Archivi del mese: marzo 2010

Commentiamo insieme il telefilm del giorno: Lost 6×10

Non mi ha fatto bene rivedermi Ab Aeterno prima di questo The Package. Tanto il primo era intenso, puro Lost, tanto il secondo torna a disporre le pedine sulla scacchiera. Che, per carità di dio, deve essere fatto, ma ci vuole per forza tutto questo tempo?
Il passato di Jin e Sun non ha mai riscosso il mio interesse. Le loro puntate le ho sempre trovate tra il noioso e l’indifferente. Figurarsi dunque quanto possa avermi appassionato il flashsideway. Ormai è ufficiale: a meno di luminose eccezioni (Dr. Linus), questa nuova forma di narrazione lascia il tempo che trova. La tensione narrativa è quasi sempre ai minimi storici, e non è difficile capire il perché: sull’isola sta per scatenarsi l’apocalisse, con tanto di pseudosemidei pronti a tutto, quanto può interessarci sapere cosa accade nella realtà alternativa? L’unica curiosità era sapere se Jin e Sun fossero sposati o meno, problema risolto nei primi cinque minuti di narrazione. Da quel punto in poi, noia. Anche perché non dubito che i flashsideways siano collegati strettamente alla trama principale, ma questo collegamento non viene in alcun modo né suggerito né rimarcato. La sensazione è quella di assistere ad un riempitivo con qualche Easter Egg per i fan (Bakunin che si becca un proiettile proprio nell’occhio).
Stavolta anche sull’isola gli avvenimenti faticano ad ingranare. Richard torna, ma non si sa per fare cosa. Locke va da Widmore, ma a parte un confronto verbale siamo sempre fermi lì. Sì, ok, ormai abbiamo ben chiaro che i piloni servono non tanto “to protect us from the Island’s abundant and diverse wildlife”, quanto a contenere il fumo nero, ma ce lo immaginavamo già. Ok, questo ci dice che la Dharma con ogni probabilità ne sapeva più di quanto dava a vedere sulla caratteristiche e gli abitanti dell’isola, ma non vedo dove questa sottotrama possa portarci. Ho l’impressione che la quinta stagione abbia esaurito le risposte sulla Dharma, che ormai nel Lost-verso è morta e sepolta.
Il cliffhanger della puntata stavolta è un po’ telefonato: ce lo immaginavamo chi fosse il pacchetto. In fin dei conti ce la menano da quattro stagioni con Desmond che è importante, che è la variabile, che se non pigia lui il bottone finisce il mondo e via così.
Insomma, visto che siamo oltre il giro di boa della sesta, ormai posso dirlo: avrei preferito una stagione più compatta. Ormai sembra che un buon 70% delle puntate servono solo a sistemare per bene lo scenario del gran finale. Ma non puoi farmi dieci puntate a mettere in gioco le pedine. Lo so che nelle storie gli elementi di raccordo che portano dalla scena madre A alla scena madre B sono fondamentali, ma dovrebbero essere costruiti con quel minimo di tensione narrativa, e comunque ridotti al minimo, onde non inficiare la scorrevolezza della narrazione.
Non sto dicendo che fin qui non è successo nulla. Ma a fronte di ottime puntate, ben costruite, con un loro senso anche al di là della trama principale, ce ne sono altre che sono davvero troppo preparatorie. Nel complesso, ossia considerando l’arco narrativo delle sei stagioni, si sarebbe potuto distribuire meglio l’insieme della narrazione dei personaggi, dello sviluppo delle sottotrame e della trama principale. Invece in alcuni momenti s’è pigiato sull’acceleratore, in altri si è frenato. E la sesta esprime al meglio questo difetto di fondo.
La prossima dovrebbe essere Desmond-centrica. Mi sa che ci tocca un altro flashsideway, di Desmond che magari non è un povero sfigato, ma non credo che questo possa fare la differenza. Vedremo se invece sull’isola ci sarà un qualche sviluppo, o ancora assisteremo a vani spostamenti dei personaggi dall’isolona o all’isoletta, dalla spiaggia all’entroterra, e via di pellegrinaggio in pellegrinaggio.

10

Il commento del giorno dopo

Pare che l’astensionismo sia salito alle stelle. Un italiano su tre non vota. Il dato è così significativo che Repubblica ha aperto un forum in cui chi vuole può spiegare perché non ha votato. Sono andata a dare un’occhiata.
In linea di massima, la ragione più gettonata, oltre all’intramontabile “non serve a niente”, è “così mandiamo un messaggio forte ai politici”.
Per quel che riguarda l’utilità del voto, solo uno che non ha idea di cosa sia una democrazia può uscirsene così. Da qualcosa come cinque anni voto partiti che non vincono. Cosa devo fare, smettere? Perché tanto le mie idee non vincono mai? Beh, se tutti facessero questo discorso ci sarebbero idee fortemente minoritarie (le mie e quelle di un sacco di altra gente) che si estinguerebbero. Già il mio modo di vedere il mondo e l’Italia è fortissimamente sottorappresentato negli organi di governo, è proprio necessario che contribuisca a farlo estinguere del tutto rinunciando a votare?
Passiamo alla seconda votazione. Dice un utente su Repubblica

“[...]se a votare ci andassero 1 su 3 lor signori non si sentirebbero più tanto forti nel perseguire la loro arroganza perchè saprebbero di aver da fare non con dei sudditi assequiosi ma probabilmente con della gente incazzata ..[...].”

