Archivi del mese: luglio 2009

Al di la’

Siamo oltre il circolo polare artico.
E’ nuvoloso, e c’e’ foschia. Se c’e’ la nebbia sembra di stare in Gordon Pym, persi nel nulla, tra cielo e mare bianchi.
Il sole non tramonta mai, siamo alla centesima e passa ora di giorno, o almeno credo. Con le nuvole e’ impossibile riuscire a capire che il tempo passa. Viaggiamo nel nulla, in un tempo immobile, sospesi. A volte guardo la scia che lascia la nave, o l’oceano che respira, e penso che tutto questo non e’ fatto per noi. C’e’ sempre stato, e sempre ci sara’. Non ha bisogno della mente dell’uomo che lo capisca o lo contempli. E’ il posto in cui noi finiamo, e inizia il mondo.
Come Capo Nord. Un posto di un silenzio assordante. L’ultimo baluardo d’Europa, o qualcosa del genere. Oltre, ghiaccio e balene.

Ho visto posti di una bellezza straordinaria. Mi sono sentita piccola e insignificante. Uno passa la vita a studiare il cosmo, ma deve vedere un fiordo per spostare la prospettiva, e sentirsi un puntino nell’universo. E’ la bellezza di una scogliera, di un ghiacciaio perenne e delle mille cascate in cui si scioglie, che insegna davvero l’umilta’. E’ la’ dove l’uomo e’ un ospite, e la natura crudele, bellissima ed estrema.

Domani saremo in Islanda, tra ghiaccio e fuoco, e ci lasceremo dietro questo oceano sconfinato e silenzioso, nel quale lasciamo una traccia effimera; quella scia lieve che dura qualche minuto. Poi e’ di nuovo il silenzio sconfinato dell’artico.

Buonanotte, voi che la notte l’avete.

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Il complotto delle pance

Ieri sera sono uscita con un po’ di vecchi amici; ci siamo conosciuti a scuola, ma quello è stato solo l’inizio. L’occasione era il ritorno in terra italica di una mia carissima amica, che ormai vive in Francia. Ce ne siamo andati a mangiare una pizza, ci siamo goduti una serata assieme.
Ora, non so se sia l’età, qualcosa nell’aria o veramente la gravidanza è contagiosa, ma su sei femminucce presenti in tre eravamo incinte. Che poi se vado a contare il novero di conoscenti e amiche gravide, siamo veramente un sacco. È scoppiato il periodo riproduttivo :P . Comunque, venendo a ieri sera, io sono la donnina incinta di mezzo, nel senso che una delle due è al quinto mese, l’altra alla decima settimana. E la cosa sconvolgente è che io ho la pancia più orrenda di tutte. A parte che l’amica di dieci settimane (che per la cronaca è la mamma, che aspetta il secondo pupo) ha una pancia più bellina e visibile della mia, e l’altra ha un pancino meraviglioso, io sembro semplicemente grassa. La mia pancia è sformata, traballante di lardo, tagliata ad altezza ombelico da quel classico segno delle donne sovrappeso, tra addominali alti e bassi, quel segno col quale ho lottato per un dieci anni della mia vita. Dopo tutta ‘sta fatica, sono ritornata la chiattona di tre anni fa.
Con la gonna lunga, non si vede niente, tipo ieri sera, e sembro al massimo un po’ sovrappeso, coi vestitini sembro una che s’è magnata la vecchia Licia; in nessuno dei due casi sembro incinta. Tanto è vero che mi vergogno a passare avanti alla fila al supermercato o all’aeroporto (e un’ora e mezza davanti al check-in pesa, ve lo garantisco). Già mi immagino i commenti: “Se te sei incinta, pure er mi’ regazzo”.
Ma non è solo che mi dà fastidio sembrare grassa; mi dà fastidio non sembrare incinta. Uno è così contento di aspettare un pupo che vorrebbe condividere la notizia col mondo. Invece nisba. L’erede s’è nascosto tra i miei strati di adipe. Ne ha ben d’onde, d’altra parte.
Comunque. Mi sono resa conto che mettere insieme tre donne incinte allo stesso tavolo è pericoloso. Praticamente si parla solo di gravidanza. Scatta la solidarietà femminile, e quel senso di orgoglio che tutte le future mamme in fondo in fondo provano: noi aspettiamo, ahò, mica pizza e fichi! È stato divertente. Confrontarsi, parlottare di travagli, nausee, pupi in formazione. Il mio era così alla prima ecografia, la mia alla morfologica faceva così. Non so quanto possa essere stato piacevole per Giuliano farsi tutto il viaggio in macchina con due signore che non hanno sputato un attimo per terra, parlando solo di feti, ecografie e sviluppo embrionale. Io ne avevo bisogno. Voglio dire, mi sono divertita un sacco.
C’è bisogno ogni tanto di solidarietà femminile. Una gravidanza è una cosa grande, che cambia tutto, e parlarne fa bene. In attesa che mi cresca una pancia inequivocabile.

