Archivi del mese: novembre 2009

Ci siamo quasi

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Yep, il libro ha 289 pagine. Il mio parere d’autrice è che sono il numero giusto per la storia che il libro racconta, però, come al solito, il giudizio sta a voi, quando, martedì, avrete anche voi il libro in mano :) .
Ultima segnalazione: su Donna Moderna di questa settimana, nell’inserto dei libri, c’è una mia breve intervista. Altre ne usciranno nel prossimo futuro, vi terrò aggiornati.

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Coraggio

Da quando sono in maternità, i miei ritmi sono cambiati, per cui la sera guardo la televisione. Guardo è una parola grossa: in genere ricamo, e mentre lo faccio ascolto quello che danno in tv, in genere senza troppo interesse. In fin dei conti, nel 99% dei casi nulla di quel che passano richiede più di un ascolto superficiale.
Ieri sera, invece, ho veramente guardato la tv. Ho visto lo speciale Che Tempo che Fa di Saviano su Rai3. Rai3 tradisce raramente. Da Report, al semplice tg, ad Ulisse, trasmette sempre roba che vale davvero la pena guardare, che non ti spegne il cervello, ma te lo accende. Avevo già visto il precedente speciale di Saviano, oltre ad aver letto i suoi libri e a seguirlo su Repubblica, per cui sapevo che sarebbe valsa la pena. E infatti è stato bellissimo. Terribile e bellissimo, come del resto prometteva il titolo: bellezza e inferno.
Potrei dilungarmi a lungo sulle capacità di affabulazione di Saviano, uno che veramente è nato per raccontare storie, si vede da come scrive e da come parla, sulla necessità di un programma del genere, sulla sua bellezza, persino. Ma più che altro mi piace pensare a quel che mi ha lasciato dentro. Come i libri che ami, che quando li chiudi lasciano un’impronta nella tua anima, entrano a far parte di te, ti cambiano.
E la trasmissione di ieri mi ha ricordato una frase di Borsellino: “Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola”. Perché le storie di ieri sera erano storie di coraggio. Certo, a prima vista di quel coraggio sovrumano che nessuno di noi pensa mai di possedere, quel coraggio eroico che ci piace ammirare e dal quale comunque prendiamo le distanze, dicendo che noi no, mai, e chi ce la fa. E invece a pensarci bene erano storie di coraggio minimo, che possiamo, dobbiamo mettere in pratica nel nostro quotidiano. Il coraggio di chi non vuole rinunciare a se stesso e alla propria natura umana per un mero sopravvivere. Il coraggio di dire semplicemente la verità, di aspirare ad una vita felice, il coraggio di vivere, davvero. E poi, certo, a seconda dei luoghi, delle condizioni, questo coraggio chiede prezzi più o meno alti: la vita, la famiglia, la libertà. Ma è un coraggio che siamo chiamati tutti a praticare.
È da parecchio che ho smesso di cercare questo coraggio. Ogni giorno rinuncio ad un pezzetto di me, paralizzata da tutte le mie ossessioni. Perché anche per condurre una vita semplice, fortunata e priva di complicazioni come la mia ci può volere coraggio, specie se si è come me (“proprio a me doveva capitare di essere come me”, dice Felipe in una delle strisce di Mafalda che più amo). Non ho il coraggio delle piccole cose, figurarsi quello delle cose grandi. E questo è grave, specie adesso. Adesso che non sono più sola, e dovrò insegnare questo coraggio ad altri. E cerco la forza che non ho in chi mi circonda, ma non so quanto sia giusto. In fin dei conti è bene farsi aiutare, ma occorre anche mettere in moto le braccia, tirarsi su da soli, o gli altri possono star lì a tirare una vita intera, non ne uscirai mai.
Io credo che se non si ha il piccolo coraggio nella vita di tutti i giorni, non si avrà mai quel gran coraggio di cui si parlava ieri sera. L’uno è la conseguenza dell’altro. È quella piccola scelta iniziale, quel no semplice, banale, che dici una volta sola, sulla scorta dell’onda emozionale, che decide tutto. Il tuo scendere in piazza a manifestare, il tuo dire no ad un soldato borioso che ti chiede di cedere la tua anima, il tuo scrivere una canzone. E quel coraggio, che può portare certo a tremende rinunce, all’inizio è solo un sì alla vita. Perché per te non poter far festa liberamente coi tuoi amici non è vivere, per te abbassarti a ogni abiezione per sopravvivere nel gulag non è vivere, per te non poter scrivere la musica che ami non è vivere.
La paura è una gabbia. Si cede pensando di voler solo sopravvivere, convinti che la vita esiga qualsiasi prezzo, anche il più tremendo. Inizi con le piccole rinunce, e prima che te ne renda conto non sei più libero. Perché c’è una profonda differenza tra vita e sopravvivenza.