Visione molto, ma molto ingenua della politica. L’astensionismo è la manna del politico. Chi si astiene non sta mandando un messaggio a nessuno. Nelle politiche non esiste il quorum come nei referendum; nelle politiche se non voti semplicemente stai dicendo che a te sta bene tutto, che decidano gli altri. Ad un politico non interessa essere eletto con 1000 o un milione di voti. Conta avere la maggioranza relativa, che sia di quattro persone o di cinquanta milioni. Gli astenuti sono muti, gente che non dà fastidio, che si fa i fatti suoi. Un politico lo ringrazia il tizio che si astiene, altro che.
Non si governa col consenso della maggioranza della gente. Almeno non Italia, dove la maggior parte della popolazione semplicemente se ne frega della politica perché “è una cosa sporca”. Si governa con la maggioranza dei voti. Dei voti validi.
Ora, io non ci sto a demandare la mia volontà alla maggioranza degli italiani. Non sono d’accordo con la politica intesa come mercimonio, con la criminalizzazione tout court dell’immigrazione, con il disprezzo per la donna che la parte politica attualmente al governo dimostra, e non voglio essere responsabile della loro salita al potere. Per questo sono andata a votare. Col mio voto ho mandato un minuscolo segnale al partito che ho votato: mi piacete. Non siete perfetti, non siete esattamente quel che ci vorrebbe in questo paese né rispecchiate in toto le mie idee, ma siete quelli che ci si avvicinano di più. È ho mandato un segnale al partito di governo: non voglio essere responsabile della vostra vittoria, continuerò a dire che quel che fate non mi piace.
È così che funziona in democrazia. Siamo tutti minuscoli ingranaggi. Ma la macchina va avanti proprio perché ci sono questi piccolissimi ingranaggi. Tutti sono superflui e tutti sono utilissimi. Non vi piace? Lottate per avere una diversa forma di governo, se non ritenete che la democrazia sia un male necessario, come lo penso io. A tutti piacerebbe vivere nell’anarchia, in un mondo perfetto in cui la società si autoregola forte della propria etica, o meglio ancora per cazzi propri, padroni dei propri 100 metri quadri nei quali si è liberi di fare la qualunque. Ma non funziona così. L’uomo è un animale sociale, bisogna stare in gruppo per sopravvivere. E per evitare la legge della giungla l’unica è darsi delle regole, e sottostare al volere della maggioranza. Sono anni che io ingoio bile accettando la volontà della maggioranza degli italiani. Ma non per questo mi arrendo. Fino a quando non deciderò di emigrare, quando ne avrò davvero le palle strapiene.

Addendum:
Io vorrei capire una cosa. Ma come li fanno i conteggi dei seggi? No, perché sono qualcosa come tre elezioni che fino allo scrutinio di metà dei seggi vince la sinistra, poi gli ultimi seggi ribaltano il risultato. Ma scrutinano sempre per ultimi i Parioli o cosa?
Ai brogli io non ci voglio credere, anche se sarebbe la risposta più ovvia al mio quesito. Voglio ancora credere che la parte al governo abbia dei limiti, e rispetti l’ultimo baluardo della democrazia, per cui qualcuno mi spieghi com’è che funziona sempre così.

Aggiornamento: risolto il mistero nei commenti. I dati confluiscono al Viminale senza un ordine preciso, ossia non si cerca di avere un campione statisticamente significativo della distribuzione del voto. Ci sono svariate regioni in cui ci sono province di destra e province di sinistra (tipo il Lazio, appunto). Nel caso delle ultime regionali, arrivano prima per esempio i dati della provincia di Roma, tradizionalmente pi

30

Per chi suona la campana

Stamattina mi sono svegliata per sfamare la prole (dopo undici ore continuate di sonno!), e Giuliano, di ritorno dalla cucina, mi ha dato questa notizia.
Me la ricordo Piazza Lubyanka; ci passavamo praticamente tutti i giorni nei nostri tentativi di entrare in Piazza Rossa. Era sempre chiusa per via della festa della città, ma noi non lo sapevamo. Ci fermavamo sempre davanti alle transenne, sotto l’occhio un po’ vigile un po’ preoccupato del militare di turno.
Piazza Lubyanka era praticamente sulla direttrice che dal nostro albergo conduceva a Piazza Rossa. In genere ce la facevamo a piedi, ma se eravamo stanchi prendevamo la metro. Una volta credo che siamo scesi a quella fermata. Ho il ricordo di noi che emergiamo dal sottosuolo al traffico di Mosca, in una bella giornata soleggiata. Era il settembre del 2008, ed ero in Russia per la Fiera del Libro di Mosca. Il mal di schiena mi spezzava in due, e andavo avanti a forza di pillole. Giorni freddi si alternavano a giorni caldi, mi rimpinzavo di bliny col caviale e ogni tanto mi concedevo una vodka.
Mi sono riguardata le foto di quei giorni: Gum, il Cremlino, la fiera del libro. Ricordo la metro, le splendide stazioni, le facce serie della gente.
Viaggiare serve a questo: a sentire una strana vicinanza coi posti che hai visitato. Quando ne hai calcato le strade, quando li hai visti, diventano parte della tua vita, e non puoi più considerarli semplici puntini su una mappa. Stabilisci labili legami d’affetto coi luoghi in cui sei stato, con gli sguardi estranei che hai incrociato. Per qualche giorno, hai condiviso il destino con quella città, con quella gente. E piano piano, casa tua diventa il mondo intero.
Per questo, stamattina provo una strana sensazione; non è soltanto un altro attentato in un’altra città lontana: è una ferita alla Mosca di quel settembre di un anno e mezzo fa.

