Archivi del mese: settembre 2009

Un sacco di cose

Sabato
Sabato ho fatto quella che con ogni probabilità sarà la mia ultima apparizione in pubblico, lo sapete. E sono stata a L’Aquila. Come avrete vagamente intuito dai post sulle mie vacanze dello scorso anno, sono piuttosto legata all’Abruzzo. È che è una terra così selvaggia e bella…Sì, i monti del Trentino sono straordinari, i panorami meravigliosi, ma devo dire che solo con la natura come ti puoi sentire sul Gran Sasso o in una semplice passeggiata di notte nel Parco Nazionale d’Abruzzo ti ci puoi sentire in pochi altri posti in cui sia stata.
Eppure, appena ho preso l’uscita l’Aquila ovest dell’autostrada ho realizzato che mancavo dalla città dalla bellezza di sei anni. Roba allucinante, considerando che quando c’ero stata mi ero innamorata, e avevo accarezzato l’idea di viverci, prima o poi.
Sono stata in una zona che non avevo mai visitato. Mentre scorrevano i cartelli (Collemaggio, Fontana delle 99 Cannelle) cercavo di sovrapporre i ricordi a quel che vedevo. E ho provato a non soffermarmi sulle crepe sui palazzi, sui muri sbrecciati, sulle finestre desolatamente buie la sera, quando sono andata via. Ne abbiamo avuta a pacchi di pornografia del terremoto, i nostri sguardi ormai non fanno altro che violare il privato di una città che avrà pure il diritto di andare avanti: senza dimenticare quel che è stato, ovviamente, ma anche senza restare intrappolata in certe definizioni da pessimo giornalista.
E sono approdata qui, presso il Campo Alenia Stazione gestito dai volontari di Nuova Acropoli. M’ha intristito pensare che era la prima presentazione che facevo in una città che tanto mi è cara. Voglio dire, sei anni per approdare qui, quando l’Aquila è stata per mesi a un’ora di macchina da casa mia, bella, fresca, intatta.
Devo dire la verità, è stata una delle presentazioni più piacevoli della mia vita. Un’esperienza intensa, stancante di certo, ma bella. La gente attenta, l’ambiente raccolto della tenda, e una certa aria di allegria. È che c’era un forte senso di comunità, come raramente ne ho percepiti. Gli spettatori non erano tutti ospiti del campo, ma si sentiva che per due ore siamo stati tutti uniti da qualcosa, persino io che lì non c’ero mai stata, e un’ora dopo avrei ripreso la via di Roma. E quel qualcosa che ci ha uniti non credo fossi tanto io. Sì, le mie storie di certo, ma non perché abbiano qualcosa di particolare, siano più potenti di altre o cose. Credo che ad unirci fosse una comune ricerca. Un bisogno di stare assieme nonostante tutto. E di comunicarsi qualcosa. Come se ad un tratto quel che dico sempre, che scrivere è partecipare con la propria, misera tessera, al mosaico della vita, fosse diventato più vero, tangibile. E se per me è stata un’esperienza di due ore, mi sono accorta che per gli Aquilani è ormai diventato un modo di essere, da sei mesi a questa parte, l’unica cosa che ti salva. Quando ognuno di noi ha poco, l’unica è mettere assieme quel poco, e se le domande sono soverchianti per il singolo, possono essere affrontate dalla collettività. È questo il senso del vivere assieme, il motivo che ha spinto gli uomini a raggrupparsi, in villaggi, paesi, città, metropoli. Un senso che col tempo abbiamo perso.
M’è piaciuta l’allegria dei volontari e del pubblico, m’è piaciuto sentire quell’accento che alle mie orecchie meridionali appare sempre un po’ simile a quello campano. E stamattina, pensando a quel che avrei scritto oggi, ho pensato che in fin dei conti sono andata fin lì ad imparare qualcosa. Molte cose. Tra cui una che avevo scritto tanti anni fa. Che la speranza non è una cosa data, che c’è o non c’è. Non esistono situazioni in cui è possibile trovarne e situazioni in cui non esiste. La speranza è una cosa che ci diamo, il più grande dei doni che possiamo farci. Va costruita, ricercata con pervicacia, creata. Siamo noi la nostra speranza. E quando, tra le domande che mi sono state fatte, mi hanno chiesto cos’è il coraggio, questo avrei dovuto rispondere: che il coraggio sono un gruppo di volontari che tirano su un campo nel quale non dimenticare chi siamo e cosa ci fa vivere, che dal nulla creano una biblioteca per chi ha perso tutto, che dalla propria casa pericolante va a salvare i libri, che senza un tetto sulla testa è capace di ridere, di rimboccarsi le maniche, di lavorare per la comunità, e che pensa a quando tutto sarà tornato alla normalità, e non sta lì ad attendere che semplicemente accada, ma fa di tutto perché quel domani si realizzi, e al più presto. E mi sono sentita, e mi sento ancora, così piccola, fragile e stupida, con la mia cronica incapacità di non piagnucolare per ogni cosa, di non piangermi addosso ad ogni difficoltà.
È stato bello, bellissimo.
E, per altro, è stata anche la prima volta che qualcuno che non fosse amico o parente, ha fatto un regalo alla pesciolina. Lo vedete nella foto qua sotto. Con l’augurio che anche lei sappia sempre rimboccarsi le maniche, e dotarsi di quella forza che ogni tanto a me difetta, ma che cercherò con tutta me stessa di insegnarle.

