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26
febbraio 2010

Avrei dovuto scriverlo ieri, ma è stata una giornatina pesante.
Qualcuno di voi forse ricorderà la rubrica Commentiamo Insieme il Telefilm del Giorno; all’epoca commentavo il Dr. House, che adesso però non vedo più. Per cui ho deciso di riciclarmela per parlare di Lost, con l’avvertenza che lo sto seguendo su Sky, quindi chi fa altrimenti, e magari aspetta la messa in onda su Raidue, è avvisato. Possibili spoiler all’orizzonte, insomma. Di contro, se transitasse qui qualcuno che se lo vede negli USA, no spoiler, please :)

Allora, quarta puntata. Io ormai dispero. Conto le puntate che mancano alla fine della serie (per la cronaca 14) e realizzo che proprio manca il tempo per spiegarci perché Ben e Widmore seguono delle regole nel loro scontro, perché i numeri hanno poteri mistici, se e cosa la Dharma sapeva dell’isola, e altre duecento sottotrame aperte e mai richiuse. Soprattutto se nel frattempo le domande si moltiplicano a dismisura.
Intendiamoci, questa The Substitute è una delle più belle puntate di Lost di sempre, m’è piaciuta molto, ma ogni vaga risposta apre caterve di domande. Ok, i naufraghi sono sull’isola perché ce li ha portati Jacob, ma questo già lo sapevamo dal finale della quinta stagione. Ma a parte quelli che sono candidati, tutti gli altri naufraghi che son morti sull’isola, a che servivano? Ma poi, Farlocke ci sta dicendo la verità o racconta palle? E poi, Jacob è fatto di cartapesta che rimane incenerito da un focherello domestico manco l’avessero messo in forno crematorio? Vabbeh, mi rendo conto che questo è secondario. E il bambino biondo insanguinato? Jacob redivivo? Uno che sta sopra a Jacob?
Riflettiamoci. Per la prima stagione ce l’hanno menata che Locke sapeva tutto. E invece non sapeva una ceppa e navigava a vista. Poi ce l’hanno menata che Ben sapeva tutto. E invece anche Ben leggeva liste e non faceva domande (se l’umanità fosse tutta come gli abitanti dell’isola, la scienza non esisterebbe: tutti lì a obbedire senza una curiosità che sia una sul fumo e il resto del cucuzzaro). Allora uno dice: vabbeh, dai, Richard secondo me sa tutto tutto tutto. E invece pure Richard leggeva liste della spesa. Ormai ci restano solo Jacob e Farlocke. Secondo me la serie finisce che si scopre che nessuno sa un cavolo di niente.
Jacob: “Ma allora perché qua le donne non partoriscono?”
Farlocke: “E che ne so io”
Jacob: “Come che ne so. Io pensavo lo sapessi”
Farlocke: “No no, mai saputo un cazzo dell’isola”
Jacob: “Ah. E io manco”.
Farlocke: “Ma dai?”
Jacob: “Eh sì”.
The end.
Comunque.
I flashsideways sembrano confermare le parole di Farlocke: senza l’isola sono tutti più contenti. E non perché non hanno più i loro problemi, ma perché in qualche modo ci fanno i conti. Claire, senza bisogno di qualcuno che ce la costringa, accetta la maternità, Locke è sempre paralizzato, ma accetta la sua condizione, con dolore, per carità, ma lo fa. Comunque io mia figlia a scuola dove insegna Ben non ce la manderei manco morta.
Sembra che gli autori si divertano ad invertire le carte in tavola: Jack ora sembra uomo di fede, convinto che siccome gli ha detto bene con la moglie, ora potrà far camminare anche Locke, mentre Locke non crede nei miracoli. Il man of faith s’è scambiato col man of science. Ma sarà davvero tutta colpa di Jacob la vita miserabile che hanno condotto i naufraghi prima di approdare nell’isola? Mah. Io continuo a tifare per lui contro Farlocke.
La parte sull’isola, invece, nonostante sia un po’ lenta, è costruita con un ottimo climax: a me è partito il brividino quando Farlocke ha detto “questa è la ragione per cui tutti voi siete qui”. Che poi la rivelazione che segue è il segreto di Pulcinella, ma spalanca abissi di ipotesi, e poi l’immagine della caverna tappezzata di nomi è fantastica. Eccolo là, il destino, il simbolo di un dio che gioca col fato delle sue creature. Senza contare il richiamo abbastanza esplicito alla caverna di Platone, anche se per Sawyer la cosa funziona al contrario: proprio entrando nella caverna, almeno secondo Farlocke, acquisisce la conoscenza della reale forma del mondo. Oppure Farlocke gli sta facendo intravedere solo le ombre cinesi di ciò che davvero l’isola, e il suo destino, sono.
Poi ci sono quei piccoli rimandi interni che ti danno l’illusione che tutto fosse davvero preordinato da principio. Per dire, nella prima stagione Claire sogna Locke che ha un occhio bianco e uno nero. Ed ecco tornare il tema con le due pietre sulla bilancia, a simboleggiare un equilibrio che ormai si è rotto. An inside joke che secondo me ha molto più senso di quanto Farlocke voglia dargliene. O ancora la tizia del personale che analizza Locke, che è la cartomante da cui va Hurley nella linea temporale originale.
Insomma, Lost è Lost, ma credo occorra ormai concentrarsi su altre cose che non siano i misteri: godersi lo sviluppo dell’intreccio, la recitazione (sempre ottima) dei vari attori, il sottotesto ricchissimo di ogni puntata. E lasciare da parte l’ansia da finale.