Io so di parlar bene e bazzicare male. Forse è il mio destino. Forse la mia storia è quella di lasciare traccia di quel che imparo e non riuscire mai ad applicarlo. O forse è ora che mi svegli. Che cambi davvero, e non così, tanto per, come ho provato a fare un sacco di volte. O tutti i libri che leggo, tutto ciò che vedo e sento sono tutte cose inutili. Vorrei iniziare la giornata così, con più coraggio e meno angoscia.

“Noi svendiamo la nostra onestà molto facilmente, ma in realtà è l’unica cosa che abbiamo, è il nostro ultimo piccolo spazio… All’interno di quel centimetro siamo liberi.[...] Morirò qui… tutto di me finirà… tutto… tranne quell’ultimo centimetro… un centimetro… è piccolo, ed è fragile, ma è l’unica cosa al mondo che valga la pena di avere.
Non dobbiamo mai perderlo, o svenderlo, non dobbiamo permettere che ce lo rubino…”

V for Vendetta

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Di sforzi e ricompense

Ho sempre pensato, e suppongo si veda da quel che scrivo, che nella vita la volontà è fondamentale. Mi rendo conto che ho sempre creduto che con tanto impegno fosse possibile più o meno superare tutto. Del resto, un sacco di cose le ho ottenute così. Per dire, è così che dimagrii tre anni fa. Mi misi di buzzo buono, mi impegnai a pesare le cose che mangiavo, a ripensare il mio rapporto col cibo, e ho perso quei famosi 18 chili. Per ogni sacrificio, avevo il piccolo premio dell’ago della bilancia che calava. Così ho preso la mia laurea. Tanto studio, pomeriggi dedicati a colmare le lacune in matematica che mi portavo dietro dalle superiori, e il premio finale della laurea in quattro anni più un anno di tesi sperimentale.
Per questo probabilmente adesso sono confusa e sfiduciata.
Quando mi hanno diagnosticato il diabete, ovviamente mi sono preoccupata, mi sono abbattuta, e tutto il campionario. Ma ho anche pensato pressoché subito che sarebbe bastata tanta forza di volontà: bastava segare via più o meno tutto quel che mi piaceva dalla mia alimentazione e le cose sarebbero andate bene. Il primo piccolo colpo alle mie convinzioni è stato il momento in cui ho capito che mi avrebbero prescritto l’insulina. Ma più o meno anche allora ho pensato che sarebbe bastato “far la brava”. Se avessi fatto i miei tre buchi quotidiani, se avessi controllato la glicemia nove volte al giorno, se avessi seguito la dieta…
E invece, per la prima volta nella mia vita mi trovo di fronte ad una cosa in cui “far la brava” sembra non contare. O meglio, serve, è condizione assolutamente necessaria. Ma non sufficiente. Non basta rinunciare, non basta farsi passare la paura di spararsi una siringa ogni sei ore e non basta pesare tutto fino all’inverosimile, non mangiare una caramella neppure per errore o non leccarsi neppure le dita se, preparando la roba per il marito, su c’è finita un po’ di cioccolata o di patata. Semplicemente non basta.
Per la prima volta, percepisco il mio corpo come qualcosa che non posso controllare. Il mio pancreas fa cose che non dovrebbe, pur mangiando sempre le stesse cose, nelle quantità giuste, la mia glicemia oscilla paurosamente. E non c’è un perché, o comunque nessuno lo sa. Costituzione. Forse la nonna diabetica, chissà. Semplicemente non va. E sapere che c’è in te qualcosa che si ribella, che potrebbe potenzialmente far male ad un’altra persona, è davvero brutto.
Forse a volte occorre rassegnarsi al fatto che non tutto è completamente sotto il nostro controllo. Che a volte si perde anche se si è giocato secondo le regole, e bene. E che non per questo bisogna arrendersi. Solo armarsi di più pazienza di prima, e ricominciare ogni giorno da capo, con ostinazione. Non c’è altro modo, d’altronde. Un’ulteriore lezione della vita, che non si stanca mai di insegnarci ogni volta qualcosa.

