Archivi del mese: gennaio 2010

Ospedali

Ieri era un mese da quando mi hanno ricoverata. La telefonata arrivò di domenica mattina, mentre ancora ero a letto a poltrire, e con Giuliano si stavano facendo i programmi per la giornata.
«Le dispiacerebbe se anticipassimo il ricovero ad oggi?».
Certo che no.
Ricordo l’ondata di panico puro alla notizia. Perché una cosa è pensare in astratto al parto, un’altra è sapere che, bene che vada, mancano massimo sette giorni all’evento.
Prima di allora, non ero mai stata in ospedale per più di quindici ore. Tutti ricorderete la mia unica esperienza in proposito, l’anno scorso.
Immaginavo che sarebbe stato un dramma. Che al calar della sera, quando i parenti se ne fossero dovuti andare, mi sarebbe preso il magone clamoroso. Anche perché non è che sapessi bene cosa mi avrebbero fatto e quando. Quando mi dissero che mi avrebbero ricoverata l’unica spiegazione fu: «Hai il diabete, quando sei più o meno a termine occorre tenerti sotto controllo». Già mi vedevo a passare il Natale all’ospedale.
E invece.
E invece ho tenuto botta. Niente magone. Niente angoscia. Noia e impazienza sì. Ma sono riuscita ad adattarmi ai ritmi di quel posto incredibilmente in fretta. Condividere la stanza con una sconosciuta, svegliarsi presto la mattina, il giro visite, le facce dei medici.
Nel letto accanto al mio le pazienti si avvicendavano. Due come me, col diabete gestazionale, ma alla ventottesima settimana, e poi una ragazza con la faccia di Kate di Lost che aveva una minaccia di parto prematuro. La gente entrava, usciva, si è aggiunto anche un fiocco rosa ad una porta in quegli otto giorni che ho passato al Gemelli, e io mi chiedevo quando sarebbe stato il mio turno.
L’ospedale è un microcosmo. Entri dentro, e quel che è fuori d’improvviso scompare. Tutto si riduce al pavimento in linoleum che consumi in lunghe passeggiate, perché ti hanno detto che camminare accelera il travaglio, ai medici che ti sembra ti spieghino sempre troppo poco le cose, agli esami giornalieri. Controllo glicemia, insulina, monitoraggio. E così via giorno dopo giorno. Dalla finestra, l’altra ala del policlinico, uno scorcio del parcheggio, e enormi ventole che riempiono il cielo di un fumo candido. L’unica finestra sul mondo, la libreria all’ingresso, verso la quale ti trascini all’ora di pranzo. Spulci libri che conosci a memoria, cercando di confonderti tra i sani. Ma ce l’hai addosso, la divisa del malato. Il mondo si divide in due, all’ospedale: a fare da confine, la vestaglia e le ciabatte. Quando le indossi, dopo il ricovero, capisci che sei passato dall’altra parte, dal lato di quelli che restano.
Al bar, di pomeriggio, c’è uno strano miscuglio di sani e malati. C’è quello con la flebo, quello in carrozzina, la donna incinta come te, e poi i sani. I dottori vigilano su quella mescolanza.
Il tempo passa lento, lo cogli dalle piccole variazioni di luce, e dall’albero di Natale in corridoio. Ogni giorno, una decorazione nuova: il presepe, gli angioletti appesi al soffitto. E tu aspetti. Esattamente quello che facevi a casa, per cui ti chiedi alla fine perché stai qui, non potevi aspettare fuori?
Eppure, adesso che è passata ed è andato tutto bene, hai un bel ricordo anche di quegli otto giorni che non vedevi l’ora finissero. Non riesco a capire se il tempo stende una patina luccicante su quel che hai vissuto, o semplicemente se le cose occorre guardarle da lontano. Ma per quanto fossi stanca del pancione e del diabete, per quanto trovassi terribili le levatacce e la lunga strada per arrivare all’ospedale per i controlli, un po’ mi manca quel periodo strano e irripetibile.

