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29
settembre 2009

Sabato
Sabato ho fatto quella che con ogni probabilità sarà la mia ultima apparizione in pubblico, lo sapete. E sono stata a L’Aquila. Come avrete vagamente intuito dai post sulle mie vacanze dello scorso anno, sono piuttosto legata all’Abruzzo. È che è una terra così selvaggia e bella…Sì, i monti del Trentino sono straordinari, i panorami meravigliosi, ma devo dire che solo con la natura come ti puoi sentire sul Gran Sasso o in una semplice passeggiata di notte nel Parco Nazionale d’Abruzzo ti ci puoi sentire in pochi altri posti in cui sia stata.
Eppure, appena ho preso l’uscita l’Aquila ovest dell’autostrada ho realizzato che mancavo dalla città dalla bellezza di sei anni. Roba allucinante, considerando che quando c’ero stata mi ero innamorata, e avevo accarezzato l’idea di viverci, prima o poi.
Sono stata in una zona che non avevo mai visitato. Mentre scorrevano i cartelli (Collemaggio, Fontana delle 99 Cannelle) cercavo di sovrapporre i ricordi a quel che vedevo. E ho provato a non soffermarmi sulle crepe sui palazzi, sui muri sbrecciati, sulle finestre desolatamente buie la sera, quando sono andata via. Ne abbiamo avuta a pacchi di pornografia del terremoto, i nostri sguardi ormai non fanno altro che violare il privato di una città che avrà pure il diritto di andare avanti: senza dimenticare quel che è stato, ovviamente, ma anche senza restare intrappolata in certe definizioni da pessimo giornalista.
E sono approdata qui, presso il Campo Alenia Stazione gestito dai volontari di Nuova Acropoli. M’ha intristito pensare che era la prima presentazione che facevo in una città che tanto mi è cara. Voglio dire, sei anni per approdare qui, quando l’Aquila è stata per mesi a un’ora di macchina da casa mia, bella, fresca, intatta.
Devo dire la verità, è stata una delle presentazioni più piacevoli della mia vita. Un’esperienza intensa, stancante di certo, ma bella. La gente attenta, l’ambiente raccolto della tenda, e una certa aria di allegria. È che c’era un forte senso di comunità, come raramente ne ho percepiti. Gli spettatori non erano tutti ospiti del campo, ma si sentiva che per due ore siamo stati tutti uniti da qualcosa, persino io che lì non c’ero mai stata, e un’ora dopo avrei ripreso la via di Roma. E quel qualcosa che ci ha uniti non credo fossi tanto io. Sì, le mie storie di certo, ma non perché abbiano qualcosa di particolare, siano più potenti di altre o cose. Credo che ad unirci fosse una comune ricerca. Un bisogno di stare assieme nonostante tutto. E di comunicarsi qualcosa. Come se ad un tratto quel che dico sempre, che scrivere è partecipare con la propria, misera tessera, al mosaico della vita, fosse diventato più vero, tangibile. E se per me è stata un’esperienza di due ore, mi sono accorta che per gli Aquilani è ormai diventato un modo di essere, da sei mesi a questa parte, l’unica cosa che ti salva. Quando ognuno di noi ha poco, l’unica è mettere assieme quel poco, e se le domande sono soverchianti per il singolo, possono essere affrontate dalla collettività. È questo il senso del vivere assieme, il motivo che ha spinto gli uomini a raggrupparsi, in villaggi, paesi, città, metropoli. Un senso che col tempo abbiamo perso.
M’è piaciuta l’allegria dei volontari e del pubblico, m’è piaciuto sentire quell’accento che alle mie orecchie meridionali appare sempre un po’ simile a quello campano. E stamattina, pensando a quel che avrei scritto oggi, ho pensato che in fin dei conti sono andata fin lì ad imparare qualcosa. Molte cose. Tra cui una che avevo scritto tanti anni fa. Che la speranza non è una cosa data, che c’è o non c’è. Non esistono situazioni in cui è possibile trovarne e situazioni in cui non esiste. La speranza è una cosa che ci diamo, il più grande dei doni che possiamo farci. Va costruita, ricercata con pervicacia, creata. Siamo noi la nostra speranza. E quando, tra le domande che mi sono state fatte, mi hanno chiesto cos’è il coraggio, questo avrei dovuto rispondere: che il coraggio sono un gruppo di volontari che tirano su un campo nel quale non dimenticare chi siamo e cosa ci fa vivere, che dal nulla creano una biblioteca per chi ha perso tutto, che dalla propria casa pericolante va a salvare i libri, che senza un tetto sulla testa è capace di ridere, di rimboccarsi le maniche, di lavorare per la comunità, e che pensa a quando tutto sarà tornato alla normalità, e non sta lì ad attendere che semplicemente accada, ma fa di tutto perché quel domani si realizzi, e al più presto. E mi sono sentita, e mi sento ancora, così piccola, fragile e stupida, con la mia cronica incapacità di non piagnucolare per ogni cosa, di non piangermi addosso ad ogni difficoltà.
È stato bello, bellissimo.
E, per altro, è stata anche la prima volta che qualcuno che non fosse amico o parente, ha fatto un regalo alla pesciolina. Lo vedete nella foto qua sotto. Con l’augurio che anche lei sappia sempre rimboccarsi le maniche, e dotarsi di quella forza che ogni tanto a me difetta, ma che cercherò con tutta me stessa di insegnarle.

