Archivi del mese: maggio 2009

Fumetti

Prima di tutto, errata corrige del post di ieri sul blog de La ragazza Drago. Come mi è stato fatto notare, ho detto quella che in gergo tecnico in genere si definisce cavolata, o qualcosa di più volgare. Andavo di fretta e non ho letto con attenzione il regolamento. No, non è una fanfiction che dovete scrivere, ma un racconto. Stop. E la scadenza è il 31 maggio. Come al solito vi dico le cose in ritardo. Non si può essere perfetti, soprattutto quando si passa un periodo come quello che sto passando io, ossia le forche caudine di impegni personali e lavorativi di vario genere. Abbiate un po’ di pazienza, anche se ne avete avuta già un sacco (e di questo vi ringrazio).
Ah, circa il precedente contest, quello in cui dovevate realizzare un cosplay su Le Leggende, spero che la vincitrice sia stata contatta dalla Mondadori. Io li ho sentiti più volte ricordando loro questa cosa, e mi hanno detto che si sarebbero messi in contatto con lei al più presto. Se ancora non li ha sentiti ed è là fuori all’ascolto, non ci siamo affatto dimenticati, si sta solo studiando la logistica del tutto.

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Voltiamo pagina. Ieri c’è stata la fatidica presentazione del fumetto delle Cronache. Innanzitutto, finora avevo visto il risultato finale solo sullo schermo del mio computer. Dal vivo è ancor più figo, trovo sia una cosa davvero riuscitissima, trasuda passione e impegno. Spero apprezzerete anche voi quanto me. Io è da ieri sera che me lo sfoglio in continuazione.
Foto dell’evento non ne ho. Non lo so, ormai la macchina fotografica la dimentico sempre a casa. Ma foto in generale ne sono state fatte, quando ne avrò qualcuna la metterò nella sezione apposita.
Innanzitutto, questa ve la devo dire. Ho conosciuto Marco M. Lupoi, direttore editoriale della Panini, che per inciso è la casa editrice del fumetto de Le Cronache. È stata un’esperienza lisergica. Non solo perché è un tipo un sacco simpatico, ma perché io lo conoscevo solo in questa veste

ossia nel modo in cui lo disegna (uno dei modi, qui è versione “L’eroe da giovane”) Leo Ortolani in Ratman. Cioè, rendetevi conto :P .
Per quel po’ che ne capisco, la presentazione è andata bene. Io di sicuro mi sono divertita un sacco. Mi sembra che il quartetto di relatori (per la cronaca io, il suddetto Lupoi, Roberto Recchioni e Giuseppe Ferrario) abbia funzionato bene. Ho notato che quando si presenta un fumetto l’atmosfera tende ad essere più sciolta che quando si presenta un libro. Sarà che i fumettisti se la tirano meno degli scrittori :P . Il che dovrebbe spaventarvi, perché le mie presentazioni hanno mediamente un’atmosfera assai informale. Figuratevi quindi ieri.
Adesso non resta che aspettare il 5 giugno, quando il fumetto sarà disponibile urbi et orbi. Nel frattempo…

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Il blog ufficiale de La Ragazza Drago

Rapida notizia prima di scappare. Avevo pensato di parlarne domani, ma poi ho preferito farlo subito. Esiste un blog ufficiale sui libri de La Ragazza Drago. Lo trovate a questo indirizzo. È curato dalla Mondadori, e lo trovo un’iniziativa molto, molto carina. Innanzitutto perché è uno spazio per voi nel quale parlare un po’ di questa saga, ed è molto aperto a qualsiasi vostro contributo. Poi perché ci sono anche degli interessanti approfondimenti (e altri ce ne saranno in futuro) sui luoghi e i temi dei libri. E poi, soprattutto, sono stati aperti due contest. Il primo prevede la creazione di artwork sulla saga; sfogliando le pagine troverete un bel po’ di splendidi esempi. Il secondo riguarda invece la creazione di fanfiction, ossia un racconto breve (3600 battute, circa due pagine) che si infili in qualche tasca della trama della saga. Per chi si sente più portato per le arti figurative, potete partecipare anche con un fumetto. I migliori cinque lavori vinceranno una copia autografata de L’Albero di Idhunn e potranno incontrarmi durante una delle mie presentazioni. Cioè, gli autori potranno incontrarmi. Ho ecceduto in figure retoriche :P
Bon, dateci sotto e divertitevi, mi raccomando!