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Crescere o non crescere

Da quando sono in maternità ho riscoperto la televisione. È che mi torna utile nelle tre ore e passa giornaliere in cui allatto, oppure nelle mattinate in cui, addormentata Irene, finite le faccende di casa, mi concedo il riposo del giusto. E ho scoperto che se vuoi vedere cose decenti, devi affidarti a quei canali che non trovi manco sulla guida tv: Rai4, Raisat Extra, Raisat Cinema…Ed è stato un pomeriggio di questi che, vagolando per l’etere, mi sono imbattuta in Santa Maradona. Lo vidi la prima volta in piazza al paese di mia madre, un comune di 3000 anime nel cuore del Sannio. Non che fosse un film da cinema parrocchiale, in effetti. Mi sono sempre chiesto chi è che l’aveva scelto per la visione in piazza grande, e se sapeva che film fosse (per farsi un’idea…).
Santa Maradona mi piacque da subito. Forse un po’ sconclusionato, ma originale. Originale nel punto di vista, che, come sapete, per me conta di più dell’originalità della storia.
Santa Maradona appartiene al filone dei film sui trentenni che non sanno che fare della loro vita. Un filone che è andato parecchio nel cinema italiano in quegli anni. Adesso pare tirare un po’ di meno. Ma all’epoca pareva si facessero film solo su quello. E infatti c’è uno Stefano Accorsi che replica sostanzialmente il personaggio de L’Ultimo Bacio. Eppure…Eppure rispetto a quest’ultimo, che all’epoca mi piacque pure, Santa Maradona è più universale. Riesce ad uscire dal tema specifico – i trentenni scazzati – in modo tale da assumere un senso più ampio. Lo vedo oggi, e sebbene tutto sommato io sappia dove la mia vita sta andando, riesco a ritrovarmi in Andrea, in Bart, e in quella paura che abbiamo avuto tutti: la paura di farcela. Perché alla fine Santa Maradona parla di questo, più che di questi benedetti trentenni, che ora saranno quarantenni e si saranno anche arresi alla vita che avanza.
Maradona, presentato in una carrellata delle sue imprese migliori nei titoli di testa, è un po’ questo: uno che aveva più o meno tutto, e l’ha mandato a puttane. Andrea tutto non ce l’ha, ma potrebbe averlo: un lavoro, una donna. Ma lo frega la paura di farcela, di affrontare infine la vita e il mondo adulto, e si ferma sul limitare, pronto a mandare tutto all’aria, pur di rimanere nel limbo. E credo non ci sia nessuno di noi che non si sia sentito così almeno una volta nella vita, per lo meno davanti ai grandi “snodi esistenziali”: il matrimonio, un figlio.
Qualche giorno fa ho ripreso in mano una serie di cose che avevo scritto durante la gravidanza, le ho raccolte in un libretto come ricordo per me e per Irene. È che spesso le grandi cose della vita non è che te le spieghino molto, o perché, rispetto a quando le hai vissute, è passato del tempo, e non te le ricordi più, o perché hai pudore a raccontare che anche le cose belle fanno paura. Ecco, rileggendo quegli appunti, quei commenti, quelle riflessioni, ho ritrovato proprio quella paura lì: la paura di andare avanti e di crescere. Una cosa tutto sommato probabilmente normale, ma che abbiamo paura a confessare. E che in Santa Maradona ho ritrovato, ovviamente in un contesto diverso.
E poi Santa Maradona è divertente; i racconti di vita vissuta che Andrea e Bart si scambiano sono assolutamente irresistibili, la scena nel negozio di vestiti da sposa è il mio sogno proibito, e la musica dei Motel Connection è perfetta.
Insomma, mi ha fatto piacere rivederlo, e rivederlo ora. Non sarà un capolavoro, ma ha delle cose da dire, e le dice bene. È molto più di quanto facciano una buona parte dei film che ho visto di recente.

