Archvi dell'anno: 2010

Auguri

In genere a fine anno non faccio mai dei bilanci. È che sono rimasta ancora ai tempi della scuola, e per me l’anno nuovo inizia più o meno a settembre. Le vacanze estive segnano il passaggio da un’era geologica all’altra. Il 31 dicembre è solo la festività centrale del periodo Natalizio, un’occasione per stare con gli amici, preparare una bella tavolata e divertirsi un po’ assieme.
Anche quest’anno, quindi, niente consuntivi, niente propositi. Solo attesa. Di San Silvestro mi resta solo questo: una notte un po’ speciale in cui si aspetta. E, in fin dei conti, anche a livello esistenziale siamo un po’ in questo stato: si aspetta. Aspetto l’alba, mi godo l’attesa. E intanto faccio le piccole cose d’ogni giorno: la spesa per la cena, la progettazione della tavola, pregusto i dolci che mangerò. È che a volte, l’attesa è bella quasi quanto l’evento.
Buona fine e buon inizio a tutti.

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Con gli occhi di Irene

Quando si vive in periferia, il centro è lontano quanto un miraggio. Immagino sia una cosa difficile da capire per uno che abita in una città di medie dimensioni. In una metropoli, soprattutto quando così estesa rispetto all’effettiva popolazione come Roma, un abisso divide le borgate dal centro. È come vivere in posti diversi. Da queste parti, quando andiamo al centro, diciamo “Andiamo a Roma”.
Ieri Irene è stata a Roma per la prima volta. In un anno di vita, aveva visto solo Villa Borghese un pomeriggio. Io avevo voglia di fare un po’ di foto, e di farle vedere la sua città. Così abbiamo preso armi e bagagli e siamo partiti.
A lei credo sia piaciuto. Si guardava in giro curiosa: tutte quelle luci, tutta quella gente, e poi la musica…
Io continuo a non riuscire a sentire questo posto mio. Ne posso ammirare la bellezza, ma davvero non riesco a credere che mi appartenga più di quanto non sia dei turisti che ci passano un solo giorno, o una settimana o due.
Però è stato bello fingere per Irene. Lei è romana di seconda generazione, di terza, se si considerano i miei suoceri, e voglio che sappia di cosa è figlia. Voglio che senta questa città più di me, e magari poi scelga da sola se amarla o meno, ma voglio che la conosca. Io forse non ho mai avuto molta scelta: i miei sono stati trapiantati qui a trent’anni dalla Campania, e giustamente non si sono mai sentiti romani. Chiusa nella mia borgata, così distante dal Cupolone, ho sempre preferito sentirmi campana. Il risultato è che adesso, nonostante il mio accento alla Ruggero di Un Sacco Bello, non so davvero cosa sono: vorrei sempre essere da un’altra parte, e se devo pensare a casa penso solo alle sere nevose di Monaco. Ma romana lo sono, qui sono nata, qui sono sempre vissuta, e devo farci i conti.
Ieri ho ammirato le luci, il cielo viola, il bianco assoluto di Trinità dei Monti contro il giallo dei palazzi di Piazza di Spagna, i mille colori di Piazza Navona, il verde delle sue fontane. Ho fatto tante foto, non ne ho trovata neppure una che mi piacesse, a sera, ma è stato bello. Portare Irene a far conoscenza col posto in cui è nata, e vederlo attraverso i suoi occhi. Ho insistito io per uscire, dopo un mese in cui non ho avuto quasi mai voglia di far niente.
Certe volte mi sembra che le cose stiano ricominciando, da capo, per la non…non lo so quale volta, un anno fa più o meno di questo periodo dicevo che si nasce e si muore un sacco di volte, e continuo a crederlo. Se penso ai Natali della mia infanzia mi sembrano distanti un’era geologica, e io ero un’altra persona. Un ciclo si chiude, uno si apre. Dopo un anno, forse finalmente ho partorito davvero, e ho preso seriamente consapevolezza di questo nuovo ruolo che mi sono ritagliata addosso: la mamma. So solo che andare a spasso con la mia famiglia, durante queste feste, è la cosa che più mi pacifica con me stessa.