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Basita
Sono basita. Che poi, da molti mesi a questa parte, è il mio stato perenne di fronte a certi eventi che accadono in ‘sto paese. Quel che mi basisce è la seguente notizia: per riassumere, Loredana Lipperini è stata denunciata per una recensione. Esatto. Una recensione ad un libro. La scusa la solita: diffamazione. Leggetevi la recensione. E ditemi dove sta la diffamazione. Ma tanto ormai sappiamo come funziona. I nostri politici in questo hanno fatto scuola: non sei allineato sul pensiero unico? Ti blocco querelandoti. Chissenefrega se vinco o perdo. Chissenefrega se hai detto il falso o il vero. Intanto ti ho chiuso la bocca. E comunque, quando ti assolveranno, avrai al massimo diritto a mezza riga in quarantesima pagina sul giornale locale. Un gioco a rischio zero che ci sta imbavagliando tutti, ma proprio tutti.
Io direi che a questo punto dovremmo leggerci in massa la recensione e Navi a Perdere, che per altro ho letto anch’io l’anno scorso, trovandolo avvincente e illuminante.

Ma un tempo il panico non andava evitato?
Stamattina, durante la mia parca colazione (no, calma, stamane ho avuto diritto al miele, le altre mattine solo gallette di riso :P ), leggo questo. Certo. Ormai hanno munto la pandemia oltre ogni possibile limite. Manca ormai solo che la gente ti ammazzi in strada per uno starnuto (in effetti l’altro giorno non mi sentivo tanto sicura sulla metro con la tosse…). Si può passare alla seconda psicosi annuale: l’influenza stagionale fine di mondo. Che ogni anno dovrebbe ucciderci a pacchi ma poi, non si capisce perché, non lo fa. Mah.
Ora, non sono un medico. Ma scoprire che l’OMS ha tolto la dicitura “malattia che causa un enorme numero di malati e morti” dalla definizione di pandemia per poter dichiarare lo stato d’emergenza di quest’anno (qui e qui i documenti a confronto), uno qualche domanda se la fa. Poi esce fuori che i tassi di mortalità sono paragonabili a quelli dell’influenza solita, e che addirittura il virus avrebbe circolato già nel ’97 e nel ’77 (ma non era nuovo?) e le domande si fanno sempre più inquietanti.
Evitare le infezioni è cosa buona e giusta. Avere piani per fronteggiare improvvise emergenze sanitarie è sacrosanto, così come preoccuparsi delle ricadute sociali di malattie fortemente contagiose. Ma giocare a spaventare la gente, no. Perché poi finisce che si fa sterilizzare un palazzo solo per evitare che gli abitanti ti lincino. Ma tanto ormai la strategia è quella: terre et impera, spaventa e comanda. Un gioco sempre molto efficace, ma condotto sul filo del rasoio. La paura, una volta scatenata, non si può più fermare.

