Ieri sono andata a cinema. Ho fatto un conto. Non ci andavo da qualcosa come tre mesi. Ultimo film visto, District 9 (consigliato). Ne avevo bisogno. Gli ultimi tre mesi di gravidanza li ho fatti praticamente da reclusa, e da quando c’è Irene al massimo vado a passeggiare al parco, a fare la spesa, o in giro per medici. E invece, un po’ d’aria ci vuole. Yep, anche per fare bene la mamma.
Ma per andare a cinema ho dovuto affrontare una dura prova: la separazione dalla prole appena sfornata. Ok, Irene stava coi miei. Ok, si trattava solo di tre ore. Ma vuoi mettere i sensi di colpa?
Oddio, la sto abbandonando per – udite udite – fare non una cosa necessaria, ma una cosa semplicemente dilettevole!!!
E poi l’ho fatta pure poppare prima per andare – udite udite – a divertirmi!!!
E se piange tutta la sera?
E se c’ha fame?
Sono uscita sentendomi un po’ una madre snaturata. Poi, vabbeh, mi sono divertita. Ma uno resta mamma dentro, per cui ogni volta che il volume a cinema si alzava mi veniva spontaneo pensare “E se darà fastidio a Irene?”, benché Irene non fosse presente, né nella panza né accanto a me. Potenza del rincoglionimento da puerpera.
Comunque.
Tornata a casa sapete qual è stato il risultato? Usciti noi, Irene s’è addormentata nel giro di mezzora, e ha dormito di filato fino alle 3.00. No capricci, no fame, no pianti. I nostri figli sono sempre meglio di noi.
Ieri vi ho parlato di due mie letture, promettendovi aggiornamenti a breve. Ecco quelli per la graphic novel.
Il libro è questo. Già, si parla del G8 di Genova. E se parla ancora a distanza di nove anni dal fatto perché il silenzio, l’assenza di indignazione che ha accompagnato quel fatto gravissimo è qualcosa che non si può tollerare.
Christian era alla Diaz quella notte. Insieme a tanti altri ragazzi pensava di essere al sicuro, si stava preparando per la notte, pensava di trovarsi in uno stato di diritto, dove certe cose non succedono. E invece suo malgrado si è ritrovato in mezzo ad una “macelleria messicana”, come è stata definita da uno dei protagonisti della storia. Il suo fumetto racconta questo: la storia di un ragazzo normale che si ritrova catapultato in una storia assurda, e ne esce con sei giorni di prognosi e nella testa immagini e sensazioni che non potrà mai dimenticare. Ma Christian ha dalla sua la capacità di raccontare, e il disegno. Due doni che mette al servizio della sua storia assurda, e di tutti quelli che hanno subito il suo stesso trattamento. E crea un’opera incisiva, secca, e terribile. Un’opera necessaria ad un paese che non sa più indignarsi, che ha spostato sempre più in là la soglia della tolleranza del sopruso.
“Quella notte alla Diaz” è un bel fumetto, ed è un fumetto terribile: è bello per la sua potenza, per la sua capacità di coinvolgere e far sentire sulla nostra pelle quel che accadde quella notte, ed è terribile per gli abissi che racconta, per gli orrori che evoca, orrori che non immaginavamo potessero appartenerci.
Uscirà a febbraio. Consigliatissimo.