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Nostalgico Natale

A me il Natale è sempre piaciuto, e continua a piacermi. Mi rendo conto di essere in assoluta minoranza, ma tutto quello che agli altri sembra caramelloso buonismo a me stimola lo spirito natalizio, persino i famigerati pasti in famiglia, che tutti sembrano odiare alla morte.
Certo, crescendo qualcosa si perde. Il Natale non è più una festa tua, ma dei piccoli di casa, in funzione dei quali organizzi i tuoi orari, prepari sorprese e regali. Ma resta sempre uno strascico che non puoi dimenticare, e che a me in particolare rende questo periodo dell’anno molto caro.
Ed è proprio per inseguire i Natali della mia infanzia che ho insistito per andare a Benevento dai miei parenti.
In tutta la mia vita, solo due volte non sono scese per Natale: la prima nel 2005, perché stavo a Monaco, la seconda lo scorso anno, perché Irene era appena nata. Quest’anno sono voluta andare. Il pranzo col cardone, la confusione di parenti e le voci che si accavallano, la passeggiata per il corso nel pomeriggio, i mostaccioli ripieni e il Taburno che occhieggia tra le case. Sono tutte cose che mi erano mancate, e cui non saprei rinunciare.
Quest’anno poi sono anche voluta passare dal paese, dal quale mancavo da quattro anni. Da ragazzina odiavo andare al paese: la casa gelida, senza riscaldamenti, nessun amico e la noia di una vita in cui il massimo divertimento era salire fin su alla Chiesa, o scendere in piazza per il mercato, la solitudine del Capodanno festeggiato giù in cucina, davanti alla tv, in silenzio perché al piano di sopra nonna dormiva…erano tutte cose che odiavo. Ora la rimpiango. Appartengono ad un’altra epoca, non più felice, solo…diversa. Un’epoca in cui forse le cose erano più semplici, gli spazi più ristretti. Mi manca il paese e il suo odore, il freddo e la vita tranquilla, persino la vecchia casa, ormai vuota e chiusa da anni.
Sono stata a Colle solo ieri mattina, e per lo più ho fatto visita ai parenti. Ma è stato bello ugualmente. Riassaporare quell’odore antico e sempre uguale, notare con soddisfazione che non è cambiato niente, forse giusto i colore di un paio di case. Colle è un porto sicuro, un luogo immutabile dove poter immaginare che il tempo scorra con un ritmo diverso, più blando. Un luogo cui tornare sapendo che sarà sempre lì.
Sì, in effetti è stato un Natale un po’ nostalgico.

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Tanti Auguri

P.S.
So di aver trascurato questo posto in questo ultimo periodo, ma c’è stato grande stress, ecco :P . Il proposito per questi ultimi giorni dell’anno e per il 2011 è di tornare a curarlo più spesso. Intanto vi anticipo che a breve avrete notizie sulla famosa (e ormai un po’ fantomatica) App per l’iPad: è in uscita, non temete :)
Auguri a tutti!

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Neve reprise

Era lo scorso inverno. Irene non aveva neppure due mesi. Già era nata nei giorni più freddi dell’anno, con temperature polari, ma a quanto sembrava non era ancora finita. Era il 12 Febbraio, e dopo sei anni di nuovo vedevo la neve a casa mia. Provammo a fare qualche foto con Irene in braccio, ma ancora non eravamo granché esperti della nostra reflex, e comunque senza poter uscire fuori era pressoché impossibile ottenere foto decenti. Ci scrissi su anche un post, esaltata dall’idea che non solo quell’anno fossi diventata mamma, ma fossi riuscita anche a vedere la neve.
Il 17 Dicembre, come sapete, è stato il compleanno di Irene. Di nuovo ha fatto freddo, tantissimo, proprio come uno di quei giorni campali di un anno fa. E alle 14.00, così, senza preavviso, ha iniziato a nevicare. Di nuovo. Una neve piccola e gelata, una neve vera, che in quell’oretta di piccola bufera ha fatto accumulare sul mio balcone un sottile straterello bianco compatto e farinoso. Alle 15.30 ha smesso, poi ha iniziato a piovere, ed è finita così. Ma è stato bello. Mai nella mia vita avevo visto la neve intorno a Natale a Roma. L’unico Natale innevato l’ho fatto a Monaco, la bellezza di cinque anni fa, ormai.
Mi piace credere che è un regalo della mia Principessina delle Nevi, che ha cambiato anche il clima di questa città per rendermela più gradita. Penso sempre che sia io a dover rendere il mondo migliore per Irene, ad aiutarla a diventare una persona felice e forte; e invece è lei che sta facendo di tutto per aiutarmi a superare le mie debolezze, i miei momenti di stop, per farmi vedere il mondo migliore di quanto sia. Forse è questo essere genitori.


