sempre di più, sempre nuovi, mi aveva stancata. Mi sono andata rileggere quel che scrissi quel giorno, quando decisi che la mia vita doveva cambiare.
In mezzo a questi tre anni c’è stato di tutto. I tre mesi a Monaco, il lavoro con Gaia, il matrimonio, i libri. La fotometria era finita chissà dove, non lo so. E poi, un giorno di marzo, schiacciata tra i corsi che ormai mi riempiono mezza giornata e la casa che reclama di essere curata, ho riscoperto la passione di quei giorni lì. Eppure è ancora faticoso, forse anche di più, perché in tre anni senza ridurre dati uno si arrugginisce, dimentica. In tutto questo tempo avevo fatto il tecnologo, la scienza era più sullo sfondo. E invece mi piace ancora. Mettermi alla scrivania e ridurre. Preparare l’articolo. Andare al congresso.
Forse domani cambierò di nuovo idea. Forse mi dimenticherò a che a undici anni decisi che le stelle erano il mio sogno. Non lo so. Ho imparato che la vita è davvero strana, ti porta dove vuole lei e tu puoi farci poco, se non dare il meglio di te. E allora mi godo questo stato di grazia, questi giorni in cui fare il mio lavoro mi piace. E magari prima o poi mi metterò al lavoro anche su un nuovo post Astronomica, per ricordarmi che tanti anni fa mi piaceva anche fare un po’ di divulgazione.

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Video

È una settimana piuttosto piena, e questo spiega la mia assenza. Vi lascio allora con due cose.
Primo, vi invito ad andare a vedere questo video nella sezione dei cosplay. Vi confesso che io mi stavo commuovendo, anche perché è recitato davvero bene. I ragazzi che l’hanno realizzato mi hanno fatto davvero un regalo splendido.
Il secondo è il video di cui vi avevo parlato lunedì. Lo incollo qua sotto. Buona visione!

Io, Noi, Loro

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Io, Noi, Loro

Non me ne vogliano tutti gli altri posti in cui sono stata per qualche presentazione, ma gli incontri con gli studenti nella mia vecchia scuola hanno sempre qualcosa di speciale.
È che in qualche modo è rimasto tutto come allora e tutto è diverso. La facciata aperta sui giardinetti e il commissariato di polizia, i corridoi ampi, l’aula magna nella quale più di dieci anni fa suonai durante il concerto di fine anno, gli androni nei quali mi appostavo la mattina, aspettando di veder passare il ragazzo che mi piaceva, persino la cartina della grecia, sul muro.
Ma tutto è diverso, perché gli studenti mi danno del lei, e io non sono seduta in platea, incerta se farla o meno la domanda che ho preparato, ma dall’altro lato della cattedra.
Quando dico che buona parte di quel che sono è nato lì dentro non sto facendo complimenti a nessuno. Lo penso davvero. È vero. E vorrei che parte di quel che mi è stato dato in quegli anni, la possibilità di crescere, di essere una persona migliore, di scoprire me e il mondo, tornasse indietro. Per questo a volte torno, e incontro ragazzi che vivono quelle aule in cui anch’io ho sudato, e pianto e gioito.
E dalle brume del tempo, è venuto fuori qualcosa che vorrei farvi vedere. Era il ’97, un anno per me mitico per svariate ragioni. L’estate del ’97. E giungeva a compimento un progetto, uno dei tanti, che avevamo portato avanti durante il ginnasio. Gli Occhi degli Altri, si chiamava. Un nome bellissimo, se ci pensate, che ha influenzato quel che ho scritto qualche giorno fa. Scopo del progetto era appunto la scoperta dell’Altro, della sua diversità, vissuta per una volta non come minaccia o fonte di paura, ma di arricchimento reciproco. Leggemmo libri, ci informammo sul mondo. Personalmente, capii un sacco di cose. E insomma, producemmo un cortometraggio. È stato proiettato di nuovo durante la mia presentazione di sabato. Si capiscono un sacco di cose di me, di quel che scrivo e di questo posto, da quel cortometraggio. Lì per lì ho sghignazzato al vedermi com’ero a sedici anni, bloccata per sempre in quell’istante irripetibile in cui imparavo a conoscere la vita, in tanti sensi diversi. Poi però mi sono fatta prendere dalla foga e dal messaggio di quel corto, che pur con tutti i suoi limiti, con la recitazione stentata e l’audio così così, arriva. Si vede il lavoro che c’è dietro, si vede l’impegno, al di là delle pose da sedicenne che a questo cose non dà importanza. Alla fine penso che ci credevamo davvero. In molti ancora ci crediamo. Eravamo un gruppo di ragazzi appassionati, e ancora lo siamo.
Mi piacerebbe farvelo vedere, ma, sebbene sia pubblico e sia stato proiettato molte volte in questi dieci anni, ho paura che non tutti gradiscano farsi rivedere da un pubblico più vasto com’era in quegli anni. E allora vi incollo il fotogramma che riassume il senso di quel corto. Se mi riesce, prima o poi vi posto la sceneggiatura.
Lo dedico a noi della I B del ’96/’97, e ai miei professori di allora, che per me son davvero stati maestri di vita.

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