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Irene’s heart

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Gratificazioni

È un periodo in cui ho bisogno di coccolarmi un po’. Col cibo non lo posso fare, visto che nonostante insulina et similia continuo ad essere a regime dietetico strettissimo, per cui cerco vie alternative. Tipo festeggiare Halloween quanto meno con una zucchetta e una tovaglia in tema, oppure cercando di vestirmi carina, compatibilmente col mio essere balena, quando vado in giro per visite ed esami vari.
Ma qual è il modo principe con cui si gratifica una donna che non può mangiare?
Questo

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Cose

Cose brutte e pallose

Sono (o meglio, sto cercando di essere) uno scienziato. Questo vuol dire che cerco di interpretare determinati aspetti della realtà da un punto di vista scientifico e razionale. Ma sono anche incinta, per di più affetta da una delle più comuni patologie della gravidanza, ossia il già noto diabete gestazionale. Che sarà anche una cosa banale, ma mette a dura prova il mio equilibrio psichico. Per altro, non sono esattamente un esempio di persona equilibrata, oltre ad essere un’ipocondriaca che levati (non è un caso che son due libri che parlo di malattie fine ti monto). Indi per cui tutto ‘sto bordello intorno alla maiala, lo ammetto, mi affligge.
Ho provato a fare la persona razionale, ho provato a fare la fatalista o semplicemente la persona saggia. Impossibile. Più passano gli anni più uno si accorge che ci sono demoni coi quali non si riesce a venire a patti, e che probabilmente ti perseguiteranno vita natural durante.
Ora, il punto di vista razionale. È ovvio che, stando ai dati fornitici, se è vero che ogni anno qualche manciata di migliaia di persone muore di influenza, se tutti gli anni i giornalisti tenessero un bollettino aggiornato dei decessi come stanno facendo quest’anno nei tg non ci sarebbe spazio per altre notizie. 18 morti finora, e non si parla d’altro, dal tg al medico di famiglia, dove uno corre al primo starnuto, sempre se per stare sicuro non decide direttamente per il pronto soccorso. Voglio dire, è evidente che la percezione del pericolo dipende dai media. Se ogni giorno mi dicono che Caio e Sempronio sono morti di influenza, e sotto in piccolo mi scrivono che Caio aveva una rara malformazione cardiaca e Sempronio era in dialisi, quel che io percepisco è che in questo periodo se devo morire di qualcosa, morirò di influenza. Ma la scienza non si fa con le percezioni, ma coi dati. Che però, semplicemente, non ci sono.
L’influenza A, per quanto riguarda i sintomi, è indistinguibile dalla stagionale, a volte persino dal raffreddore. L’unico modo per diagnosticarla è l’esame di laboratorio, che essendo costoso si fa solo nei casi gravi. Il che significa che è impossibile quantificare i casi. Per cui mi domando il numero 250 000 contagiati dato dal ministero della salute (o quel che è, hanno cambiato tutti i nomi…) da dove esca. Stime fatte in base a che criteri? Alle assenze dal lavoro? Alle visite presso i pronto soccorsi? O dai medici di famiglia? E come distinguiamo la A dalla stagionale o dal raffreddore?
No, perché i dati OMS, calcolati su diagnosi effettive, quindi su esami di laboratorio, parlano di approssimativamente 500 000 contagiati nel mondo. Se in Italia sono 250 000, capperi, siamo il paese più colpito, direi. Le cose sono due: o abbiamo a che fare con un virus poco contagioso, ma a consistente tasso di mortalità (dati OMS) o con un virus molto contagioso ma con bassissima mortalità (dati italiani). Che poi, molto contagioso rispetto a cosa? In sei mesi quanti malati fa in genere la stagionale?
Non ci sono insomma dati sufficienti per capire. Almeno per il profano. Questa non è scienza. Questa è spannometria.
Questione vaccino. Dicono che le donne incinta si devono vaccinare. L’ultima volta che mi sono vaccinata, a novembre per la rosolia, mi è stato detto di aspettare almeno tre mesi prima del concepimento perché il vaccino poteva avere effetti teratogeni. Per dire. Ora mi si dice che mi devo vaccinare, incinta all’ottavo mese, per l’influenza, che tanto “è sicuro”. Vai a leggere il bugiardino del vaccino e alla voce Gravidanza c’è scritto