P.S.
A destra la neve del 17/12, a sinistra quella del 12/02

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Auguri Irene

Comincia alle 23.00 o giù di lì. È la mia quarta notte in ospedale. Nel pomeriggio mi hanno detto che oggi indurranno il parto. Alla DPP (data prevista per il parto) mancano due giorni e non si può più aspettare per via del mio diabete. Contestualmente, quel pomeriggio mi hanno fatto lo stripping, una graziosa parola inglese dietro la quale – come a tante altre graziose parole inglesi – si nasconde una manovra piuttosto dolorosa. Da quando me l’hanno fatta ho avuto qualche dolorino, tipo crampo mestruale, ma niente di che. Le cose sono andate così lisce che ho cenato senza problemi, e mi sono anche messa a scrivere. Kate, la mia compagna di stanza così ribattezzata perché identica alla Kate di Lost, dorme. Io ho appena spento il computer e mi sono messa giù a dormire. I dolorini non sono andati via. Anzi, iniziano ad essere ritmici. Vengono, vanno via per un po’, poi ritornano. E io non riesco a dormire. Perché mi domando se non ci siamo. E lo vorrei così dannatamente tanto…
Aspetto. Dolorino. Niente. Dolorino. Niente.
Verso non so esattamente che ora, prendo l’iPhone, e uso l’applicazione per cronometrare le contrazioni che ho comprato in gravidanza. Ovviamente, non sono regolari. Non ricordo nemmeno a quali balordi intervalli mi vengano. Ma sento la pancia che si fa dura, e mi fa un pochino male.
Mi alzo per fare pipì, dopo essermi lavata le mani mi guardo allo specchio. Sorrido come una scema.
“Ma allora ci siamo?” sussurro.
Aspetto ancora. Saranno passate sulle tre ore. Finalmente mi decido.
Percorro piano il corridoio di linoleum blu fino alla guardiola. Entro.
«Scusate…» e spiego la situazione.
«Facciamo così» dice la dottoressa di guardia dopo averci pensato un po’. «Adesso ti facciamo un miorilassante: se davvero è l’inizio del travaglio, non ti fa niente, se invece sono contrazioni così, irregolari, te le fa passare e puoi dormire. Comunque, se ti continuano e si fanno più forti, veni da noi».
Me ne torno a letto. Ovviamente, i dolorini continuano, e mi sembrano ritmici. Alle 3.00 o giù di lì sono di nuovo in guardiola.
«I dolori non mi sono passati…continuano, mi sembra siano più forti».
Mi visitano.
«Alle cinque, dopo i prelievi, ti facciamo un monitoraggio. A quell’ora puoi anche chiamare tuo marito, se vuoi».
Deglutisco. Perché non ci posso credere.
«Allora è il travaglio?».
La dottoressa sorride.
«Sì, è il travaglio. Se tutto va bene verso le 12.00 ti possiamo anche portare in sala parto e puoi fare l’epidurale».
Io sono al settimo cielo. Conto i minuti. Aspetto le cinque col cellulare acceso sotto la coperta. Continuo a cronometrare le contrazioni, tengo botta. Fa male, ma mi sembra straordinariamente sopportabile. Mi dico che peggiorerà di sicuro, ma intanto sono solo contenta che sia iniziata.
È mattina, io non ho chiuso occhio, sono galvanizzatissima. Giuliano ancora non può entrare, ma non ha importanza. Tanto è iniziata, no?
Mi fanno il monitoraggio, e le contrazioni iniziano a diradarsi un po’. Mi preoccupo all’istante. Il dottore però mi prende in giro.
«E insomma questa bambina c’ha fatto la sorpresa, eh? Dovevamo indurre il parto e invece sta facendo tutto da sola».
Sorrido, ma le contrazioni sembrano meno forti.
Verso le 11.00 o giù di lì passa il primario. In quattro giorni l’ho visto tipo due volte, per il resto il Gemelli, policlinico universitario, è – egregiamente – in mano a studenti di vario ordine e grado e agli altri medici. Guarda la mia cartella clinica, guarda il tracciato del monitoraggio.
