Stavo pensando…
Il post dell’altro ieri, ovviamente, si sta ancora trascinando in un vortice di discussioni di vario genere, che, altrettanto ovviamente, si concluderà per esaurimento dei contendenti, più che perché qualcuno è uscito modificato dal confronto. Ma, è la rete, baby.
Io però riflettevo ad una cosa: ho l’impressione che ormai il grado di emancipazione della donna si misuri nei centimetri di pelle che lascia scoperti. Più sei nuda, più sei una donna moderna. Perché non ti fai condizionare dal tuo uomo che ti vuole coperta (tralasciando che ci sono uomini che invece godono nell’esibire la propria donna, ma vabbeh), perché sei padrona del tuo corpo. Perché non ti fai condizionare da sciocche superstizioni e fai quello che vuoi.
A me pare semplicistico. Ok, a me pare aberrante, debbo essere sincera. La nudità esibita, la presunta emancipazione della donna che dispone del proprio corpo, è solo un altro modo per mostrare una femmina addomesticata ai desideri dell’uomo. Perché non è vero che la sedicenne in tanga sta facendo quello che vuole senza condizionamenti. La sedicenne in tanga risponde al modello di donna imperante in italia: la donna mignotta che passa dal letto per ottenere ciò che vuole. La donna che deve essere perfetta, come i corpi esibiti in televisione, massacrandosi di palestra, digiunando e snaturandosi dal chirurgo plastico quando le rughe arrivano. Non si mette il tanga perché si sente a suo agio, ma perché è così che gli uomini la vogliono, e glielo fanno capire riempiendo rotocalchi e tv di donne discinte senza il dono della parola, ma dotate piuttosto di glutei sempre pronti a mostrarsi in inquadrature ginecologiche e di tette sempre sul punto di esplodere da reggiseni di almeno due taglie troppo piccoli.
È questa la libertà? Essere schiave del proprio corpo?
E non venitemi a dire che esagero. I recenti scandali riguardanti il loro (mio no di certo) presidente del consiglio e le sue giovani (e meno giovani) amiche ha chiarito oltre ogni ragionevole dubbio cosa gli italiani pensano delle donne: simpatici appendici del proprio organo genitale. E la cosa triste è che questo lo pensano anche le italiane.
Il più grande inganno è stato travisare i reggiseni bruciati nel ’68 e trasformarli in questo femminismo prêt à porter, alla portata di tutte perché non implica alcuna presa di coscienza di sé come persone, alcuna battaglia contro un mondo che ci vuole solo madonne o puttante, ma solo reggiseni più piccoli, tanga sempre più filiformi.
Io francamente passo. O cerco di passare. Perché è davvero difficile svincolarsi da questo modello. Sono dimagrita perché andava a me, o perché grasso è brutto, tonico e magro è bello? Ma continuo a misurare il mio grado di libertà sui successi al lavoro, sulle vittorie nella mia vita, su ciò che sono come persona, indipendentemente dal mio sesso, più che sulla tonicità della mie chiappe.
P.S.
Prima che parta l’ovvio commento, no, non tutte le donne in tanga lo fanno per adeguarsi al modello imperante. Ce ne saranno che si sentono bene così. Ma non venitemi a dire che il tanga è automaticamente sintomo di emancipazione.