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Mammità

La vendetta di Montezuma
Quando ho fatto gli esami prima di restare incinta, ricordo che ero contentissima di essere risultata positiva alla toxoplasmosi. Avevo in mente l’immagine di mia cugina, che invece non l’aveva mai contratta in vita sua, e per questo per nove mesi dovette astenersi da insaccati, carne, pesce e verdura cruda. Considerando che un buon 30% della mia dieta è vegetale, mi pareva una suprema rottura di scatole.
Me ne bullavo anche con le amiche che invece erano negative. Evidentemente avrei dovuto usare un po’ meno tracotanza.
Perché, dopo sei mesi di pacchia alimentare, in cui avevo anche iniziato a prendere qualche piccolo vizio (pizza una volta a settimana, caramellina fondente ogni tanto), è arrivata la punizione divina.
C’è un esame, orrendo, che si fa più o meno alla ventiquattresima settimana di gravidanza, ed è la mini-curva da carico glicemico. In pratica ti fanno bere questo orrido bibitozzo dolcissimo e denso con dentro 50 gr di glucosio, e poi ti pigliano la glicemia, per vedere come metabolizzi gli zuccheri. Serve a diagnosticare il diabete gestazionale, una malattia per cui assorbi appunto male gli zuccheri.
Io, che soffro di stomaco, non è che abbia preso l’esame molto bene. Sono stata male un giorno intero, a dirla tutta. Ed è uscito fuori positivo.
Ora. Non è che a questo punto uno può semplicemente disperarsi e dirsi che è diabetico. No. Si deve sottoporre alla curva da carico completa per una vera diagnosi: 100 gr di orrido glucosio e quattro prelievi di sangue in tre ore. Mattinata di lavoro buttata, stomaco sottosopra, nausea, e due braccia che manco i tossici all’ultimo stadio. Ah, e diagnosi di lieve diabete gestazionale. Ovviamente.
Quando ho avuto la “lieta” novella, mi sono sentita un po’ in una puntata dei Simpson. Mi aspettavo da un momento all’altro l’apparire di uno di quei depliant à la Dottor Hibber, del tipo “E così hai il diabete gestazionale: come dire a addio a carboidrati di qualsiasi forma”, o meglio ancora un video divulgativo di Troy McClure: “Salve sono Troy McClure, forse vi ricorderete di me per video informativi come Tri-test: come farsi venire le ansie inutilmente nei primi tre mesi di gravidanza e Ecografia Morfologica: caccia alla malformazione nascosta”. Il depliant in effetti poi l’ho trovato, così deliziosamente bilanciato tra toni parternalistici (su, non ti preoccupare, poteva andarti peggio) e allarmistici (comunque guarda che è solo l’inizio, eh? E se poi ti viene il diabete tra tot anni? Eh? Eh?).
E insomma, adesso sto seguendo una dieta perfettamente esemplificata da Giuliano: “Stai tipo carcerata”.
No, vabbeh, in effetti pensavo peggio. A parte che mi sono tassativamente proibite tutte le cose di cui ho voglia, ovviamente. Per dire, fino a tre giorni fa pensavo che avrei festeggiato la fine degli esami (passato anche l’ultimo) con un dolcino, o una pizzetta. Oggi mi delizierò con fagioli poco conditi e formaggio a fiocchi. Ci metteremo un bel brindisi con acqua fresca, che in questi casi non fa ruggine.
Ma poteva andare peggio, ed è verissimo. E tutto sommato sono tre mesi di privazioni. In cui casca il mio compleanno, ma vabbeh, mi darò alle torte giapponesi, la mappazza di riso in bianco :P . Non mi lamento. Ok, mi sono abbondantemente lamentata ieri e l’altro ieri, mettiamola così, ora non mi lamento più.

Orgoglio di mamma
Ieri dal ginecologo.
Ginecologo: Vedo che la bimba sta messa tutta a sinistra.
Io, con volto intenerito, penso: Così giovane, e già così farabutta

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Incontro

Post volante, perché sto andando a dare l’ultimo esame del primo anno di dottorato.
Col mio solito ritardo, vi segnalo semplicemente che domani, ore 18.00, sarò a L’Aquila, al Centro Kairos di Nuova Acropoli, per quello che credo proprio sarà l’ultimo incontro coi lettori prima dell’arrivo di Irene. Ormai sono enorme, per tirarmi su ci vuole il paranco, e mi stanco a pensare :P .
Ci vediamo domani per chi ci sarà, gli altri tenete le dita incrociate per me, thank you :)

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L’inesistente potere del pancione