«Oggi avremmo dovuto fare l’induzione» dice il medico che mi aveva presa in giro prima.
«Direi di sospendere» sentenzia il primario, «magari si mette in travaglio da sola». E se ne va.
Doccia gelata. Si mette in travaglio da sola? E finora cos’è stato? E perché adesso le contrazioni se ne stanno andando?
È semplicemente che sono in fase prodromica, quella che può durare anche giorni, quella che la gente normale, senza diabete, si fa a casa, tranquilla. E lo so cos’è il pretravaglio, me l’hanno spiegato al corso preparto, ma per qualche ragione ora non me lo ricordo.
Penso solo che è stato un falso allarme, che il mio corpo mi ha tradita ancora. Dopo il diabete, questo. E io come una scema ho confuso quattro contrazioni irregolari col travaglio. E ho anche allertato tutta la famiglia, che sta qui a guardarmi. Non sono capace. Non so fare una cosa che le donne, tutte le donne, fanno da milioni di anni.
Sono cose che ogni partoriente pensa. Sono cose che succedono a tutte. Ma tu sei convinta di pensarle solo tu. Sei certa che a nessun altro al mondo sia mai capitata una cosa del genere. E piangi di rabbia e delusione.
Mangio anche se non ho fame. Mi metto a dormire. Al diavolo il mondo, al diavolo la mia pancia, al diavolo il mio stupido corpo.
Un’amica mi chiama sul cellulare, ma non le rispondo. Non ho voglia di parlare con nessuno.
In verità non dormo, o comunque non dormo bene. Probabilmente però mi lascio cadere in una specie di torpore, perché alle 15.00 in punto ho la sensazione di svegliarmi di soprassalto. Mi fa male la pancia, una contrazione forte e lunga. Devo girarmi su un fianco per star meglio.
Sono tornate. Ci sono di nuovo. Forse non sarà niente, forse non partorirò, ma almeno ho di nuovo le contrazioni.
Passo il pomeriggio passeggiando avanti a indietro per il corridoio dell’ospedale. Ogni qualche minuto mi devo appoggiare al muro, e respirare forte perché mi fa male la pancia. Niente di insopportabile, ma mi fa male, e la sensazione è che le mie ossa si stiano aprendo, si stiano modificando.
Ancora i parenti in visita, tutti, e io continuo a camminare, a respirare, a cercare di dar retta a tutti per quanto possibile.
Mi visitano verso le 19.00. Due centimetri di dilatazione. Ancora niente travaglio. Ma siamo sulla buona strada, quanto meno.
Arriva la cena. Mi avvio a mangiare, ma una contrazione più forte mi blocca alla testiera del letto. È diversa dal solito, più forte, e sento qualcosa che si muove. Plop, e una sensazione di caldo tra le gambe.
«Mi sa che ho rotto le acque» dico a mia madre.
Entrano un po’ tutti nel panico, corrono a chiamare i medici. Il reparto è pieno di visitatori, l’orario di visita finisce alle 20.00. La dottoressa viene, mi visitano.
«A me non sembrano rotte…che hai sentito?» mi chiedono.
Descrivo la sensazione.
«Potrebbe essere una rottura alta. Tossisci un po’».
Lo faccio.
«No, francamente…aspetta…sì, hai ragione, hai rotto le acque».
E da lì non c’è più ritorno, lo sento. Acque rotte, da qui a 24 ore vedrò Irene. Possono andare storte due miliardi di cose, ovviamente, possono fermarsi di nuovo le contrazioni, può non andare a buon fine il travaglio, e invece in qualche modo io sento che andrà tutto bene, che è finita.
Mi portano via col letto tra ali di degenti e visitatori; io sorrido beata, mentre mi tiro su per sopportare le contrazioni.
Appena si aprono le porte delle sale travaglio, che sono contemporaneamente anche le sale parto, tutto diventa straordinariamente tranquillo. C’è un bel silenzio, luci quasi soffuse, personale gentile.
Mi mettono nella sala gialla, della Dalia. Io avevo già visto le sale parto durante il corso preparto. Tutto mi sembra bello. I colori, il letto, la bilancia dove peseranno Irene.
