No, non sto parlando del casino delle liste. Sto parlando dei discutibili modi con cui i nostri politici hanno deciso di farsi pubblicità.
Qualche sera fa, mentre lavoravo, squilla il telefono. All’altro capo del filo, una ragazza gentile che avrà più o meno i miei anni, o anche meno, che mi invita ad una cena non ricordo manco più dove qui a Roma organizzata da Samuele Piccolo. Di lui ricordo la geniale campagna elettorale di svariati anni fa, in cui cominciò pubblicizzando il suo libro autoprodotto sui nonni, e finì coi classici manifesti elettorali. Declino con gentilezza, giusto per non far torto ad una persona che sta solo facendo il suo lavoro, ossia la centralinista co.co.co. al telefono. No, perché a me di andare alla cena elettorale di uno che non conosco e soprattutto non voto me ne cale proprio zero.
Ma almeno Piccolo aumenta i posti di lavoro sotto elezioni. Cosa che non fa Pierferdinando Casini. Ancora interno sera, ancora io che sto lavorando. Per altro, quando lavoro la sera in genere Irene dorme, conditio sine qua non per poter ridurre dati in santa pace. Squilla di nuovo il telefono, e io impreco in sanscrito mentre cerco di acchiappare il telefono prima che lo squillo svegli la prole. E chi c’è all’altro capo?
“Ciao, sono Pierferdinando Casini…”
…
“Ma vaffan…tutututututututututututu”.
Ora scopro che Berluska è così alla canna del gas da spedire sms a tappeto pur di avere la manifestazione oceanica dei suoi sogni, sabato prossimo.
Vi dovete far pubblicità. E vabbeh. Io questo lo capisco. La pubblicità è l’anima del commercio. Ma pensiamo anche all’anima di chi non vi vota (e magari anche di chi vi vota), ed evitate di rompercela con metodi più o meno subdoli di autopromozione. Che tanto non è la cena di gala o la voce piaciona del Pierferdi che mi indurrà a votarvi.




