Qualche commento fa qualcuno mi ha chiesto se stessi seguendo il Festival di Sanremo. No, non l’ho seguito. O meglio, non l’ho visto, ma ho allietato le poppate notturne leggendo i blog che l’hanno seguito. Per cui so tutto. Senza aver visto niente o quasi. Perché, diciamocelo, ma a chi gliene frega davvero del Festival? Conta la polemica, tutto l’ambaradan che ci gira intorno, e sul quale la tv mangia per un mese. Da questo punto di vista, quest’anno gli è andata a tutti di lusso: vittoria contestata, con tanto di protesta degli orchestrali, se ne potrà parlare almeno fino al prossimo festival, o alla prossima arma di distrazione di massa (paradossale che Cristicchi sia andato a cantare la sua canzone proprio nella fabbrica di divagazioni a uso delle masse; paradossale e coraggioso, e come tale incompreso).
Però tre canzoni le ho sentite: Cristicchi, perché mi piace e ho i suoi dischi, Scanu e Ruggeri perché ci sono inciampata una sera. Ah, e il Trio delle Meraviglie al tg.
Allora. Io non lo so come fossero le altre canzoni. Non so chi doveva vincere, se c’era o meno qualcuno meritevole, se Malika, Arisa, Noemi e via così. Non mi dilungo né su Ruggeri né su Scanu. Oddio, di Scanu devo dire che il verso
noi coperti sotto il mare a far l’amore in tutti
i modi, in tutti i luoghi in tutti i laghi
un po’ mi lascia perplessa. Coperti in che senso? Col cappotto di cemento? E questo feticismo per i laghi? Ma vabbeh. Cristicchi che dire, a me lui piace molto e non mi ha delusa. Molto nel suo stile, ma quando la formula è buona non è un male restare in un solco riconoscibile. Sorridevo sul “Meno male che c’è Carla Bruni”, inutile dirlo, e il giorno dopo avevo già il disco nuovo in mano.
Ma soffermiamoci invece sui secondi classificati. Qualche tempo fa, Macchianera scovò il testo di Italia Amore Mio, che già solo il titolo fa scendere un lungo brivido di terrore lungo la schiena. E commentai su Facebook dicendo che stavo guardando in fondo all’abisso. Voglio dire, neppure durante il Ventennio qualcuno avrebbe potuto cantare una canzone del genere senza soffocare il riso. Forse è un pezzo satirico, un po’ tipo La Terra dei Cachi degli Elii, e noi non abbiamo capito che Pupo, il principe e il tenore (che per altro ha la classica faccia di chi non ha ben capito come abbiano potuto convincerlo a cantare una cosa del genere) sono tre geni.
Ricordo che l’Orso mi rispose dicendo che comunque secondo lui quello non era il fondo dell’abisso. Ora lo so, l’Orso profetizzava. Il fondo dell’abisso è (o almeno spero che sia, al peggio non c’è mai fine…) la consapevolezza di dover crescere mia figlia in un paese in cui una buona fetta di italiani non si vergogna a sentire un giovanotto con braccio alzato e aria ispirata che canta “Sì, stasera sono qui, per dire al mondo e a Dio, Italia amore mio”. Che poi a me il commento viene spontaneo: ma quanto cazzo gliene può fregare a Dio che Emanuele Filiberto ama l’Italia e da piccolo sognava di abbracciarla (e anche qui si presta il fianco a tutta una serie di simpatiche battute salaci)? Ma un plauso anche alla strizzata d’occhio ai paladini della “curtura italiana”, “d’a religgione” con quel verso così sentito, così vero
Io credo nella mia cultura e nella mia religione
Io me lo figuro, l’italiano medio, che sente questa roba e pensa “bbravo, bbravo! Mica come a’i mussurmani, che ce vojono leva’ er crocefisso dar muro!”. E che davanti all’accenno alla famiglia butta un’occhio commosso alla moglie sfatta che lava i piatti e al figlio che gioca alla play per terra, ovviamente in attesa di uscire per un bel puttan tour sulla Salaria.
O ancora sente
Io sento battere più forte, il cuore di un’Italia sola,
che oggi più serenamente, si specchia in tutta la sua storia
e pensa “eh, bbravo. Mica come ‘sti politici che se danno addosso. Qua tocca ricui’ ‘i strappi, basta co’ a politica dell’odio, a noi ce piace l’amore, come dice Berlusconi!”.
Brrrr.
Senza contare quel rispecchiarsi serenamente in tutta la sua storia, che io leggo un po’ come “avete rivalutato Craxi, avete rivalutato pure Mussolini, che cazzo, potrete rivalutare anche mio nonno, o no?”
Comunque, mi rendo conto che qua si spara sulla Croce Rossa. E poi sono certa che spunterà qualcuno nei commenti a spiegarmi che non capisco il sentimento di cui sono intrise le parole di Italia Amore Mio (brrrrr). Che per altro io posso capire chi vota Scanu, che tutto sommato si inserisce in una certa linea di canzoni à la Sanremo, senza contare i fan che si sarà fatto durante la permanenza ad Amici. Voglio dire, a me non piace e l’amore in tutti i laghi mi fa sorridere, ma posso capire i perché della sua vittoria. I tre dell’Italia invece non me li spiego. Se non con un rigurgito di patriottismo all’amatriciana degli italiani che sinceramente mi mette paura. Non c’è niente di male ad amare il paese in cui si è nati (anche se io sono con Mafalda, che si domandava se i cinesi amano la cina solo perché ci sono nati, e i cileni il Cile per lo stesso motivo, e voleva scriverci su un tema intitolato “Patriottismo e comodità”), ma non con la banalità e la ruffianeria che trasuda da ogni singola strofa della canzone, roba messa là proprio per toccare corde che supponevo l’italiano medio neppure più possedesse.
Io in genere non tuono contro ciò che non mi piace. Sono miei gusti, opinabili, e come tali li posso discutere, ma senza acrimonia. Ma Italia Amora Mio la trovo così disgustosa dal punto di vista programmatico, così ruffiana e triste, che proprio non sono riuscita ad esimermi. E ho persino taciuto del pezzo con Lippi, che ho trovato becero come la decisione del Berlusca, a suo tempo, di chiamare il suo partito Forza Italia. La logica è proprio la stessa, e il fatto che gli italiani non solo non ridano, ma apprezzino, mi raggela.