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Licia 2.0

L’evoluzione di Licia 2.0 continua. Scelte diverse, il tentativo di modificare il proprio modo di vivere, il voler adottare un diverso punto di vista su me e sul mondo.
È come uscire molto lentamente da una crisalide, così lentamente che solo chi ti conosce davvero può capire quanto tu sia diversa da prima. E siamo solo all’inizio.
Guardo al mondo con occhi diversi, guardo a me stessa con occhi diversi.
Tornano persino vecchie paure. Chissà perché, poi.
Tornano anche vecchi, inutili vizi, e stupide tentazioni. E le cose con cui avevo imparato a fare i conti qualcosa come tre, quattro anni fa, cose che avevo giurato non sarebbero mai più capitate, ecco, mi danno di nuovo parecchio fastidio. Perché non le percepisco più come una provocazione a me stessa, e quindi chissene. No. Diventano l’assalto al mio mondo fragile, alla tela di affetti che mi sono costruita e vado costruendo. E per questo non riesco più a passarci sopra.
Intanto le priorità cambiano, gli equilibri si spostano. E nessuno se ne accorge. E tutto sommato è anche bello. Riscopro il piacere di tenermi delle cose solo per me e per pochi intimi. La bellezza di possedere cose che solo quelli che hanno la chiave possono vedere. Gli altri non le sapranno mai. Forse è questa la differenza tra i miei libri e questo posto. Che solo nei libri posso parlare veramente di tutto senza sentirmi nuda o violata nella mia intimità. Perché le storie velano e scoprono, le storie nascondono e svelano. Il blog è mera esibizione dell’ovvio, di ciò che andrebbe forse celato, nascosto. Il blog, nella sua pretesa di realtà, è come un reality: finto. Un libro, nella sua pretesa di finzione, è quanto di più vero esista.
Bisogna immergersi nella rete per capire quanto sia piena di niente. Bisogna avere un blog per rendersi conto di quanto sia impossibile comunicare certe cose ad un pubblico che non conosci, ma che conosce te. E bisogna scrivere libri per capire che solo lì starà la tua essenza.
Nel mondo di Licia 2.0, l’ambito del blog si riduce sempre più, e continua ad essere piacevole scriverci sopra, e riversarci certi propri pensieri, alcune riflessioni, molte sciocchezze. Il mondo dei libri invece si allarga a dismisura, comprendendo pian piano la totalità della mia persona.
Forse è solo una questione di destinazioni d’uso. Ho aperto questo posto, quattro anni fa, pensando davvero di poter scrivere un diario come quando ero ragazzina, nel chiuso della mia stanza. Lo guardo ora e capisco che ha tutta un’altra funzione. Che è un diario pubblico e questo lo rende una specie di manifesto. In pubblico non parli di ciò che è più intimo, ma parli di politica, di cultura, e ti fai anche quattro risate. Quattro anni per capire questa semplice, chiara verità. E intanto il mondo si fa piccolo, e io divento grande. Fosse la volta buona che stia crescendo per davvero…

P.S.
Vi ricordo che oggi ci sarà la presentazione del fumetto. Ore 18.00, Mondadori Multicenter Via del Corso 472, a Roma. Ci saremo io, Roberto Recchioni, Giuseppe Ferrario e Marco M. Lupoi. Vi si attende, as usual.

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La donna ignuda

A pranzo in una tavola calda. Mi siedo in solitudine col mio vassoio. Accanto a me, due tizi in evidente pausa pranzo da lavoro. Colgo scampoli di conversazione.
“Che poi è un bombardamento, una provocazione continua. Tutte ‘ste donne nude”.
Eccola là, attaccano con la donna ignuda che provoca. E che balle…
“Facci caso, sui cartelloni ci sono solo donne nude, mai uomini”.
Mo mi giro e glielo dico: “Guarda, a noi farebbero piacere anche un po’ di uomini nudi, ma si dice che tiri più un pelo…vabbeh, il resto lo sai, no?”
“Poi ci sono quelle che si capisce proprio che ti stanno provocando”
Cazzo. È abbastanza accollata la maglietta? O sto provocando? E la gonna? Alle caviglie e nera, direi che ci siamo. Fermati! Non ciucciare così il caprino dalla forchetta, che fa tanto porno amatoriale!
Il resto, si perde nel vociare della folla.