Non mi sembra vero di esserci finalmente arrivata. In nove mesi miriadi di volte ho avuto paura che Irene non sarebbe nata: dal terrore dell’aborto nei primi tre mesi, alla paura per la suina, all’angoscia per il diabete. E adesso invece ci sono, e quasi mi commuovo.
Siamo quasi sempre soli, io e Giuliano. Le ostetriche – splendide e giovanissime – vengono ogni tanto a vedere come vanno le cose. Giuliano sembra il Dr. Shepard di Lost al ritorno dall’isola, nella quarta stagione. Io respiro forte, gli stritolo una mano, cerco di sopportare il dolore, che adesso è decisamente più forte. Ma lo sopporto abbastanza bene. Poi, a ciascuno che entra, dico che prima possibile voglio l’epidurale, e questo mi tranquillizza tantissimo.
La dilatazione procede, le contrazioni iniziano ad essere pressoché continue. Quando ne arriva una, mi alzo, l’ostetrica mi sorregge, mi massaggia la schiena. Respiro fortissimo, sembro una specie di mantice. Poi arriva il momento in cui il dolore si irradia alla gambe. Praticamente, le anche mi cedono. Non posso più stare in piedi. Mi assale il panico. Non so dire perché, ma sono d’improvviso terrorizzata, e il dolore si moltiplica per cento. Mugolo, l’ostetrica mi dice “non strillare, dai”, chiedo a gran voce l’epidurale, e quasi piango.
«Ancora non sei ben dilatata. Ti facciamo un miorilassante, fai quest’ultimo centimetro di dilatazione e ti facciamo l’epidurale».
La fortuna è che qui al Gemelli sono molto pro-epidurale, tutto il corso preparto è stato un continuo “il parto fa male, fatevi la visita per l’epidurale; poi magari non la chiedete al momento, se ve la sentite, ma se non ce la fate potete farvi comunque l’anestesia”.
L’ultima mezz’ora è dura, ho paura, e per questo ho più male. Mi sento nel panico, questa è la verità, più del dolore vero è la paura di soffrire che mi sta facendo cedere.
Arriva finalmente il via libera, entra l’anestesista ed esce Giuliano. Le due cose sono mutuamente esclusive. Potrà rientrare non appena il catetere sarà dentro.
Appena sento la parola anestesista, mi sento già meglio, segno chiaro che è la mia mente che mi sta giocando un brutto scherzo.
Tutto è straordinariamente indolore. L’anestesista mi dice tutto quello che fa.
«Adesso senti il freddo del disinfettante. Adesso le punture dell’anestetico. Adesso infilo il catetere, potresti sentire una scossa alle anche, mi dici se la senti?».
Pochi minuti ed è fatta. Giuliano rientra, io mi sdraio. Non sento più dolore. Mi coprono con una coperta, convinte che possa aver freddo, ma io sto benissimo. Tempo dieci minuti, però, e il dolore è sostituito da una nuova sensazione: quella impellente, assolutamente incontenibile, di spingere. È Irene che inizia ad incanalarsi nel canale del parto, e spinge per uscire.
Lo dico all’ostetrica, che mi visita.
«Non spingere assolutamente, non sei ancora a dilatazione completa, rischi la lacerazione del collo dell’utero».
È una parola. Non spingere è impossibile. Devo stringere i denti, concentrarmi, ed è quasi più faticoso che quando sentivo il dolore delle contrazioni. Speravo di potermi riposare prima del parto, ma non c’è verso. A intervalli ritmici devo stringere i denti, e cercare di non spingere.
Ho perso la cognizione del tempo, non so a che punto siamo, finisce il turno dell’equipe che mi ha seguita fin qui, e arriva un nuovo gruppo di ostetriche. La caporeparto è un donnone biondo dai modi spicci. Io sono esausta, ed ho davvero bisogno di un coach che sia un po’ rude con me.
«Adesso puoi spingere. Afferrati le gambe e tirale a te quando senti l’impulso a spingere» mi dice.