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Basita
Sono basita. Che poi, da molti mesi a questa parte, è il mio stato perenne di fronte a certi eventi che accadono in ’sto paese. Quel che mi basisce è la seguente notizia: per riassumere, Loredana Lipperini è stata denunciata per una recensione. Esatto. Una recensione ad un libro. La scusa la solita: diffamazione. Leggetevi la recensione. E ditemi dove sta la diffamazione. Ma tanto ormai sappiamo come funziona. I nostri politici in questo hanno fatto scuola: non sei allineato sul pensiero unico? Ti blocco querelandoti. Chissenefrega se vinco o perdo. Chissenefrega se hai detto il falso o il vero. Intanto ti ho chiuso la bocca. E comunque, quando ti assolveranno, avrai al massimo diritto a mezza riga in quarantesima pagina sul giornale locale. Un gioco a rischio zero che ci sta imbavagliando tutti, ma proprio tutti.
Io direi che a questo punto dovremmo leggerci in massa la recensione e Navi a Perdere, che per altro ho letto anch’io l’anno scorso, trovandolo avvincente e illuminante.

Ma un tempo il panico non andava evitato?
Stamattina, durante la mia parca colazione (no, calma, stamane ho avuto diritto al miele, le altre mattine solo gallette di riso :P ), leggo questo. Certo. Ormai hanno munto la pandemia oltre ogni possibile limite. Manca ormai solo che la gente ti ammazzi in strada per uno starnuto (in effetti l’altro giorno non mi sentivo tanto sicura sulla metro con la tosse…). Si può passare alla seconda psicosi annuale: l’influenza stagionale fine di mondo. Che ogni anno dovrebbe ucciderci a pacchi ma poi, non si capisce perché, non lo fa. Mah.
Ora, non sono un medico. Ma scoprire che l’OMS ha tolto la dicitura “malattia che causa un enorme numero di malati e morti” dalla definizione di pandemia per poter dichiarare lo stato d’emergenza di quest’anno (qui e qui i documenti a confronto), uno qualche domanda se la fa. Poi esce fuori che i tassi di mortalità sono paragonabili a quelli dell’influenza solita, e che addirittura il virus avrebbe circolato già nel ‘97 e nel ‘77 (ma non era nuovo?) e le domande si fanno sempre più inquietanti.
Evitare le infezioni è cosa buona e giusta. Avere piani per fronteggiare improvvise emergenze sanitarie è sacrosanto, così come preoccuparsi delle ricadute sociali di malattie fortemente contagiose. Ma giocare a spaventare la gente, no. Perché poi finisce che si fa sterilizzare un palazzo solo per evitare che gli abitanti ti lincino. Ma tanto ormai la strategia è quella: terre et impera, spaventa e comanda. Un gioco sempre molto efficace, ma condotto sul filo del rasoio. La paura, una volta scatenata, non si può più fermare.