P.S.
Per due settimane vi vedrete poco. Anzi, diciamo che se non trovo modo di connettermi, non mi vedrete proprio. Vado in vacanza, quindi non vi preoccupate. Ovviamente, segarmi fuori dalla rete per due settimane è una specie di tortura, soprattutto perché, ovviamente, mentre io me ne starò nel grande nord, il mondo lavorativo andrà avanti. Almeno le mail spero di riuscire a controllare.
Se non ci vediamo, vi lascio a baloccarvi con l’intervallo dei posti che vado a visitare, come feci due anni fa. Buon luglio a tutti!

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Elogio del web 2.0

Come un po’ tutti, io uso tantissimo internet. Intanto per lavoro, poi mi svuota la mente nei momenti di relax come nient’altro al mondo. A saper cercare è pieno di contenuti interessanti, ed è ormai l’unico posto dove sia palpabile un po’ di dissenso, dove passano certe notizie che i media generalisti tacciono, e via così.
Non ho invece una buona opinione del web 2.0, e comunque di tutti i fenomeni aggregativi che si vedono in giro per la rete. Cerco di spiegarmi. I blog sono cosa buona e giusta, i forum pure, e così tutte le altre espressioni del web che hanno come scopo la discussione e la produzione creativa degli utenti. È che in genere gli utenti ne fanno un uso sconsiderato. L’anonimato sta ammazzando internet alla velocità del lampo; invece di considerare come un’opportunità di confronto la facilità con cui sul web si può comunicare con chiunque, una larga fetta degli utenti usa blog et similia per prendersi soddisfazioni che in real life sono precluse. Sei anonimo, quindi puoi dire un po’ quel cazzo che ti pare a chi vuoi. Ecco allora i troll più o meno fastidiosi e più o meno intelligenti (in genere assai poco, mi duole dirlo), la creazione di conventicole di utenti che se la cantano e se la suonano, ridicolmente chiusi rispetto agli apporti dall’esterno, i blog che si trasformano in piccoli podi da cui il blogger pontifica verso una folla plaudente. Non è raro trovare persone che nei forum si esprimono in un modo, e nei blog in tutt’altra maniera, magari sullo stesso argomento, solo perché sul blog sono a casa, protetti dalla loro claque personale.
Ma vabbeh. Non è internet che è brutto, è la gente che in media è parecchio meschina.
Per quel che riguarda Facebook, siamo più o meno tutti d’accordo che è il regno della perdita di tempo. Piacevole, eh? Ma pur sempre perdita di tempo. La mia home è sempre intasata di risultati dei quiz degli utenti, quiz che poi faccio anch’io (in genere senza pubblicare i risultati, onde evitare di aumentare il rumore di fondo). Certo, è utile per mantenere i contatti con gli amici lontani; in effetti, a parte pochi casi, in genere tendo ad accettare amicizia solo da chi effettivamente conosco. Però, insomma, tutto sommato sembra una cosa abbastanza innocua. Invece mi sono accorta che può essere uno strumento potente.
Il primo segnale l’ho avuto la notte del terremoto a L’Aquila. Mentre i giornali online c’hanno messo un’ora buona per iniziare a dare non dico le prime informazioni, ma proprio la notizia, su Facebook eravamo tutti svegli a cercare di capire. Potevi tracciare la mappa del sisma seguendo i profili degli utenti che ne parlavano.
Questa volta è successo con la tragedia di Viareggio. C’è chi tiene continuamente aggiornato il proprio stato con le notizie dal luogo del disastro, chi posta le proprie impressioni. E in realtà lo stesso sta accadendo ancora anche con l’Abruzzo. Se vuoi sapere davvero come vanno le cose nelle tendopoli, non leggi i giornali, leggi i blog di chi ci vive. E anche la rivolta in Iran si tiene viva sulla rete, superando le maglie dei controlli. Senza più giornalisti in loco, è sui blog che si cercano notizie e nei twitter.
Non che questo possa soffocare i mezzi di comunicazione usuali; ma è sicuramente un altro canale di cui tener conto. La notizia dal basso: imperfetta, emotiva, ma per questo preziosa. Come centinaia di interviste in loco senza bisogno di alcun intervistatore.
Ho pensato allora che il web è davvero pieno di potenzialità, per la maggior parte purtroppo inespresse. Non credo si potrà mai cambiare il mondo dal web; chi lo usa in un certo modo è ancora una minoranza, e non tutti hanno le competenze tali da permettere di scremare la spazzatura da quel che invece è vera informazione (vedi la diffusione straordinaria di catene di Sant’Antonio di vario genere, da Bill Gates che ti regala 500 dollari per ogni mail inoltrata ad un amico al più classico “inoltra questo messaggio a venti amici o ti succederanno inenarrabili sventure”). Però di certo è diventato la voce di un certo dissenso, che non trova altre vie di espressione e dunque si sfoga online. È sul web che si alzano voci di protesta verso il premier e il suo comportamento verso i cittadini, è sul web che si discute della posizione della donna nella nostra società, è sul web che circolano le notizie che i telegiornali schivano.
Il web è uno strumento potente. Troppo potente per seppellirlo sotto la marea di inutile chiacchiericcio diffuso che domina al momento.

