Quando leggo qualcosa che mi piace molto, e quel che sto leggendo adesso mi sta piacendo parecchio, in genere mi viene voglia di scrivere. I bei libri mi rammentano le emozioni che si provano a tessere storie. E così ieri m’è venuta voglia di scrivere. Non che ora non lo stia facendo. Ma sto correggendo, e, pigra come sono, è una cosa che in genere non mi diverte molto.
Ora, la voglia di scrivere è come la crisi d’astinenza del tossico, come la fame di uno che non mangia da mesi: tutto fa brodo. Ti attaccheresti ad una cosa qualunque.
Quando avevo sedici anni ero divorata da questa cosa. Sentivo di voler scrivere, ed era un bisogno così impellente che non aspettavo di avere in testa una storia. Buttavo giù di tutto. Il diario, il racconto di un sogno, deliri intorno ai miti che amavo.
Ora le storie ce le avrei, ma prima di imbarcarmi nella stesura del terzo delle Leggende voglio chiudere il terzo de La Ragazza Drago. E così mi trovo nella situazione di tredici (madonna, tredici…) anni fa. Mi va bene qualsiasi cosa.
Dalla visione in verde domenica mattina, mentre tornavo dalla palestra col finestrino della cinquecento abbassato per godermi la nota di primavera nell’aria. Niente più di una donna africana con uno splendido vestito di chiffon. Nel grigio della periferia era l’unica nota di colore. Sembrava uno spirito benefico, una principessa elfica, un’apparizione. E il suo vestito era bello come e più un capo d’alta moda, e lei lo metteva così, per passeggiare per i marciapiedi di una borgata. Era bellissima. E io ho pensato che davvero non capivo cosa c’è di male nella tanto vituperata commistione delle culture, nella bistrattata società multietnica. Voglio apparizioni del genere ad ogni angolo del quartiere, vestiti d’africa, asia, turbanti e sari a ogni piè sospinto. Voglio il mondo a casa mia.
O quando ieri mi sono guardata nello specchietto retrovisore della 147. Ero seduta dietro vicino a Irene. Sarà che non mi specchiavo da parecchio in quella posizione, o chissà cosa, ma d’improvviso mi sono vista adulta. Ho capito come sarò tra dieci, venti anni. Il mio viso s’è cristallizzato nella sua forma definitiva, quella dell’età della ragione. Posso andare avanti all’infinito a mimetizzarmi con le Vans ai piedi, a nascondermi sotto cappelli, improbabili vestiti da ragazzina e stupide corse in mezzo alla folla. L’età adulta mi ha raggiunta e presa alle spalle. E m’è venuta in mente una riflessione che feci quando scoprii di essere incinta: avere un figlio vuol dire accettare la propria mortalità. Il senso di morte è la prima cosa che viene in mente quando metti al mondo una vita. Sarà la circolarità dell’esistenza, sarà che tutti ti dicono che adesso gli anni passeranno alla velocità della luce, oggi la sua bocca ha la dimensione esatta del tuo capezzolo, e domani si iscrive all’università. Poi lo so, resterò la solita cazzara di sempre. Ma resta l’immagine del mio volto nel rettangolo dello specchio, affilato e con gli occhi un po’ cerchiati dalla giornata, e non si sfugge più. Il tempo mi ha inchiodata.
E adesso niente. Mi metterò a lavorare, correggerò le bozze e terrò in caldo la mia voglia di scrivere, in modo da trovarmela intatta quando Adhara & co. busseranno alla porta. Intanto mi incazzo. Per questo.
Ha ragione Gramellini: prometti un milione di posti di lavoro, prometti la luna e le stelle e quel che vuoi, ma non giocare col dolore altrui. Dolore che per altro anche tu hai provato. Con Berlusconi non è questione di divergenza di idee politiche. Posso parlare senza problemi con uno di destra, esserci amica e passarci delle belle serate assieme. È questione di ribrezzo. Di repulsione nei confronti di uno che si vende la malattia e la morte pur di potersi salvare il deretano. Come se non sapesse gli abissi di dolore, la disperazione, e poi dopo le cicatrici, l’eterna preoccupazione del dopo. Ecco. Mi indigna il suo sommo disprezzo per l’uomo, la sua assoluta incapacità di provare empatia, la spregiudicatezza con cui tutto, anche quanto c’è di più sacro, diventa per lui argomento di mercimonio. E più ancora mi sconvolge chi quest’uomo lo vota, dimostrando dunque di condividere questa visione nichilista dell’esistenza.