Il tavolo della cucina. I piatti messi a scolare di lato. La gomma Staedler, così grossa che uno non arrivava mai a consumarla del tutto. Il codice per la durezza della grafite delle matite: una HB dovrebbe andare.
Non disegnavo con carta e matita da almeno sette anni. Forse di più. E ricominciare a farlo m’ha ricordato quando lo facevo da bambina. Le tempere Giotto, i pennelli che non andavano mai bene, tranne uno, sottilissimo, con cui finii a fare di tutto, dalle campiture piccole e i dettagli alle paginone di un solo colore. Il faidate è stato un mio hobby per un sacco di tempo, ho disegnato e decorato di tutto. Quando ero bambina tutti i natali disegnavo scatole e biglietti di auguri, alcune volte anche le carte da regalo. E poi per un sacco di tempo non ho più fatto niente. Fino a due giorni fa.
Stamattina ho recuperato anche un altro classico della mia infanzia/pre-adolescenza. Dalla/Morandi. Il disco. M’era venuto in mente l’altra sera, mentre, sbracata sul divano come una balena spiaggiata, seguivo con poca convinzione una puntata di X-Factor su Rai4. Ricordo ancora a memoria un sacco di canzoni. Tutta Vita, le immancabili Chiedi Chi Erano i Beatles e C’Era un Ragazzo, ma anche roba come Duemila o Dimmi Dimmi. Mi piaceva tanto allora, mi piace tantissimo adesso. Ho ricordato un sacco di cose. Il walkman rosso che usavo per sentire la musica, e che si poteva collegare anche all’impianto casereccio della nostra Uno di famiglia. I sabati mattina in viaggio interminabile per Roma col babbo, quando mi portava a lavoro con lui, in una Trastevere che a me sembrava esotica e lontana come una città straniera. I viaggi con i miei, e la musica che ci sentivamo: De André, classica, Dalla/Morandi, appunto.
A volte ci penso, e mi dico che forse la gravidanza è un lungo addio all’infanzia, con la quale devi fare per forza i conti, prima di poterti occupare di quella d’altri.