Qualche giorno fa, quando l’ignota malattia da cui mi sto lentamente riprendendo, fece la sua comparsa, ho rivisto un film che vidi un sacco di tempo fa: all’epoca stavo con Giuliano da un paio di anni massimo, e ricordo che il film in questione mi piacque molto, ma mi mise anche addosso una paura sconfinata. L’impressione è stata confermata dalla seconda visione di qualche giorno fa. Il film in questione è Casomai. Mi dicono che lo fanno vedere ai corsi prematrimoniali in parrocchia, e capisco il perché. Se riesci a vederlo fino in fondo senza desiderare ardentemente di scappare il giorno fatidico davanti all’altare, beh, sei pronto per sposarti.
In sintesi estrema, Casomai è la storia di una coppia. Si amano davvero, sono pronti a condividere le gioie della vita a due, per cui si sposano. Per i primi tempi tutto ok, poi, sostanzialmente alla nascita del primo figlio, le cose lentamente degenerano, finché tutto non va a rotoli nel peggiore dei modi.
La cosa tremenda è che tra lo spettatore e i protagonisti non c’è filtro: Stefania e Tommaso sono proprio come noi, una coppia come se ne vedono una marea in giro. Ed è impossibile capire dove abbiano sbagliato. Perché pian piano l’amore se ne va? Perché finiscono preda di recriminazioni, rancori, smettono di capirsi, e alla fine si odiano? Non si amavano a sufficienza in partenza? Dov’è l’errore, in modo da non farlo ed evitare la loro fine?
Per me stabilirlo è stato impossibile. Credo che il regista proponga una risposta: il problema è un po’ la società, che ci vuole tutti single e infelici fino alla tomba (e sono anche d’accordo), un po’ è l’invadenza di parenti e amici, che non sanno sostenere, aiutare, ma anzi giudicano, o lasciano soli.
Io non ci credo. Non è solo quello. E allora alla fine esco sempre dalla visione con un senso desolante di “puoi fare tutte le cose per bene, ma questo non ti mette al sicuro dalla catastrofe”.
Fare un figlio mette in discussione tutto di te. Agli occhi degli altri sei sempre il solito simpatico cazzaro, ma tu sai che il tuo modo di percepire il mondo è cambiato. Ieri un SUV stava per beccarmi mentre ero in macchina. Due i pensieri immediati che ho avuto: meno male che Irene non è con me, se mi succede qualcosa Irene che fine fa? Un anno fa al massimo avrei pensato ai soldi del carrozziere.
Come se non bastasse, non ti lasciano libero di elaborare per conto tuo la tua nuova immagine di madre/padre. No. Esistono degli standar cui devi uniformarti. Se ne parlava collateralmente qualche giorno fa qui. È significativo che, sebbene io continui a coltivare i miei hobby e a lavorare anche se sono diventata mamma, ogni volta che lascio Irene alla nonna per andare in palestra non posso fare a meno di pensare “forse non dovrei, forse dovrei starle appiccicata 24/7″. So che è un pensiero stupido, so esattamente perché voglio andare in palestra, e come questo si concili alla perfezione col mio modo di intendere la maternità, ma i condizionamenti sociali sono forti, difficili da abbattere. E lo stesso dicasi col lavoro.
Io ovviamente voglio ricominciare a lavorare perché mi piace. Sento il bisogno di scrivere, sento la voglia di continuare il mio dottorato. Ma è anche vero che in un certo qual modo uno si sente condizionato a dimostrare ai suoi colleghi che può farcela anche se adesso c’è una bimba. “In una vita come la tua non c’è spazio per i figli”, mi ha detto una volta una parente.
E in tutto questo, c’è la coppia. Non solo devi ridefinirti tu, devi ridefinirti anche in relazione all’altro. Un po’ di tempo fa un politico di non ricordo che paese, una donna, disse di amare più il marito dei figli. Ovviamente piovvero giù critiche come se piovesse alla madre snaturata.
Ecco, la mia limitata esperienza fin qui è che innanzitutto sono fatti privati chi uno ami di più. Per quel che mi riguarda, l’amore per il compagno e quello per la prole non sono commensurabili. Sono due cose proprio diverse, per cui dire amo più questo o quello non ha alcun senso. Un compagno lo ami per quello che è, un figlio lo ami a prescindere, solo perché è tuo figlio, senza conoscerlo e senza averlo mai visto, e indipendentemente dal modo in cui è e da quello che diventerà. E poi sono sentimenti diversi. Ma la mia esperienza è soprattutto che quando ami un figlio, ami attraverso di lui anche il tuo compagno di vita. Se le cose funzionano davvero, un figlio cementa una coppia.
Ecco, allora forse la risposta a Casomai, la mia risposta, è questa: un figlio è il riflesso di tutto ciò che si ama nella persona che ci è accanto, e amando il proprio compagno si ama di più anche un figlio. È questo il magico equilibrio che mi sono data e che perseguirò. E poi, come al solito, cercherò di non aver paura.