8

Commentiamo insieme il telefilm del giorno: Lost 06×09

Ci avevano presentato Ab Aeterno come una puntata ricca di rivelazioni stupefacenti. O almeno io avevo capito così. Vi dico solo che il commento di Giuliano a fine visione è stato: “Embé? Non ci hanno detto niente che non sapessimo già”. Che è vero. E questo mi ha indotto a cambiare prospettiva su Lost.
Non si cercano tante le risposte, ormai, quanto le conferme. Al castello di ipotesi che uno s’è costruito in testa.
Comincio col dire che l’episodio è splendido, e che mi ha indotto a depennare una delle famose domande dalla mia lista.
Si comincia con una strizzata d’occhio al fandom, com’è sempre più frequente nelle stagioni dalla seconda in poi (vedi Dave, per esempio). Richard ci induce ad un basito silenzio quando sentenzia: “We are all dead, every single one of us. And this, this, all this, it’s not what you think it is. We’re not on an island, we never were. We’re in Hell”. Che vuol dire tornare alla casella uno: l’ipotesi purgatorio era la più quotata sei anni fa. Ma è solo uno sfogo di un Richard sempre più fuori di brocca, e una simpatica presa un giro da parte di Lindelof e Cuse. Poi si parte col flashback.
Ora, la storia di Richard è potente. La sua metamorfosi da schiavo impaurito a portavoce di Jacob sicuro di sé (almeno fino alla scorsa stagione) è forte, ben resa. Però è anche un po’ eccessiva. Soprattutto la parte iniziale in spagnolo fa molto Milagros. Non che non ci sentiamo coinvolti dal dramma del buon Ricardo, ma c’è qualcosa nella recitazione di un Nestor Carbonell un po’ troppo ansimante che toglie pathos al tutto.
Ma sono le parti sull’isola ad essere davvero potenti. Soprattutto quando in scena entrano Jacob e il suo amichetto.
Innanzitutto, l’immagine della statua di Taweret che si staglia sul cielo livido, tra onde gigantesche e pioggia battente, è fortissima. C’è un senso di mistero, di inquietudine, come se davvero, come dice uno degli schiavi, il diavolo fosse apparso sulla terra. Lost è lì, in quella visione notturna bella e terribile.
Per inciso, scopriamo due cose banali su due feticci di Lost: ci eravamo fatti un sacco di pippe mentali sulla distruzione della statua e su Magnus Hanso. E invece ecco che la statua l’ha sbracata per caso la Black Rock, e che Magnus è morto praticamente prima di mettere piede sull’isola. E, incidentalmente, la Black Rock non è finita in mezzo alla jungla per chissà quale misterioso motivo, ma per un’onda un po’ più grande delle altre. All’anima del rasoio di Occam, direi.
La parte successiva ha un punto debole: che Ricardo è l’uomo più sfigato della terra. Inchiodato a due centimetri dall’acqua, roba che allungando la lingua la liscia di due millimetri, e a uno dal chiodo con cui cerca di liberarsi. Eccheè! La parte di prigionia nella Black Rock è anche francamente troppo lunga. Non ci vogliono cinque minuti di sfighe varie per dirci che Richard se l’è vista brutta, che sta per morire ed è anche terrorizzato da quel po’ che intuisce dell’isola.
Ma poi arriva il nostro fumo nero preferito, e la puntata inizia a volare alto. Farlocke e Jacob a quanto pare si odiano dalla notte dei tempi, ed è significativo che il fumo nero cerchi di far uccidere Jacob da Richard usando le stesse identiche parole usate da Dogen con Sayid. Jacob e l’uomo in nero sono legati a filo doppio, sono due facce della medesima medaglia. E a questo punto, mi sento di cancellare la domanda 5 dal mio elenco di qualche giorno fa. Complimenti a Lindelof e Cuse, che l’hanno messa giù così bene che ormai non ha più importanza sapere chi siano Jacob e l’uomo in nero. Anzi, io proprio non lo voglio sapere. So cosa rappresentano, cosa sono e allora scoprire che uno è dio e l’altro è il diavolo, che uno è Tizio e l’altro Caio davvero non ha più alcuna importanza.
Tutto è tornato a quel Man of Science, Man of Faith della seconda stagione, e anche della prima, quella contrapposizione tra destino e casualità, tra libero arbitrio e predistinazione, in una mirabile quadratura del cerchio, che ci dice che forse gli autori non sapevano tutto fin dal principio, ma sapevano esattamente di cosa stavano parlando.
Il dialogo tra Jacob e Richard è fantastico. Tutto si profila come un crudele gioco. Ma in fin dei conti questo non è il più antico gioco del mondo? Non è la nostra stessa vita una scommessa tra dio e il diavolo? La vita ci tira in mezzo, in questo gioco sovrumano, in cui ci viene chiesto di cavarcela da soli, di distinguere tra bene e male e decidere senza sapere le regole secondo cui dobbiamo giocare. E perché? Perché “It’s all meaningless if I have to force them to do anything”. E allora forse il fumo nero non è del tutto cattivo, ma anche Jacob non è del tutto buono. Semplicemente entrambi sono al di sopra di queste categorie umane. E con questo Lost fa l’ultimo passetto, quello che da divertente storia di mistero su cui arrovellarsi a dramma appassionante perché ognuno di noi può vederci dentro un pezzetto di sé. Ed è sempre stato così. Almeno una volta nella vita siamo scappati con Kate, ci siamo sentiti imperdonabili come Sayid, abbiamo avuto l’ossessione di aggiustare ciò che non va nel mondo come Jack. E tutti, tutti ci sentiamo pedine di un gioco più grande di noi.
Io lo so. Qualcuno dirà: è tutto qua? Due divinità che si giocano a dadi il destino di miriadi di poveri cristi portati contro la loro volontà sull’isola? E vi pare poco? È la Storia. L’unica che valga la pena di raccontare, e che ci raccontiamo, sempre identica a se stessa e sempre diversa, da migliaia di anni.
Cambia il contesto, il punto di vista, ma è sempre quella. E il punto di vista adottato da Lost, con questo gioco infinito di specchi, a me piace. Non mi sento presa in giro. In fin dei conti, anche noi rifiutiamo di accettare la tremenda semplicità dell’esistenza, e ci perdiamo in labirintiche bugie. E Lost è labirintico, inestricabile, e tutta la sovrastruttura serve a nascondere la semplicità della trama di fondo: una serie di personaggi, profondamente soli, messi di fronte al proprio destino.
Ora, non so se Lost non cambierà ancora direzione, se contraddirà queste mie riflessioni di oggi. Spero di no. Ma di sicuro Ab Aeterno rappresenta quest’anima di Lost, un’anima che ha attraversato come un fil rouge tutte le sei stagioni.