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Vero, Verosimile e Bufale

Qualche tempo fa ho letto Il Simbolo Perduto, ultimo, famigerato libro di Dan Brown. Negli ultimi giorni della gravidanza avevo bisogno di qualcosa di scorrevole e divertente, e il tomo in questione mi sembrava adeguato alle mie aspettative. Ora, non è che mi sia piaciuto molto, ma il punto di cui voglio discutere non è questo. Apro l’edizione italiana, è c’è il solito disclaimer: “questo libro è un’opera di fantasia, bla bla bla”. Si mette per questioni legali, anche quando è evidente che l’opera non è per niente di fantasia. Ma non è questo il caso. Non voglio dire che siano tutte cazzate, ma tutta la storia sulle ricerche noetiche direi che ha molto del romanzo. Peccato che, come in tutte le opere di Brown che ho letto finora, tre pagine dopo il disclaimer italiano c’è quello americano, che invece giura e spergiura che è tutto vero.
Ecco. A me una cosa così fa incazzare, mi dispone male verso il libro. Non vedo perché Brown, invece di fare affidamento sulle sue doti di narratore, non trascurabili, cerchi sempre di spingere i suoi libri con questa supposta veridicità di quello che dentro viene detto. Già ne aveva sparate delle grosse ne Il Codice Da Vinci, sempre spacciandole per vere, qui tenta di nuovo il colpaccio, per altro con un intreccio duemila volte più noioso e meno teso di quello della sua opera maggiore. Questo è giocare sporco.
Perché mi è venuto in mente questo. Perché oggi ho letto quest’altro. A parte il mio essere d’accordo sul tema della consapevolezza dello scrittore (e infatti, nell’ormai celeberrima discussione su Lipperatura di Tolkien veniva messa in dubbio proprio la consapevolezza nel maneggiare i miti e in generale la materia che aveva sotto le mani), mi è venuto in mente che viviamo decisamente nell’era in cui la Narrazione ha sopravanzato la Realtà. Con una buona dose di faccia da culo e di conoscenza della psicologia delle masse, puoi far credere alla gente quello che vuoi. Prova ne sia il dilagare di teorie dietrologiche su qualsiasi argomento, dall’attentato dell’11/09 all’aggressione a Berlusconi. Ormai le teorie del complotto dominano letteralmente la rete, e non c’è nessuno che non ci sia cascato almeno una volta. E la tendenza è estremamente pericolosa, perché ci induce a perdere di vista la realtà. Ci lasciamo ingannare da specchietti per le allodole, e dimentichiamo di guardare quello che abbiamo sotto il naso, evidente, lampante. Perché l’Immaginario è più attraente del Reale. Perché cercare il complotto è dare ordine al caos, spiegare ciò che non può essere spiegato. Esattamente quel che sento di fare io quando scrivo: dare forma a ciò che forma non ha, dare un senso a cose in cui si fatica a trovarlo.
Ci stanno espropriando del nostro campo d’azione. E mentre lo scrittore – stando alla mia visione della cosa – scrive per disvelare, o quanto meno cercare assieme al lettore una qualche verità, il creatore di leggende metropolitane fa il contrario, molto spesso, e questo è il grave, inconsapevolmente: seppellisce il Vero sotto una tale mole di Verosimile che poi è impossibile riuscire a capire dove sta la verità. E non parlo di verità in senso filosofico, ma di quella piccola conoscenza oggettiva che possiamo avere sulle cose del mondo.
Ora, tutto questo lungo e confuso discorso voleva condurre ad un semplice consiglio libresco: Sarà Vero, di Errico Buonanno. L’ho letto parte in ospedale, parte a casa. E l’ho trovato un libro necessario in questi tempi, oltre che, ça va sans dire, interessante e di piacevole lettura. Si analizzano proprio tutta una serie di bufale storiche, tra cui anche il famigerato Priorato di Sion, e questo ci riporta al nostro amico Dan Brown, che, nonostante fossero malamente contraffatte, prive del supporto di qualsivoglia prova, e pure smascherate, continuano a circolare, forti solo del proprio potere di affabulazione. Insomma, la Narrazione che vince sul Reale, ma di brutto. Si può dire: in fin dei conti, è un innocuo fantasticare. Eh no. Basti pensare ai Protocolli dei Savi di Sion, a quanta parte abbiano giocato nell’escalation dell’antisemitismo. Le storie sono roba potente, possono cambiare la Storia – è questa la conclusione dell’autore – e per questo vanno maneggiate con cura. Con consapevolezza, e torniamo allo spunto iniziale che ho colto nel post di G. L. Il che poi non vuol dire che solo certa gente, tipo gli scrittori, hanno diritto a raccontare. Ma che chi vuole farlo – e può farlo chiunque – deve essere consapevole che non sta solo raccontando una storia, la sta creando.
Insomma, io questo libro ve lo consiglio. Ci aiuta al pensiero critico, e si scoprono un sacco di cose che uno non immaginava (tipo, io non sapevo che l’antica cultura scozzese fosse una creazione così recente, e parlo proprio di un paio di secoli al più).

