L’altro giorno parlavo con mia madre, e le chiedevo se anche ai suoi tempi c’era tutta questa esaltazione dell’allattamento al seno, con numerose organizzazioni specializzate e livello del dibattito che spesso degenera nel mero tifo da stadio. Lei mi ha guardato, ha sgranato gli occhi e mi fa: “Ma stai scherzando? Noi venivamo dal ’68 e dalla liberazione sessuale, meno allattavamo al seno meglio era”.
Ecco. La cosa m’ha fatto riflettere. Questo assieme all’articolo di Repubblica su maternità e occupazione femminile.
Saremo un po’ tutti d’accordo che la differenza più sostanziale tra maschi e femmine riguarda il ruolo rivestito nella riproduzione, per cui è normale che la maternità sia il campo di battaglia privilegiato intorno al quale si gioca il destino dell’emancipazione femminile. Il risultato è che sull’argomento – per altro estremamente delicato, la neomamma sta ancora costruendo la sua nuova identità ed è piena di paranoie – si scatenino lotte ataviche, con l’unico risultato che la donna poi si sente confusa e in colpa qualsiasi cosa faccia.
Trent’anni fa toccava a chi allattava al seno: se lo facevi eri sostanzialmente schiava del pupo e della casa, eri tutto sommato un po’ retrograda e stavi sacrificando la tua vita all’altare della maternità.
Oggi, complici anche le scoperte scientifiche che ormai esaltano l’allattamento al seno come la panacea di tutti i mali neonatali e materni (il bimbo non si ammala, è a minor rischio obesità e diabete, la mamma evita il cancro al seno e all’utero, probabilmente l’allattamento al seno aumenta anche le probabilità di vincere alla lotteria), è tutto il contrario: se non allatti al seno sei una mamma a metà, se ti va via il latte o è colpa tua o al solito dei medici che non ti hanno ben incoraggiata ad allattare al seno o non ti hanno insegnato come attaccare il bambino (che poi mi chiedo, perché un qualsiasi cucciolo di mammifero non ha bisogno di guide per attaccarsi al capezzolo materno e per il bimbi umani esistono fior di manuali?).
Ora, non voglio star qui a rinfocolare le polemiche, perché questa in particolare mi sembra la più inutile di tutte, ma osservare una cosa: ma la serenità della donna, dove la mettiamo? La possibilità di scegliere che tipo di madre essere, senza iniziare a doversi sentire in colpa già dai primi mesi di vita del pargolo?
Non è questione di lana caprina. Perché quel che manca oggi alle madri è proprio la libertà di scelta. Pensiamo all’articolo di Repubblica. È evidente che moltissime madri italiane non possono scegliere cosa fare della propria vita: non possono decidere quando procreare e se farlo, e, in caso lo facciano, non possono decidere se continuare a lavorare o dedicarsi alla famiglia a tempo pieno. È la società che lo stabilisce. O con sottili condizionamenti sociali, come quelli che concernono ad esempio l’allattamento al seno e altri due miliardi di aspetti connessi alla cura della prole, o semplicemente tramite le regole spietate di un’economia del lavoro che non guarda in faccia a nessuno. Se non esistono aiuti per le madri lavoratrici (per dirne una che sarebbe una svolta: asili nido in tutti i luoghi di lavoro), tornare a lavorare dopo il parto è una corsa ad ostacoli.
Del resto, io lo sto facendo solo per una combinazione di fortunati eventi: innanzitutto, avere una nonna vicina che può aiutarmi (e vi assicuro che facciamo fatica anche in due), secondo avere un capo disponibile che ha avuto la gentilezza di propormi di lavorare da casa, terzo svolgere un lavoro che si può effettivamente fare a casa. E chi non soddisfa questi requisiti? O scende a grossi compromessi, o deve rinunciare. Stessa cosa dicasi per la decisione sul se avere figli e quando. Se sei precario a vita, mettere su famiglia è complesso, considerando anche che col contratto a progetto essere buttate fuori quando si diventa madri è particolarmente semplice. Conosco casi di persone che si sono viste chiedere il test di maternità durante il colloquio di lavoro.
La libertà di scelta è un optional. In tante cose. E le pressioni esterne sono davvero fortissime.
Io personalmente cerco di farmi poche paranoie, ma, complice la mia indole assai portata alla pippa mentale inutile e dannosa, non ci riesco granché. Cerco di fare del mio meglio, di crescere come persona, perché penso che nell’educazione l’esempio conti più di tante altre cose, e mi districo in questo nuovo percorso ad ostacoli cercando di essere coerente con me stessa. Ma che fatica.
P.S.
En passant, faccio notare che la ricerca citata dall’articolo di Repubblica dimostra che il calo della natalità non è tanto dovuto al fatto che le donne lavorino, come è più o meno opinione comune, ma al fatto che non esiste una politica reale di sostegno alla famiglia, a dispetto della retorica dei Family Day e dell’ipocrisia dei politici pluridivorziati che sostengono i sacri valori della famiglia tradizionale. Anzi, la donna che lavora, se messa in condizione, spesso ha più figli. Il perché è ovvio: due lavori, maggiore disponibilità finanziaria, possibilità economica di avere più figli.