No, davvero, domanda: tutta questa carnazza al sole d’estate, a voi uomini vi fa un baffo perché tanto siete mitridatizzati dalle veline con le chiappe al vento tutte le sere, o la carnazza è sempre carnazza? Per sapere…

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Che afa fa

La widget di Dashboard sul mio Air segna 24°. Stamattina la macchina, alle 9.30, diceva 29°. Quando mi sono svegliata, alle 8.00, le lenzuola erano un sudario, nel senso che c’avevo sudato dentro tutta la notte e aderivano alla mia pelle tipo adesivo.
Afa. Afa. Afa. Sole che picchia dalle 8.00 del mattino alle 20.00 senza tregua. Ed è il 25 maggio. Il che vuol dire che all’agognato settembre, se ci dice sfiga ottobre, mancano la bellezza di quattro-cinque mesi. Se sono tutti così chiedo asilo politico in Norvegia o in Islanda, dove per altro andrò in vacanza alla ricerca di un filo di refrigerio.
Io il senso dell’estate non lo capisco. Mi sforzo di comprendere perché la gente la preferisca all’inverno, ma è un compito troppo complesso per me. Ok, quando andavo a scuole anch’io avevo una certa simpatia per l’estate: tre mesi a casa, vorrei ben vedere. Poi da bambina mi piaceva il mare, per cui c’era quest’altro incentivo che mi faceva sopportare le zanzare e l’afa, che a Roma è intollerabile. Ma adesso…
La gente dice: eh, ma c’è il sole. Che picchia e ti toglie la voglia di vivere. No, perché io vorrei capire il piacere di andare in giro, fosse anche alle 10.30, con 30°. Eh, ma le giornate sono più lunghe. Ecchisene. D’inverno le ore piccole le faccio lo stesso, mica ho paura del buio. Il sole fino a tardi mi irrita e basta. Va bene, ma d’estate puoi scoprirti! E che metto in mostra, i prosciutti? Sono ingrassata, non ho voglia di mostrare la ciccia, e andare in giro a cogliere commenti cafoni sulle mie tette non è la mia massima aspirazione.
Ok, esagero, lo so. Ma il caldo mi mette irritazione. D’inverno ti copri, accendi i riscaldamenti. D’estate non c’è speranza. Oltre la nuda pelle non puoi andare, e i condizionatori aiutano, certo, ma quando sono accesi hai freddo, quando sono spenti hai caldo. Il termosifone è più simpatico, riscalda anche dopo che lo spegni.
Per cui, come personale atto di protesta contro il clima inclemente, vi posto una canzone che è il liet motiv di questa interminabile e torrida estate: Ombrelloni. L’invettiva non porta refrigerio, ma un pochino mi meschina soddisfazione sì :P

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Fumetto volante

Sono in partenza, non ho finito di fare la valigia e non mi sono ancora dedicata alla cura del corpo (leggi: sono in camicia da notte a far colazione), ma questa ve la devo dire, ché sono in ritardo.
Il 27 Maggio, martedì, alle ore 18.00 al Mondadori Center di via del Corso a Roma presenteremo il primo numero del fumetto sul Mondo Emerso, dove il “-remo” sta per me, Roberto Recchioni, Giuseppe Ferrario e Marco M. Lupoi. Siete invitati ad unirvi alla cosa, se resistete a questo caldo che mi sta mettendo non ko, dde ppiù. Io cercherò di arrivare non troppo squagliata :P . Nel frattempo, godetevi quest’anteprima del prodotto in questione.
Ci vediamo oggi pomeriggio a Chiasso per chi ci sarà!

