Archivi del mese: novembre 2009

Madre o matrigna

Da ragazzina avevo paura del parto. Non sono mai stata una persona particolarmente coraggiosa, e la mia soglia del dolore è molto, molto bassa, soprattutto quando si parla di dolori che si protraggono a lungo nel tempo. Eh sì che da bimba mi sono rotta una gamba, per cui ho avuto a che fare anche con quello che secondo alcuni è il dolore più forte che si possa provare. Comunque, sono fatta così, non che ci sia molto da fare.
Però, adesso che non manca molto, e, detto tra noi, non vedo l’ora che finisca, non c’è traccia di questa paura. Sarà che penso sia una cosa inevitabile, sarà l’epidurale, sarà che spero nella botta di culo che ogni tanto a qualcuna capita, ossia un travaglio non particolarmente doloroso, ma non sono spaventata. Saranno brutti momenti, farà male e sembrerà non finire, ma non è che si può evitare. Indi per cui…Sono molto più spaventata dalle possibili complicazioni per me e Irene.
In ogni caso, in questo periodo vagolo su internet alla ricerca delle esperienze delle altre. E ho scoperto che anche il parto, così come ormai il 99% degli argomenti dibattuti online, divide la gente in fazioni talebane che si odiano peggio di romanisti e laziali. La grande divisione tipicamente è tra fautrici del parto naturale e fan del parto medicalizzato. C’è chi parla dei ginecologi come una specie di mostri che non vedono l’ora di aprirti in due per estrarti rapidamente il ragazzino, e chi, pur di evitare il travaglio, programma cesarei senza alcuna ragione medica specifica. Ovviamente, tendenza alla comprensione tra i due gruppi nulla. Se fai l’epidurale sei meno mamma delle altre, se partorisci in casa sei un’incosciente che pensa solo a cazzate new age senza preoccuparsi della salute del bambino.
Fin qui tutto normale. È la dialettica della rete, il motivo per cui non vado più sui forum e non ho gran fiducia nelle possibilità del web di cambiare il mondo.
Quel che mi ha colpito però è il riferimento al “naturale” come fonte di ogni bene. Il parto “naturale”, quello delle nostre nonne senza assistenza medica, per il solo fatto che è il metodo che la natura ha sempre usato per propagare la specie, è il modo migliore di partorire. Ecco, io non sono sicura che sia proprio così. Il parto senza alcuna assistenza non è tanto il modo migliore per la singola donna per partorire, ma il modo migliore per la specie di selezionarsi. Come in tutte le cose in cui si lascia che sia la natura a fare il suo corso, infatti, quel che accade è che vengono selezionati i più forti, e i più deboli soccombono. Il bimbo prematuro muore, la donna col bacino troppo stretto per partorire muore, e via così. La natura funziona così. Non è né buona né cattiva. Fa quel che deve essere fatto per permettere alla vita di autosostenersi. E il debole in quest’ottica è solo una palla al piede. L’evoluzione, in fin dei conti, è questo.
La storia dell’uomo è invece un continuo opporsi a questo meccanismo. L’etica in fin dei conti a questo serve: a farci arrivare tutti vivi fino in fondo, che siamo deboli, forti, intelligenti o stupidi. Per questo io non considererei così positivamente il parto senza assistenza medica. In fin dei conti, io ora sto dal lato debole della catena, e son lietissima che quando partorirò ci saranno due miliardi di persone, pronte a controllare, ad esempio, che a Irene non pigli una crisi ipoglicemica appena nata. Per dire.
Poi, ognuno fa le scelte che vuole, è giusto così. Ma il mito della natura benigna forse è meglio lasciarlo da parte.

P.S.
Così, per stuzzicarvi, e anche perché penso sia una delle cose più belle che Paolo abbia fatto sul Mondo Emerso, vi allego qua sotto una bella immaginona della copertina del quarto ed ultimo numero del fumetto sul Mondo Emerso. È stata un’impresa travagliata, ma siamo arrivati alla fine. Non trovate anche voi che questa sia la copertina più bella di tutte?

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Memorie da una serie di piacevoli serate

Vengo da una settimana di piacevoli impegni in società, tra cui tre cene organizzate a casa mia. E ho capito una cosa: che più ancora di una glicemia perfetta (che comunque è necessaria, eh?) o di un po’ di dolci da sgranocchiare, o di qualche stivale/borsa/orecchino/collana nuova, avevo bisogno di vedere un po’ di gente, di passare del tempo con le persone cui voglio bene e che mi vogliono bene. E infatti, dopo questa settimana l’umore è migliorato. A volte basta davvero poco.

