Archivi del mese: ottobre 2009

Mission accomplished

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Corso pratico di preparazione al parto

La prima lezione del corso di preparazione al parto è stata: il travaglio è una roba dolorosa e lunga, sulle dodici ore di sofferenza.
Incoraggiante, devo dire. In effetti è da quando sono bambina che sogno un simpatico parto in analgesia :P . Ma a quanto pare la natura, il destino o la sfiga vogliono prepararmi comunque a questo tour de force.
Inizia più o meno alle 14.00 di ieri, con un vago senso di malessere. Coagula in mal di stomaco perforante verso le 22.00, e continua a tormentarmi, con tanto di poetico incontro ravvicinato con la tazza del cesso, fino alle 8.00 di stamattina. A voler essere ottimisti, 10 ore di mal di stomaco fisso, che non se ne andava con nessun rito woodoo. Non serve camminare, non serve stare sdraiati, anzi è peggio, non serve starsene accoccolati su se stessi sulla sedia, nella classica posizione da malato di reflusso. Niente. Dieci ore dieci di tortura. Ore notturne, per altro, per cui non ho chiuso occhio, tranne una miracolosa ora e mezza strappata ai crampi. Ho dormito seduta. Sdraiata faceva troppo male.
Insomma, una prova di travaglio. Che avrei preferito non fare. Ma tanto non scampo. È da quando sono bambina che sto male di stomaco, e tipo due volte l’anno mi tocca. E, ovviamente, in gravidanza va peggio. Eh, gramo il destino delle donne :P

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Smell like teen spirit

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Il tavolo della cucina. I piatti messi a scolare di lato. La gomma Staedler, così grossa che uno non arrivava mai a consumarla del tutto. Il codice per la durezza della grafite delle matite: una HB dovrebbe andare.
Non disegnavo con carta e matita da almeno sette anni. Forse di più. E ricominciare a farlo m’ha ricordato quando lo facevo da bambina. Le tempere Giotto, i pennelli che non andavano mai bene, tranne uno, sottilissimo, con cui finii a fare di tutto, dalle campiture piccole e i dettagli alle paginone di un solo colore. Il faidate è stato un mio hobby per un sacco di tempo, ho disegnato e decorato di tutto. Quando ero bambina tutti i natali disegnavo scatole e biglietti di auguri, alcune volte anche le carte da regalo. E poi per un sacco di tempo non ho più fatto niente. Fino a due giorni fa.
Stamattina ho recuperato anche un altro classico della mia infanzia/pre-adolescenza. Dalla/Morandi. Il disco. M’era venuto in mente l’altra sera, mentre, sbracata sul divano come una balena spiaggiata, seguivo con poca convinzione una puntata di X-Factor su Rai4. Ricordo ancora a memoria un sacco di canzoni. Tutta Vita, le immancabili Chiedi Chi Erano i Beatles e C’Era un Ragazzo, ma anche roba come Duemila o Dimmi Dimmi. Mi piaceva tanto allora, mi piace tantissimo adesso. Ho ricordato un sacco di cose. Il walkman rosso che usavo per sentire la musica, e che si poteva collegare anche all’impianto casereccio della nostra Uno di famiglia. I sabati mattina in viaggio interminabile per Roma col babbo, quando mi portava a lavoro con lui, in una Trastevere che a me sembrava esotica e lontana come una città straniera. I viaggi con i miei, e la musica che ci sentivamo: De André, classica, Dalla/Morandi, appunto.
A volte ci penso, e mi dico che forse la gravidanza è un lungo addio all’infanzia, con la quale devi fare per forza i conti, prima di poterti occupare di quella d’altri.