25
settembre 2009

La vendetta di Montezuma
Quando ho fatto gli esami prima di restare incinta, ricordo che ero contentissima di essere risultata positiva alla toxoplasmosi. Avevo in mente l’immagine di mia cugina, che invece non l’aveva mai contratta in vita sua, e per questo per nove mesi dovette astenersi da insaccati, carne, pesce e verdura cruda. Considerando che un buon 30% della mia dieta è vegetale, mi pareva una suprema rottura di scatole.
Me ne bullavo anche con le amiche che invece erano negative. Evidentemente avrei dovuto usare un po’ meno tracotanza.
Perché, dopo sei mesi di pacchia alimentare, in cui avevo anche iniziato a prendere qualche piccolo vizio (pizza una volta a settimana, caramellina fondente ogni tanto), è arrivata la punizione divina.
C’è un esame, orrendo, che si fa più o meno alla ventiquattresima settimana di gravidanza, ed è la mini-curva da carico glicemico. In pratica ti fanno bere questo orrido bibitozzo dolcissimo e denso con dentro 50 gr di glucosio, e poi ti pigliano la glicemia, per vedere come metabolizzi gli zuccheri. Serve a diagnosticare il diabete gestazionale, una malattia per cui assorbi appunto male gli zuccheri.
Io, che soffro di stomaco, non è che abbia preso l’esame molto bene. Sono stata male un giorno intero, a dirla tutta. Ed è uscito fuori positivo.
Ora. Non è che a questo punto uno può semplicemente disperarsi e dirsi che è diabetico. No. Si deve sottoporre alla curva da carico completa per una vera diagnosi: 100 gr di orrido glucosio e quattro prelievi di sangue in tre ore. Mattinata di lavoro buttata, stomaco sottosopra, nausea, e due braccia che manco i tossici all’ultimo stadio. Ah, e diagnosi di lieve diabete gestazionale. Ovviamente.
Quando ho avuto la “lieta” novella, mi sono sentita un po’ in una puntata dei Simpson. Mi aspettavo da un momento all’altro l’apparire di uno di quei depliant à la Dottor Hibber, del tipo “E così hai il diabete gestazionale: come dire a addio a carboidrati di qualsiasi forma”, o meglio ancora un video divulgativo di Troy McClure: “Salve sono Troy McClure, forse vi ricorderete di me per video informativi come Tri-test: come farsi venire le ansie inutilmente nei primi tre mesi di gravidanza e Ecografia Morfologica: caccia alla malformazione nascosta”. Il depliant in effetti poi l’ho trovato, così deliziosamente bilanciato tra toni parternalistici (su, non ti preoccupare, poteva andarti peggio) e allarmistici (comunque guarda che è solo l’inizio, eh? E se poi ti viene il diabete tra tot anni? Eh? Eh?).
E insomma, adesso sto seguendo una dieta perfettamente esemplificata da Giuliano: “Stai tipo carcerata”.
No, vabbeh, in effetti pensavo peggio. A parte che mi sono tassativamente proibite tutte le cose di cui ho voglia, ovviamente. Per dire, fino a tre giorni fa pensavo che avrei festeggiato la fine degli esami (passato anche l’ultimo) con un dolcino, o una pizzetta. Oggi mi delizierò con fagioli poco conditi e formaggio a fiocchi. Ci metteremo un bel brindisi con acqua fresca, che in questi casi non fa ruggine.
Ma poteva andare peggio, ed è verissimo. E tutto sommato sono tre mesi di privazioni. In cui casca il mio compleanno, ma vabbeh, mi darò alle torte giapponesi, la mappazza di riso in bianco :P . Non mi lamento. Ok, mi sono abbondantemente lamentata ieri e l’altro ieri, mettiamola così, ora non mi lamento più.

Orgoglio di mamma
Ieri dal ginecologo.
Ginecologo: Vedo che la bimba sta messa tutta a sinistra.
Io, con volto intenerito, penso: Così giovane, e già così farabutta

25
settembre 2009

Post volante, perché sto andando a dare l’ultimo esame del primo anno di dottorato.
Col mio solito ritardo, vi segnalo semplicemente che domani, ore 18.00, sarò a L’Aquila, al Centro Kairos di Nuova Acropoli, per quello che credo proprio sarà l’ultimo incontro coi lettori prima dell’arrivo di Irene. Ormai sono enorme, per tirarmi su ci vuole il paranco, e mi stanco a pensare :P .
Ci vediamo domani per chi ci sarà, gli altri tenete le dita incrociate per me, thank you :)