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Happy Birthday

Quando ad aprile o giù di lì pensavo al mio ventinovesimo compleanno, immaginavo una cosa epocale. Sarebbe stata una festa col pancione, quindi una cosa particolare, con un sacco di amici, mangiate pantagrueliche e giù di lì. Poi, a settembre, è arrivato Mr. Diabete, e mi sono ammosciata. Certo, uno può sempre festeggiare, ma in quasi tutte le società del mondo festa = tanto cibo, e io tanto cibo non potevo più permettermelo. D’altronde, organizzare una festa in cui tutti mangiavano e io stavo a guardare non è che mi ispirasse molto: sono golosa, e i dolci mi mancano un sacco. Sarebbe stata più una scocciatura che qualcosa di piacevole. Per questo, mi ero abbastanza abbacchiata. Avevo iniziato a immaginare il mio ventinovesimo compleanno come una cosa piuttosto moscia.
Invece devo dire che non è stato per niente così. Tanti auguri da parte di tutti, un po’ di ingegno per concedermi piccoli piaceri culinari che fossero compatibili con la malattia, una sorpresa commovente e una bella serata in famiglia. Ho anche spento le candeline su qualcosa di molto, molto simile ad una torta. A voi indovinare cos’è.

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Ci vuole fantasia, quando sul percorso si incontra qualche piccola difficoltà. E soprattutto ci vogliono tante persone intorno che ti vogliono bene, e vivaddio a me quelle non sono mai mancate. Tutto il resto è superfluo.
È stato proprio un bel compleanno.

Poi, stamane, oltre ai regali che ho ricevuto ieri, mi sono voluta fare anche l’autoregalo. Una mezza pazzia, devo dire, considerando che al momento c’è buio fitto su come saranno i ritmi della mia vita futura. Ma la passione è passione, no…Per cui, più o meno un minuto dopo l’apertura delle vendite, ho preso i biglietti per il concerto dei Muse a S. Siro. Sperando di poterci andare, considerando anche il fracco di soldi che la cosa m’è costata. Ma per Matt, Chris & Dom questo e altro.

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P.S.
Oggi, sul settimanale A, potete trovare una mia intervista. C’è anche una bella foto insieme a due cosplayer vestite da Dubhe; una foto di qualche annetto fa, ma che mi piace sempre un sacco (a parte i miei chili in più :P )

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Breve post di servizio

Oggi, ore 16.30 circa, potrete sentirmi in un’intervista su Fahrenheit, programa di RadioTre. Per chiunque abbia piacere a sentire la mia vocina :)

P.S.
Ah già che ci sono, e i primi commenti a Figlia del Sangue iniziano a venire alla luce, vi segnalo questa recensione di Val. Per rispondere all’ultima richiesta, non so se scriverò mai qualcosa di diverso dal fantasy: a volte ci penso, ma ho bisogno di una buona storia, e certe volte penso che il fantastico faccia parte del mio dna. Il che però non vuol necessariamente dire che possa produrre solo fantasy. In fin dei conti, il racconto per Massenzio ha elementi fantastici, ma non è un fantasy.

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Muse

I Muse il 21 novembre a Bologna

Mentre leggevo, ho realizzato che in ogni caso non ce l’avrei proprio fatta, anche ignorando i problemi di tempistica connessi ad alimentazione e controlli glicemici vari. Mi manca la forza di andare fino a Bologna, più ancora mi manca la forza di zompettare per due ore.
Questo non vuol dire che avrei non voluto davvero un sacco esserci…Hanno fatto anche Exogenesis I, non ho idea di come, ma è roba da estasi, per quel che mi riguarda.
Mi riconsolo con San Siro il 10 giugno. Forse, e dico forse, ce la posso fare. Chissà. Intanto mi godo lunghi ascolti casalinghi.