23
febbraio 2010

L’altro giorno ho comprato Grand Hotel Cristicchi (rigorosamente su iTunes, ormai in versione CD compro solo i Muse per feticismo). L’ho sentito mentre facevo il bagno, un evento ormai abbastanza raro nella vita (non è che non mi lavo, ma ripiego su più rapide docce). E insomma, mentre mi spalmavo tutta di crema, partono le prime strofe di Insegnami

Insegnami a guardare il mondo con il tuo sguardo,
invitami a giocare rotolando sul pavimento
aiutami a trovare la purezza e l’innocenza
e l’immensa meraviglia che sta
nell’incoscienza.
Insegnami nuove parole d’amore, e poi
come prendere a calci un dolore,
a scacciare via tutti i fantasmi, i mostri e le
streghe

e la prima cosa che mi è venuta in mente è stata Irene. A come si stupisce ogni volta che la metto sotto le apine, come se le vedesse per la prima volta, a come, riflesso nei suoi occhi, tutto sembra nuovo, strano e meraviglioso. E infatti, qualche minuto e svariate parole dopo, la canzone fa

Promettimi che non farai il cantautore, di
certo diventerai un uomo migliore
aiutami ad imparare questo nuovo mestiere di padre

Ecco. I genitori sono tutti uguali. E ci sono certe esperienze seminali nella vita delle persone (tutte quelle che hanno a che fare col ciclo della vita e della morte, direi) che stimolano probabilmente le stesse riflessioni. Sono milioni di anni che la gente fa figli, e probabilmente pensa le stesse cose, rivissute certo alla luce del proprio sentire, ma condivide la stessa esperienza. A me questo fatto piace. Che ci siano cose così grandi e profonde da metterci d’accordo tutti. Che ci siano esperienze che si ripetono uguali nei secoli. Eppure non smettiamo di stupirci, di sentirci unici perché le stiamo vivendo, e allo stesso tempo ci consoliamo, perché non siamo soli davanti all’immenso. È forse questa l’eternità, l’immortalità che ci è concessa che siamo credenti o meno: sapere che prima di noi tanti hanno vissuto, e altri lo faranno dopo, e sebbene le cose cambieranno, sebbene ci sarà un modo diverso di vestire e di parlare, altri sentiranno quel che abbiamo sentito noi, piangeranno le nostre lacrime e sorrideranno coi nostri sorrisi.
Però ci vuole qualcuno bravo per farcelo capire con un libro o con una canzone. E direi che Cristicchi lo è.