Lo faccio, cercando di ricordare quel che mi hanno detto al corso preparto: trattieni il fiato e spingi più a lungo che puoi, fino a quando non ce la fai, poi prendi fiato e ricomincia.
Sono esausta. Sento di non potercela fare, ma il corpo non mi dà tregua. Non mangio da pranzo, non dormo da qualcosa come 40 ore. Non posso farcela.
«Non ce la faccio…».
«Spingi che non ti vedo spingere» taglia corto la caporeparto.
Io guardo tutti con occhio supplice: lei, Giuliano, le altre ragazze in sala. Voglio un aiuto, perché non ce la faccio. È al di là delle mie capacità, è inutile. Più spingo più mi sembra che non succeda niente.
«Mi sa che Irene ha qualche giro di collana, perché fa avanti e indietro» mi dice la caporeparto.
Stranamente non mi preoccupo più di tanto. Continuo a spingere perché non posso fare altro.
«Dai che si vede la testa!».
«Ha i capelli?».
«Più della mamma. La vuoi toccare?».
Prima dico di no, poi acconsento. È qualcosa di completamente diverso da come me l’ero immaginato; è una cosa viscida, vagamente gelatinosa.
«Dai, tira le staffe e spingi».
Insisto. Vagamente sento l’ostetrica che dice “vedi? Qui i tessuti si lacerano di sicuro”, ma francamente adesso non mi interessa veramente niente dell’episiotomia.
Spingo con tutta la mia forza, terrorizzata dall’idea che resti con la testa di fuori e il resto dentro. E finalmente basta. Irene esce fuori, e non fa in tempo a farlo che già piange, con una voce da bimba grande che mi stupisce.
«Ce l’ho fatta, Giuliano, ce l’ho fatta…» mormoro, perché davvero non ci credo. «Sta bene?» chiedo.
«Sì sì».
Ci penso un attimo.
«È sana?» insisto.
«Sanissima».
I primi minuti il padre la sequestra, intanto che la ginecologa si prende cura di me. Le ostetriche la lavano, poi la vestono. Nel completino che ho scelto c’è anche un cappellino troppo grande per la sua minuta capoccetta da bimba di 2970 gr per 49 cm di lunghezza. Così le ostetriche la prendono in giro.
«Sembra il Grande Puffo!» mi dicono tirandola a sedere. Poi Giuliano la prende in braccio e non la molla più.
Io tremo come fossi tarantolata.
«È normale?» chiedo senza riuscire a non far battere i denti.
«Sì, è una cosa fisiologica».
«Giuliano, me la fai vedere? Me la fai vedere?».
Glielo devo chiedere un sacco di volte prima che me la mostri. Me l’hanno fatta vedere due nanosecondi prima di portarla al bagnetto: sono riuscita giusto a darle un buffetto sulla guanciotta viscida.
Adesso la vedo meglio. Me la danno, la tengo contro il mio corpo nel letto. Sento i suoi piedini che si agitano contro la mia pancia, esattamente come quando era ancora dentro di me, non più di mezz’ora fa, e mi fa una sensazione stranissima. Penso che è bellissima, e non mi capacito che io, che non sono bella per niente, sia riuscita a fare una bimba tanto bella.
Mi portano fuori col letto, breve incontro coi parenti. Non ricordo niente, tranne Irene contro il mio petto. Poi mi riportano dentro, per il periodo di osservazione, e Irene va al nido. Confesso che ne sono anche contenta. Sono assolutamente sfinita.
Penso che è stata una cosa allucinante, che non so se sarò mai in grado di rifarla di nuovo.
“Se vorrò un altro figlio farò il cesareo” penso.
Dopo un paio d’ore, mi portano di nuovo nella mia stanza. L’ospedale è un posto silenzioso e in penombra, e c’è qualcosa di epico nel silenzio dei corridoi, e in me che li percorro nel mio letto, ormai mamma. È il riposo del giusto.
Entro nella stanza buia. Kate mi chiede com’è andata. Le dico tutto bene, forse aggiungo qualcos’altro, ma poi cado in lungo sonno senza sogni. Il sonno di chi sa di avercela fatta.

