Stavolta ve lo dico in anticipo. Oggi non fatemi gli auguri, grazie.
Le mimose mi piacciono, ma regalatemele come si regala un qualsiasi altro fiore.
Posso festeggiare San Valentino, la festa della mamma e del papà, che tutto sommato sono innocue ricorrenze create apposta per vendere cioccolatini. Ma la festa della donna no, grazie. È un po’ come se nella giornata della memoria uno facesse gli auguri agli ebrei. Fuori luogo. Di cattivo gusto. E stravolge il senso della ricorrenza.
Innanzitutto, mi dà fastidio tutta questa retorica della donna tenero fiore, tanto bellina e tanto carina che le va dedicata una festa così gli uomini si ricordano quanto è bello avere questa bella statuina dentro casa. Io non sono né dolce né carina, sono uno scaricatore di porto e vivaddio mio marito credo se lo ricordi ogni giorno perché mi ha sposata, come io ricordo perché ho sposato lui.
C’è poi la retorica del “proteggiamo questo fiore delicato”, che sottintende che ogni donna abbia bisogno di un cavalier servente che la difenda dai pericoli della vita. Io non voglio essere difesa, voglio che si riconoscano i miei diritti di persona, che incidentalmente è una persona di sesso femminile, ma questo non dovrebbe influire sui lavori che posso fare e sul ruolo che ricopro in casa e nella società.
Più tristezza ancora mi fanno le serate per sole donne organizzate dai locali. Fa tanto Carnevale: una volta all’anno, le donne vanno a vedere gli uomini che si spogliano (orrore, per altro…), in modo che nei restanti 364 giorni dell’anno non si lamentino di spogliarsi loro per gli uomini.
Cos’è per me la festa della donna? Un momento di riflessione sulla strada fatta e su quella da fare. Un’occasione per domandarsi perché l’occupazione femminile in Italia è così bassa. Perché tante donne perdono il lavoro dopo la maternità o ci rinunciano spontaneamente. Perché nessuno ci trova niente di male che il nostro presidente del consiglio, ovunque vada, si rivolga alle donne solo tramite battute sessiste e di pessimo gusto.
Domandiamoci se ci sentiamo rispettate come persone sul lavoro e a casa, se il nostro essere donna è mai stato usato come pretesto per limitare la nostra libertà. E pensiamo, sì, anche a chi sta peggio di noi, ai molti luoghi nel mondo in cui essere donna vuol dire essere considerate inferiori, essere soggette all’arbitrio degli uomini, vedersi mutilate, vedersi negata la libertà. Ma non usiamo questo argomento come pretesto per dire che non ci dobbiamo lamentare, che qua si sta bene e tutto va nel verso giusto, perché non è così.