22
febbraio 2010

Qualche commento fa qualcuno mi ha chiesto se stessi seguendo il Festival di Sanremo. No, non l’ho seguito. O meglio, non l’ho visto, ma ho allietato le poppate notturne leggendo i blog che l’hanno seguito. Per cui so tutto. Senza aver visto niente o quasi. Perché, diciamocelo, ma a chi gliene frega davvero del Festival? Conta la polemica, tutto l’ambaradan che ci gira intorno, e sul quale la tv mangia per un mese. Da questo punto di vista, quest’anno gli è andata a tutti di lusso: vittoria contestata, con tanto di protesta degli orchestrali, se ne potrà parlare almeno fino al prossimo festival, o alla prossima arma di distrazione di massa (paradossale che Cristicchi sia andato a cantare la sua canzone proprio nella fabbrica di divagazioni a uso delle masse; paradossale e coraggioso, e come tale incompreso).
Però tre canzoni le ho sentite: Cristicchi, perché mi piace e ho i suoi dischi, Scanu e Ruggeri perché ci sono inciampata una sera. Ah, e il Trio delle Meraviglie al tg.
Allora. Io non lo so come fossero le altre canzoni. Non so chi doveva vincere, se c’era o meno qualcuno meritevole, se Malika, Arisa, Noemi e via così. Non mi dilungo né su Ruggeri né su Scanu. Oddio, di Scanu devo dire che il verso

noi coperti sotto il mare a far l’amore in tutti
i modi, in tutti i luoghi in tutti i laghi

un po’ mi lascia perplessa. Coperti in che senso? Col cappotto di cemento? E questo feticismo per i laghi? Ma vabbeh. Cristicchi che dire, a me lui piace molto e non mi ha delusa. Molto nel suo stile, ma quando la formula è buona non è un male restare in un solco riconoscibile. Sorridevo sul “Meno male che c’è Carla Bruni”, inutile dirlo, e il giorno dopo avevo già il disco nuovo in mano.
Ma soffermiamoci invece sui secondi classificati. Qualche tempo fa, Macchianera scovò il testo di Italia Amore Mio, che già solo il titolo fa scendere un lungo brivido di terrore lungo la schiena. E commentai su Facebook dicendo che stavo guardando in fondo all’abisso. Voglio dire, neppure durante il Ventennio qualcuno avrebbe potuto cantare una canzone del genere senza soffocare il riso. Forse è un pezzo satirico, un po’ tipo La Terra dei Cachi degli Elii, e noi non abbiamo capito che Pupo, il principe e il tenore (che per altro ha la classica faccia di chi non ha ben capito come abbiano potuto convincerlo a cantare una cosa del genere) sono tre geni.
Ricordo che l’Orso mi rispose dicendo che comunque secondo lui quello non era il fondo dell’abisso. Ora lo so, l’Orso profetizzava. Il fondo dell’abisso è (o almeno spero che sia, al peggio non c’è mai fine…) la consapevolezza di dover crescere mia figlia in un paese in cui una buona fetta di italiani non si vergogna a sentire un giovanotto con braccio alzato e aria ispirata che canta “Sì, stasera sono qui, per dire al mondo e a Dio, Italia amore mio”. Che poi a me il commento viene spontaneo: ma quanto cazzo gliene può fregare a Dio che Emanuele Filiberto ama l’Italia e da piccolo sognava di abbracciarla (e anche qui si presta il fianco a tutta una serie di simpatiche battute salaci)? Ma un plauso anche alla strizzata d’occhio ai paladini della “curtura italiana”, “d’a religgione” con quel verso così sentito, così vero

