Fa piacere scrivere sul blog proprio mentre si festeggia la prima medaglia italiana ai mondiali di nuoto di Roma (per la cronaca, un bronzo di Tania Cagnotto dal trampolino di tre metri), e per di più poco prima di andarsene in piscina a fare un po’ di moto.
Dunque, torno a voi da un’assenza bella lunga. E proprio perché in quattordici giorni ho scritto qui sopra solo due volte, mi ritrovo pienissima di cose da dire. Ed essere piena di cosa da dire è un po’ come non aver nulla da raccontare. Da cui la mia assenza di questi ultimi due giorni.
Da dove comincio? Su cosa mi soffermo? Ci stanno quattordici giorni di viaggio meditativo sull’oceano, in questo blog? Non lo so. Per altro, da quando ho la reflex la mole delle foto con cui torno dai miei viaggi è stratosferica. Ok, un buon 20% sono provini con diverse impostazioni di luce dello stesso soggetto, ma questo implica una cernita preliminare delle foto, che si porta via quasi lo stesso tempo che impiego a scrivere qualcosa qui sopra.
Che vi faccio vedere? Una foto basta?
Non ho ancora ben deciso come parlarvi di questo viaggio. Alla fine ho pensato che forse conviene dividere in capitoli, e parlare di volta in volta di quel che mi va. E comincio dal viaggio. Dalla nave.
Il mio giro tra capo nord, islanda, scozia e fiordi l’ho fatto in nave. Perché mi piace stare per mare, perché la crociera è un buon modo, abbastanza comodo e rilassante, per visitare un tot di posti in un tot di giorni.
Non era la prima volta che me ne andavo per mare, ma la volta precedente, il 2007 in viaggio di nozze, eravamo stati nel Baltico ad agosto. E navigare nel Baltico o nell’Oceano fa tutta al differenza del mondo.
Una volta uno dei ricercatori con cui lavoro disse che vedere l’Oceano è sempre in qualche modo impressionante, perché si vede che “respira”. E io l’Oceano in effetti non l’avevo mai visto.
È stato strano come ho capito subito che eravamo usciti dallo stretto che separa Danimarca da Norvegia. La nave ha iniziato subito a ballare.
Una nave, chi di voi c’è stato o ne ha visto una lo sa, è una cosa gigantesca. Quando la vedi in porto ti spaventa con la sua mole. Duecento metri di lunghezza, trenta di larghezza, tremila e passa persone a bordo. Una città galleggiante che pensi salda, inamovibile. Quando pensi alle migliaia di tonnellate di stazza, ti gira la testa. Per questo, quando inizia a far su e giù come un fuscello, trasportata da onde alte qualche metro, ti rendi conto che stai solcando qualcosa che non è fatto per te, una forza che se vuole ti spazza via in un momento.
C’è stato un giorno, in navigazione tra l’Islanda e le Orcadi, in cui la situazione s’è fatta impressionante: fuori, la solita nebbia densa e spessa, illuminata da una luce uniforme, e un mare d’un grigio arrabbiato. Ovunque onde incorniciate da corone di spuma. E la nave che beccheggiava avanzando piano, asmatica. L’acqua della piscina interna sembrava impazzita, sbatteva contro le pareti, finiva dappertutto sul pavimento. E se guardavi la prua, la vedevi alzarsi sul mare, sbattere sull’acqua alzando sbuffi di spuma. Ma sull’oceano tutto è lento. La tua nave che avanza, il sole che compie il suo breve arco, nelle terre del nord, e persino le onde. Sembrano trascinarsi stanche, e scuotere svogliate la tua nave. Ma tu intanto fai su e giù, e mentre cammini ti devi appoggiare alle pareti.
È vero, l’oceano respira. Un respiro lento, potente. L’oceano ti guarda passare, si richiude dietro di te, e piomba incurante nello stesso chiuso silenzio di quando l’hai solcato. L’oceano è un po’ un mistero, con le sue mille creature, sotto la pancia della tua nave, che tu non vedi e non senti. Con le sue onde alte, o la sua acqua liscia come olio, i suoi riflessi cangianti, il suo colore livido, o il suo blu assoluto, o ancora la sua calma inquietante e carica d’attesa.
Ma ci vuole stomaco. Nel senso letterale del termine. Essendo io incinta, tutto sommato mi ha detto di lusso. Ho sofferto un giorno solo. Mal di mare. Avrei voluto essere dappertutto tranne che lì. Avrei voluto scendere e farmela a nuoto. Ma poi passa. Dai uno sguardo fuori, guardi l’immensità adirata dell’acqua che ti circonda, e pian piano stai meglio. Finché giungi in porto, e tutto sommato tiri un sospiro di sollievo.