Archivi del giorno: 5 giugno 2009

Massenzio the day after

So di essere in colpevole ritardo. Ma quella che doveva essere non dico una giornata di riposo, ma quanto meno di decompressione dopo una settimana intensa, si è trasformato nel solito balletto. La conclusione è che fino ad adesso non ho avuto un minuto libero per postarvi qualche riflessione su ieri sera.
Dunque, ieri sera. Non posso dire di essere riuscita a godermela. Se fino alle 20.30 ero più o meno tranquilla, dopo il tasso di adrenalina è schizzato alle stelle. Perché poi voi non avete idea, se non ci siete stati, né del contesto né della platea. Vi faccio un po’ di nomi di persone che sono transitate per quel palco: Günter Grass, David Grossman, Ian McEwan, Luis Sepulveda, Abraham B. Yehoshua, Andrea Camilleri, Don Delillo, Dacia Maraini, Paul Auster, Niccolò Ammaniti, Banana Yoshimoto, Salman Rushdie, Amos Oz, Alessandro Baricco, Isabel Allende, Scot Turow, Roberto Saviano, Giancarlo De Cataldo, Gianrico Carofiglio, Jeffery Deaver, Carlo Lucarelli, Joe Richard Landsdale, Nick Hornby, Paolo Giordano. Solo per citarne alcuni, eh, tra cui avrete notato anche un premio Nobel e svariati premi Strega. C’era di che farsi tremare le gambe.
Poi, la Basilica di Massenzio è uno dei monumenti più imponenti e austeri di Roma. Ti giravi a sinistra e tra il campanile della Chiesa di Santa Francesca Romana e il Colosseo, c’era questa luna, questa luna…Senza contare le volte immense della basilica stessa, ovviamente.
Infine, la platea conta 2000 posti. Immaginateveli. Io non ho mai parlato a 2000 persone. Roba da concerto rock. Ed era quasi tutto pieno, per altro.
La scelta del vestito, per quanto quell’abito mi piaccia e secondo me ci stava col racconto, è stata un pochino infelice. Innanzitutto, immaginate andare coi tacchi a stiletto sul brecciolino. Meraviglioso. E poi inciampavo nella gonna. L’obiettivo primario della mia serata è stato quello di non esordire sul palco finendo lunga a terra. Per dire.
L’angoscia comunque è salita quando è iniziata la serata. Ero seconda, per cui ad aprire le danze è stato Lindqvist. O meglio, un attore che ha letto brani dal suo L’estate dei morti viventi. A parte che i brani erano di una potenza e di una forza che mi ha abbastanza avvilita (voglio dire, venire seconda dietro una cosa così ben fatta è tremendo, e portare a casa una figura appena decente una mission impossibile) ma la lettura era, appunto, quella di un attore. Impossibile per me riuscire ad essere ugualmente evocativa con la mia lettura da previsioni del tempo. E vabbeh.
Poi sale lui, Lindqvist, che per la cronaca oltre ad essere bravo, a parlare un inglese meraviglioso, è pure simpatico. E ha fatto il cabarettista e l’autore televisivo. Ossia leggeva da dio. In svedese, ok, ma sebbene sconosciute le parole palpitavano. E il modo in cui interpretava anche con la gestualità, con cui non aveva paura a guardare il pubblico negli occhi…
Mi si avvicina Chiara e mi fa: “Come va?”
E io: “Malissimo”.
E poi è venuto il mio turno. E all’obiettivo di non finire lunga sul palco si è aggiunto quello di non scoppiare a ridere prima di leggere. Mi è già capitato, una volta durante un talk. Non è ilarità. Sono i nervi che saltano come corde di violino.
C’era vento. E faceva freddo. E soprattutto, vivaddio, non vedevo la platea. Neppure una faccia. Solo un buco nero che poteva essere popolato da tutti e nessuno. Un meraviglioso nulla. Ho preso in mano i miei fogli, portati fin lì con una cartellina raccogliticcia con scritto su “Condizionatori” (in genere a casa ci tengo dentro i manuali dei condizionatori) e ho letto senza pensare che ci fosse qualcuno, come ho fatto alla prima prova, nella solitudine della camera da letto di casa mia. Ho letto fregandomene di sembrare ridicola. Ho letto come mi sentivo di fare, guardando la luna ogni tanto, e il pubblico mai. L’unica incertezza, sul primo stacco musicale. Pensavo durasse sui trenta secondi, s’è prolungato e io non sapevo che fare. Ricominciare a leggere? Far finta di niente?
Ma è andata. Con le mani gelate e la lingua felpata. Senza neppure rendermi chiaramente conto di quel che stavo facendo. Senza avere neppure la possibilità di godermela. E mentre leggevo per la decima volta quel cavolo di racconto, già non mi piaceva più. Già avrei cambiato questo, e quello, e quest’altro. L’avrei riscritto tutto, o l’avrei bruciato. Mi sembrava la cosa peggiore avessi mai scritto. Ho pensato che mi avrebbero tirato i pomodori, non lo so, o sarebbero partiti i fischi. Ma ero in gioco. Non potevo far altro che continuare, e leggere come avevo scritto, con la stessa passione con cui quella sera ho buttato giù la storia di Endimione e Selene, perché quella sera c’avevo creduto, tantissimo, e le dita volavano sulla tastiera, ed ero stata soddisfatta, alla fine, me lo ricordo. Ma la soddisfazione della scrittura dura qualche giorno. Poi già sei oltre, poi già non ti riconosci e vorresti buttare tutto.
Applausi. La musica sul palco. Lindqvist che mi mette una mano sulla spalla. Ed è andata.

Non so se sia andata bene. Non sta a me dirlo, direi. Il racconto lo potete leggere qui, così vi fate un’idea. Un mio amico ha ripreso tutto l’evento, ma il video al momento non c l’ho, per cui…ciccia. Ma qui trovate il trailer che è stato proiettato prima della mia lettura. Qui, invece, un’intervista che ho rilasciato il giorno prima, presso la Casa delle Letterature.
Infine, rubo qualche foto alla mia amica Pamela. Più tardi, se mi resta la forza, le inserisco anche nella sezione apposita del sito. Intanto, voglio ringraziare tutti gli amici e i conoscenti che sono venuti a vedermi. Era un momento importantissimo della mia vita, e avevo bisogno di supporto. Sapere che l’avete voluto condividere con me e che in quel buio voi c’eravate è stato importantissimo. Grazie, e perdonatemi se non sono riuscita a dedicarvi molto tempo. Cercheremo di rifarci in futuro, ma sappiate che ho apprezzato da morire il vostro gesto.

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