Archivi del mese: marzo 2010

Commentiamo insieme il telefilm del giorno: Lost 6×06

66, ci manca un solo 6 per fare il numero della Bestia. Nonostante queste incoraggianti premesse, puntata a mio parere media. Certo, ancora non l’ho rivista in lingua, può darsi che ad una seconda visione cambi idea, ma per ora il giudizio è questo.
Innanzitutto, i flashsideways continuano a lasciarmi molto fredda. A differenza di altri commentatori in giro per la rete, resto convinta che siano strettamente legati alla trama principale, e anzi resto confermata nella mia personale teoria che siano sostanzialmente il finale di Lost. Nell’ultima puntata scopriremo come si è arrivati all’affondamento dell’isola e alle nuove vite dei nostri. Francamente, però, per dirci che Jack ha un figlio, Claire tiene Aaron, Locke accetta la paraplegia e Sayid è e resterà sempre un assassino, indipendentemente da quanto si impegni ad essere una brava persona, bastava una puntata sola. Mi lascia fredda la storia di Omar che si incasina coi cravattari, e di Sayid che deve togliergli le castagne dal fuoco. Finora solo la storia di Locke mi ha interessata. Le altre mi sembrano divagazioni un po’ inutili, messe lì ad allungare.
Sull’isola, perlomeno, c’è un po’ di azione. Innanzitutto, la scazzottata Sayid Dogen è da antologia, troppo figa. Roba da Godzilla contro Ercole, King Kong contro il mostro di Cloverfield e altri scontri al vertice. Peccato che poi mi ammazzino Dogen, che mi stava tanto simpatico. Lennon invece se ne va nell’indifferenza generale: ce n’è mai fregato qualcosa? No, direi di no. Apprezzo la svolta della sceneggiatura introdotta dalla morte del mio giapponese tascabile preferito, e devo dire che il massacro del tempio galvanizza e apre scenari futuri difficili da interpretare, ma Dogen sembrava veramente uno che avesse un sacco di cose da dire, e invece me lo ammazzano così, come una Nikki o un Paulo qualunque. Vabbeh.
L’impressione, comunque, è che queste prime sei puntate, a parte il primo episodio doppio, che soprattutto serviva a shockare, hanno avuto il senso di piazzare le pedine: ormai si sono formati gli schieramenti, Farlocke coi suoi da un lato, Jacob e i suoi dall’altro, e forse adesso può iniziare la parte davvero interessante: le botte da orbi tra il fumo nero e il fantasma di Jacob. Come tutto questo potrà spiegare l’isola e i suoi misteri, solo dio o gli sceneggiatori lo sanno. Ma mi sono riproposta di non parlare più di quest’aspetto.
Per il resto, ieri illuminazione da parte di gaspad: “E se la realtà alternativa è stata creata da Farlocke, che ha vinto lo scontro, e quindi ha ripagato i suoi alleati con quanto promesso (tipo Nadia restituita – più o meno – a Sayid)?”. Po esse. Ci tornerebbe. Per altro vincerebbe un cattivo, che è comunque una scelta coraggiosa. Sempre che Farlocke sia cattivo (oddio, i metodi sono quelli, eh?).
Note sparse:
- ma Kate perché va con Farlocke? Ma il senso di Kate nell’economia della storia, in generale, ormai qual è? E quand’è che Claire, per usare l’efficace immagine suggerita da una mia amica, le azzanna la giugulare?
- quando Sayid, senza dire né ai né bai, pianta venti centimetri di acciaio inossidabile nella panza di Farlocke, ho urlato “più Sayid, meno Jack!”. Finalmente uno che fa domande e agisce, altro che mister “debbo fixare tutto il fixabile”…

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La Bellezza è un Malinteso

P.S.
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P.P.S.
Sulla via per procurarmi il suddetto tomo mi sono accorta che oggi fa un freddo becco…

P.P.P.S.
Incidentalmente, ho inaugurato (male) il cavalletto nuovo per fare questa foto…

