A mia madre viaggiare piace. In verità devo ancora trovare qualcuno a cui non piace viaggiare. A parte me che odio gli spostamenti (treni, aerei, macchine, diligenze e tutto ciò che serve per portarti, scomodamente e lentamente, da A a B).
L’anno scorso i miei sono venuti con me a Parigi, quest’anno mi hanno seguita in Grecia (suppongo l’aveste vagamente intuito dalle foto che ho postato). Ora, mia madre non parla inglese. Forse non lo sapete, o forse sì, ma ai miei venerandi tempi, e più ancora a quelli dei miei genitori, l’inglese non si studiava necessariamente a scuola. Funzionava che ti toccava una lingua a scelta tra francese, inglese o altro (per dire, mia zia studiò tedesco). A me e ai miei, in epoche diverse, è toccato il francese. Infatti io ho dovuto studiare l’inglese da sola a diciotto anni, quando mi è diventato indispensabile per proseguire gli studi.
Finché eravamo a Parigi, a mia madre sembrava di stare nel suo elemento. Capiva quel che le dicevano, si faceva capire egregiamente. Passati ad Atene, e constatato con dolore che il greco moderno ha solo una vaghissima somiglianza con quello antico, e comunque quello antico chi se lo ricorda più (con stupore mi sono accorta invece di ricordare la prima e la seconda declinazione latina; non sono andata oltre per non deprimermi…), la nostra piccola compagnia ha ovviamente eletto l’inglese a lingua ufficiale. E sono cominciati i guai.
Perché se Giuliano fa lo shy guy ogni volta che si tratta di usare la lingua di Shakespeare (e mi fa venire i nervi, perché l’inglese lo parla bene, è solo pigro), io e mio padre ce la caviamo tra parole inventate e balbettii sconnessi, mia madre di inglese non capisce un’acca. Mia madre però è un tipo curioso, tenace, e tutto sommato anche chiacchierone, per cui non si è arresa alla difficoltà. Eleggendomi interprete personale, ovviamente.
Non che ci sia nulla di male in principio. È anche una cosa normale. Ma complicata. Stai parlando, di una cosa qualunque. E qualcuno ti tira la manica chiedendo: “Che state dicendo?”.
Tu interrompi la tua fluentissima e faticosissima conversazione e traduci. Mentre lo fai, il resto della compagnia è passata ad altro argomento. Ma la tu’ mamma ha qualcosa da dire su quel che hai appena tradotto.
“Sì, in effetti anch’io penso che A si interessante, ma B è meglio. Traduci. E dai, traduci!”.
Intanto l’argomento si è spostato su quanto C sia buono alla griglia. Tu non sai esattamente che fare. Alla fine parli di C e amen, ma la mamma continua a chiederti di tradurre quel che ha detto, o quanto meno di spiegarle di cosa si sta parlando ora.
Una tragedia. Io mi domando gli interpreti di professione come fanno. Io la mia, durante la presentazione all’Istituto di Cultura Italiana, l’ho veramente invidiata. Ricordarsi tutto quello che dicevo, tradurre a me in italiano mentre con un orecchio segui il resto della conversazione in greco…Roba da impazzire.
E insomma, dopo un po’ è partito il boicottaggio.
“Traduci questa cosa?”.
“Ehm…non so…devo vedere…boh…”.
Cioè, mi rendo conto che è brutto, ma davvero non sapevo che fare.
Ma vi ho detto che la mamma è tenace. Per cui ha deciso di passare ad una strategia diversa. Aveva con sé il microvocabolario di greco. Non le traducevo una cosa? E vai di vocabolario.
La cosa ogni volta mi faceva venire i sudori freddi. No, perché in me era ancora vivo il ricordo di certe mie figure di tolla coi false friends inglesi, o peggio ancora di certe traduzioni automatiche fatte su internet (prendete il sorcio per le palle…dove sorcio sarebbe il mouse e le palle la rotellina dei vecchi modelli). Per altro io in Germania mi vergogno pure a dire danke (mentre, per oscuri motivi, ne faccio ampio uso in Italia…mah), preferendo ripiegare su un più neutro sorriso o un thank you che mi qualifichi come straniera/turista.
Va detto che alla fine le è andata di lusso: ha solo confuso un siamo con un c’è e s’è inventata una parola. Niente “è incredibile come in cantone ‘cosa succede?’ assomigli a ‘tua madre riceve ospiti dalle due alle tre del mattino’” (Ⓒ Rat-Man).
Ricordo che a Barcellona, lo scorso anno, ad una cena di lavoro ero seduta accanto ad un grande vecchio dell’astrometria, Hoeg. Costui mi spiegò di conoscere approssimativamente un decina di lingue. Io già avevo iniziato a sotterrarmi: parlo inglese, capisco il francese…e basta. Lui continuò.
“Ho imparato il cinese perché una volta mi invitarono ad una conferenza in Cina, e allora una quindicina di giorni prima mi misi a studiare la lingua”. Poi mi diede saggio del suo cinese attaccando una discussione con una ragazza che veniva da lì.
Ecco. La mia mamma è un po’ così. Il giorno che mi inviteranno in Corea secondo me imparerà gli ideogrammi.
P.S.
Avrete notato che ho la sindrome della Costa Crociere, quella particolare malattia per cui torni da una vacanza devastato, col cocente desiderio di tornare da dove sei venuto. Che poi a me capita ogni volta che metto piede fuori dai confini patri. Per cui non so quanto dovrete continuare a sorbirvi le mie avventure greche. Probabilmente passerò senza soluzione di continuità da “Licia in Grecia” a “Licia in Norvegia, Islanda e Scozia”. Intanto vi posto una foto che non c’entra niente, a parte il fatto che l’ho fatta in Grecia, ma che mi piaceva.