P.S.
Ieri ho aggiornato la sezione foto del sito; ci trovate alcune mie foto fattemi da ninna e alcune nuove foto di casa. Le prime son molto belle, le secondo sono solo diverse da quelle che c’erano prima :P

16

Rouge

Dopo il parto, per qualche ragione m’è partita la fregola della femminilità. Nel senso che mi sto vestendo insolitamente in tiro. Eppure mi piacevo con la pancia. È che quando sei verso il settimo mese è inequivocabile che sei incinta, e puoi mettere quel che vuoi. Io osavo maglioni stretti su leggings, roba che da nullipara mai, manco morta. È l’effetto chiodo scaccia chiodo: il panzone da pupo cancella qualsiasi inestetismo addominale dovuto alle trippe. Però, certo, la maglietta attillata e corta comprata un mese prima di restare incinta non va…il toppettino estivo, manco…il costumino e due pezzi uhm…E così adesso, quando non sono in abbigliamento “ehi, ho una figlia, ok, ma sono ancora un sàcco ggggggiòvane”, imbastisco curiosi abbinamenti con tutto quello che non potevo mettere in gravidanza, tipicamente l’accoppiata tacchi e gonne corte.
Ora, non ho una gran vita sociale, al momento. La prole assorbe, poco da fare. Così i pochi eventi mondani che ho si traducono in lunghe settimane di fantasticherie sull’abbigliamento. Il 14 aprile, per dire, è il terzo anniversario di nozze. Ho tirato fuori dalla naftalina un vestito che non mettevo dal capodanno del 2007. È da giorni che ci penso. Ho ricominciato a mettere anche le uniche decolleté della mia scarpiera. E poi, ieri, la botta di testa.
Un rossetto rosso.
Io che non mi trucco praticamente mai. Perché mi scoccio a struccare, se volete saperlo. Io che solo lucidalabbra. Io che non metto le lenti a contatto perché mi stufa fare manutenzione. Io che…vabbeh, s’è capito.
L’ho provato appena tornata a casa. Non so se mi piaccio. Mi rimpicciolisce la bocca, e non è un male, stante la cofana che mi ritrovo. Dovrei provare col resto del trucco.
Mi domando se è solo una cosa passeggera o se durerà. Se sto virando verso un nuovo modo d’essere. Chissà. A pensarci bene ero nota anche prima per non avere mezze misure tra l’elegante e lo scaciato (e anche per la innata capacità di mettermi elegante nelle occasioni informali e viceversa). Ma intanto mi diverto. Recuperando il tempo perduto.

