Qualche tempo fa ho letto Il Simbolo Perduto, ultimo, famigerato libro di Dan Brown. Negli ultimi giorni della gravidanza avevo bisogno di qualcosa di scorrevole e divertente, e il tomo in questione mi sembrava adeguato alle mie aspettative. Ora, non è che mi sia piaciuto molto, ma il punto di cui voglio discutere non è questo. Apro l’edizione italiana, è c’è il solito disclaimer: “questo libro è un’opera di fantasia, bla bla bla”. Si mette per questioni legali, anche quando è evidente che l’opera non è per niente di fantasia. Ma non è questo il caso. Non voglio dire che siano tutte cazzate, ma tutta la storia sulle ricerche noetiche direi che ha molto del romanzo. Peccato che, come in tutte le opere di Brown che ho letto finora, tre pagine dopo il disclaimer italiano c’è quello americano, che invece giura e spergiura che è tutto vero.
Ecco. A me una cosa così fa incazzare, mi dispone male verso il libro. Non vedo perché Brown, invece di fare affidamento sulle sue doti di narratore, non trascurabili, cerchi sempre di spingere i suoi libri con questa supposta veridicità di quello che dentro viene detto. Già ne aveva sparate delle grosse ne Il Codice Da Vinci, sempre spacciandole per vere, qui tenta di nuovo il colpaccio, per altro con un intreccio duemila volte più noioso e meno teso di quello della sua opera maggiore. Questo è giocare sporco.
Perché mi è venuto in mente questo. Perché oggi ho letto quest’altro. A parte il mio essere d’accordo sul tema della consapevolezza dello scrittore (e infatti, nell’ormai celeberrima discussione su Lipperatura di Tolkien veniva messa in dubbio proprio la consapevolezza nel maneggiare i miti e in generale la materia che aveva sotto le mani), mi è venuto in mente che viviamo decisamente nell’era in cui la Narrazione ha sopravanzato la Realtà. Con una buona dose di faccia da culo e di conoscenza della psicologia delle masse, puoi far credere alla gente quello che vuoi. Prova ne sia il dilagare di teorie dietrologiche su qualsiasi argomento, dall’attentato dell’11/09 all’aggressione a Berlusconi. Ormai le teorie del complotto dominano letteralmente la rete, e non c’è nessuno che non ci sia cascato almeno una volta. E la tendenza è estremamente pericolosa, perché ci induce a perdere di vista la realtà. Ci lasciamo ingannare da specchietti per le allodole, e dimentichiamo di guardare quello che abbiamo sotto il naso, evidente, lampante. Perché l’Immaginario è più attraente del Reale. Perché cercare il complotto è dare ordine al caos, spiegare ciò che non può essere spiegato. Esattamente quel che sento di fare io quando scrivo: dare forma a ciò che forma non ha, dare un senso a cose in cui si fatica a trovarlo.
Ci stanno espropriando del nostro campo d’azione. E mentre lo scrittore – stando alla mia visione della cosa – scrive per disvelare, o quanto meno cercare assieme al lettore una qualche verità, il creatore di leggende metropolitane fa il contrario, molto spesso, e questo è il grave, inconsapevolmente: seppellisce il Vero sotto una tale mole di Verosimile che poi è impossibile riuscire a capire dove sta la verità. E non parlo di verità in senso filosofico, ma di quella piccola conoscenza oggettiva che possiamo avere sulle cose del mondo.
Ora, tutto questo lungo e confuso discorso voleva condurre ad un semplice consiglio libresco: Sarà Vero, di Errico Buonanno. L’ho letto parte in ospedale, parte a casa. E l’ho trovato un libro necessario in questi tempi, oltre che, ça va sans dire, interessante e di piacevole lettura. Si analizzano proprio tutta una serie di bufale storiche, tra cui anche il famigerato Priorato di Sion, e questo ci riporta al nostro amico Dan Brown, che, nonostante fossero malamente contraffatte, prive del supporto di qualsivoglia prova, e pure smascherate, continuano a circolare, forti solo del proprio potere di affabulazione. Insomma, la Narrazione che vince sul Reale, ma di brutto. Si può dire: in fin dei conti, è un innocuo fantasticare. Eh no. Basti pensare ai Protocolli dei Savi di Sion, a quanta parte abbiano giocato nell’escalation dell’antisemitismo. Le storie sono roba potente, possono cambiare la Storia – è questa la conclusione dell’autore – e per questo vanno maneggiate con cura. Con consapevolezza, e torniamo allo spunto iniziale che ho colto nel post di G. L. Il che poi non vuol dire che solo certa gente, tipo gli scrittori, hanno diritto a raccontare. Ma che chi vuole farlo – e può farlo chiunque – deve essere consapevole che non sta solo raccontando una storia, la sta creando.
Insomma, io questo libro ve lo consiglio. Ci aiuta al pensiero critico, e si scoprono un sacco di cose che uno non immaginava (tipo, io non sapevo che l’antica cultura scozzese fosse una creazione così recente, e parlo proprio di un paio di secoli al più).