Quando ho scoperto di essere incinta, la gente mi diceva che per me sarebbe iniziato un periodo lieto di gente che ti guarda con affetto, ti coccola, ti evita se possibile inutili fastidi. “Sai, il potere di dare la vita, la retorica della maternità…” e roba così.
Non pensavo ovviamente che sarebbe iniziata subito: fino al quinto mese sembravo sostanzialmente in sovrappeso. Immaginavo però che, non appena la pancia fosse diventata evidente, la gente avrebbe fatto a gara a cedermi il posto sulla metro o a farmi passare avanti nella fila al supermercato.
Non ho mai approfittato di questo “potere”, questo va detto. È che ho scarsissima fiducia nella capacità di comprensione e nella pazienza del romano medio, per cui per evitare scene del tipo “Ah signo’, eh no, mo se fa la fila come tutti l’antri…e nun lo so, ma ‘ndo sta scritto che una ‘ncinta deve passa’ ‘a fila” (scene effettivamente avvenute e raccontate da altre donne gravide) ho sempre fatto la vaga in fila. Però pensavo che magari qualcuno potesse avere un impeto di tenerezza di fronte al mio panzone e decidesse sua sponte di fare il galante. Macché.
Sulla metro, il simpatico ragazzo seduto davanti a me ha continuato a leggere, mentre io me ne stavo aggrappata ai sostegni come una scimmia alla liana, cercando di equilibrare la panza.
Al supermercato finora hanno sempre fatto tutti i vaghi, anche quando si trattava di fare mezz’ora di fila.
Ieri, in piscina, speravo quanto meno che il baldo e palestrato giovincello davanti a me mi facesse passare (nuoto un po’ due volte a settimana, dicono faccia bene a mamma e pupa, dovevo solo rinnovare l’ingresso), invece appena s’è liberata l’hostess s’è fiondato davanti a me per rimarcare senza ombra di dubbio il suo diritto di precedenza.
Ora.
Forse la maggior parte della gente pensa che far passare una donna gravida ad una fila significhi pagare un inutile balzello ad una panzona che solo perché sta perpetuando la specie si crede chissà chi, ma vi avviso che la pancia pesa. Non è come essere sovrappeso, e io lo sono stata. Se sei grasso non ti pesa niente, la massa è distribuita più o meno uniformemente su tutto il corpo. Quando sei incinta sta tutto davanti, e tira verso il basso. Ti fa male la schiena, ti fa male l’osso pubico, ti tirano muscoli che non credevi neppure di avere. E stare impalata in piedi fa male. Fa male pure camminare, se è per questo, una cammina solo perché il medico ti dice che ti fa bene. E no, non vale che siccome vado in piscina allora potrò pure sopportare 15 minuti in fila alla cassa: nuoto perché in acqua peso più o meno la metà, la panza non mi dà più fastidio e riesco a fare quelle due vasche ogni cinque minuti che mi permettono di sentirmi bene per i tre giorni successivi. È una cosa proprio diversa.
Anyway. Roma è una città stressante, ognuno c’ha i fatti suoi, e nessuno c’ha voglia di perdere tempo. Ogni tanto però quel filo di comprensione per il prossimo potremmo anche sforzarci di avercelo.

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Il gioco dell’autunno…

…o anche L’Enigma della Licia.
Prendete una bottiglia di Martini chiusa e riposta da tempo immemore in una vetrinetta di un salotto qualsiasi. Prendete una ventina di formiche.
Trovate un modo in virtù del quale le formiche possano prendersi, letteralmente, la sbornia della vita

formiche

P.S.
Me lo hanno indicato da più parti, lo condivido con voi. Ieri pare che i Muse fossero a Quelli che il Calcio, un’ospitata che fanno praticamente ad ogni disco. Per cui, ecco a voi il cantante Dominic Howard (?), il chitarrista Christopher Wostenholm (??), ma soprattutto lo strepitoso batterista Matthew Bellamy (???). Vabbeh, so’ ragazzi, se so’ voluti diverti’. Tutti hanno trovato inquietante la Ventura che che pare non essersi accorta di nulla. Personalmente, non ci vedo niente di così scandaloso. Voglio dire, è ovvio che i gruppi musicali invitati a Quelli che il Calcio sono completamente fuori contesto; non è una trasmissione di musica, è un contenitore pomeridiano che parla di tutto un po’. Prova ne siano le domande della conduttrice, che paga il suo dazio di far pubblicità al gruppo senza particolare verve né voglia. It’s showbiz. In rete tutti incensano il “gesto provocatorio” del gruppo. Secondo me trattasi di semplice voglia di fare i cazzoni. Punto. Se non ti sta bene andare a fare playback, se non ti sta bene andare in una trasmissione dove la conduttrice a malapena sa chi sei, e sostiene che possiedi quaranta elementi orchestrali nel garage di casa, non ci vai, non credo che la Warner poi ti venga a dare fuoco al suddetto garage. Altro conto è che ti vuoi divertire, in un contesto in cui sai per altro di poterlo fare. Poi, vabbeh, sarò io che la retorica à la sex, drugs & rock’n'roll, per cui il musicista rock se non spacca chitarre ogni tre per due e non muore di droga/cirrosi epatica a ventisei anni è poco credibile, l’ho sempre trovata un po’ ridicola, ma mi piace più credere al gesto estemporaneo, fatto per non rompersi troppo le balle durante una marchetta, che al supremo atto di ribellione dei miei stivali.