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Chi siamo

Sto leggendo un libro straordinario e geniale. Almeno, a me sta piacendo da morire. Trattasi di Che la Festa Cominci di Ammaniti. E stamattina, nella mia mezzoretta di lettura (che poi è diventata oretta perché non riuscivo a mettere giù il libro) ho trovato un passo che merita di essere condiviso. Dentro ci sta tutta la desolazione dell’Italia di questi ultimi anni e di questi ultimi giorni.
Contestualizziamo: in una Villa Ada trasformata dal mafioso Chiatti che l’ha comprata in una specie di delirante e pacchianissimo zoo safari, si tiene una festa cui partecipa tutta “l’Italia che conta”: calciatori, veline, scrittori, attori. Un circo folle di cattivo gusto e miseria. E nel bel mezzo della festa, uno dei personaggi, un chirurgo plastico tossicomane e volgare, dice quel che vado a citarvi

“Allora non hai capito. Il tempo delle figure di merda è finito, morto, sepolto. Se n’è andato per sempre con il vecchio millennio. Le figure di merda non esistono più, si sono estinte come le lucciole. Nessuno le fa più, tranne te, nella tua testa. Ma non li vedi questi? – Indicò la massa che applaudiva Chiatti. – Ci ricopriamo di letame felici come maiali in un porcile. Guarda me, per esempio. – Si alzò in piedi barcollando. Allargò le braccia come a mostrare tutti, ma gli girò la testa e si dovette sedere di nuovo. – Io mi sono specializzato a Lione con il professor Roland Château-Beaubois, ho la cattedra e Urbino, sono un primario. Guarda come sto ridotto. Secondo i vecchi parametri sarei una figura di merda ambulante, un essere infrequentabile, un cafone impaccato di soldi, un tossico, un personaggio spregevole che si fa ricco sulle debolezze di quattro carampane, eppure non è così. Sono amato e rispettato. Vengo invitato pure alla festa della Repubblica al Quirinale e in ogni cazzo di trasmissione medica”.

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Pieni e vuoti

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Fino a due giorni fa, quando guardavo verso questa porta, vedevo solo una stanza vuota con un paio di tende alla finestra. Stamattina, quando mi sono alzata per fare colazione, ho visto la cameretta della bimba. E ho pensato che è questo tutto sommato avere un figlio: uno spazio vuoto che si riempie all’improvviso.

P.S.
Su Famiglia Cristiana di questa settimana potete trovare una mia intervista

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L’opera finita

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Cose che poi uno si vergogna

Ieri ho fatto la mia decentomilionesima visita all’ospedale dove partorirò. Mancavano solo i palloncini e il premio per l’assidua frequentazione. Ma il punto non è questo. Sono andata per la visita anestesiologica, per l’epidurale, avete presente? Diciamo che intendo avvalermi dei moderni ritrovati della medicina per non passare dieci e passa ore a strillare come ti fan vedere nei film. Che poi, vabbeh, pare non funzioni proprio così, ma io non ho una gran soglia del dolore, per cui preferisco avere la sicurezza che se nun gliela fo posso doparmi.
Comunque. L’ambulatorio è locato in un’amena zona dell’ospedale: tra oncologia e diabetologia. Era farcito di cartelli sul diabete. Come vivere col diabete. Come sconfiggere il diabete. Il diabete non ti deve condizionare la vita. Quel tipo di precisazioni che ti fanno solo con le malattie ad alto tasso di sconvolgimento dell’esistenza, insomma. Comunque.
Mentre attendevo di partecipare al seminario per gravide “l’epidurale, se la conosci la scegli”, vedo passare il mio diabetologo. Saluti, sorrisi, sta andando tutto bene? E lì, mi scatta la molla. Non so spiegare come sia accaduto. C’avevo ormai rinunciato. Mi ero rassegnata. Avevo deciso che era troppo una cazzata, che mi sarei trattenuta, che non avrei fatto la figura della madre degenere. E invece.
Io: “Senta, le posso fare una domanda? Probabilmente la più scema della storia?”
Lui: “Dimmi pure”
Io: toccando il cuoricino sulla pancia “No, è che tra un po’ è il mio compleanno, e mi domandavo…ma non c’è proprio niente niente di vagamente dolce che possa concedermi?”.
E intanto penso a quelli che sono diabetici da quando hanno tre anni e non fanno tutte ‘ste storie, a tutti i messaggi sui forum di gente come me che diceva “sono piccoli sacrifici che si fanno volentieri per i figli”, a quelli che gli sono capitati problemi ben più gravi in gravidanza. E penso che, veramente, cioè, me la potevo risparmiare. Soprattutto con la glicemia che da due giorni riga dritto.
Lui: “Eh no, proprio niente”.
La sera, vendetta di Montezuma per il mio ardire: glicemia alta, rinforzo di insulina prima di andare a letto. Così impari, donna.