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Opposti estremismi

Ho sempre considerato il mio essere donna come uno del molteplici accidenti del mio essere persona. Leggi: prima di tutto sono una persona, poi questa persona è scrittrice, astrofisica, moglie, donna, lettrice, appassionata di musica, e via così. Donna è una delle cose che fa di me la Licia che sono. Per cui la questione femminismo mi ha sempre colpita di striscio, anche perché sono stata fortunata nei due ambiti lavorativi in cui mi muovo, e non mi sono mai sentita discriminata. Riconosco però che i tempi sono generalmente brutti, che il modello vincente di donna prevede ampie dosi di tette e culi e scarsissimo cervello, per cui poi una alla fine con certe cose ci va a sbattere contro comunque.
Caso vuole che tra ieri e oggi mi sia imbattuta in due notizie che mi hanno fatto riflettere su come ci vedono e su come ci vediamo. Due notizie che mi hanno indotto riflessioni opposte.
La prima è questa. Innanzitutto, la notizia è data con toni probabilistici. La Graziottin dice “non stiamo parlando di una certezza, ma di maggiore vulnerabilità, di un aumento del rischio”, però poco prima dice che lo stato d’animo della mamma in gravidanza influenza “moltissimo” il bambino. A ‘sto punto vorrei vedere i dati. Che hanno fatto, hanno preso 100, 200 persone con problemi psicologici e hanno ricostruito come stavano le madri in gravidanza trent’anni fa? (come, poi?). Oppure hanno preso 100, 200 future mamme, le hanno bombardate di stress psicologici e poi hanno visto come stanno i bambini a distanza di dieci, venti anni? No, perché altrimenti non capisco su cosa si basa la correlazione trovata. Ma vabbeh. Quel che mi dà fastidio è che tutto sommato ogni occasione è buona per colpevolizzare la madre, fin da quando madre ancora non è. Hai avuto un dubbio (cazzo, normalissimo, stai per avere un bambino, stai per educare e crescere una persona, dio mio!) prima di partorire? Attenta, che poi tra vent’anni se tuo figlio è alcolista è stata colpa tua. Hai continuato a lavorare in gravidanza? Se piglia il morbillo da bambino è colpa tua che non ti sei riguardata. Hai avuto un momento di stress? Che poi, cazzo, sfido chiunque a non averne. Conosco gente che ha passato la gravidanza abbracciata alla tazza del cesso, vorrei vedere se non sei stressata. Sentiti in colpa, il pupo verrà fuori infelice. È sempre colpa della madre. Prima, dopo, durante. E i padri? Nei nove mesi possono andare a mignotte, ubriacarsi, volendo anche scomparire dall’orizzonte degli eventi. Il ragazzino verrà comunque su sano come un pesce. La donna finisce sempre più per essere un contenitore, la cui intera vita psichica e fisica deve essere al servizio del pargolo, fin da quando quest’ultimo misura pochi millimetri. E infatti ne vedo una marea di donne schiave di bambini tirannici, ai quali non sanno dire di no neppure per le cose più stupide, terrorizzate dall’idea di essere troppo poco perfette, non all’altezza. Ma il mondo è imperfetto, la vita è imperfetta, e sono le meravigliose imperfezioni dei miei genitori, persino i loro sbagli, che mi hanno cresciuta in quel che sono, che mi hanno dato i talenti che ho. E mia madre era ansiosa, e aggiustava i termosifoni rotti a casa col pancione di nove mesi, e io non sono venuta fuori infelice, non bevo e non mi drogo.
Ora, è giusto tutelare la vita che hai in grembo, e la gravidanza è di sicuro un periodo particolare, non lo metto in dubbio. Ma è l’incontro tra due persone: la persona madre e la futura personcina figlio, che insieme trovano il compromesso per crescere insieme. Perché penso che un figlio non voglia un contenitore, né un dispenser di cibo e soldi, ma una madre che sia persona, che pensi anche a se stessa, che nel prendersi cura di sé e dei propri bisogni soddisfa anche quelli del figlio. E soprattutto una persona che non venga colpevolizzata ad ogni pié sospinto perché ha pianto in gravidanza, s’è sentita disperata quella volta che il pupo piangeva a più non posso e non capiva perché, o per una volta gli ha detto no, perché il mondo è pieno di no, ed è meglio che inizi a farci i conti fin da neonato.
La seconda notizia è quest’altra, che poi non è una notizia ma la segnalazione di una canzone, questa. E qui veniamo al rovescio della medaglia, ossia il fatto che ormai, per dimostrare di essere una donna vera, consapevole dei propri mezzi e dei propri diritti, sembra che tu debba per forza avere sogni da “donna forte”: una carriera assolutamente fuori di casa, che sennò sei una schiava dei fornelli, un certo disprezzo per quelle attività che la tradizione (anche a torto, ovviamente) attribuisce alla donna. Ora. Io lavoro. Sono soddisfatta della mia professione e non ho alcuna intenzione di rinunciarci. Per altro mi scoccia anche pulire casa, ma lo faccio perché invece vivere nel pulito mi piace, e, vivaddio, ho un marito che l’aspirapolvere lo passa senza angosce, e lava pure i piatti. Però, se dovessi dire di cosa sono orgogliosa nella mia vita, ebbene sono orgogliosa della mia piccola famiglia, e mi piace stare sul divano a vedere film con mio marito. Sono meno donna per questo? È un problema se desidero dei figli? Se sono contenta di essermi sposata? Che se poi vai a chiedere a mio marito, pure lui vuole più di ogni altra cosa una famiglia. Sarà omosessualità latente?
Avere dei sogni normali, banali, semplicemente è il riflesso del fatto che siamo tutti esseri umani. E l’essere umano, anche per questioni meramente evolutive, mira alla riproduzione e all’accoppiamento. Punto. È proprio il nostro essere animali. Il problema non è desiderare le cose semplici. Il problema è quando ti costringono a rinchiuderti in quelle. Il problema è quando la società di dice i sogni che devi sognare.
Non per citare sempre i Muse, ma quando c’hanno ragione c’hanno ragione
“And they make me
Make me dream your dreams
And they make me
Make me scream your screams”