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Condomini

Ho sempre vissuto in condominio, fin dalla nascita. Per i primi quindici anni sono anche stata al pian terreno, con dei vicini di casa piuttosto rumorosi. Con l’andar del tempo mi sono convinta che il condominio è la nostra dose di purgatorio in terra.
È che è proprio come dice Ivan Karamazov: “Non ho mai potuto capire come si possa amare il prossimo. Secondo me, è impossibile amare proprio quelli che ti stanno vicino, mentre si potrebbe amare chi ci sta lontano.”
Ecco, in un condominio il prossimo ci è troppo vicino, ed automaticamente diventa un disturbo, un elemento perturbante della nostra quiete. Niente come il condominio esalta le piccole insofferenze, le piccole idiosincrasie, fino a trasformarle in catastrofi vere e proprie.
Memore dell’esperienza al pian terreno, ora vivo in attico. Ho avuto però anch’io i miei problemi, quando ho fatto i lavori dentro casa. La gente s’è lamentata per il rumore, la situazione s’è fatta tesa. Ma è stato un caso isolato. Da allora, la nostra vita quotidiana è frenetica, ma silenziosa: quando ci siamo pencoliamo tra divano, sedie della cucina e letto, Irene non è particolarmente rumorosa, e comunque tace negli orari di riposo perché dorme, e dunque credo siamo i vicini di casa perfetti.
Però osservo cosa succede agli altri, e c’è sempre qualcosa che non va. Una decisione che dovrebbe essere presa assieme, e invece un singolo la prende da solo e agisce di conseguenza. Rumori molesti, abitudini altrui che ci urtano, cartelli che appaiono e scompaiono in bacheca.
Quando siamo vicini non ci sopportiamo. Quando qualcosa dell’altro ci viene a bussare dentro la pace della nostra casa, la viviamo sempre come un’invasione. È questo il problema. Che in condominio siamo costretti a condividere con altri uno spazio che consideriamo assolutamente privato. E il rumore delle vite altrui ci entra dentro casa, violando la nostra privacy. Il martellare di qualcuno, le voci di chi esulta per un goal o il rumore di una festa al piano di sotto rompono l’illusione di essere da soli, ci fanno sembrare casa nostra un po’ meno nostra.
Non credo andrei mai a vivere in una villetta. C’è qualcosa che mi spaventa in una casa del tutto isolata; sarà una mia idiosincrasia, ma mi sembra un posto dove è più facile che succedano furti e cose del genere. Però tutto sommato continuo a credere che nel condominio ci sia qualcosa di estremamente innaturale, qualcosa che ci costringe a vicinanze inopportune.

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Ieri, oggi…domani?

Confesso che ero tra quelli che ci avevano creduto. Che sarebbe davvero cambiato qualcosa. Contro ogni logica e contro le evidenze della realtà.
Sì, avevo sperato che l’avventura ventennale del Berlusconismo fosse arrivata al capolinea. Credevo che ieri sarebbe caduto. Ok, mi rendevo conto che probabilmente alle elezioni non ci saremmo andati, che ci sarebbe stato un rimpasto, o che se anche avessimo votato non avrebbe vinto la sinistra e non ci sarebbe stato nessun cambiamento epocale. Ma tutto mi sembrava meglio di questo.
E invece. E invece si è andata allargando la forbice tra stato e popolo. Perché quel che percepisce il comune cittadino è che un certo numero di deputati e di senatori ha venduto il proprio voto per una contropartita più o meno concreta. L’immagine del parlamento è ancor di più quella di un luogo ormai avulso dal paese reale, che fuori dalle sue mura blindate scatenava la rivoluzione, e dedito solo a incomprensibili giochi di potere, a inciuci sempre indirizzati alla massimizzazione del tornaconto personale, e alla minimizzazione di quello del comune cittadino.
La politica oggi è una cosa sporca, e questo è un fatto pericoloso. Perché quando lo scollamento tra cittadino e istituzioni è così profondo e insanabile, può succedere davvero di tutto.
Io non amo la violenza. Mi viene sempre da mettermi nei panni delle vittime, dell’operatore allo sportello della banca che vive attimi i panico mentre fuori distruggono le vetrine, nel commesso di Mac Donalds che è più proletario di quelli che fanno casino fuori, col suo contrattino co.co.co. senza tutele e senza rete, l’università da finire e l’affitto in nero da pagare. Eppure ieri capivo. Con sgomento, perché, sebbene non abbia una grande esperienza di manifestazioni, una volta nei casini mi ci sono trovata anch’io, ma capivo la rabbia, la frustrazione.
Poi entra in gioco la logica. E ti rendi conto che quel che è successo ieri a Roma è stato quanto di peggio potesse capitare alla parte sana del paese. Tre ore di vandali che fanno casino, e d’ora in avanti gli studenti e le loro legittime richieste verranno criminalizzati, trattati da facinorosi. È la solita storia: la violenza chiama immediatamente repressione, la violenza è sempre stata la scusa migliore per mettere a tacere la voce della ragione, per dire “sono tutti uguali, è gente che non ha voglia di studiare, è gente che sfascia le vetrine”.
Ma che siamo stanchi è vero. Che questo parlamento non ci rappresenta più – anche se per gente come me non l’ha mai fatto fin da principio – pure. Ed è vero che non vediamo alternative, non vediamo vie d’uscita. Siamo nella palude, una palude stagnante che è brodo di coltura per le più fosche previsioni per il futuro.
Che dire. Non lo so che dire. La lotta deve continuare, pacifica ma inflessibile. Ma è vero che è davvero un brutto inverno.

