Da bambina avevo un rapporto conflittuale con il nuoto. La mia prima esperienza di corso fu in un villaggio vacanze, dove mi traumatizzarono buttandomi in acqua alta tipo al secondo giorno.
Tornata a casa, si scoprì che tendevo a fare la gobba (l’avrete notato praticamente in tutte le splendide mie foto che girano online), per cui l’ortopedico mi spedì a fare chilometri di dorso in piscina. E all’epoca non mi piaceva. L’affollamento in corsia, l’acqua che ti entrava negli occhi, e la paura di mettere la testa sotto, il terrore di imparare lo stile libero, che mi avrebbe costretta fatalmente ad infilare il naso in acqua. Per cui smisi dopo qualche anno. Per ricominciare a quattordici anni. Con rinnovato interesse. Improvvisamente, mi piaceva. Mi piaceva come scivolavo sull’acqua, mi piaceva cercare di ridurre la resistenza al minimo, fendere le ondine della piscina, essere veloce, più veloce degli altri.
Da allora, non mi è più passata. Anche se negli ultimi anni ho optato per la palestra. Fare nuoto libero non è semplicissimo, in genere è relegato ad orari folli, durante i quali in genere io sono già a letto a scrivere.
Ma da quando sono incinta, non posso più fare total body, e il numero di attività fisiche che posso compiere senza far venire troppo il fiatone all’erede si è ristretto. Per cui ho riscoperto il nuoto.
È fantastico quando mi infilo in acqua, e finalmente torno leggera. Non forzo come facevo da ragazzina, sessanta vasche dorso senza tirare mai il fiato in un’ora netta. Mi riposo spesso, non cerco di correre. Solo, mi godo il mio corpo che si muove in acqua, l’unica situazione in cui non mi senta goffa, o poco coordinata. Perché nuotare mi riesce bene. E mi fa bene. La tensione della giornata se ne va via con la gravità, le mie gambe galleggiano, e penso che è buffo che io galleggi in piscina mentre il pesciolino che è in me galleggia nella mia pancia. Chissà come si sente lui mentre io nuoto.
Il nuoto mi piace anche vederlo in tv. È il mio sport preferito. Pallanuoto esclusa, che per qualche ragione mi annoia molto, mi piace tutto. L’eleganza dei tuffi, la perfezione del sincronizzato, la potenza del nuoto. Le olimpiadi mi piacciono soprattutto per le scorpacciate di nuoto che posso farmi. Per questo, quando ho saputo che nel 2009 i mondiali di nuoto si sarebbero tenuti a Roma ho deciso che dovevo esserci. In un istante di follia avevo anche valutato la possibilità di fare la volontaria: due settimane lì in piscina a contatto con gli atleti. Una figata, se non avessi libri da scrivere, dottorati da portare avanti e una casa sui badare. Senza contare il pesciolino da far crescere.
Ma i biglietti li volevo. Obiettivo iniziale, tuffi o sincro. È che Giuliano non è esattamente un appassionato, per cui pensavo di portarlo a vedere qualcosa di scenografico. Poi ho perso tempo, mi sono accorta che durante la settimana non potevo andare a seguire niente causa lavoro, e allora mi sono ridotta all’ultimo. Sono andata sabato pomeriggio.
È stata un’emozione già solo entrare nello stadio del nuoto, al foro italico, un posto legato a ricordi di varia natura: gli internazionali di tennis che andavo a vedere col babbo, la volta che diedi il primo bacio della mia vita durante il Golden Gala.
Faceva un caldo devastante. Mi ero cosparsa di crema solare da capo a piedi, memore dell’ultima, drammatica scottatura che m’ero presa a mare. Eppure erano le gare erano dalle sei alle otto circa.
Ho visto il trionfo di Phelps sui 100 farfalla, una gara straordinaria, mi sono sgolata sugli 800 stile della Filippi, incitandola fino alla fine. È stato bello. Un po’ la realizzazione di un piccolo sogno che coltivavo da un anno, un po’ un’esperienza piacevole in sé. Perché sei insieme ad altra gente, e il tifo ti contagia, ti fa sentire più profondamente la competizione. Perché sei vicino agli atleti, ti senti coinvolto, percepisci la loro concentrazione, assisti al loro trionfo o alla loro caduta. Perché sei parte di qualcosa.
Svariate volte ho pensato che forse mi sarebbe piaciuto provare la via dell’agonismo, quand’ero ragazzina. Avevo resistenza, e quel minimo di velocità. Con ogni probabilità non avrei combinato niente, e forse avrei finito per odiarlo, il nuoto. Ma l’averci solo pensato mi rende il nuoto una cosa mia. Come i ragazzini che giocano a calcio, e guardano la partita con altri occhi, sentono che è una faccenda che li riguarda più da vicino, rispetto ai tifosi normali. Sentono che è roba loro, che sono esperti del campo.
È durato meno di due ore, ma è stato bello. E domani, di nuovo in piscina per i miei 800 metri bisettimanali, calmi e rilassanti.