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Non fatemi gli auguri

Stavolta ve lo dico in anticipo. Oggi non fatemi gli auguri, grazie.
Le mimose mi piacciono, ma regalatemele come si regala un qualsiasi altro fiore.
Posso festeggiare San Valentino, la festa della mamma e del papà, che tutto sommato sono innocue ricorrenze create apposta per vendere cioccolatini. Ma la festa della donna no, grazie. È un po’ come se nella giornata della memoria uno facesse gli auguri agli ebrei. Fuori luogo. Di cattivo gusto. E stravolge il senso della ricorrenza.
Innanzitutto, mi dà fastidio tutta questa retorica della donna tenero fiore, tanto bellina e tanto carina che le va dedicata una festa così gli uomini si ricordano quanto è bello avere questa bella statuina dentro casa. Io non sono né dolce né carina, sono uno scaricatore di porto e vivaddio mio marito credo se lo ricordi ogni giorno perché mi ha sposata, come io ricordo perché ho sposato lui.
C’è poi la retorica del “proteggiamo questo fiore delicato”, che sottintende che ogni donna abbia bisogno di un cavalier servente che la difenda dai pericoli della vita. Io non voglio essere difesa, voglio che si riconoscano i miei diritti di persona, che incidentalmente è una persona di sesso femminile, ma questo non dovrebbe influire sui lavori che posso fare e sul ruolo che ricopro in casa e nella società.
Più tristezza ancora mi fanno le serate per sole donne organizzate dai locali. Fa tanto Carnevale: una volta all’anno, le donne vanno a vedere gli uomini che si spogliano (orrore, per altro…), in modo che nei restanti 364 giorni dell’anno non si lamentino di spogliarsi loro per gli uomini.
Cos’è per me la festa della donna? Un momento di riflessione sulla strada fatta e su quella da fare. Un’occasione per domandarsi perché l’occupazione femminile in Italia è così bassa. Perché tante donne perdono il lavoro dopo la maternità o ci rinunciano spontaneamente. Perché nessuno ci trova niente di male che il nostro presidente del consiglio, ovunque vada, si rivolga alle donne solo tramite battute sessiste e di pessimo gusto.
Domandiamoci se ci sentiamo rispettate come persone sul lavoro e a casa, se il nostro essere donna è mai stato usato come pretesto per limitare la nostra libertà. E pensiamo, sì, anche a chi sta peggio di noi, ai molti luoghi nel mondo in cui essere donna vuol dire essere considerate inferiori, essere soggette all’arbitrio degli uomini, vedersi mutilate, vedersi negata la libertà. Ma non usiamo questo argomento come pretesto per dire che non ci dobbiamo lamentare, che qua si sta bene e tutto va nel verso giusto, perché non è così.

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Due parole su quel che sta succedendo

Dopo il decreto legge che stabilisce che non ci sono regole per la presentazione delle liste se sei il primo partito italiano, più o meno tutti hanno detto che siamo alla morte della democrazia. Non dico che non sia vero, ma penso più che altro che quest’ultimo atto di disprezzo del popolo italiano da parte del governo sancisca un’altra cosa: che le regole valgono solo per i poveri cristi. Se sei potente, puoi scavalcarle tutte. E se ci pensate questo è il fondamento del nostro stato da molto tempo.
Da Berluska che si evita i processi con leggi ad personam e schiere di avvocati, alle carceri piene solo di poveri cristi condannati per reati minori, è stata un’escalation. Stavolta l’ha detto esplicitamente anche Napolitano: mica potevamo lasciare fuori il PdL. Certo che lo puoi lasciare fuori, se non rispetta le regole, che non stanno lì per complicare la vita alla gente, ma per tutelare l’uguaglianza e i diritti dei cittadini. E prima che diciate che sono di parte, mi fa schifo anche il PD che plaude perché non vuole “vincere a tavolino”. Ma vaffanculo.
Da ieri penso spesso ad una mia collega che non ha potuto partecipare ad un concorso perché mancava una firma nella documentazione presentata, agli stranieri che qualche anno fa dovettero fare file chilometriche per regolarizzare la propria posizione in tempo e avere il permesso di soggiorno. Adesso esigo che non esistano più termini per la consegna dei documenti, che non esistano più sanzioni se non pago le tasse per tempo, e, come suggerito da un gruppo FB, che si possa votare anche dopo la chiusura delle urne. Voglio dire, possiamo impedire di votare a uno che è andato a cena fuori dagli amici, o quel giorno s’è fatto una vacanza? No, direi.
Adesso comunque vi sfido a venirmi a dire che questo paese non fa schifo.