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The Resistance – The Recensione

Ieri mi è arrivata una mail in cui mi si dice che causa uno sciopero del corriere scelto per la consegna del pacchetto di The Resistance dal Regno Unito non hanno idea di quando potranno consegnarmelo. Fantastico. Meno male che esiste iTunes, direi…Anyway, per consolarmi di questa perdita, oggi mi do alla recensione meno attesa dell’anno: The Resistance canzone per canzone. So che non ve ne frega niente, ma questo non mi ha mai fermata dal postare qui sopra :P

Preferisco lasciare le considerazioni generali in chiusura, per cui andrò in stretto ordine di scaletta, e tirerò le somme alla fine. Per cui, si comincia con Uprising, di cui già parlai. Direi che il nuovo disco inizia nello stesso solco di BH&R, con una canzone catchy à la Supermassive Black Hole. Stesso il genere, minore, stavolta, il senso di straniamento al primo ascolto. Acchiappa, è un ottimo singolo, ti resta in testa. Non sarà la più bella canzone dei Muse della storia, ma il ritornello carica di una strana energia. Ti dà quel senso fallace di speranza che magari un giorno si possa uscire da questo buco nero in cui siamo pian piano scivolati.
Si passa poi, con coerenza, a Resistance, che in qualche modo continua e sviluppa il discorso Uprising. Ora, oggettivamente è una canzone che non aggiunge nulla di nuovo, con una linea melodica non particolarmente originale e qualcosa che sa di già sentito, a parte una batteria assolutamente strepitosa. E sta in questo la sua grandezza. Pur nella semplicità complessiva dell’impianto, nel suo essere se vogliamo “convenzionale” è cantata e suonata con una tale convinzione, con una così profonda adesione, che ti entra dentro fin dal primo ascolto. E non è solo merito della prima parte del ritornello, martellante; è l’atmosfera da fine del mondo, il dolore di cui è intrisa, è la capacità di farmi rileggere 1984, cui ho l’impressione sia sfacciatamente ispirata, sotto una luce completamente diversa. Love is our resistance, e il politico diventa privato e viceversa. Sono parole di cui avevo bisogno. La definirei la sintesi perfetta tra una Starlight e una Sing for Absolution. Forse la migliore canzone dell’album, considerando a parte il trittico finale, un mini CD nel CD.
Prima cesura con Undisclosed Desires. E questi sono i Muse che proprio non ti aspetti. Praticamente assenza di chitarra, in compenso un tappeto di violini sincopati, ritmo spezzato, interrotto. Tutto molto à la Depeche Mode. O à la Bjork. E una voce che da sola tiene su il pezzo. Non avrei mai creduto che una cosa del genere, cantata dai Muse, avrebbe potuto piacermi. E invece mi piace. Molto. Il ritornello, anche stavolta, acchiappa. Sensuale e coinvolgente, si lascia proprio cantare. Per i loro canoni sperimentale, ma un buon sperimentalismo, che ha senso.
Altra inversione di rotta, e si passa a United States of Eurasia: siamo dalle parti di Butterflies & Hurricanes. Molto pianoforte, elementi di rottura nella struttura del pezzo. È una canzone interessante, ma un po’ kitsch. L’inserto arabeggiante è molto bello, alla voce del Bells non si può contestare niente, ma i coretti Queen sono un po’ appiccicati lì, soprattutto quello finale. Ok, canzone ironica, dice qualcuno, ma non tutte le ciambelle riescono col buco, e la grandeur spesso si paga con l’eccesso. Molto bello invece Collateral Damages, che mi ricorda un’operazione di Simon & Garfunkel su Silent Night: il pezzo è un notturno di Chopin, ma i suoni sullo sfondo danno un senso nuovo al tutto. All’ascoltatore interpretare i segnali e dare un senso al titolo…