23
settembre 2009

Quando ho scoperto di essere incinta, la gente mi diceva che per me sarebbe iniziato un periodo lieto di gente che ti guarda con affetto, ti coccola, ti evita se possibile inutili fastidi. “Sai, il potere di dare la vita, la retorica della maternità…” e roba così.
Non pensavo ovviamente che sarebbe iniziata subito: fino al quinto mese sembravo sostanzialmente in sovrappeso. Immaginavo però che, non appena la pancia fosse diventata evidente, la gente avrebbe fatto a gara a cedermi il posto sulla metro o a farmi passare avanti nella fila al supermercato.
Non ho mai approfittato di questo “potere”, questo va detto. È che ho scarsissima fiducia nella capacità di comprensione e nella pazienza del romano medio, per cui per evitare scene del tipo “Ah signo’, eh no, mo se fa la fila come tutti l’antri…e nun lo so, ma ‘ndo sta scritto che una ‘ncinta deve passa’ ‘a fila” (scene effettivamente avvenute e raccontate da altre donne gravide) ho sempre fatto la vaga in fila. Però pensavo che magari qualcuno potesse avere un impeto di tenerezza di fronte al mio panzone e decidesse sua sponte di fare il galante. Macché.
Sulla metro, il simpatico ragazzo seduto davanti a me ha continuato a leggere, mentre io me ne stavo aggrappata ai sostegni come una scimmia alla liana, cercando di equilibrare la panza.
Al supermercato finora hanno sempre fatto tutti i vaghi, anche quando si trattava di fare mezz’ora di fila.
Ieri, in piscina, speravo quanto meno che il baldo e palestrato giovincello davanti a me mi facesse passare (nuoto un po’ due volte a settimana, dicono faccia bene a mamma e pupa, dovevo solo rinnovare l’ingresso), invece appena s’è liberata l’hostess s’è fiondato davanti a me per rimarcare senza ombra di dubbio il suo diritto di precedenza.
Ora.
Forse la maggior parte della gente pensa che far passare una donna gravida ad una fila significhi pagare un inutile balzello ad una panzona che solo perché sta perpetuando la specie si crede chissà chi, ma vi avviso che la pancia pesa. Non è come essere sovrappeso, e io lo sono stata. Se sei grasso non ti pesa niente, la massa è distribuita più o meno uniformemente su tutto il corpo. Quando sei incinta sta tutto davanti, e tira verso il basso. Ti fa male la schiena, ti fa male l’osso pubico, ti tirano muscoli che non credevi neppure di avere. E stare impalata in piedi fa male. Fa male pure camminare, se è per questo, una cammina solo perché il medico ti dice che ti fa bene. E no, non vale che siccome vado in piscina allora potrò pure sopportare 15 minuti in fila alla cassa: nuoto perché in acqua peso più o meno la metà, la panza non mi dà più fastidio e riesco a fare quelle due vasche ogni cinque minuti che mi permettono di sentirmi bene per i tre giorni successivi. È una cosa proprio diversa.
Anyway. Roma è una città stressante, ognuno c’ha i fatti suoi, e nessuno c’ha voglia di perdere tempo. Ogni tanto però quel filo di comprensione per il prossimo potremmo anche sforzarci di avercelo.

21
settembre 2009

…o anche L’Enigma della Licia.
Prendete una bottiglia di Martini chiusa e riposta da tempo immemore in una vetrinetta di un salotto qualsiasi. Prendete una ventina di formiche.
Trovate un modo in virtù del quale le formiche possano prendersi, letteralmente, la sbornia della vita

formiche

P.S.
Me lo hanno indicato da più parti, lo condivido con voi. Ieri pare che i Muse fossero a Quelli che il Calcio, un’ospitata che fanno praticamente ad ogni disco. Per cui, ecco a voi il cantante Dominic Howard (?), il chitarrista Christopher Wostenholm (??), ma soprattutto lo strepitoso batterista Matthew Bellamy (???). Vabbeh, so’ ragazzi, se so’ voluti diverti’. Tutti hanno trovato inquietante la Ventura che che pare non essersi accorta di nulla. Personalmente, non ci vedo niente di così scandaloso. Voglio dire, è ovvio che i gruppi musicali invitati a Quelli che il Calcio sono completamente fuori contesto; non è una trasmissione di musica, è un contenitore pomeridiano che parla di tutto un po’. Prova ne siano le domande della conduttrice, che paga il suo dazio di far pubblicità al gruppo senza particolare verve né voglia. It’s showbiz. In rete tutti incensano il “gesto provocatorio” del gruppo. Secondo me trattasi di semplice voglia di fare i cazzoni. Punto. Se non ti sta bene andare a fare playback, se non ti sta bene andare in una trasmissione dove la conduttrice a malapena sa chi sei, e sostiene che possiedi quaranta elementi orchestrali nel garage di casa, non ci vai, non credo che la Warner poi ti venga a dare fuoco al suddetto garage. Altro conto è che ti vuoi divertire, in un contesto in cui sai per altro di poterlo fare. Poi, vabbeh, sarò io che la retorica à la sex, drugs & rock’n'roll, per cui il musicista rock se non spacca chitarre ogni tre per due e non muore di droga/cirrosi epatica a ventisei anni è poco credibile, l’ho sempre trovata un po’ ridicola, ma mi piace più credere al gesto estemporaneo, fatto per non rompersi troppo le balle durante una marchetta, che al supremo atto di ribellione dei miei stivali.

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