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Consiglio di lettura: Hunger Games

Ho visto che molti di voi ogni tanto si lamentano di non avere libri da leggere, per cui ho pensato potesse essere interessante tirare fuori dalla naftalina il Piccolo Recensore e darvi io un consiglio di lettura.
Il libro si chiama Hunger Games, ed è uscito da un mesetto. L’autrice è l’americana Suzanne Collins, e in inglese io l’ho letto. Che mi sia piaciuto parecchio dovrebbe essere chiaro a chiunque l’abbia visto in libreria: tra i commenti entusiastici di Stephanie Meyer e Stephen King, c’è anche il mio, sulla copertina. A breve mi prenderò anche il seguito (in tutto sono previsti tre libri), sempre in inglese, un po’ per fare esercizio un po’ perché ho molta voglia di vedere come continua la storia.
Dunque, la storia. Siamo negli USA del futuro, parecchio diversi da quelli di oggi. C’è un regime totalitario, in cui Capital City, lo stato dominante, opprime i restanti 12 distretti in cui il paese è diviso. Causa una antica ribellione, ogni anno Capital City organizza un simpatico giochino: un ragazzo e una ragazza tra i 12 e i 18 anni vengono reclutati via sorteggio in ciascun distretto e portati in un’arena dove, spiati ventiquattro ore su ventiquattro, dovranno combattersi a morte finché “ne resterà soltanto uno” di highlanderiana memoria. Un Grande Fratello senza tette e culi ma con in compenso un sacco di sangue.
Ora, mi si potrà dire che detta così non sembra una cosa poi straordinariamente originale, e in effetti non lo è. Viene in mente Battle Royale, per dire, con la sostanziale differenza che si copula molto, ma molto di meno. Ma quando si inizia a leggere, ben presto l’originalità dello spunto diventa una cosa completamente e assolutamente secondaria. Innanzitutto perché l’azione è straordinariamente congegnata e acchiappa da morire. Ho letto parecchi libri in inglese, per cui posso dire di essere abituata alla lingua, ma in ogni caso in genere impiego sempre un pochino di più a leggere un libro in lingua originale che uno in italiano. Ecco, con Hunger Games questo non è successo. Ero letteralmente catturata. Dovevo andare avanti, anche se era notte ed ero stanca. Una cosa che mi capita sempre più di rado, di recente (sarò diventata una lettrice troppo smaliziata, non so). E poi i personaggi entrano dentro. A partire dalla protagonista, Katniss, che per altro racconta la sua storia in prima persona. Fa molto Nihal, devo dire, ma meno piagnucolosa e se possibile ancora più testarda. Un personaggio a tutto tondo di cui ci si innamora in brevissimo tempo. Si tifa per lei, si freme per lei, ci si mette nella sua testa e nei suoi panni con una rapidità stupefacente.
Gli altri personaggi non sono da meno, a partire da Peeta, candido e ambiguo, difficile da decifrare. Perché, nonostante l’azione sia ovviamente il perno del libro, che volendo potremmo definire di fantascienza, il vero punto sono le dinamiche che si sviluppano tra i personaggi. Come si comportano dei ragazzini qualunque in una situazione così estrema? Cosa rimane della loro umanità? Cosa sei pronto a fare pur di sopravvivere? Domande grosse così che l’autrice infila con nonchalance tra un combattimento e l’altro, senza alcuna facile risposta e senza per altro appesantire una lettura piacevolissima, dovuta anche ad uno stile asciutto ed efficace perfettamente adeguato alla storia.
Insomma, è stato uno dei libri più belli che ho letto di recente, per cui vi passo il consiglio. Credo che chi ha apprezzato le mie storie si gusterà parecchio anche Hunger Games.
Ah, io ho parlato dell’edizione inglese, ma il libro è uscito in italiano. Qui copertina e informazioni editoriali. Non mi resta che augurarvi buona lettura :)

P.S.
Su segnalazione del sempre ottimo imp.bianco, eccovi anche il sito, con recensioni, commenti, possibilità di leggere il primo capitolo e robina varia.

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