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Waiting for Irene

Quando ero ragazzina, sui dodici anni, andavo a ricamare dalle suore. Immagino che questa rivelazione scuoterà la coscienza di molti e mi farà perdere due miliardi di punti nella considerazione di alcuni. A me però piaceva molto. Ricamare l’avevo già imparato da mia madre, ma lì incontravo altre ragazze, stavo in compagnia per altro in un ambiente molto piacevole. C’ero andata all’asilo da bimbina, e già questo mi rendeva il convento un posto in cui avevo piacere a stare.
Ora, uno si immaginerà chissà cosa alla parola ricamo. Purtroppo io so fare solo tre cose: mezzo punto, punto scritto e punto croce, che poi sono quasi la stessa cosa. Però mi ci divertivo molto. Indosso ancor ogni tanto alcuni gilet che ricamai anni fa, uno mentre ero bloccata a letto da una distorsione alla caviglia. E poi feci tovagliette per la colazione, bavaglini per le figlie delle amiche, quadretti e via così.
È praticamente dalla nascita di Rebecca che non ricamo più niente. Ho ripreso tipo un mese fa. Avevo paura di non ricordare neppure come si facesse. E invece. È bastato prendere in mano ago e filo, e tutto è ripartito alla grande. Praticamente sono diventata lo stereotipo della donna gravida che cuce il corredino: al momento ho fatto tre bavaglini e il fiocco da appendere alla porta di casa quando sarà. Sto pensando di tornare anche a lavorare ai ferri (cose semplici ne sapevo fare, un’estate mi feci un top a maglia) e fare un ponchettino per Irene.
Ma la passione per il fai da te non si ferma qua. Ieri il marito è andato in spedizione al Romics. Io mi sono tenuta lontana. È che con la panza che mi ritrovo non mi sento molto a mio agio in mezzo alla folla, e poi mi stanco subito, e le fiere del fumetto sono belle, ma massacranti. Lì per lì non gli ho chiesto di comprarmi niente, poi ho realizzato che ci sarebbe stata una cosa che volevo: qualche stampa per la camera di Irene.
A casa nostra no quadri alle pareti. Neppure le immancabili lauree e dottorati. Non so perché. Credo mancanza di voglia di appenderli. Per dire, abbiamo tre stampe che ci piacciono molto, ma da quando abbiamo traslocato ancora non abbiamo deciso dove appenderle. Ma in camera di Irene vorrei metterci qualcosa. Sennò le pareti bianche fanno troppo ospedale. E allora a Giuliano è venuta l’idea.
“Disegna qualcosa tu”.
Nella mia stanza a casa dei miei avevo fatto delle cose da appendere alle pareti: un disegno di Dragon Ball e uno di Dai. Con l’acquerello (che poi erano in realtà tempere moooooolto diluite, ma l’effetto era quello). Per cui, Ora è tutta la mattina che cerco online disegni di Miyazaki da riprodurre (e qui so che vi fornisco il destro per facili battute…). Cioè, so che fossi brava dovrei inventarmi qualcosa io, ma avete visto gli orrori che produco quando invento roba (basta dare un occhio alla sezione Download del sito). Per la verità io so solo copiare: da foto o da altri disegni. Per cui. Ma mi piace l’idea di fare qualcosa con le mie manine per Irene. Vabbeh, vedremo se sarò all’altezza.

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Le Cronache Riprese

Come alcuni di voi ricorderanno (sembro Troy McClure…), quest’estate il fumetto de Le Cronache del Mondo Emerso, edito da Panini, era stato sospeso. So che il gossip tira, per cui, chi non ricorda la cosa o non ne sapeva niente può rinfrescarsi le idee con questo e quest’altro post.
Comunque. Il fumetto era appunto sospeso. E infatti, chiarito quanto c’era da chiarire, corretto quando andava corretto, ora torna. Dal 5 novembre. Potete leggere il comunicato sul sito della Panini.
Ovviamente la crew è cambiata: copertina sempre di Paolo Barbieri (anche questa la trovo veramente figherrima), sceneggiatura di Roberto Recchioni, matite e chine della parte di storia ambientata nel presente di Gianluca Gugliotta e matite e chine della parte di storia ambientata nel passato di Massimo Dall’Oglio.
Un paio di giorni fa ho ricevuto in visione le nuove tavole: a me son piaciute molto. Il Mondo Emerso acquisisce un’ulteriore, nuova sfumatura. E sapete che mi piace quando le mie creature crescono e camminano sulle loro gambe.
Ora, come al solito, la palla passa a voi. Ben accetti commenti e osservazioni su questo nuovo capitolo della saga.

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Cronache del mondo panzuto

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Dio benedica l’abbigliamento premaman

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Non mi è ben chiaro perché la valigia per l’ospedale te la facciano preparare con un anticipo così mostruoso. Cioè, lo capisco. Ma mi fa comunque strano.
Ieri, imbustando la roba di Irene, mi sono accorta che forse ho un filino esagerato col corredo: ha più roba lei che io, soprattutto considerando che al momento non mi entra niente del mio vecchio guardaroba, e cerco di non comprarmi troppa roba nuova.