“Informi il medico in caso sospetti di essere incinta o programmi una gravidanza. Deve consultare il medico relativamente alla possibilità di ricevere Focetria.”

Ma il vaccino non era stato testato? Non era sicuro per le puerpere?
Circa i test, si legge ancora

“Studi clinici condotti con un vaccino simile”

formula che viene ripetuta per tutto il foglietto. Ossia io capisco che Focetria non è stato esattamente testato: siccome è “simile” (che vuol dire simile?) ad altri vaccini, è sicuro come quelli. E anche qui, vorrei il parere di un farmacista, un infettivologo, che mi spieghi se questa è la prassi, se una donna incinta, che non può prendere medicinali se non in casi gravi, può vaccinarsi tranquillamente con un vaccino che è “simile” a uno che non fa male.
Ma se una donna incinta ha dubbi, viene bollata come una specie di isterica che ha paura infondate. Tipo che il bambino possa subire conseguenze da un vaccino che, a quanto ne so, al momento non è stato iniettato a nessuna donna incinta. E queste conseguenze non sono due linee di febbre o l’arrossamento nel luogo dell’iniezione, ma malformazioni, più o meno gravi, al feto. Per dire, il diabete da cui sono affetta in genere si cura con medicinali orali. Io invece devo usare le iniezioni di insulina, perché quei medicinali orali, innocui per chiunque, sono altamente teratogeni.

Questa è la ragione, supportata anche dal parere del mio medico, del quale mi fido assolutamente, e che mi ha detto “lascia perdere il vaccino, il rapporto rischi benefici non lo giustifica”.
Ma poi leggi i giornali, senti la tv, e ti viene voglia di chiuderti in casa. Ti domandi se non stai sbagliando tutto, se non stai facendo una scelta pericolosa. La paura di non farcela, di non riuscire ad arrivare in fondo, per la mia esperienza, è la costante della gravidanza. Per un motivo o per l’altro, hai paura sempre che il tuo corpo ti tradisca, e che tu non riesca a farlo nascere, infine, questo bambino. La paura ce l’hai quando tutto va bene, figurarsi quando le cose vanno male. E questa influenza questo fa nelle persone come me: aumenta a dismisura questa paura, la ingigantisce, mi paralizza. Sono stanca di aver paura da una vita, sono stanca di essere in ansia perenne da almeno tre mesi a questa parte. E sono pure incazzata. Perché io capisco che bisogna far notizia e vendere i giornali, ma il panico a chi giova?

Cose belle e interessanti
Ieri mi è arrivata una bella mail, con questa.

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I ragazzi mi avevano detto che avrebbero fatto un cosplay del Mondo Emerso, ma sono ancora più belli di quanto potessi immaginare. Anche per questo mi è mancata Lucca: avrei voluto vederli dal vivo, farmi una foto con loro, complimentarmi, perché sono splendidi, e ringraziarli, perché questi regali che mi fanno mi aiutano molto, mi danno la dimensione di quel che sto facendo, mi spronano a migliorarmi. Il mio grazie lo dico qua, sperando che passino da queste plaghe. Voi passate dalle loro, mi hanno detto che presto metteranno online altre foto.

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