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Commentiamo insieme il telefilm del giorno: Lost 6×05

Scusate il ritardo. Sì, lo so che in verità non vi frega nulla, ma io mi scuso ugualmente. Ieri è stata un giornata devastante, ho anche dormito due ore e mezza nel pomeriggio. Vabboh, saltiamo i convenevoli e passiamo all’esegesi della puntata.
Tralascio i commenti che valgono per tutta la serie (ma le risposte??? LE RISPOSTEEEEEEE??????), e diciamo che è un episodio di transizione. È che io Kate e Jack non li reggo più. All’inizio mi piacevano tutti e due, ma sarà durata tre puntate. Lei non se ne può più che scappa sempre, da tutto e da tutti, lui è l’equivalente lostiano di Topolino, e l’aria da bravo ragazzo non gliel’hanno tolta manco facendolo bere, drogare e disperare per tutta la quarta stagione. Per cui, francamente, dei suoi dad issues me ne cale veramente poco. Per altro ho trovato la parte nella realtà alternativa mal gestita. I problemi tra Jack e David, così come ci vengono presentati ad inizio puntata, sembrano piuttosto gravi. E invece basta che Jack vada a sentirlo suonare e gli dica “ma per me non sarai mai un fallito” che tutto si risolve davanti ad una pizza. Mah, fosse così facile…
La parte sull’isola è più interessante. Innanzitutto c’è Hugo, e Hugo tira su il morale. E poi c’è Jacob, e io mi illumino ogni volta che lo vedo. Non lo so perché. Eppure ha la faccia del cattivissimo marito di Rita in Dexter. Boh, mi fa simpatia. Certo, soffre un po’ della sindrome di Allanon, come la chiamava qualcuno su Fantasy Magazine tanti anni fa (“sì, io so tutto, ma non te lo dico perché devi capirlo da solo”), ma spero che giustifichino anche questa, altrimenti è solo un becero trucco di sceneggiatura per allungare il brodo. Confesso che mi sta simpatico anche Dogen, sarà che parla giapponese, sarà che come me appartiene al piccolo popolo, e in effetti anche lui soffre del medesimo male di Jacob. Ma vabbeh.
Hugo si permette pure di prendere per il culo gli spettatori. Davanti ad Adamo ed Eva tira fuori la teoria più accreditata dal fadom (per inciso, anch’io penso che quei due siano Rose e Bernard), in mezzo alla jungla dice che fa tanto bei tempi andati, “trekking through the jungle, on our way to do something that we don’t quite understand”, o ancora il riferimento al fatto che in sei stagioni sei nessuno ha mai visto un faro che stava praticamente sull’uscio di casa. “Non l’abbiamo mai cercato”. Eh, certo. Ma tanto, sull’isola le cose compaiono e scompaiono a piacimento (vedi capanna dello zio Jacob), per cui niente di strano se il faro è magicamente apparso dal nulla proprio ora.
Poi arriva il cuore della puntata: il faro. Il faro è la caverna due la vendetta. Ancora numeri, a ciascuno dei quali corrisponde un nome. Improvvisamente la sequenza 4 8 15 16 23 42 annega nel mare magnum di tutti gli angoli da 0 a 360. Devo dire che il pezzo del faro è bello. Le immagini riflesse negli specchi hanno un loro impatto, la suspence e la tensione sono ben gestite. Peccato che Jack faccia come al solito il coglione, e spacchi tutto. Che poi era quello che Jacob voleva. Purtroppo. Per altro, sono convinta che il misterioso personaggio che sta arrivando sull’isola e ha bisogno del faro sia Jack: Jack sull’isola non c’è mai veramente stato. Ha passato tre stagioni a cercare in tutti i modi di andarsene, e anche quando è tornato in verità l’ha fatto solo per disperazione. Jack non è ancora con l’isola, a differenza di Locke. Ora, come quel che è accaduto possa far capire a Jack il suo ruolo sull’isola mi sfugge, ma confido nella lungimiranza di Jacob. Per altro, inizio a credere che abbiano ragione quelli che dicono che Sawyer è destinato a soppiantare Farlocke, e Jack Jacob. Hurley ce lo vedrei bene al posto di Ricardus. In fin dei conti, per ora fa proprio il galoppino di Jacob.
Passiamo all’ultima sottotrama: Claire. Apprezzo che l’abbiano tirata fuori dal cilindro Rousseaunizzandola, perché questo in qualche modo richiama la sottotrama della malattia che è ancora un punto interrogativo e che da parecchio tempo non riprendevano. Però…però questa Claire mi cozza un po’ con quella che abbiamo visto nella quarta, assieme a Christian della capanna. Poi c’è una frase sibillina che dice: parla di Christian e del suo amico come di due entità separate, mentre io ero convinta che Christian fosse una delle innumerevoli forme che ha assunto il mostro di fumo in tutti questi anni. Mah. Enigmi, enigmi nell’oscurità.
Comunque, puntata godibile, come tutte quelle di Lost, ma un po’ così.
Ora, ho visto i trailer della prossima. Si promettono rivelazioni epocali. L’ultima volta che una puntata è stata pubblicizzata come rivelatrice poi ci hanno spiegato i tatuaggi di Jack, sui quali nessuno s’era mai fatto domande di sorta, per cui sono scettica. Ma ansiosa che arrivi mercoledì, come sempre.