15

Scrittura, visioni e incazzature

Quando leggo qualcosa che mi piace molto, e quel che sto leggendo adesso mi sta piacendo parecchio, in genere mi viene voglia di scrivere. I bei libri mi rammentano le emozioni che si provano a tessere storie. E così ieri m’è venuta voglia di scrivere. Non che ora non lo stia facendo. Ma sto correggendo, e, pigra come sono, è una cosa che in genere non mi diverte molto.
Ora, la voglia di scrivere è come la crisi d’astinenza del tossico, come la fame di uno che non mangia da mesi: tutto fa brodo. Ti attaccheresti ad una cosa qualunque.
Quando avevo sedici anni ero divorata da questa cosa. Sentivo di voler scrivere, ed era un bisogno così impellente che non aspettavo di avere in testa una storia. Buttavo giù di tutto. Il diario, il racconto di un sogno, deliri intorno ai miti che amavo.
Ora le storie ce le avrei, ma prima di imbarcarmi nella stesura del terzo delle Leggende voglio chiudere il terzo de La Ragazza Drago. E così mi trovo nella situazione di tredici (madonna, tredici…) anni fa. Mi va bene qualsiasi cosa.
Dalla visione in verde domenica mattina, mentre tornavo dalla palestra col finestrino della cinquecento abbassato per godermi la nota di primavera nell’aria. Niente più di una donna africana con uno splendido vestito di chiffon. Nel grigio della periferia era l’unica nota di colore. Sembrava uno spirito benefico, una principessa elfica, un’apparizione. E il suo vestito era bello come e più un capo d’alta moda, e lei lo metteva così, per passeggiare per i marciapiedi di una borgata. Era bellissima. E io ho pensato che davvero non capivo cosa c’è di male nella tanto vituperata commistione delle culture, nella bistrattata società multietnica. Voglio apparizioni del genere ad ogni angolo del quartiere, vestiti d’africa, asia, turbanti e sari a ogni piè sospinto. Voglio il mondo a casa mia.
O quando ieri mi sono guardata nello specchietto retrovisore della 147. Ero seduta dietro vicino a Irene. Sarà che non mi specchiavo da parecchio in quella posizione, o chissà cosa, ma d’improvviso mi sono vista adulta. Ho capito come sarò tra dieci, venti anni. Il mio viso s’è cristallizzato nella sua forma definitiva, quella dell’età della ragione. Posso andare avanti all’infinito a mimetizzarmi con le Vans ai piedi, a nascondermi sotto cappelli, improbabili vestiti da ragazzina e stupide corse in mezzo alla folla. L’età adulta mi ha raggiunta e presa alle spalle. E m’è venuta in mente una riflessione che feci quando scoprii di essere incinta: avere un figlio vuol dire accettare la propria mortalità. Il senso di morte è la prima cosa che viene in mente quando metti al mondo una vita. Sarà la circolarità dell’esistenza, sarà che tutti ti dicono che adesso gli anni passeranno alla velocità della luce, oggi la sua bocca ha la dimensione esatta del tuo capezzolo, e domani si iscrive all’università. Poi lo so, resterò la solita cazzara di sempre. Ma resta l’immagine del mio volto nel rettangolo dello specchio, affilato e con gli occhi un po’ cerchiati dalla giornata, e non si sfugge più. Il tempo mi ha inchiodata.
E adesso niente. Mi metterò a lavorare, correggerò le bozze e terrò in caldo la mia voglia di scrivere, in modo da trovarmela intatta quando Adhara & co. busseranno alla porta. Intanto mi incazzo. Per questo.
Ha ragione Gramellini: prometti un milione di posti di lavoro, prometti la luna e le stelle e quel che vuoi, ma non giocare col dolore altrui. Dolore che per altro anche tu hai provato. Con Berlusconi non è questione di divergenza di idee politiche. Posso parlare senza problemi con uno di destra, esserci amica e passarci delle belle serate assieme. È questione di ribrezzo. Di repulsione nei confronti di uno che si vende la malattia e la morte pur di potersi salvare il deretano. Come se non sapesse gli abissi di dolore, la disperazione, e poi dopo le cicatrici, l’eterna preoccupazione del dopo. Ecco. Mi indigna il suo sommo disprezzo per l’uomo, la sua assoluta incapacità di provare empatia, la spregiudicatezza con cui tutto, anche quanto c’è di più sacro, diventa per lui argomento di mercimonio. E più ancora mi sconvolge chi quest’uomo lo vota, dimostrando dunque di condividere questa visione nichilista dell’esistenza.