Quattro colpi di batteria e si passa senza soluzione i continuità a Guiding Light. E si scende un altro gradino in basso. Niente di che, semplicemente non convince. Ritmo troppo lento e strascicato, una ballad troppo ballad, che si tira sì su con un pregevole assolo di chitarra, ma che resta un episodio un po’ sottotono nell’economia complessiva del disco. Ha l’unico pregio di essere una cosa che dai Muse non si era mai sentita, ma per quel che mi riguarda non basta. Non è che sia brutta. Semplicemente non invita all’ascolto. Uno sente le prime note e attende più che altro quel che verrà dopo il pezzo. E dopo viene Unnatural Selection, che qualcuno ha definito efficacemente “la Citizen Erased del 2009″. La varietà, la potenza, e pure la lunghezza, sono quelle. Un pezzo complesso e potente, che parte con un classico poco sfruttato dal gruppo, l’organo (fin qui s’è sentito praticamente solo in Megalomania), per poi partire in quarta con un riffettone che acchiappa fin da subito (e che fa un pochino Agitated, ma non è mica un male). Bella, strana anche questa, soprattutto per il pezzo pseudoblues che interrompe a metà il tutto; ma, al solito, questo è un marchio di fabbrica dei Muse. C’era già in Butterflies & Hurricanes, Citizen Erased, Assassin nella versione Omega Bosses, non vedo perché deprecarla ora, soprattutto se l’inserto non è per niente forzato, ma trova il suo senso nello sviluppo della canzone. Senza contare che beneficia di una chitarra distorta e inquietante che lo rende insolito, e lo lega perfettamente al resto della canzone. Qualche pregevolissimo richiamo System of a Down style.
Si resta sempre sul pesante con MK Ultra, canzone quasi perfetta. Strofa potente, riff perfetto, peccato per un ritornello appena sottotono rispetto al resto. Ma è una canzone che resta, e che ti fa venire voglia di cantare a squarciagola.
Ma ci attende un’altra inversione a U con I Belong to You, una roba che non solo non somiglia a nulla che abbiano fatto in passato, ma che non assomiglia proprio a niente che io conosca. Fa molto vaudeville e avanspettacolo. E ha ancora un ponte in mezzo a spezzare il ritmo. Ottimo pianoforte, voce del Bells a ottimi livelli, una canzone veramente strana, ma che si lascia molto apprezzare. La parte francese non è male, fa molto Baudelaire, ma il francese con l’accento inglese è quasi peggio dell’inglese con l’accento francese :P . Comunque, ancora una volta esperimento riuscito.
Poi, silenzio, buio, e si arriva al clou. Exogenesis, sinfonia in tre parti, per buoni tredici, quattordici minuti di ascolto in apnea. Non c’entra niente con quel che s’è ascoltato finora, eppure ne è la summa. A dire il vero, sembra la summa di tutto quanto i Muse abbiano prodotto fino ad oggi, come se ogni disco, ogni canzone, non fosse servita ad altro che ad arrivare fin qui, a questi quattordici minuti col cuore e l’ugola in mano.
Si parte con un tappeto d’archi, che in un paio di minuti di attesa si scioglie in un sottofondo arpeggiato che sembra la controparte sinfonica del tema di Bliss. La tensione accumulata si scioglie sul celebre falsetto à la Microcuts del Bellamy, una cosa che non è che ci era mancata, dddde più. E come la tensione, mi sciolgo anch’io. Come Fury, ma più intensa, più profonda, più sofferta. Quattro minuti di estasi e dolore, quattro minuti di anime che volteggiano al di fuori del corpo, di spazi siderali. Dentro c’è il respiro del cosmo. La vetta, semplicemente.
L’overture si scioglie, è il caso di dirlo, in un romanticissimo pianoforte, cui pian piano si aggiungono gli archi. È tempo di migrare, e di sperare, e la voce di Matt si raccoglie intorno a quest’attimo di religiosa attesa. Poi batteria e basso partono all’attacco, e la sinfonia raggiunge il suo nucleo centrale, un’unione perfetta di rock e classica, quella fusione che è tutto quanto un’onesta fan di Absolution come me avrebbe sempre voluto ascoltare. Ecco quel che i Muse sanno fare per davvero, e lo sanno fare solo loro, il loro marchio distintivo. Forse questa seconda parte non è così bella e straziante come la prima, e forse è l’episodio più debole della sinfonia, ma avrei pagato qualsiasi cifra per un disco intero di episodi minori del genere.
Stacco ancora, e siamo alla fine, l’ultimo terzo, ancora introdotto dal pianoforte, in toni crepuscolari e intimi. Il tempo di far entrare gli archi, e la melodia si fa più tesa, ansiosa e al tempo stesso timorosa di aprirsi ad una nuova speranza. E poi l’esplosione finale, il ritorno alla vita. Ma, come in tutti i brani dei Muse, la speranza è sempre in bilico, una promessa forse non mantenuta, un’illusione. E si torna al piano e agli archi, in un circolo perfetto. E sul finale, sulle note che si spengono, uno rimane un po’ così: pieno e vuoto. Le cose belle ti lasciano sempre un po’ orfano, quando finiscono.