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Gelo scricchiolone

Stamattina apro la finestra e sento entrare aria gelida. Mi voto allora al mio guru meteo, ossia la widget apposita del mio Mac. 1°C. Adesso, per la cronaca, siamo a 2°C.
L’anno scorso di questo periodo ci furono i giorni più freddi dell’anno. Controllavo di continuo il meteo sull’iPhone per aggiornarmi; un giorno alle 13.00 fece 1.5°, un record per Roma. Il freddo però mi limitavo a spiarlo dalla finestra dell’ospedale; ricordo che vedevo un grosso apparecchio che faceva un sacco di fumo, non so se perché fuori la temperatura era gelida o per quale altra ragione. E invidiavo chi stava fuori e poteva godersi quei giorni ghiacciati.
Quest’anno sono fuori, e sono contenta di potermi godere il freddo in diretta. Mi sento meglio quando le temperature sono polari, il freddo in qualche modo mi riattiva, non so come spiegarlo.
E poi penso una cosa che mi riscalda il cuore, una cosa che mi consola. L’anno scorso, proprio quando nacque Irene, ci fu uno degli inverni più freddi qui a Roma. Quest’anno la cosa sembra ripetersi. È come se, tra i tanti regali che mi ha fatto finora, Irene sia riuscita a darmi anche quest’altro: il freddo che amo, gli inverni che più mi piacciono. La mia piccola principessina delle nevi.

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13 dicembre 2009

Un anno fa era domenica. Ci eravamo svegliati da poco, e avevamo già iniziato a fare progetti per la giornata. La telefonata però arrivò che eravamo ancora a letto. Pensavo fosse mia madre che mi chiedeva qualcosa, e invece era l’ospedale.
“Le va bene se la ricoveriamo oggi?”.
Il cuore fece una capriola.
“Certo”.
“Allora venga in Pronto Soccorso oggi alle 15.00″.
Sebbene fossi stanca del diabete e della gravidanza, sebbene non vedessi l’ora di partorire, ricordo che quella telefonata mi gettò nel panico. Non c’era più ritorno: di lì ad una settimana avrei partorito, e la prossima volta che avrei messo piede in casa mia, saremmo stati in tre.
Mi calmai comunque abbastanza rapidamente. Pranzai, mi preparai con calma. Ricordo com’ero vestita: il maglioncino grigio, i jeans pre-maman. L’ospedale era già addobbato a festa, e l’ansia cresceva mentre ero lì in attesa. Però ero contenta, davvero. Era finita, dopo l’ansia, la paura, i problemi, ero arrivata fino in fondo, e confesso che molte volte avevo temuto di non farcela.
La visita, le altre mamme in attesa, lo smistamento in reparto. Quando entrai nella mia stanza era già buio. Mi cambiai, e bastò mettermi camicia da notte e vestaglia per passare dall’altra parte della barricata. Ora ero dentro, e gli altri fuori. Ero entrata nel microcosmo dell’ospedale, ero in un limbo, in cui non mi sentivo più completamente in attesa, ma non ero neppure ancora una mamma. Aspettavo, senza sapere cosa sarebbe successo: non avevo idea se mi avrebbero indotto il parto, e in caso quando.
Mangiai la solita roba scotta e senza sapore della mia dieta assieme ai miei e a mio marito. Poi finì l’orario delle visite, e rimasi sola.
Ero convinta che mi sarebbe salito il magone, e mi sarei messa a piangere davanti alla mia compagna di stanza, una ragazza straniera al settimo mese, anche lei col diabete. Fino a quel momento avevo avuto solo brutte esperienze con gli ospedali. E invece tenni botta. Non mi sentivo sola. C’era Irene. Ed ero lì per vederla, finalmente.
Un po’ di scrittura, una puntata di Dexter vista con le cuffie nel buio della stanza, mentre la mia compagna dormiva, e poi spensi la luce anch’io, la fede al dito nel silenzio del reparto.
Cominciò così l’avventura, il 13 dicembre del 2009.

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