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Così piccoli e già così consumisti

Credete di conoscere il consumismo e di essere immuni alle sue sirene? Siete convinti di saperne evitare tutti i beceri trucchi, di sapervi districare indenni in mezzo agli inviti agli acquisti? Non avete mai avuto un figlio.
Uno comincia comprando le cose necessarie. Un ciuccio, qualche tutina, un biberon tanto per. Ci aggiungi un tiralatte dopo il parto, per scongiurare il famigerato ingorgo mammario in zona feste, quando tutti i negozi sono chiusi.
Si comincia che un ciuccio non basta. Quando cade e devi bollirlo come fai? Ne compri altri due. Toh, guarda che bellini i portaciuccio. Ne compri due.
Ma il ciuccio le cade sempre. Via con la catenella portaciuccio, e anche col portaciuccio abbinato, che fa tanto comodo.
Poi succede che il tiralatte a siringa è scomodissimo, ti fa venire un bicipite da tennista. E quindi compri il tiralatte a pompetta, che è tanto carino e più pratico.
Oh, quel vestitino è un amore! Oh, le coppette assorbilatte, utili! E anche una cremina per il seno, via.
Poi inizi a usare i biberon, e sterilizzarli nel pentolone è una tragedia, hai casa piena di pentole sporche, senza contare che poi non sai dove mettere i biberon sterilizzati, e comunque l’acqua di Roma è durissima, e ti si riempiono di calcare. Oh, guarda, esiste lo sterilizzatore a vapore: mio!
Insomma, avete capito. Il vero business sono i bambini. I genitori comprerebbero qualsiasi cosa per semplificarsi la vita col pupo o assicurargli il meglio disponibile sulla piazza. È un mercato probabilmente non vastissimo, considerando che l’Italia è praticamente a crescita zero, ma incredibilmente redditizio. Prendiamo lo sterilizzatore a vapore. Niente più che uno scatolotto di plastica con sotto una resistenza che scalda l’acqua, più un cestello per alloggiare i biberon. Praticamente un bollitore per il thé. L’anno scorso un bollitore l’ho pagato qualcosa come venti euro, e fa egregiamente il suo lavoro. Sapete quanto costa lo sterilizzatore? 95 euro. Comodo è comodo, per carità, ma 95 euro per una resistenza e un po’ di plastica?
Ed è tutto così. Qualsiasi cosa legata al neonato costa il doppio di quanto dovrebbe, se ti va bene. Senza contare che il 90% dei prodotti per la cura dei bambini sono sostanzialmente superflui. Voglio dire, i nostri genitori sono stati tirati su con una coperta e quattro teli di cotone per pannolino, e la specie umana non si è estinta. Conosco amiche che se cade per terra il ciuccio al ristorante, lo ficcano nella coca cola e lo ridanno all’infante, che ugualmente è venuto su bene senza incorrere in colera o peste bubbonica. Eppure io sono caduta preda del vortice della sterilizzazione selvaggia. Sterilizzerei anche le mie mani, potessi, e i mobili di casa.
Il mondo dei prodotti per l’infanzia esemplifica perfettamente il modus operandi del consumismo: si creano bisogni fallaci per poi soddisfarli con acconcio prodotto.
Intendiamoci: quando le norme igieniche erano di tutt’altro genere arrivare ai 5 anni era un’impresa titanica, e lo è tutt’oggi in quei paesi in cui le condizioni di vita non permettono un’adeguata pulizia di cose e persone. E il discorso vale per tutto ciò che riguarda la cura del neonato: le cose sono migliorate, i bambini crescono meglio e più sani. Ma davvero c’è bisogno di due distinte creme per la pelle del neonato, una per il viso e una per il corpo? Davvero mia figlia deve avere un guardaroba che il mio gli fa un baffo (preciso che all’80% sono vestiti regalati da parenti e amici, ma confesso anche che quando entri in un qualsiasi negozio di vestiti per l’infanzia è davvero difficile resistere alla gonnellina, il vestitino, le scarpettine e via così)?
Più passa il tempo più mi rendo conto che sarà complicato tirar su Irene come vorrei, e già immagino le lotte ataviche quando mi rifiuterò di comprarle le scarpe da 300 euro bellissime che ha la sua compagna di banco.