23

Delirio elettorale

No, non sto parlando del casino delle liste. Sto parlando dei discutibili modi con cui i nostri politici hanno deciso di farsi pubblicità.
Qualche sera fa, mentre lavoravo, squilla il telefono. All’altro capo del filo, una ragazza gentile che avrà più o meno i miei anni, o anche meno, che mi invita ad una cena non ricordo manco più dove qui a Roma organizzata da Samuele Piccolo. Di lui ricordo la geniale campagna elettorale di svariati anni fa, in cui cominciò pubblicizzando il suo libro autoprodotto sui nonni, e finì coi classici manifesti elettorali. Declino con gentilezza, giusto per non far torto ad una persona che sta solo facendo il suo lavoro, ossia la centralinista co.co.co. al telefono. No, perché a me di andare alla cena elettorale di uno che non conosco e soprattutto non voto me ne cale proprio zero.
Ma almeno Piccolo aumenta i posti di lavoro sotto elezioni. Cosa che non fa Pierferdinando Casini. Ancora interno sera, ancora io che sto lavorando. Per altro, quando lavoro la sera in genere Irene dorme, conditio sine qua non per poter ridurre dati in santa pace. Squilla di nuovo il telefono, e io impreco in sanscrito mentre cerco di acchiappare il telefono prima che lo squillo svegli la prole. E chi c’è all’altro capo?
“Ciao, sono Pierferdinando Casini…”

“Ma vaffan…tutututututututututututu”.
Ora scopro che Berluska è così alla canna del gas da spedire sms a tappeto pur di avere la manifestazione oceanica dei suoi sogni, sabato prossimo.
Vi dovete far pubblicità. E vabbeh. Io questo lo capisco. La pubblicità è l’anima del commercio. Ma pensiamo anche all’anima di chi non vi vota (e magari anche di chi vi vota), ed evitate di rompercela con metodi più o meno subdoli di autopromozione. Che tanto non è la cena di gala o la voce piaciona del Pierferdi che mi indurrà a votarvi.

45

Commentiamo insieme il telefilm del giorno: Lost 6×07 & 6×08

Ieri sera, doppia puntata di Lost, col che sono finalmente al pari con la messa in onda statunitense. Spendo due parole per la genialata di Sky, che dimostra come si combatte la pirateria online: non a colpi di DRM e isteria, bensì con azioni intelligenti. Fornire la puntata di Lost al pubblico italiano a 24 ore di distanza dalla messa in onda negli USA, sebbene in inglese coi sottotitoli, cosa che non tutti possono gradire, toglie ragione di scaricarsi la stessa piratata da internet. Ok, la puntata piratata è gratis, Sky costa, ma francamente preferisco spendere e vedermela con tutti i crismi, per quel che mi riguarda in HD, considerato anche che li ritengo soldi ben spesi. Sono lieta di spendere per prodotti che secondo me valgono.

Chiusa la parentesi, passiamo all’analisi. Il meglio e il peggio di Lost in due ore, praticamente. La prima puntata, Dr. Linus, infatti, è una tra le più belle mai partorite da Lost (e senza rivelazioni!), mentre di Recon si fatica proprio a capire il senso. Ma scendiamo nel dettaglio.

Dr. Linus
A parte dirci che essere toccati da Jacob ha il dubbio vantaggio di non potersi ammazzare, la mitologia dello show non avanza di mezzo passo, ma in compenso finalmente abbiamo dei flashsideways dotati di senso. La compattezza tematica della puntata, la perfetta corrispondenza tra eventi sull’isola e nella realtà alternativa, la straordinaria recitazione di Michael Emerson, che è sempre una garanzia, rendono l’episodio tra i migliori di tutto lo show. La redenzione di Ben è coerente e bella a vedersi. Per buona parte della puntata, ci troviamo di fronte al solito Ben, il machiavellico bastardo che ha conquistato le mie simpatie in cinque stagioni di telefilm, scalando la mia classifica dei migliori personaggi fino alla vetta. Prova a far le scarpe al suo preside, per altro mantenendo formalmente, come suo solito, ma promessa fatta ad Alex (sono questi piccoli particolari che ti fanno godere una puntata), prova a corrompere Miles e quasi si affida a Farlocke per salvarsi la vita. Ma poi è la sincerità che lo salva, la stessa che ha mostrato davanti alla tomba di Locke. Apre il cuore a Ilana, e diventa finalmente, e per davvero, uno dei good guys, dimostrando che Jacob in fondo si era sbagliato per davvero su di lui. Rinuncia a tutto per Alex. E questi delicati passaggi sono gestiti assai bene dalla sceneggiatura. Per dire, io amavo Ben luciferino, era proprio il suo sapersela cavare sempre nei modi più biechi a farmelo apprezzare. Eppure la svolta di queste puntata mi piace, è coerente, ha il suo perché. Per altro, anche il flashsideways era dotato di un’ottima tensione narrativa, per cui uno davvero voleva sapere come finiva la storia, se Ben avrebbe riaffermato se stesso e avrebbe deciso di far pagare ad Alex le conseguenze della sua sete di potere, o se piuttosto avrebbe fatto una scelta diversa.
Insomma, un bell’episodio, di quelli tutti concentrati sulle psicologie, che ci ricordano che Lost non è solo un puzzle da risolvere.
Piccola parentesi, il padre di Ben ci fa scoprire che la Dharma esisteva anche nella realtà alternativa, e che forse proprio l’incident segna lo sdoppiarsi delle realtà. Vedremo.