Continuo a sognare roba da mangiare. Stanotte era una mielosissima baklava. Qualcuno spieghi al mio stomaco che per almeno altri due mesi e mezzo non se parla proprio.

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Nei panni degli altri

Ieri sono andata a cinema. In verità questo ottobre è pieno di film che avrei voglia di andare a vedere, vedremo se riuscirò a farlo. Anyway, sono andata a vedere District 9, di cui avevo già sentito parlare un gran bene da fonte fidata. D’altronde, incazzata come sono nei confronti di certe recenti politiche su tolleranza e immigrazione, ero proprio curiosa di vedere come la cosa fosse stata trattata.
Ora. Innanzitutto, una prece: al cinema è possibile avere il volume appena appena più basso? Specie nei film d’azione? No, perché sembrava di stare ad un concerto rock; ad un certo punto avrei giurato che Irene ha provato ad uscire da un lato e a cercarsi l’utero di qualcuna che avesse gusti cinematografici meno chiassoni.
Per il resto, il film non mi ha completamente convinta. Il fatto è che non so dire neppure io in cosa. È originale, ricco di idee per altro ben sfruttate, pregno di senso, appassiona…ma più o meno a metà ho avuto un momento di stanca, e questo non è un buon segno. Ma se dovessi dire perché ad un certo punto mi sono chiesta che ora fosse, non saprei proprio dirlo. Giuliano dice che c’è una vaga confusione di fondo che non ha apprezzato. Io invece davvero non so spiegare il vago retrogusto amaro che mi ha lasciato la visione. Per cui vi dirò solo perché vale davvero la pena andarlo a vedere.
Dicevo, è originale. Almeno per quel che ho visto io. Certo, l’idea che gli umani siano i cattivi e gli alieni i buoni non è nuova: è dai tempi della Sentinella di Brown (e siamo nel 1954) che capovolgimenti della prospettiva simili vengono tentati. Ma è la prima volta che vedo farlo con una convinzione e adesione così viscerale, senza sconti per nessuno. Ci sono una serie di scene, che pur non essendo particolarmente gore (in una pellicole che per altro ogni tanto indulge allo splatter), sono emotivamente difficili da digerire, soprattutto per lo stile documentaristico del tutto. Nessuna concessione ad un gusto estetizzante della tecnologia, nessuno sconto per un’umanità mostrata in tutta la sua ributtante meschinità. Manca un eroe, per dire. Il protagonista è un inetto dall’inizio alla fine, che agisce solo e soltanto per il proprio tornaconto personale: tronfio e violento quando si presenta alle baracche dei “gamberoni” per intimare lo sfratto, spalleggiato da colleghi e uomini armati, diventa immediatamente viscido e servile non appena è lui il braccato, costretto a chiedere aiuto allo stesso alieno che ha provato a sbattere fuori di casa e cui stava per sottrarre il figlio. E la “redenzione” finale non basta a riscattare un uomo piccolo piccolo, che alla fine capisce solo perché non ha altra scelta. Un quadro assolutamente impietoso, ma terribilmente realistico, di quel che siamo oggi, e che siamo sempre stati: esseri spaventati, incapaci a comprendere l’altro, volti solo ad una sopravvivenza per la quale siamo pronti ad ogni bassezza.
Ma, pur essendo un film dal messaggio politico chiarissimo (sullo schermo passavano le baracche dei “gamberoni”, e io non potevo non pensare al campo nomadi dietro casa mia), è un film d’azione. Si spara un sacco, ci si mena a profusione, ci sono le astronavi, le armi megagalattiche, gli effettoni speciali e pure un esoscheletro che levati. Insomma, un film che vuole dire qualcosa, ma per farlo non si appiattisce su una mera denuncia, e non rinuncia a divertire. È incredibile come abbia i modi del blockbuster, eppure risulti per essere così terribilmente politico, più efficace di un pamphlet giornalistico o di mille documentari sulla segregazione razziale. E, da scrittrice di genere, non posso non apprezzare.
Insomma, funziona. Impressiona. Lascia una traccia profonda dopo la visione. Forse qualcosa nel ritmo andava rivisto, forse la divisione umani stronzi vs alieni buoni buoni è un po’ manichea, ma è peccato veniale: alla fine penso che tutti in sala sperassero che gli alieni ci facessero un mazzo tanto.
Io ve lo consiglio. Guardarci così dall’esterno aiuta molto a capire a che punto siamo, e magari prendere spunto per cambiare direzione.