Io credo nella mia cultura e nella mia religione

Io me lo figuro, l’italiano medio, che sente questa roba e pensa “bbravo, bbravo! Mica come a’i mussurmani, che ce vojono leva’ er crocefisso dar muro!”. E che davanti all’accenno alla famiglia butta un’occhio commosso alla moglie sfatta che lava i piatti e al figlio che gioca alla play per terra, ovviamente in attesa di uscire per un bel puttan tour sulla Salaria.
O ancora sente

Io sento battere più forte, il cuore di un’Italia sola,
che oggi più serenamente, si specchia in tutta la sua storia

e pensa “eh, bbravo. Mica come ’sti politici che se danno addosso. Qua tocca ricui’ ‘i strappi, basta co’ a politica dell’odio, a noi ce piace l’amore, come dice Berlusconi!”.
Brrrr.
Senza contare quel rispecchiarsi serenamente in tutta la sua storia, che io leggo un po’ come “avete rivalutato Craxi, avete rivalutato pure Mussolini, che cazzo, potrete rivalutare anche mio nonno, o no?”
Comunque, mi rendo conto che qua si spara sulla Croce Rossa. E poi sono certa che spunterà qualcuno nei commenti a spiegarmi che non capisco il sentimento di cui sono intrise le parole di Italia Amore Mio (brrrrr). Che per altro io posso capire chi vota Scanu, che tutto sommato si inserisce in una certa linea di canzoni à la Sanremo, senza contare i fan che si sarà fatto durante la permanenza ad Amici. Voglio dire, a me non piace e l’amore in tutti i laghi mi fa sorridere, ma posso capire i perché della sua vittoria. I tre dell’Italia invece non me li spiego. Se non con un rigurgito di patriottismo all’amatriciana degli italiani che sinceramente mi mette paura. Non c’è niente di male ad amare il paese in cui si è nati (anche se io sono con Mafalda, che si domandava se i cinesi amano la cina solo perché ci sono nati, e i cileni il Cile per lo stesso motivo, e voleva scriverci su un tema intitolato “Patriottismo e comodità”), ma non con la banalità e la ruffianeria che trasuda da ogni singola strofa della canzone, roba messa là proprio per toccare corde che supponevo l’italiano medio neppure più possedesse.
Io in genere non tuono contro ciò che non mi piace. Sono miei gusti, opinabili, e come tali li posso discutere, ma senza acrimonia. Ma Italia Amora Mio la trovo così disgustosa dal punto di vista programmatico, così ruffiana e triste, che proprio non sono riuscita ad esimermi. E ho persino taciuto del pezzo con Lippi, che ho trovato becero come la decisione del Berlusca, a suo tempo, di chiamare il suo partito Forza Italia. La logica è proprio la stessa, e il fatto che gli italiani non solo non ridano, ma apprezzino, mi raggela.