Recon
Parte bene, con una geniale riproposizione di una scena topica di Lost: Sawyer che tenta di solare Cassidy. Solo che la prospettiva è ribaltata, e si scopre che il Nostro è un poliziotto. Confesso che mi ero gasata. Poi, tutto affonda nel niente. No, davvero, ma qual è il senso di quest’episodio?
Il flashsideways è godibile, ma la presenza di Charlotte esce un po’ dal cilindro, e per il resto, a parte che la coppia comica Sawyer/Miles funziona egregiamente, è tutto un po’ così. Venti minuti per dirci che Sawyer cerca Anthony Cooper anche nella realtà alternativa. E capirai…
Sull’isola invece proprio il niente. Sawyer si fa un giretto sull’isola piccola, e tanto per complicare le cose ci trova qualche altro nuovo personaggio, di cui nessuno sentiva realmente il bisogno. Sull’isolona Claire purtroppo non scuoia a unghiate Kate. Elementi aggiunti allo sviluppo della trama: nessuno. Una puntata a perdere tempo. E non è neppure un bel perdere tempo, nel senso che magari c’è posto per qualche digressione interessante, per l’approfondimento di qualche psicologia. No. Semplicemente molto rumore per nulla.
L’unica cosa interessante è il breve dialogo tra Kate e Farlocke in riva al mare. Non so se Farlocke stia sparando minchiate come suo solito, ma la faccia commossa mentre parla della madre pazza lascia intuire che forse c’è del vero. Per altro è un momento inquietante, e magistralmente interpretato da Terry O’Quinn. A parte questo, il vuoto pneumatico.
Ora, non ho visto i promo della prossima puntata, ma credo che peggio di così sia difficile.

15

Fenomenologia delle serie tv

In questi giorni, di sera, durante la cena, sono alle prese con la terza stagione di Battlestar Galactica, nello specifico il remake. Comincio col dire che è una serie assolutamente straordinaria, sotto parecchi punti di vista: gran sceneggiatura, ottima regia, ottimi attori, musica da sballo. Tutto perfetto, almeno sin qui.
Ma non è questo quel di cui voglio parlare (anche se Battlestar ve lo consiglio, ovvio). No. È delle serie televisive americane.
L’altro giorno guardavo questa puntata di Battlestar, e ad un certo punto c’è una delle protagoniste che sta davanti ad uno specchio, si guarda, e tira fuori un pugnale.
Giuliano: “E adesso che fa?”
Io: “Si taglia i capelli, vedrai”.
E infatti la nostra acchiappa la chioma fluente e la taglia.
Il taglio dei capelli di un personaggio femminile è una cosa topica. C’è anche nelle Cronache, e in un altro miliardo di libri almeno. Come tutte le cose topiche, se la usi a dovere, la riempi di senso, la cali nel giusto contesto, è un segno potente. Se a butti lì senza troppa convinzione, la gente storce la bocca mormorando “e te pareva, la solita banalità”. Non era il caso di Battlestar, dove quel gesto trito, scontato, aveva una potenza narrativa non indifferente. E ho pensato che questa è la grande narrazione di genere: archetipica, seminale, e perfettamente consapevole di sé e dei propri mezzi. Perché il trucco è tutto lì, nella consapevolezza: se sai quel che stai facendo, hai in mano la storia, e di conseguenza lo spettatore.
Se uno cerca la vetta della cultura popolare, del racconto di genere nello specifico, purtroppo di questo periodo non deve guardare ai libri, ma alle serie tv americane. Battlestar Galactica, Lost, Dexter, House. Quattro serie che ho seguito o seguo ancora, quattro serie di genere: fantascienza, thriller, mediacal. Lost non so dove infilarlo, è un po’ indefinibile, almeno fino a quando non si capirà che direzione prenderà il finale: fantascienza? fantasy? Ma è di sicuro narrazione di genere. Ne ha le caratteristiche e la cadenza.
Quattro serie che divertono. Voglio dire, in Battlestar è tutto un trionfo di combattimenti spaziali, spari, scazzottate ed esplosioni varie, con dispiego di gran mezzi speciali, soprattutto se si considera che è una serie tv. Su Lost manco mi soffermo, anche lì c’è tutto il campionario, e Dexter ci regala un sacco di sangue, squartamenti e via così. Non si ha paura a presentare al pubblico ciò che vuole, mettendo in gioco anche i mezzi più beceri. Sono evidentemente prodotti nati da attenti studi, fatti per piacere a larghe fette di audience e che hanno come scopo primario divertire il pubblico. Sono prodotti pienamente e orgogliosamente commerciali. E non è che ci sia alcuna vergogna da parte dei realizzatori, in questo: non stanno lì a cercare di scusarsi perché fanno una cosa che vende, o a mettere in campo velleità artistiche. Sono storie, niente di più.
E allora? E allora capita che se una storia la sai veramente raccontare, se i tuoi effetti speciali e le tue scazzottate sono ben fatti, sfruttando tutti i topoi del caso, finisce che le tue semplici storie diventano qualcosa di più. Come tutte le vere storie, che hanno sempre qualcosa da dire.
Ormai non c’è puntata di Battlestar che non si concluda con un dibattito tra me e Giuliano: che si tratti di aborto, democrazia, giustizia sommaria, si finisce sempre a discutere di qualcosa. L’ultima volta è stato il Cile di Pinochet e l’Italia del dopoguerra. E le mie riflessioni di qualche tempo fa su Dexter e l’umano? E i complessi rapporti tra fato e casualità, fede e ragione, scienza e metafisica che spuntano come funghi da una qualsiasi puntata di Lost? E non stiamo parlando di contemplazioni pensose attorno al proprio ombelico, come il peggio della letteratura mainstream: stiamo parlando di telefilm, il minimo della cultura, roba per le masse incolte.
Ecco. Le serie tv americane degli ultimi anni rappresentano il meglio della narrazione di genere. Sono il top della cultura popolare, quel mezzo miracolo per cui una cosa che ti tiene incollato allo schermo a furia di colpi di scena, sentimentalismo e cazzotti, dopo ti induce a porti domande sull’umanità, sul bene, sul male e dio sa su quanta altra roba.
Ad esserne capace, mi piacerebbe scrivere roba che abbia anche solo la metà dell’eleganza formale e della densità di contenuti di una qualsiasi puntata di Battlestar. Comincio a credere che chi scrive di genere, saltato l’ovvio gap dovuto al fatto che confrontiamo media diversi, dovrebbe guardare a quel modello lì: a Lost, a Battlestar, a Carnivale. La chiara e piena dimostrazione che si può fare roba pop senza abdicare alla qualità, che raccontare storie piene di sangue e amori tormentati (a volte mi domando se Battlestar non giri sempre intorno a quello, alle follie che l’amore fa compiere) non significa divertere, distogliere il pubblico da argomenti più “seri”, che il colpo di scena, la tensione narrativa, non è roba buona solo per romanzetti d’appendice, ma sono il mezzo privilegiato per parlare anche di vita e di morte, anche di cosa è umano e cosa non lo è.
Comincio a credere che se vuoi scrivere di genere, e farlo bene, al solito (e ovviamente sempre imprescindibile e validissimo) consiglio di leggere tanto e di tutti i generi, vada aggiunta anche la visione di una serie tv a piacere, per imparare come si racconta per davvero una storia.