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La fina di un’avventura

MI ricordo che quando mi dicevano che i dolori e le difficoltà si dimenticano non ci credevo poi troppo. Tante cose che mi hanno detto in gravidanza a me non sono capitate, o sono state diverse. Non credevo neppure a quelle che facevano i racconti dell’orrore sul parto, se è per questo. Ero animata da un fiducioso fatalismo; se è entrata, poi deve uscire, e non ci puoi fare niente, per cui…
E invece è stato proprio così. Entrata in sala parto ho perso il senso del tempo, ore che per me sono stati minuti e viceversa, e ho dimenticato tutto.
Ricordo che dopo il parto, in quelle due ore in cui ti tengono in osservazione in sala parto, ho pensato che una cosa così non sarei mai stata in grado di rifarla, e ricordo anche le sensazioni spiacevoli che si accompagnavano al ricordo delle ultime contrazioni prima dell’epidurale. Ecco, ricordo le emozioni. Quella sensazione di non farcela, che arriva sempre, durante il parto. La consapevolezza che quello che hai letto nei libri, che il dolore ti rende vulnerabile, ti farebbe fare qualsiasi cosa, è vero. Ma non ricordo più che tipo di dolore erano quelle doglie. Non ricordo più la sensazione fisica.
Ricordo il parto, quello abbastanza bene. Ricordo che ero stanca e stavo per mettermi a piangere, perché proprio mi sembrava che tutto quello spingere non servisse a niente. Ma a quasi venti giorni di distanza, tutte le sensazioni spiacevoli di quella giornata e quella sera sono andate via, e resta solo il ricordo di ventiquattro ore gloriose. La faccia che avevo mentre mi portavano in sala parto, quella di chi finalmente è arrivato, ha saltato due miliardi di ostacoli, e sta per avere la ricompensa finale. Il giallino della sala parto, le luci accoglienti, la quasi commozione quando ho visto la bilancia su cui avrebbero pesato Irene, il fasciatoio dove l’avrebbero cambiata per la prima volta. Gli scherzi delle ostetriche, quando le hanno messo i vestiti che le avevo preparato, e il cappellino troppo grande, che la faceva sembrare una puffetta. Persino le venti ore di doglie preparatorie, passate un po’ a letto, un po’ camminando per il corridoio dell’ospedale, a fermarmi ogni dieci minuti per cercare di sopportare il dolore con la respirazione che mi avevano insegnato al corso pre-parto. Tutto bellissimo. Il dolore, la fatica, la stanchezza. Ha avuto un senso. È stata un’avventura. Tutto torna al suo posto, e non so se è perché ora ho la lucidità per ripensare a quei momenti, o semplicemente l’ossitocina ha fatto il suo lavoro, e ha lavato via il brutto e lasciato solo il bello, in modo che io sia pronta, in futuro, a farlo ancora. Ma questi nove mesi mi hanno rivelato a me se stessa. Ho imparato più adesso di quanto non abbia fatto nei ventinove anni che mi hanno portata fin qui. Ci sono cose che ti svelano la tua vera forza, ti spiegano fin dove puoi arrivare quando la posta in gioco è alta. E io non mi sento più vulnerabile come qualche mese fa. O forse, quella debolezza non mi fa più paura, perché ho toccato con mano quanta forza può nascondere.
Forse quest’avventura è stato l’ultimo scatto di crescita, il passo finale che mi serviva per definirmi come persona. Ora sono compiuta, nei miei limiti e nei miei punti di forza. E sono pronta per quello che verrà.

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