Archivi del giorno: 15 marzo 2010

Fenomenologia delle serie tv

In questi giorni, di sera, durante la cena, sono alle prese con la terza stagione di Battlestar Galactica, nello specifico il remake. Comincio col dire che è una serie assolutamente straordinaria, sotto parecchi punti di vista: gran sceneggiatura, ottima regia, ottimi attori, musica da sballo. Tutto perfetto, almeno sin qui.
Ma non è questo quel di cui voglio parlare (anche se Battlestar ve lo consiglio, ovvio). No. È delle serie televisive americane.
L’altro giorno guardavo questa puntata di Battlestar, e ad un certo punto c’è una delle protagoniste che sta davanti ad uno specchio, si guarda, e tira fuori un pugnale.
Giuliano: “E adesso che fa?”
Io: “Si taglia i capelli, vedrai”.
E infatti la nostra acchiappa la chioma fluente e la taglia.
Il taglio dei capelli di un personaggio femminile è una cosa topica. C’è anche nelle Cronache, e in un altro miliardo di libri almeno. Come tutte le cose topiche, se la usi a dovere, la riempi di senso, la cali nel giusto contesto, è un segno potente. Se a butti lì senza troppa convinzione, la gente storce la bocca mormorando “e te pareva, la solita banalità”. Non era il caso di Battlestar, dove quel gesto trito, scontato, aveva una potenza narrativa non indifferente. E ho pensato che questa è la grande narrazione di genere: archetipica, seminale, e perfettamente consapevole di sé e dei propri mezzi. Perché il trucco è tutto lì, nella consapevolezza: se sai quel che stai facendo, hai in mano la storia, e di conseguenza lo spettatore.
Se uno cerca la vetta della cultura popolare, del racconto di genere nello specifico, purtroppo di questo periodo non deve guardare ai libri, ma alle serie tv americane. Battlestar Galactica, Lost, Dexter, House. Quattro serie che ho seguito o seguo ancora, quattro serie di genere: fantascienza, thriller, mediacal. Lost non so dove infilarlo, è un po’ indefinibile, almeno fino a quando non si capirà che direzione prenderà il finale: fantascienza? fantasy? Ma è di sicuro narrazione di genere. Ne ha le caratteristiche e la cadenza.
Quattro serie che divertono. Voglio dire, in Battlestar è tutto un trionfo di combattimenti spaziali, spari, scazzottate ed esplosioni varie, con dispiego di gran mezzi speciali, soprattutto se si considera che è una serie tv. Su Lost manco mi soffermo, anche lì c’è tutto il campionario, e Dexter ci regala un sacco di sangue, squartamenti e via così. Non si ha paura a presentare al pubblico ciò che vuole, mettendo in gioco anche i mezzi più beceri. Sono evidentemente prodotti nati da attenti studi, fatti per piacere a larghe fette di audience e che hanno come scopo primario divertire il pubblico. Sono prodotti pienamente e orgogliosamente commerciali. E non è che ci sia alcuna vergogna da parte dei realizzatori, in questo: non stanno lì a cercare di scusarsi perché fanno una cosa che vende, o a mettere in campo velleità artistiche. Sono storie, niente di più.
E allora? E allora capita che se una storia la sai veramente raccontare, se i tuoi effetti speciali e le tue scazzottate sono ben fatti, sfruttando tutti i topoi del caso, finisce che le tue semplici storie diventano qualcosa di più. Come tutte le vere storie, che hanno sempre qualcosa da dire.
Ormai non c’è puntata di Battlestar che non si concluda con un dibattito tra me e Giuliano: che si tratti di aborto, democrazia, giustizia sommaria, si finisce sempre a discutere di qualcosa. L’ultima volta è stato il Cile di Pinochet e l’Italia del dopoguerra. E le mie riflessioni di qualche tempo fa su Dexter e l’umano? E i complessi rapporti tra fato e casualità, fede e ragione, scienza e metafisica che spuntano come funghi da una qualsiasi puntata di Lost? E non stiamo parlando di contemplazioni pensose attorno al proprio ombelico, come il peggio della letteratura mainstream: stiamo parlando di telefilm, il minimo della cultura, roba per le masse incolte.
Ecco. Le serie tv americane degli ultimi anni rappresentano il meglio della narrazione di genere. Sono il top della cultura popolare, quel mezzo miracolo per cui una cosa che ti tiene incollato allo schermo a furia di colpi di scena, sentimentalismo e cazzotti, dopo ti induce a porti domande sull’umanità, sul bene, sul male e dio sa su quanta altra roba.
Ad esserne capace, mi piacerebbe scrivere roba che abbia anche solo la metà dell’eleganza formale e della densità di contenuti di una qualsiasi puntata di Battlestar. Comincio a credere che chi scrive di genere, saltato l’ovvio gap dovuto al fatto che confrontiamo media diversi, dovrebbe guardare a quel modello lì: a Lost, a Battlestar, a Carnivale. La chiara e piena dimostrazione che si può fare roba pop senza abdicare alla qualità, che raccontare storie piene di sangue e amori tormentati (a volte mi domando se Battlestar non giri sempre intorno a quello, alle follie che l’amore fa compiere) non significa divertere, distogliere il pubblico da argomenti più “seri”, che il colpo di scena, la tensione narrativa, non è roba buona solo per romanzetti d’appendice, ma sono il mezzo privilegiato per parlare anche di vita e di morte, anche di cosa è umano e cosa non lo è.
Comincio a credere che se vuoi scrivere di genere, e farlo bene, al solito (e ovviamente sempre imprescindibile e validissimo) consiglio di leggere tanto e di tutti i generi, vada aggiunta anche la visione di una serie tv a piacere, per imparare come si racconta per davvero una storia.

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