Archivi del mese: settembre 2009

Geni

Interno sera. Io e la mamma.
Mamma: “Speriamo che Irene non prenda il naso con la gobba dal nostro lato della famiglia…”
Io: “In effetti…ma speriamo proprio che prenda il naso di Giuliano, che a me è sempre piaciuto un casino”.

Io: “E magari anche l’altezza la pigli da lui”

Io: “Sai che ti dico? Pure i capelli, così le vengono mossi, e il colore della pelle, dicevamo”.
Mamma: “Sì, scuretta”

Io: “Mi sa che sarebbe proprio meglio che i miei geni se ne stessero un po’ in disparte senza rompere troppo”.

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Ray of Light

Stamattina ho capito subito che era nuvoloso. Una lieve diminuzione della luce sul mio cuscino, l’assenza di quella nota aranciata sui mobili del soggiorno, nel percorso tra la stanza da letto e la cucina.
Non ricordo l’ultima volta che è stato nuvoloso così a Roma: un mese, forse due. Così me la sono voluta godere, e mentre mi lavavo ho aperto la finestra del bagno, che per la cronaca dà sulla campagna romana.
In fondo, oltre le colline di tufo e il giallo dei campi secchi, c’è la skyline di Roma, piccola, distesa come una linea marrone tra cielo e terra. E in fondo, se uno sa dove guardare, si vede il Cupolone.
Stamattina non ho dovuto cercare. Lo sguardo è stato immediatamente catturato da un punto rosa, a congiungere le nuvole basse e grigie e il marrone dei tetti di Roma. La Cupola di S. Pietro. Illuminata da un unico raggio di luce rosata, sola tra tutti gli edifici della città.
Ho preso la macchina fotografica di corsa, ho cercato le migliori condizioni di luce e esposizione. Ma è durato un attimo, come tutti i miracoli. Il tempo di togliere l’occhio dall’obiettivo, ed era tutto come prima. La città anonima, il Cupolone un’escrescenza anonima lungo il profilo di Roma.
Sono bastati però quei pochi secondi a illuminare dello stesso rosa la mia giornata.

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Fra cielo e terra

Stanotte, o meglio stamattina, perché c’era già un po’ si sole, ho dovuto mettermi sotto le coperte. Faceva fresco, il condizionatore era spento. È stato un piacere dolce infilarsi sotto le lenzuola, la poca luce che filtrava dalle persiane abbassate, e la consapevolezza che avevo ancora qualche oretta di sonno. E stamattina, quando ho aperto le finestre, tirava un pochino di aria fresca. 17°, secondo l’infallibile Air. Segno che forse l’assedio sta finendo, che fra un mese potrebbe essere non dico autunno, ma qualcosa che un po’ ci somiglia.

Quando scrivo cose del genere, e poi vado a sfogliare il blog, mi torna sempre in mente il primo post che scrissi. Risale alla bellezza di quasi cinque anni fa. Ricordo che all’epoca mi facevano impressione i blog che avevano archivi che risalivano al 2002. Ero certa che io non sarei mai riuscita a mantenere un hobby del genere per tutto quel tempo. E invece adesso anch’io ho archivi sterminati, pieni di cavolate, riflessioni, pezzi di vita e di scrittura.
Ripenso a quel primo post, lo rileggo, e mi accorgo che in cinque anni non ho mai tradito quello spirito. Che a 23 anni avevo sostanzialmente deciso la mia via, era già diventata quello che sono ora. Fra Cielo e Terra. Riflessioni serie, invettive, tentativi più o meno lirici. E cazzate qualsiasi, test presi da internet, riflessioni intorno all’ombelico (e non intendo in senso metaforico). Qualche volta mi domando se non sia un errore. Questa mescolanza di sacro e profano. Se non sarebbe meglio scegliere una via e seguire quella: fare un blog solo di post incazzati contro il mondo, citando articoli di giornale e cose così. Oppure no, parlare solo di cose intimistiche, di disavventure domestiche. O meglio ancora farne un raccoglitore di cazzate varie.
Ma questa non sono io. Questa non è la vita. Che per forza di cose è piena di fatti seri e faceti, in un miscuglio inestricabile di commedia e dramma. E allora non ha senso cercare di sbrogliare la matassa, e dividere ciò che è intimamente interconnesso.
A cinque anni di distanza, continuo ad essere sospesa fra cielo e terra, e probabilmente lo sarò per sempre.

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Ombelico dove sei

Quel che mi manca di più del pre-gravidanza non è tanto la possibilità di prendermi un raffreddore senza star lì a temere con angoscia che la temperatura salga sopra i 38°, o la facoltà di alzarmi dal letto senza manovre da scarafaggio che s’è rivoltato. Non mi manca neppure il punto vita, o il seno più piccolo. No. Mi manca l’ombelico.
Avete presente, no, l’ombelico incavato, tanto bellino, quel buchino che a volte si odia, perché sembra fatto apposta per offrire rifugio, d’inverno, agli inestetici pelucchi dei maglioni. Ecco. Non c’è più. Al suo posto, un orripilante ibrido mezzo sporgente mezzo rientrato, orrendo a vedersi.
È normale, lo so. Tornerà come prima. Non lo vede neppure nessuno, visto che, a parte rari casi quando vado a nuotare, mi guardo bene dall’andare in giro con l’ombelico al vento. Ma lo vedo io. Ed è ORRENDO.

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Nel frattempo…

Ogni tanto occorre staccare. Me lo diceva Giuliano: se avessi avuto la rete 24/7 in crociera, non ti saresti rilassata così. È vero. Il virtuale logora quanto il reale.
Così, mentre lavoro, preparo esami, mi perdo in panorami del genere, faccio incontri ravvicinati coi caprioli e osservo il mio ombelico scomparire dalla mia pancia, vi segnalo due post che parlano di me: uno su Blogmamma e l’altro su Generazione X 2.0. Così voi avete di che leggere, e io di che staccare :P

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