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Voglie

Quando uno pensa alle voglie in gravidanza, ha in genere in mente l’immagine di questa neomamma graziosa e tenera, che, con ampio sventagliamento di lunghe ciglia e occhioni alla Bambi, chiede al marito fragole a dicembre all’una di notte, o gelato alla ciliegia di Vignola DOP.
Mio marito ha le ciglia più lunghe delle mie e comunque finora è stato fortunato. Ho delle voglie piuttosto comuni, in genere me le soddisfo da sola, e sono anche ricorrenti.
Per dire, ho continuamente voglia di pizza. Se finisco in un ristorante che fa anche da pizzeria, non ci sono santi, non so resistere. Che poi, fino a qualche tempo fa, preferivo la pizza napoletana, quella con l’impasto alto e morbido. Adesso ogni tanto, anzi spesso, mi viene voglia di pizza sottile, quella che a Roma, e praticamente in tutt’Italia, ormai anche in Campania, va per la maggiore.
Oppure le Pringles alla cipolla l’altro giorno, consumate parcamente, in modo da non farmene fuori un tubo da 250 gr in una botta sola. O quella volta che volevo i fagottini di gamberi al giapponese, l’ultima volta che ci ho messo piede (adesso non riesco a mangiare quasi più nulla al giapponese; il pesce crudo è off-limits, quello cotto lo mangio molto, ma molto a fatica). Ma il vero dramma è recente. Lo tzatziki.
Ora. L’aglio mi è sempre piaciuto, e vabbeh. Lo yogurt greco pure, anche se qua è difficile da trovare (ma anche i succedanei non sono male, devo dire). Il cetriolo invece, uhm…un po’ pesante. Per cui francamente non mi spiego. Ad Atene praticamente non mi sedevo al tavolo senza ordinarne una porzione, che poi, magnanimamente, provavo anche a dividere con gli altri, salvo poi praticamente leccare i resti nel piatto. Da quando sono tornata, l’ho fatto una volta e mangiato tre volte, con oggi a pranzo quattro. E non conta che poi ci metta una vita a digerirlo, e il sentore di aglio mi accompagni per tutta la giornata successiva. È un desiderio impellente e irresistibile.
Che poi io mi domando: la voglia di pizza e di pringles diciamo che me le posso anche immaginare. Ma la voglia di tzatziki, che forma avrà?

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