Confesso di non aver mai amato particolarmente l’aspetto architettonico di questa università. O meglio, della facoltà di scienze, che è in assoluto la più bruttina tra tutte quelle di Tor Vergata. Non so cosa avesse in mente l’architetto quando l’ha tirata su, ma per motivi ignoti c’è tutto un piano che è praticamente tagliato fuori dalla luce del sole. E io ovviamente sto lì. Per altro al crocevia dei drammi esistenziali degli abitanti di questo posto. Sarà che nella bacheca qua fuori affiggono i risultati degli esami, ma quasi sempre qui davanti si apposta qualcuno a parlare, tipicamente a voce alta.
Ma c’è una cosa che mi piace molto di questo edificio e della sua collocazione. È pieno di prati. Hanno provato a farne fuori qualcuno, istallando queste orride strisce di prato sintetico in uno dei viali, ma per fortuna hanno lasciato intatti i prati intorno.
All’ipercubo, uno degli spazi verdi proprio davanti alla facoltà, andavamo con Giuliano quando ci conoscevamo appena. Che fosse per pranzare, per studiare, o solo per stare un po’ assieme, l’estate del 2000 l’abbiamo passata sdraiati là.
Così, ieri, in debito di luce e appesantita da un pranzo non esattamente sano, ho preso l’iPod e sono andata fuori. Finalmente c’era un bel sole. Mi sono stesa sull’erba, ho messo su un po’ di musica rilassante e sono stata lì mezz’ora a ricaricare le pile. Ne avevo bisogno.
È anche così che questo posto per me diventa vivo. È anche così che me ne approprio, che mi scavo la mia piccola tana. Perché per lavorare bene c’è bisogno anche di questo. Una piccola e confortevole tana nella quale non sentirsi troppo distanti da casa.
È stato bello. Penso ripeterò l’esperienza. Nuvole in corsa sulla mia testa, un sole dolce di inizio primavera, e un sacco di musica nella testa.