MI ricordo che quando mi dicevano che i dolori e le difficoltà si dimenticano non ci credevo poi troppo. Tante cose che mi hanno detto in gravidanza a me non sono capitate, o sono state diverse. Non credevo neppure a quelle che facevano i racconti dell’orrore sul parto, se è per questo. Ero animata da un fiducioso fatalismo; se è entrata, poi deve uscire, e non ci puoi fare niente, per cui…
E invece è stato proprio così. Entrata in sala parto ho perso il senso del tempo, ore che per me sono stati minuti e viceversa, e ho dimenticato tutto.
Ricordo che dopo il parto, in quelle due ore in cui ti tengono in osservazione in sala parto, ho pensato che una cosa così non sarei mai stata in grado di rifarla, e ricordo anche le sensazioni spiacevoli che si accompagnavano al ricordo delle ultime contrazioni prima dell’epidurale. Ecco, ricordo le emozioni. Quella sensazione di non farcela, che arriva sempre, durante il parto. La consapevolezza che quello che hai letto nei libri, che il dolore ti rende vulnerabile, ti farebbe fare qualsiasi cosa, è vero. Ma non ricordo più che tipo di dolore erano quelle doglie. Non ricordo più la sensazione fisica.
Ricordo il parto, quello abbastanza bene. Ricordo che ero stanca e stavo per mettermi a piangere, perché proprio mi sembrava che tutto quello spingere non servisse a niente. Ma a quasi venti giorni di distanza, tutte le sensazioni spiacevoli di quella giornata e quella sera sono andate via, e resta solo il ricordo di ventiquattro ore gloriose. La faccia che avevo mentre mi portavano in sala parto, quella di chi finalmente è arrivato, ha saltato due miliardi di ostacoli, e sta per avere la ricompensa finale. Il giallino della sala parto, le luci accoglienti, la quasi commozione quando ho visto la bilancia su cui avrebbero pesato Irene, il fasciatoio dove l’avrebbero cambiata per la prima volta. Gli scherzi delle ostetriche, quando le hanno messo i vestiti che le avevo preparato, e il cappellino troppo grande, che la faceva sembrare una puffetta. Persino le venti ore di doglie preparatorie, passate un po’ a letto, un po’ camminando per il corridoio dell’ospedale, a fermarmi ogni dieci minuti per cercare di sopportare il dolore con la respirazione che mi avevano insegnato al corso pre-parto. Tutto bellissimo. Il dolore, la fatica, la stanchezza. Ha avuto un senso. È stata un’avventura. Tutto torna al suo posto, e non so se è perché ora ho la lucidità per ripensare a quei momenti, o semplicemente l’ossitocina ha fatto il suo lavoro, e ha lavato via il brutto e lasciato solo il bello, in modo che io sia pronta, in futuro, a farlo ancora. Ma questi nove mesi mi hanno rivelato a me se stessa. Ho imparato più adesso di quanto non abbia fatto nei ventinove anni che mi hanno portata fin qui. Ci sono cose che ti svelano la tua vera forza, ti spiegano fin dove puoi arrivare quando la posta in gioco è alta. E io non mi sento più vulnerabile come qualche mese fa. O forse, quella debolezza non mi fa più paura, perché ho toccato con mano quanta forza può nascondere.
Forse quest’avventura è stato l’ultimo scatto di crescita, il passo finale che mi serviva per definirmi come persona. Ora sono compiuta, nei miei limiti e nei miei punti di forza. E sono pronta per quello che verrà.