19
febbraio 2010

Qualche giorno fa, quando l’ignota malattia da cui mi sto lentamente riprendendo, fece la sua comparsa, ho rivisto un film che vidi un sacco di tempo fa: all’epoca stavo con Giuliano da un paio di anni massimo, e ricordo che il film in questione mi piacque molto, ma mi mise anche addosso una paura sconfinata. L’impressione è stata confermata dalla seconda visione di qualche giorno fa. Il film in questione è Casomai. Mi dicono che lo fanno vedere ai corsi prematrimoniali in parrocchia, e capisco il perché. Se riesci a vederlo fino in fondo senza desiderare ardentemente di scappare il giorno fatidico davanti all’altare, beh, sei pronto per sposarti.
In sintesi estrema, Casomai è la storia di una coppia. Si amano davvero, sono pronti a condividere le gioie della vita a due, per cui si sposano. Per i primi tempi tutto ok, poi, sostanzialmente alla nascita del primo figlio, le cose lentamente degenerano, finché tutto non va a rotoli nel peggiore dei modi.
La cosa tremenda è che tra lo spettatore e i protagonisti non c’è filtro: Stefania e Tommaso sono proprio come noi, una coppia come se ne vedono una marea in giro. Ed è impossibile capire dove abbiano sbagliato. Perché pian piano l’amore se ne va? Perché finiscono preda di recriminazioni, rancori, smettono di capirsi, e alla fine si odiano? Non si amavano a sufficienza in partenza? Dov’è l’errore, in modo da non farlo ed evitare la loro fine?
Per me stabilirlo è stato impossibile. Credo che il regista proponga una risposta: il problema è un po’ la società, che ci vuole tutti single e infelici fino alla tomba (e sono anche d’accordo), un po’ è l’invadenza di parenti e amici, che non sanno sostenere, aiutare, ma anzi giudicano, o lasciano soli.
Io non ci credo. Non è solo quello. E allora alla fine esco sempre dalla visione con un senso desolante di “puoi fare tutte le cose per bene, ma questo non ti mette al sicuro dalla catastrofe”.
Fare un figlio mette in discussione tutto di te. Agli occhi degli altri sei sempre il solito simpatico cazzaro, ma tu sai che il tuo modo di percepire il mondo è cambiato. Ieri un SUV stava per beccarmi mentre ero in macchina. Due i pensieri immediati che ho avuto: meno male che Irene non è con me, se mi succede qualcosa Irene che fine fa? Un anno fa al massimo avrei pensato ai soldi del carrozziere.
Come se non bastasse, non ti lasciano libero di elaborare per conto tuo la tua nuova immagine di madre/padre. No. Esistono degli standar cui devi uniformarti. Se ne parlava collateralmente qualche giorno fa qui. È significativo che, sebbene io continui a coltivare i miei hobby e a lavorare anche se sono diventata mamma, ogni volta che lascio Irene alla nonna per andare in palestra non posso fare a meno di pensare “forse non dovrei, forse dovrei starle appiccicata 24/7″. So che è un pensiero stupido, so esattamente perché voglio andare in palestra, e come questo si concili alla perfezione col mio modo di intendere la maternità, ma i condizionamenti sociali sono forti, difficili da abbattere. E lo stesso dicasi col lavoro.
Io ovviamente voglio ricominciare a lavorare perché mi piace. Sento il bisogno di scrivere, sento la voglia di continuare il mio dottorato. Ma è anche vero che in un certo qual modo uno si sente condizionato a dimostrare ai suoi colleghi che può farcela anche se adesso c’è una bimba. “In una vita come la tua non c’è spazio per i figli”, mi ha detto una volta una parente.
E in tutto questo, c’è la coppia. Non solo devi ridefinirti tu, devi ridefinirti anche in relazione all’altro. Un po’ di tempo fa un politico di non ricordo che paese, una donna, disse di amare più il marito dei figli. Ovviamente piovvero giù critiche come se piovesse alla madre snaturata.
Ecco, la mia limitata esperienza fin qui è che innanzitutto sono fatti privati chi uno ami di più. Per quel che mi riguarda, l’amore per il compagno e quello per la prole non sono commensurabili. Sono due cose proprio diverse, per cui dire amo più questo o quello non ha alcun senso. Un compagno lo ami per quello che è, un figlio lo ami a prescindere, solo perché è tuo figlio, senza conoscerlo e senza averlo mai visto, e indipendentemente dal modo in cui è e da quello che diventerà. E poi sono sentimenti diversi. Ma la mia esperienza è soprattutto che quando ami un figlio, ami attraverso di lui anche il tuo compagno di vita. Se le cose funzionano davvero, un figlio cementa una coppia.
Ecco, allora forse la risposta a Casomai, la mia risposta, è questa: un figlio è il riflesso di tutto ciò che si ama nella persona che ci è accanto, e amando il proprio compagno si ama di più anche un figlio. È questo il magico equilibrio che mi sono data e che perseguirò. E poi, come al solito, cercherò di non aver paura.

16
febbraio 2010

Sono troppo impegnata a tossirmi via i polmoni per riuscire anche a scrivere qualcosa di sensato qua sopra

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