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Piazza

Santoro ieri sera l’ha visto mezza Italia. Non mi stupisco. L’abbiamo visto persino noi, che non ci riunivamo davanti al sacro elettrodomestico assieme da qualcosa come un paio di anni (credo fosse una puntata di House).
Per la cronaca, mi sono annoiata molto. Vedere Belpietro che si arrampica sugli specchi, sentire la D’Addario che dice cose a me stracognite, non è che mi abbia entusiasmata. Infatti, a ‘na certa ho staccato e me ne sono andata a letto. Ma non era tanto questo il punto della serata. Il punto è che, sostanzialmente per la prima volta da quando questa squallida storia è iniziata, s’è parlato dell’escort-gate sulla Rai, e non su Raitre, né ad orari adatti ai sonnambuli. No. In prima serata sul due. Il senso di quelle due ore di trasmissione è stato questo. Non tutti ci stanno a tenere la bocca chiusa sui comportamenti pubblici e privati del premier (vedi un TG qualsiasi sull’uno o sul due, ormai sono un tripudio di storielle inutili tipo la nipote che mette in vendita la nonna su Ebay, o innocua cronaca nera, tipo la mamma che strangola il pupo o gli ennesimi sviluppi del caso Garlasco). Soprattutto quando c’è il fondato sospetto che il Nostro non si limiti a pagare in moneta sonante le donne che gli aggradano, ma le retribuisce in seggi al parlamento e favori di vario genere. Tralasciando l’incoerenza morale di uno che fai il trombeur de femmes la sera, e la mattina partecipa al Family Day.
Comunque. Tutto questo per fare un po’ di pubblicità alla manifestazione di domani a Roma sulla libertà di stampa. L’appuntamento è alle 15.30 a Piazza del Popolo. Io non vado per ovvie ragioni (folla e panza non è che vadano molto d’accordo), ma non fosse stato per Irene sarei sicuramente andata.
I detrattori dicono che il fatto stesso che si possa manifestare per la libertà di stampa implica che siamo un paese libero. Zucconi dal suo blog risponde giustamente che uno la libertà deve difenderla finché ce l’ha; quando non ce l’hai, puoi solo riconquistarla, e in genere è roba che costa sangue e morte. E non credo che vogliamo arrivare a tanto.
Brutti segnali ce ne sono, dalle querele che fioccano sui giornalisti al premier che dice che la Rai, siccome è di stato, deve fare da grancassa alla propaganda del governo. Passando per le dimissioni di Boffo, ovviamente. Ce n’è per ricordarci che la libertà di espressione è un diritto cui non possiamo in alcun modo rinunciare. Chi si diletta di blogging questa cosa la capisce anche meglio di altri.
Per cui, il mio invito è ad andare e farsi sentire. Io farò il tifo da casa :)

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In piscina

Spogliatoio, mi sto cambiando per andare in vasca.
Ragazza 1: Hai presente che mio padre ha avuto l’infarto, no?
Io: Minchia…povero…però, dai s’è ripreso…
Ragazza 2: Eh
Ragazza 1: Da allora deve mangiare sano
Ragazza 2: Immagino
Ragazza 1: Siccome mia madre non c’ha voglia di cucinare due volte…
Io: eh, come la capisco, santa donna…e io che invece lo faccio tre volte a settimana…
Ragazza 1:…mi tocca pure a me mangiare come lui. Sai quanti chili ho perso da quando ho cominciato?
Ragazza 2: Non saprei…
Ragazza 1: Tre chili! Guarda, si mangia da schifo, però…
Io: mai provato anche col diabete gestazionale? Non penso che tuo padre mangi molto più condito e saporito di me :P

La cosa piacevole di quando sei incinta, è che non solo tu ti senti un po’ più parte della comunità, ma le altre donne invariabilmente ti guardano tra l’intenerito e il comprensivo. E attacchi bottone con tutti. Basta un “a che mese sei?”, per imbastire una conversazione. Così, ieri sera, son finita a parlare di parto et similia con una coetanea, mentre mi spalmavo la crema antismagliature sulla pancia. Un paio di settimane fa ad un matrimonio avevo attaccato bottone con una signora delle pulizie. Ogni tanto, un po’ di contatto umano fa piacere :)

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