Ora, qualche considerazione sparsa. Disco sicuramente assai meno compatto di un Absolution, ma più forte rispetto ad un BH&R. Del secondo condivide una certa tensione alla sperimentazione, molto più riuscita, comunque, del primo l’importanza della parte sinfonica. Direi un mix perfetto dei due precedenti lavori, forse la cosa migliore che abbiano prodotto finora. Probabilmente, comunque, quella che mi piace di più. Ci sono episodi minori, ma non ce ne sono sempre? E nella sua eterogeneità, c’è comunque un’unione di intenti di fondo che emerge solo dopo ripetuti, e ripetuti ascolti.
Certo, la sinfonia finale riscatta qualsiasi cosa, con la sua grandezza, la sua capacità di scavare a fondo e suscitare emozioni, e forse sarebbe stato bello avere un disco intero così, ma i Muse non sono questo. I Muse sono un sacco di cose, più che altro sono gioco. Ogni disco, un giocattolo nuovo con cui fare esperimenti pazzi, sul limite scivoloso tra grandezza e ridicolo. Per chi non li apprezza, è una china lungo la quale sono caduti molte volte. Per chi, come me, li adora, sono rimasti quasi sempre sul confine, ed è questo che li rende grandi ai miei occhi. Sono un po’ un gruppo da sospensione dell’incredulità, come riflettevo ieri: inizi l’ascolto di un loro nuovo lavoro, e devi essere pronto a tutto, ma per davvero, senza aspettative di alcuna sorta. Ti devi affidare nelle loro mani, devi dimenticare ciò che sai di loro e lasciarti trasportare. Se ne è valsa la pena lo saprai solo alla fine.
Per il resto, forse testi un pochino sotto la media, ma neppure poi tanto. Ma con tutta questa bella musica con cui baloccarsi, uno non è che ci faccia poi così tanto caso.

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La livella

Lo so che in questo momento stanno succedendo cose più importanti, delle quali bisognerebbe parlare e per le quali occorrerebbe indignarsi.
Lo so che non ha avuto l’impatto che un Jackson può aver avuto sulla musica, una Fawcett sull’immaginario erotico o un Bongiorno sulla storia della televisione. E so che non era certo un intellettuale come la Pivano.
Ma per una serie di ragioni, stamattina m’ha intristito leggere, per altro con un anonimo trafiletto sbattuto sulla colonna del gossip di Repubblica che conduce ad una sua semplice e scarna biografia, della morte di Patrik Swayze.
È che mi sono ricordata i tempi di Dirty Dancing, che per le mie amiche dodicenni e più grandicelle era una specie di must, un film che sapevano a memoria, che a volte mi costringevano a recitare. Come quell’estate in cui andavo in giro per le vie del quartiere con I., e sotto il sole, sul ciglio della strada polverosa, tra erbacce e asfalto, ballavamo la scena finale. Così quel film, che probabilmente non mi ha mai detto davvero niente, lo guardo con affetto, quando lo danno in tv, perché mi ricorda quei tempi, sospesi tra il desiderio di essere come le altre e la volontà di trovare la mia strada, tra maglie sformate, cappelli improbabili e scarpe di tela. E lui, lui mi faceva simpatia, non so perché. E mi intenerisce questo suo andarsene in sordina, senza il servizio celebrativo al telegiornale, lo speciale sul quotidiano, la retrospettiva di film la sera. Come se finalmente ci si rendesse conto che la lotta contro la malattia, la morte, sono fatti privati, che ci riconducono alla nostra dimensione di semplici uomini. Come diceva De André
cari fratelli dell’altra sponda
cantammo in coro giù sulla terra
amammo tutti l’identica donna
partimmo in mille per la stessa guerra
questo ricordo non vi consoli
quando si muore si muore si muore soli
questo ricordo non vi consoli
quando si muore si muore soli.

P.S.
Memorandum per chiunque oggi assisterà alla trionfale consegna delle case ai terremotati dell’Abruzzo. Per carità, ci fa piacere che qualcuno avrà una casa. Ma cerchiamo di non dimenticare che c’è gente per la quale è ancora, e sarà a lungo, la mattina del 6 Aprile.

