Ti svegli di notte, all’improvviso. E ti ci vuole meno di un secondo a capire. Anche se non sei ancora passato del tutto dal sonno alla veglia, intuisci immediatamente. La casa trema per parecchi secondi. Tanti quanto bastano a tuo marito per dirti un sacco di volte “stai tranquilla, non ti preoccupare”. Poi, un rallentamento, e di nuovo, ancora per un tempo interminabile, come se non finisse mai. Senti un rumore che non capisci bene cos’è, ti viene da piangere.
“Ma è stato un terremoto?” dici quando è finito, perché hai cominciato a vagliare ipotesi alternative, nel silenzio che segue, nella quiete successiva.
“Certo che è stato un terremoto”.
Mi sono svegliata così alle 3.30 di stanotte. Non mi era mai capitato di sentire un terremoto così forte. Non è stata tanto la paura che potesse succederci qualcosa, perché Roma è sempre stata una zona modestamente sismica. No, è la sensazione di essere in balia di qualcosa che non controlli, il senso di estraneità che ti comunica all’improvviso la tua casa, che non è più un luogo sicuro, un rifugio e una tana, ma un posto che non ti appartiene, che ti è nemico. Senti le vibrazioni nel letto, e capisci che non puoi fare altro che sperare che finisca presto, e intanto conti gli interminabili secondi in cui ti senti un nulla, l’ospite sgradito di una terra che implacabile si evolve, muta, trema.
In camera da letto ho delle appliques, per cui sono andata in salotto, in cucina, dove i lampadari ballavano il rock’n'roll. E ho pensato ai miei nonni a Benevento, ai nonni di mio marito in Umbria. Perché quando a Roma la terra trema così, vuol dire che è successo qualcosa di brutto, di molto brutto, da qualche altra parte. Era il 23 Novembre 1980, e io sarei nata due giorni dopo, quando mia madre col pancione vide la cucina di casa oscillare. le case stavano venendo giù in Irpinia, il quello stesso S. Angelo dei Lombardi dove, 27 anni dopo, avrei tenuto una presentazioni in libreria. E giù a correre al telefono pubblico, a sapere se a Benevento stavano tutti bene.
Ho cercato di ricostruire la mappa del sisma su Facebook, alla ricerca delle sue tracce, ma eravamo tutti di Roma a chiederci inquieti notizie, a cercare di capire cosa era successo. E c’è voluta un’ora per sapere che era stato a L’Aquila.
Ho amici in Abruzzo, per fortuna non in quelle zone. Soprattutto ho il cuore in Abruzzo, un posto dove sono stata un sacco di volte, dove per la prima volta ho preso dati da un telescopio scientifico vero, e per un certo periodo di tempo ho anche pensato che mi sarebbe piaciuto vivere a L’Aquila, che è un gioiello di città. E a Teramo c’è l’osservatorio dove sono andata in missione un paio di volte, e un sacco di ricordi stupidi e insignificanti che ti vengono in mente quando succedono cose del genere.
Un terremoto di notte è un colpo basso di Dio, del destino o chi per lui. Un terremoto alle 3.30 di notte è una vigliaccata che ti coglie quando sei più vulnerabile che mai. E fa parte di quelle numerose cose insensate che la ragione si rifiuta di accettare come inevitabili.