Ero appena sveglia, e mi tremavano le mani. Forse perché sotto sotto già sapevo. Il primo test l’avevo fatto due giorni prima, ed era dubbio. I test di gravidanza lo sono sempre, a seconda delle interpretazioni. La linea è troppo debole, o appare dopo i fatidici cinque minuti, o chissà che altro. A volte è spezzata. Come quella mattina. Un pezzetto in alto, uno in basso e niente in mezzo. Tanto bastava per andare a fare il prelievo del sangue.
Nessuna signorina sorridente e compiaciuta ai prelievi, come la prima volta che avevo fatto il test, qualche mese prima di sposarmi. Allora tutte mi facevano gli auguri, anche se il test era un formalità e sapevo che il problema era lo stress di quei giorni e la dieta. Stavolta nessuno mi sorrise o mi fece gli auguri.
Il risultato lo andai a prendere un minuto dopo l’ora in cui mi avevano detto di passare. Non aprii subito il referto. Mi concessi dieci passi di incertezza, quelli che mi separavano dalla macchina. Il cuore a mille, e la risposta stretta in mano, sotto il sigillo fragile di un pezzetto di scotch.
Quando lessi, mi misi a piangere. Era una cosa così grande e bella, che mi soverchiava a tal punto che non potevo che arrendermi alla potenza della vita. Capita ogni giorno a tante donne, da milioni di anni. Quando capita a te è sempre qualcosa di unico, di irripetibile, di esclusivo.
Era un anno fa esatto. Ed esattamente otto mesi dopo, nasceva Irene.