Questo è quello che ci fanno, e non solo alle donne. Vedi le veline a Striscia, e le innumerevoli immagini di donne che la televisione ci propone (guardate questo documentario, per capire, almeno un pezzetto) e il messaggio è così terribilmente univoco che non puoi non sentirtene bombardata: devi sognare un corpo da favola, e se non ce l’hai perché la natura non te l’ha dato, è colpa tua che mangi troppo, che non fai sport, che sei brutta dentro. Devi sognare di essere desiderata dagli uomini per le tette enormi, per le cosce lunghe, devi esibire te stessa come una cosa. Questo è il tuo unico potere.
Arisa che fa? Propone il suo modello alternativo. Lavoro, ma non perché quello sia il mio fine. Lavoro per vivere e pagarmi quel che voglio: una casa e una vita tranquilla. È da conservatori piccolo borghesi? Boh, a me pare più che altro normale. Voglio dire, scrivere mi piace, e lavorare pure, ma riposarmi sul divano mi piace molto di più. Poi, vabbeh, conosco gente che vive per lavorare. Scelte. Per loro va bene così. Non mi metto a esaltarle come grandi donne che hanno capito tutto della vita, non mi metto a deprecarle come femmine snaturate che hanno abdicato al loro naturale ruolo (quale, poi?). Hanno solo priorità diverse dalle mie.
Ecco, io la prepotenza che noto nella tv nel proporre modelli aberranti non la trovo nell’onesta canzone di Arisa. La puoi condividere o meno. Stare a tavola fino alle tre è la mia morte, e io ho il pollice nero con la piante, e neppure ci tengo ad averlo verde, ma dire che la canzone di Arisa sia parte dello stesso flusso che vuole le donne meri oggetti mi pare un po’ eccessivo.

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P.S.

Sempre per rimanere nell’ambito dell’evento che mi fa tremare le ginocchia nel prossimo inizio di giugno, su Repubblica, oggi, qui ci sono anch’io.

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Succede solo a Torino

A)
State parlando fuori dal Lingotto con un giovin autore col quale condividerete il palco l’indomani, nonché con le rispettive dolci metà. Si parla di critica, di libri e via così. Peccato per quell’insistente flap flap che inizia a coprire le vostre parole. Nel bel mezzo di una frase, le mani alzate a metà mentre esprimete un concetto assolutamente profondissimo, alzate gli occhi al cielo. E c’è un diavolo di elicotterone nero che vi sta atterrando sulla testa. Letteralmente. Lo vedete scomparire appena dietro la parte a voi visibile del Lingotto. C’è atterrato sopra. E continua a fare un flap flap assordante.
Vi si schiudono innanzi orizzonti inaspettati. Pensate: “Domani me lo faccio prestare e ci vado a Caselle. Anzi, ci vado direttamente a Roma! Vabboh, a ‘sto punto lo sequestro e ci vado a lavoro tutti i giorni, il Raccordo m’ha stufato”.
Tipo dieci minuti dopo, com’era atterrato, l’elicottero decolla interrompendovi a metà di un’altra frase storica.
Chi era, non lo saprete mai. Marchionne che torna al feudo natio? Bondi, che, inspiegabilmente, è ministro della cultura quindi avrebbe una scusa per visitare la Fiera del Libro? Papi che viene a trovare una Noemi torinese?
La risposta se la porta via quel flap flap nel vento.

B)
State facendo la vostra sessione di firma copie davanti allo stand Mondadori. Davanti a voi, Geronimo Stilton. Esatto. Vi state combattendo i lettori col topo più amato d’Italia (povero Topolino…), nelle accaldate vesti di una povera signorina (supponete) paludata in un costume peloso che dev’essere una tortura in quel della Fiera, che già registra di suo temperature che manco sull’Isola di Lost.
Ma, bon, procedete con le firme. Finché al posto di Geronimo si materializza un più inquietante topo giallo vestito, infilato in una tunica inquietante che nulla lascia all’immaginazione, soprattutto per quel che riguarda le parti basse. E vi domandate se non possa turbare i bambini, tutta quell’attrezzatura esibita in bella vista. Uhm…

P.S.
Domani, alle 21.00 o più probabilmente alle 21.30 mi potrete vedere su RaiNews 24.

