In questi giorni di festa, tra una poppata e l’altra, ho anche cercato di interessarmi del mondo fuori dalla mia porta (mondo che fisicamente non sto frequentando molto da un mesetto circa, devo ammetterlo). E mi sono imbattuta nella polemica delle feste: questa. So che l’impresa è improba, ma la polemica non è tanto nel post, quando nei commenti, per cui vi invito a leggerli più o meno tutti.
Ora, G. L. ha ripreso la questione più volte sul suo blog, dicendo anche che tutto sommato era il caso che noi scrittori di genere accorressimo in massa a dare il nostro contributo, quanto meno per dimostrare che non siamo microcefali come ci si dipinge. Confesso che un po’ di sensi di colpa mi sono venuti. Ma confesso pure che più leggo quella discussione, più mi rendo conto che mi sento in imbarazzo ad infilarmici dentro.
Credo che si possa affermare con un certo grado di sicurezza che i miei libri siano monnezzoni. O meglio, che ci siano schiere di persone che li definirebbero così. Ora, non è che la cosa mi indigni più di tanto. Le accuse di Cortellessa non hanno niente di nuovo né di originale. Lo sappiamo tutti cosa la critica, e, diciamocelo, anche il pubblico generalista, pensa del fantasy. Non è una posizione particolarmente coraggiosa né così straordinariamente anticonformista affermare che il fantastico sia tout court monnezza, e che appartenga a quella deprecabilissima branca della scrittura definita “di intrattenimento”. Voglio dire, ho difficoltà persino con mia madre, che non è certo una persona mentalmente chiusa, e il fantastico le va giù abbastanza a fatica. Quindi, ho trovato innanzitutto piuttosto inutili le pose da titano di Cortellessa: il mondo è pieno di gente che la pensa come lui, senza neppure essere critico letterario e senza neppure avere uno straordinario bagaglio culturale, se è per questo. Per cui, il problema non è tanto questo tipo di critica.
Il problema è che mi rendo conto che esiste una branca intera del mondo letterario col quale non c’è alcuna possibilità di discussione. Non c’è perché manca letteralmente un terreno comune sul quale costruire le basi di una discussione.
Per esempio. Cortellessa dice che non solo le librerie sono invase da libri di genere, cosa con la quale potrei anche essere parzialmente d’accordo, per quanto mi pare che la Rowling abbia un’esposizione quanto meno pari, se non minore, a libri mainstream come quelli di Vespa, della Mazzantini o di Giordano. Per cui, se proprio vogliamo parlare di sovraesposizione, non sono i libri fantasy a monopolizzare le librerie, sono libri che, sono certa, Cortellessa definirebbe “commerciali”. No. Cortellessa dice che la critica è monopolizzata dai libri fantasy. Ma dove. Me lo sono perso? Quando è successo? No, perché magari un tg può anche parlare dell’uscita dell’ultimo libro della Mayer, ma non mi pare che ci critici facciano a gara a prodursi in esegesi di Harry Potter. Per carità, ripeto, magari me lo sono perso, al che, se qualcuno di voi ne ha notizia, vi prego, indicatemi dove posso recuperare una cosa del genere. Basterebbe comunque già questo a dimostrare che noi di genere, se mi è permesso parlare per la categoria intera, e la critica si vive proprio su piani di esistenza differenti, che portano a letture del reale contrapposte. Ma c’è di peggio.
Il peggio è innanzitutto il fatto che nella discussione emerga che per Cortellessa il fantasy non solo è consolatorio (e già qua avrei molto da ridire), ma è pure in qualche modo deleterio, diseducativo. L’equivalente letterario – no, scusate, non letterario, noi non siamo letteratura – l’equivalente su carta, ecco, dei cinepanettoni o del Grande Fratello. Noi anestetizziamo il cervello dei ragazzini, li rincoglioniamo, li allontaniamo dalla vera letteratura, che, per forza di cose, non diverte, è pesante e richiede al lettore uno sforzo di concentrazione sovrumana, che il povero lettore medio di fantasy proprio non è in grado di tollerare.
Ecco, questo mi fa incazzare. Perché tocca l’unica cosa sulla quale sono davvero suscettibile: la mia onestà intellettuale.
Io scrivo per divertire. Lo faccio perché sono convinta che leggere sia anche e anzi soprattutto un piacere, e per questo divertire con una storia non è consolare, è solo cercare vie più agevoli per veicolare dei messaggi. Non me ne frega una cippa di fare letteratura, né di entrare nei libri di testo a scuola fra cinquant’anni. Non mi frega neppure di insegnare qualcosa, ecco l’altro punto caldo. Cortellessa dice di voler insegnare agli altri la sua cultura, di volerli elevare al di sopra dei monnezzoni. Ecco. Io no. Perché non ho niente da insegnare. Ho da condividere, ho da imparare. Io voglio imparare coi miei lettori. Voglio con loro uno scambio, voglio gettare semi che poi ciascuno rielabori alla luce della propria esperienza di vita. E se questo non è letterario, ok, allora non faccio letteratura. Preferisco far questo. Ma non mi si venga a dire che una cosa del genere è diseducativa e spegne il cervello. C’è gente che mi scrive dicendo che ha scoperto la lettura coi miei libri, e non mi pare poco. Mi si può venire a dire, dopo averli letti – ecco altro punto dolente, Cortellessa s’è letto solo Tolkien o giù di lì, ma gli basta per bollare tutto il genere, e anche Tolkien non gli piace perché è stato cooptato in Italia dalla destra – che i miei libri non dicono niente, che mancano il bersaglio, che sono sciatti, mal scritti e quel che vuoi. Ma non puoi venirmi a dire che un intero genere è consolatorio e diseducativo, perché in quel genere c’è una costellazione di autori impossibile da ridurre all’unità. C’è un abisso di intenti, stile e riuscita tra Rowling e Le Guin, per dire. E chi dice che la Le Guin è consolatoria mente sapendo di mentire, o non l’ha mai letta. È consolatorio Dimitri, D’Andrea? È consolatorio lo Stroud de La Valle degli Eroi, che decostruisce il mito dall’interno, e con una storia assolutamente travolgente tesse un apologo attualissimo sulla libertà, sulle tradizioni che ci imprigionano, sulla fede cieca che ci ingabbia?
E anche sul fatto che la letteratura, per essere tale, deve essere impegnativa si potrebbe stare a disquisire da qui all’eternità. Io mi diverto a leggere l’Iliade, io mi diverto a leggere Dostoevskij. Un libro che non diverte, e non sto parlando della risata crassa da bambino che ripete cacca a ripetizione, ma di divertimento inteso come godimento intellettuale nel senso più lato possibile, è un libro fatto male, punto.
Insomma, alla fine i miei due cents li ho spesi. Bell’esempio di preterizione. Ma io queste cose non le dico da oggi. Le dico da quando ho iniziato a scrivere, le dico probabilmente da quando ho iniziato a riflettere sul mio essere lettrice. Ma tanto le dico a vuoto. Universi paralleli e intangibili, ecco. La sensazione finale, dopo 220 commenti sotto il post su Lipperatura, è di un gruppo di sordi che si parlano addosso. Non c’è punto di contatto possibile, quando la definizione stessa dell’argomento di discussione è diametralmente opposta.
G. L. dice che occorre insistere, che l’Accademia serve, quanto meno come muro da abbattere, come sfida da vincere. Il problema è che questa Accademia è un muro di gomma.