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Maternità. Ancora.

L’altro giorno parlavo con mia madre, e le chiedevo se anche ai suoi tempi c’era tutta questa esaltazione dell’allattamento al seno, con numerose organizzazioni specializzate e livello del dibattito che spesso degenera nel mero tifo da stadio. Lei mi ha guardato, ha sgranato gli occhi e mi fa: “Ma stai scherzando? Noi venivamo dal ’68 e dalla liberazione sessuale, meno allattavamo al seno meglio era”.
Ecco. La cosa m’ha fatto riflettere. Questo assieme all’articolo di Repubblica su maternità e occupazione femminile.
Saremo un po’ tutti d’accordo che la differenza più sostanziale tra maschi e femmine riguarda il ruolo rivestito nella riproduzione, per cui è normale che la maternità sia il campo di battaglia privilegiato intorno al quale si gioca il destino dell’emancipazione femminile. Il risultato è che sull’argomento – per altro estremamente delicato, la neomamma sta ancora costruendo la sua nuova identità ed è piena di paranoie – si scatenino lotte ataviche, con l’unico risultato che la donna poi si sente confusa e in colpa qualsiasi cosa faccia.
Trent’anni fa toccava a chi allattava al seno: se lo facevi eri sostanzialmente schiava del pupo e della casa, eri tutto sommato un po’ retrograda e stavi sacrificando la tua vita all’altare della maternità.
Oggi, complici anche le scoperte scientifiche che ormai esaltano l’allattamento al seno come la panacea di tutti i mali neonatali e materni (il bimbo non si ammala, è a minor rischio obesità e diabete, la mamma evita il cancro al seno e all’utero, probabilmente l’allattamento al seno aumenta anche le probabilità di vincere alla lotteria), è tutto il contrario: se non allatti al seno sei una mamma a metà, se ti va via il latte o è colpa tua o al solito dei medici che non ti hanno ben incoraggiata ad allattare al seno o non ti hanno insegnato come attaccare il bambino (che poi mi chiedo, perché un qualsiasi cucciolo di mammifero non ha bisogno di guide per attaccarsi al capezzolo materno e per il bimbi umani esistono fior di manuali?).
Ora, non voglio star qui a rinfocolare le polemiche, perché questa in particolare mi sembra la più inutile di tutte, ma osservare una cosa: ma la serenità della donna, dove la mettiamo? La possibilità di scegliere che tipo di madre essere, senza iniziare a doversi sentire in colpa già dai primi mesi di vita del pargolo?
Non è questione di lana caprina. Perché quel che manca oggi alle madri è proprio la libertà di scelta. Pensiamo all’articolo di Repubblica. È evidente che moltissime madri italiane non possono scegliere cosa fare della propria vita: non possono decidere quando procreare e se farlo, e, in caso lo facciano, non possono decidere se continuare a lavorare o dedicarsi alla famiglia a tempo pieno. È la società che lo stabilisce. O con sottili condizionamenti sociali, come quelli che concernono ad esempio l’allattamento al seno e altri due miliardi di aspetti connessi alla cura della prole, o semplicemente tramite le regole spietate di un’economia del lavoro che non guarda in faccia a nessuno. Se non esistono aiuti per le madri lavoratrici (per dirne una che sarebbe una svolta: asili nido in tutti i luoghi di lavoro), tornare a lavorare dopo il parto è una corsa ad ostacoli.
Del resto, io lo sto facendo solo per una combinazione di fortunati eventi: innanzitutto, avere una nonna vicina che può aiutarmi (e vi assicuro che facciamo fatica anche in due), secondo avere un capo disponibile che ha avuto la gentilezza di propormi di lavorare da casa, terzo svolgere un lavoro che si può effettivamente fare a casa. E chi non soddisfa questi requisiti? O scende a grossi compromessi, o deve rinunciare. Stessa cosa dicasi per la decisione sul se avere figli e quando. Se sei precario a vita, mettere su famiglia è complesso, considerando anche che col contratto a progetto essere buttate fuori quando si diventa madri è particolarmente semplice. Conosco casi di persone che si sono viste chiedere il test di maternità durante il colloquio di lavoro.
La libertà di scelta è un optional. In tante cose. E le pressioni esterne sono davvero fortissime.
Io personalmente cerco di farmi poche paranoie, ma, complice la mia indole assai portata alla pippa mentale inutile e dannosa, non ci riesco granché. Cerco di fare del mio meglio, di crescere come persona, perché penso che nell’educazione l’esempio conti più di tante altre cose, e mi districo in questo nuovo percorso ad ostacoli cercando di essere coerente con me stessa. Ma che fatica.