26

Dieci misteri di Lost che voglio siano svelati nell’ultima puntata, o do fuoco agli sceneggiatori

1. Cos’è l’isola.
Un posto con strane proprietà magnetiche. Ok, ma questo non spiega perché sia un punto di accumulazione per cose strane, nell’ordine: un civiltà pseudoegizia che l’ha riempita di statue, statuelle e palazzi; una comunità utopica di hippie che vogliono salvare il mondo con strani esperimenti; due semidei

2. Cosa sono i sussurri.✔
Il mistero meno indagato di tutto Lost. Ogni tanto ricompaiono, ma non ci hanno fatto intravedere manco lontanamente cosa possano essere. E da almeno due stagioni pare si siano dimenticati della loro esistenza.

3. Perché Walt è strano.✘
Che poi la sua stranezza sembra esaurirsi nel far spatasciare gli uccelli contro muri e vetri, ma vabbeh. Gli Altri prima lo vogliono, poi lo ridanno indietro, poi semplicemente scompare. E già che ci siamo, perché intima a Locke di non aprire la botola?

4. E Aaron?✘
Perché, per esempio, il sensitivo insiste tanto che sia Claire a crescerlo, tanto da sbatterla su un aereo che sembra sapere cadrà? Ha a che fare col fatto che adesso Claire è uscita pazza e s’è messa a seguire Farlocke?

5. Chi sono Jacob e Farlocke.✔
E di quest’ultimo magari diteci anche il nome, che ci siamo stufati di riferirci al lui come il That Guy di Excelliana memoria. E anche come ha fatto a diventare fumo nero.

6. Perché i numeri compaiono ovunque ogni tre per due. ✘
Ok, i numeri sono i valori dell’equazione di Valenzetti, e vabbeh. Ma perché portano sfiga? Perché sono usati sul portellone della botola, per pigiare il bottone e per i nomi dei candidati?

7. Perché tutti i personaggi si sono incrociati almeno una volta nel passato, e si continuano ad incrociare anche nella realtà alternativa.
Culo? Teoria dei sei gradi di separazione, come se non erro abbozzarono una volta Lindelof e Cuse (al che sarebbe da prenderli a pizze a due a due finché non diventano pari)?

8. Perché Widmore e Ben seguono delle regole nella loro sfida.✘
E magari diteci anche chi vince tra i due, perché pare che vi siate dimenticati di questa sottotrama.

9. Cos’è la malattia.✘
Sì, iniziano a dirci qualcosa, ma non è chiaro. Sono malati quelli posseduti da Farlocke? Rousseau era malata? ma soprattutto, come tutto questo si riconnette alla scritta “quarantine” sulla porta della botola?

10. Cosa aveva visto davvero Desmond quando ha detto a Charlie “hai da mori’, perché così vedo Claire e Aaron sull’elicottero”.✘
È una cosa secondaria, ok, ma Des è stato il mio personaggio preferito per un po’. Voglio dire, Desmond sembrava una personcina a modo, e invece qui le cose sono due: o ha visto fischi per fischi o ha sparato una cazzata solo per ricongiungersi a Pen

P.S.
La lista è (si spera) in aggiornamento, nel senso che spunterò i misteri nel caso vengano chiariti

29