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In attesa

La gravidanza è un tempo strano. Un luogo del corpo e della mente in cui ogni cosa è possibile. Un posto dove realtà e fantasia si incrociano, un tempo sospeso, diviso tra l’attesa impaziente di quel che sarà tra qualche mese, e il desiderio che duri per sempre. La palestra in cui si impara un amore col quale finora non avevo mai avuto a che fare. Quell’amore a scatola chiusa, che provi a prescindere. Finora hai avuto bisogno di prove, per amare, hai avuto bisogno di conoscere. Entravi in contatto con una persona, e ci voleva un po’ di tempo per decidere di affidarti a lei. Un bambino lo ami prima che sia, prima di vederlo e di sentirlo, a volte prima ancora di concepirlo. Non ha importanza come sarà, non ha importanza neppure quel che diventerà.
Da ragazzina mi ribellavo alla retorica della maternità. Ma non è vero che è un atto d’amore, dicevo, in fin dei conti è un atto di egoismo: si dice infatti “voglio avere un bambino”, lo fai per te.
Non dico di aver cambiato idea. La decisione di avere un figlio è difficile da spiegare, quanto conti il desiderio di avere un figlio e quello di mettere al mondo una vita. Ma quante volte nella vita ti capita di amare così, senza sapere. Amare incondizionatamente. Probabilmente mai. Solo quando fai questo salto nel vuoto, e metti in gioco la tua vita e il tuo corpo.
E poi la gravidanza ti apre al mondo. Perché in qualche modo percepisci che non lo fai solo per te. Che avere un figlio ha a che fare con la vita e con l’umanità, è un gesto del singolo che in qualche modo risuona nella collettività. E per questo ti senti più vicino all’umano. Come fai a non sentire tuo il destino di chi soffre quando sei così aperto al futuro. Leggi dei barconi di clandestini morti in mare, e che c’erano delle donne incinte. E come fai a non pensare che erano come te, identiche. Come fai a non commuoverti per ogni bambino, per ogni destino, se è sul mondo che stai scommettendo? Su quel nido che accoglierà il bimbo, che dovrà fargli da casa per tutta la sua vita.
Bisognerebbe sentirsi più spesso così. Il mondo sarebbe un posto migliore.

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Dall’Olanda…

…il papà ha portato ad Irene dei fiori
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Puro delirio

Oggi in Italia è uscito The Resistance.
Io ho fatto la scelta di ordinarmelo from UK, perché volevo la versione con DVD, un onesto compromesso tra il cd normale, in vendita in tutti i negozi, e l’edizione rilegata in pelle umana con Matt, Chris e Dom che ti bussano a casa per la consegna. Va bene il collezionismo, ma 70 euro o giù di lì non me la sono sentita di spenderli.
Ora, il pacchetto dovrebbe arrivare il 14, data di uscita nel resto del mondo.
Potevo aspettare?
No.
Per cui mi sono votata a santo iTunes, che per modici 9.99 euro m’ha recapitato a casa le 11 canzoni.
Non è tempo per una recensione ragionata. Ho fatto un solo ascolto.
No, è tempo per il delirio più puro. È tempo per l’emozione senza filtro.
A parte che praticamente sono 11 canzoni una meglio dell’altra, c’è una cosa, alla fine. Una sinfonia, così la definisce il titolo. Una canzone in tre parti. Ora, a me letteralmente mancano le parole per descrivere una cosa del genere.
Siccome avevo sentito la preview di 30 sec., sapevo che mi aspettava qualcosa di grande, almeno per quei 90 secondi che avevo già ascoltato. Per cui ho interrotto il lavoro, ho preso il mio yogurtino greco, ho accesso lo stereo e mi sono messa sul divano. Per un ascolto puro e incontaminato, attento. A parte lo yogurt, certo.
I primi 4:18 minuti sono la cosa più bella dei Muse che abbia mai ascoltato. Forse una delle cose più belle che abbia mai ascoltato in generale. 25° gradi in questa stanza, ma io avevo brividi a braccia e gambe. Roba che uno si chiede, ma quando l’hanno scritta, a cosa pensavano? Quali immagini, quali suggestioni, producono una cosa così? E il modo in cui quella roba risuona poi in me, in perfetta sintonia con ogni fibra. Perché con la musica che amo non è mai stata questione se sia oggettivamente bella o meno. È questione di come risponda al mio vissuto interiore, al mio immaginario, persino alle cose che scrivo. Come quei libri straordinari che ti rivelano a te stesso, come quei discorsi che ti fanno credere per un istante di aver capito, non sai neppure bene cosa, ma hai capito. Non è così tutto quel che si ama? Ecco, Exogenesis: Symphony part. I (overture) è così. Una roba che ti ricongiunge con la tua parte più profonda, che ti rimette al mondo.
Poi uno dice, vabbeh, il resto della canzone sarà così così. Come quelli che partono col botto, si giocano tutte le cartucce e poi si ammosciano per strada.
No. Si continua su quello stesso tenore. Tredici minuti che volano via come fossero uno solo. Straziante, appassionata, delicata. Un unico fluire di emozioni. Era dalla prima loro canzone che sentii che aspettavo una cosa del genere, era dal passo ritmato dei soldati in apertura di Absolution, era da anni che io sentivo che prima o poi doveva arrivare una cosa così. È quel che avrei sempre voluto sentire dei Muse.
Puro delirio. Ve l’avevo detto.

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