Ho sempre considerato il mio essere donna come uno del molteplici accidenti del mio essere persona. Leggi: prima di tutto sono una persona, poi questa persona è scrittrice, astrofisica, moglie, donna, lettrice, appassionata di musica, e via così. Donna è una delle cose che fa di me la Licia che sono. Per cui la questione femminismo mi ha sempre colpita di striscio, anche perché sono stata fortunata nei due ambiti lavorativi in cui mi muovo, e non mi sono mai sentita discriminata. Riconosco però che i tempi sono generalmente brutti, che il modello vincente di donna prevede ampie dosi di tette e culi e scarsissimo cervello, per cui poi una alla fine con certe cose ci va a sbattere contro comunque.
Caso vuole che tra ieri e oggi mi sia imbattuta in due notizie che mi hanno fatto riflettere su come ci vedono e su come ci vediamo. Due notizie che mi hanno indotto riflessioni opposte.
La prima è questa. Innanzitutto, la notizia è data con toni probabilistici. La Graziottin dice “non stiamo parlando di una certezza, ma di maggiore vulnerabilità, di un aumento del rischio”, però poco prima dice che lo stato d’animo della mamma in gravidanza influenza “moltissimo” il bambino. A ‘sto punto vorrei vedere i dati. Che hanno fatto, hanno preso 100, 200 persone con problemi psicologici e hanno ricostruito come stavano le madri in gravidanza trent’anni fa? (come, poi?). Oppure hanno preso 100, 200 future mamme, le hanno bombardate di stress psicologici e poi hanno visto come stanno i bambini a distanza di dieci, venti anni? No, perché altrimenti non capisco su cosa si basa la correlazione trovata. Ma vabbeh. Quel che mi dà fastidio è che tutto sommato ogni occasione è buona per colpevolizzare la madre, fin da quando madre ancora non è. Hai avuto un dubbio (cazzo, normalissimo, stai per avere un bambino, stai per educare e crescere una persona, dio mio!) prima di partorire? Attenta, che poi tra vent’anni se tuo figlio è alcolista è stata colpa tua. Hai continuato a lavorare in gravidanza? Se piglia il morbillo da bambino è colpa tua che non ti sei riguardata. Hai avuto un momento di stress? Che poi, cazzo, sfido chiunque a non averne. Conosco gente che ha passato la gravidanza abbracciata alla tazza del cesso, vorrei vedere se non sei stressata. Sentiti in colpa, il pupo verrà fuori infelice. È sempre colpa della madre. Prima, dopo, durante. E i padri? Nei nove mesi possono andare a mignotte, ubriacarsi, volendo anche scomparire dall’orizzonte degli eventi. Il ragazzino verrà comunque su sano come un pesce. La donna finisce sempre più per essere un contenitore, la cui intera vita psichica e fisica deve essere al servizio del pargolo, fin da quando quest’ultimo misura pochi millimetri. E infatti ne vedo una marea di donne schiave di bambini tirannici, ai quali non sanno dire di no neppure per le cose più stupide, terrorizzate dall’idea di essere troppo poco perfette, non all’altezza. Ma il mondo è imperfetto, la vita è imperfetta, e sono le meravigliose imperfezioni dei miei genitori, persino i loro sbagli, che mi hanno cresciuta in quel che sono, che mi hanno dato i talenti che ho. E mia madre era ansiosa, e aggiustava i termosifoni rotti a casa col pancione di nove mesi, e io non sono venuta fuori infelice, non bevo e non mi drogo.
Ora, è giusto tutelare la vita che hai in grembo, e la gravidanza è di sicuro un periodo particolare, non lo metto in dubbio. Ma è l’incontro tra due persone: la persona madre e la futura personcina figlio, che insieme trovano il compromesso per crescere insieme. Perché penso che un figlio non voglia un contenitore, né un dispenser di cibo e soldi, ma una madre che sia persona, che pensi anche a se stessa, che nel prendersi cura di sé e dei propri bisogni soddisfa anche quelli del figlio. E soprattutto una persona che non venga colpevolizzata ad ogni pié sospinto perché ha pianto in gravidanza, s’è sentita disperata quella volta che il pupo piangeva a più non posso e non capiva perché, o per una volta gli ha detto no, perché il mondo è pieno di no, ed è meglio che inizi a farci i conti fin da neonato.