20

Torino, as usual

Mi piace sempre andare alla Fiera del Libro di Torino. Anche se non vedo una ceppa di Torino, e neppure della fiera, a voler essere del tutto onesti. Per la verità, mi ritrovo a rimbalzare come una pallina da flipper da un evento all’altro, tra quelli programmati, quelli imprevisti e gli incontri di lavoro. Però la Fiera del Libro ha sempre un’atmosfera particolare. Forse ricordo sempre la mia prima volta, la bellezza di cinque anni fa, che fu anche la mia prima presentazione in assoluto. L’aria che si respirava da quelle parti, l’idea che le cose iniziavano a farsi serie, l’ingresso in un mondo che mi era sconosciuto, e che pure ammiravo da quando avevo iniziato a leggere.
Così ci torno sempre volentieri, e volentieri mi lascio spremere come un tubetto di maionese. Perché poi la sera della domenica, quanto torno a casa, la sensazione è quella: spremuta.
Quest’anno mi sembra sia andata meglio del solito, non so esattamente perché. Certo, l’anno scorso c’era stata la sorpresa di parlare per la prima volta ad una platea che contava sulle cinquecento persone. Ma quest’anno tutto sommato ho fatto un bel po’ di cosine utili e piacevoli, magari anche diverse dal solito, e questo mi ha lasciato un piacevole senso di soddisfazione addosso. Poi Torino è l’occasione per vedere un po’ di gente che non ho occasione di incontrare spesso, e alla fine mi sembra di respirare un po’ aria di gita scolastica, con l’allegra brigata che si riunisce.
Per quel che riguarda la presentazione di sabato, mi son divertita parecchio e Luca Bianchini è stato troppo simpatico. Spero vi siate divertiti anche voi quanto me. Meno divertente è stato l’assalto alla diligenza seguito alla presentazione. Mi fa piacere che vogliate parlarmi o chiedermi l’autografo, ma possibilmente evitate di gettarvi a pesce morto sul palco suonando la carica manco foste il settimo cavalleggeri :P
Più preoccupata, come sapete, ero per l’incontro del giorno seguente, in cui avrei presentato G.L D’Andrea, l’autore di Wunderkind. Diciamo che buona parte dell’angoscia se n’è andata la sera prima quando abbiamo avuto modo di conoscerci e chiacchierare un po’. Trovarsi sulla stessa lunghezza d’onda su molte cose fa bene, e scoprire una persona appassionata e simpatica rassicura ancor di più. Cioè, non è che avessi dubbi. Ero solo in soggezione. Wunderkind è un libro scritto terribilmente bene, e il talento mi intimorisce sempre parecchio.
Anyway, il giorno dopo, con le mani gelate, ho fatto la “presentatrice” con una verve meno mediocre di quel che credessi. La parte iniziale, in cui ho detto la mia sul libro, secondo me ha sofferto parecchio della mia agitazione. Si sentiva che facevo fatica ad ingranare. Invece la seconda parte, in cui in pratica io e Luca ci siamo fatti una chiacchierata sui massimi sistemi letterari, secondo me ha funzionato meglio. La prossima volta, però, vi voglio più reattivi e mi aspetto più domande :P
Tutto qua. Ho fatto anche qualche piacevolissimo seppur fugace incontro, qualche ottima nuova conoscenza, e ho soprattutto respirato libri per 36 ore o giù di lì, una cosa che mi ci vuole sempre, almeno una volta l’anno.
Ero macchina fotografica non munita. Suppongo il marito non ce la faccia più a starmi a sentire che ripeto sempre le stesse cose (e ha ragionissima, non lo biasimo per niente, anzi lo supporto: almeno lui si gira la fiera e fa acquisti per entrambi), per cui si è astenuto. Le foto mi tocca rubarle agli altri, per cui ve ne incollo qualcuna qua sotto. Anzi, se ne avete altre, mi farebbe piacere me le spediste, così qualcuna la metto nel sito. Grazie!
Mentre voi vi godete queste poche immagini, io consumo la pausa pranzo, che il mio stomaco ruggisce :P .

Io e Luca Bianchini
Io e G.L. D'Andrea

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