P.S.
En passant, faccio notare che la ricerca citata dall’articolo di Repubblica dimostra che il calo della natalità non è tanto dovuto al fatto che le donne lavorino, come è più o meno opinione comune, ma al fatto che non esiste una politica reale di sostegno alla famiglia, a dispetto della retorica dei Family Day e dell’ipocrisia dei politici pluridivorziati che sostengono i sacri valori della famiglia tradizionale. Anzi, la donna che lavora, se messa in condizione, spesso ha più figli. Il perché è ovvio: due lavori, maggiore disponibilità finanziaria, possibilità economica di avere più figli.

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Contro il razzismo

Oggi è la giornata dello sciopero degli immigrati. Che non è esattamente uno sciopero, ma una giornata di riflessione. Vengono da noi affrontando viaggi impossibili, muoiono nei nostri mari o nei loro deserti prima ancora di vedere le nostre coste. Lavorano tra noi, badando ai nostri vecchi, raccogliendo i nostri pomodori, costruendo le nostre case. Gli chiediamo di essere invisibili, di servirci quando ci fa comodo, e di togliersi dai coglioni quando non lavorano per noi. Gli chiediamo di prendersi in faccia sputi e botte senza fiatare, perché sono ospiti e questo ci autorizza a fare di loro ciò che vogliamo.
Ecco. È ora di finirla. Come è ora di fare i conti con un dato di fatto: che il razzismo c’è ed è pervasivo. È pieno di gente insospettabile che se ne esce con “io non sono razzista, però…”. Però ce ne sono troppi, però vengono qua a delinquere, però non se ne può più. Ed è questa la forma più subdola, perché spinge il confine sempre un po’ più in là, pian piano ci mitridizza, e ormai non c’è più uno stigma sociale verso chi ha posizioni xenofobe, anzi.
Bisogna agire finché si è in tempo, prima che il cancro si propaghi, ed episodi come quello di Rosarno ci dimostrano che la malattia è già in stadio avanzato.
Per questo ho firmato l’appello contro il razzismo, e vi invito a fare altrettanto. Probabilmente la paura del diverso sarà anche qualcosa di istintuale, ma l’uomo deve saper andare oltre i suoi istinti più biechi, e guardare ai fatti con la forza della ragione.
En passant, vi segnalo anche un bel documento con dati sull’immigrazione che tendono a sfatare un po’ di luoghi comuni.

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