La seconda notizia è quest’altra, che poi non è una notizia ma la segnalazione di una canzone, questa. E qui veniamo al rovescio della medaglia, ossia il fatto che ormai, per dimostrare di essere una donna vera, consapevole dei propri mezzi e dei propri diritti, sembra che tu debba per forza avere sogni da “donna forte”: una carriera assolutamente fuori di casa, che sennò sei una schiava dei fornelli, un certo disprezzo per quelle attività che la tradizione (anche a torto, ovviamente) attribuisce alla donna. Ora. Io lavoro. Sono soddisfatta della mia professione e non ho alcuna intenzione di rinunciarci. Per altro mi scoccia anche pulire casa, ma lo faccio perché invece vivere nel pulito mi piace, e, vivaddio, ho un marito che l’aspirapolvere lo passa senza angosce, e lava pure i piatti. Però, se dovessi dire di cosa sono orgogliosa nella mia vita, ebbene sono orgogliosa della mia piccola famiglia, e mi piace stare sul divano a vedere film con mio marito. Sono meno donna per questo? È un problema se desidero dei figli? Se sono contenta di essermi sposata? Che se poi vai a chiedere a mio marito, pure lui vuole più di ogni altra cosa una famiglia. Sarà omosessualità latente?
Avere dei sogni normali, banali, semplicemente è il riflesso del fatto che siamo tutti esseri umani. E l’essere umano, anche per questioni meramente evolutive, mira alla riproduzione e all’accoppiamento. Punto. È proprio il nostro essere animali. Il problema non è desiderare le cose semplici. Il problema è quando ti costringono a rinchiuderti in quelle. Il problema è quando la società di dice i sogni che devi sognare.
Non per citare sempre i Muse, ma quando c’hanno ragione c’hanno ragione
“And they make me
Make me dream your dreams
And they make me
Make me scream your screams”
Questo è quello che ci fanno, e non solo alle donne. Vedi le veline a Striscia, e le innumerevoli immagini di donne che la televisione ci propone (guardate questo documentario, per capire, almeno un pezzetto) e il messaggio è così terribilmente univoco che non puoi non sentirtene bombardata: devi sognare un corpo da favola, e se non ce l’hai perché la natura non te l’ha dato, è colpa tua che mangi troppo, che non fai sport, che sei brutta dentro. Devi sognare di essere desiderata dagli uomini per le tette enormi, per le cosce lunghe, devi esibire te stessa come una cosa. Questo è il tuo unico potere.
Arisa che fa? Propone il suo modello alternativo. Lavoro, ma non perché quello sia il mio fine. Lavoro per vivere e pagarmi quel che voglio: una casa e una vita tranquilla. È da conservatori piccolo borghesi? Boh, a me pare più che altro normale. Voglio dire, scrivere mi piace, e lavorare pure, ma riposarmi sul divano mi piace molto di più. Poi, vabbeh, conosco gente che vive per lavorare. Scelte. Per loro va bene così. Non mi metto a esaltarle come grandi donne che hanno capito tutto della vita, non mi metto a deprecarle come femmine snaturate che hanno abdicato al loro naturale ruolo (quale, poi?). Hanno solo priorità diverse dalle mie.
Ecco, io la prepotenza che noto nella tv nel proporre modelli aberranti non la trovo nell’onesta canzone di Arisa. La puoi condividere o meno. Stare a tavola fino alle tre è la mia morte, e io ho il pollice nero con la piante, e neppure ci tengo ad averlo verde, ma dire che la canzone di Arisa sia parte dello stesso flusso che vuole le donne meri oggetti mi pare un po’ eccessivo.