Archivi del mese: aprile 2010

Tre, due, uno

Tre anni fa, a quest’ora la cerimonia era finita da poco. Io e Giuliano ci stavamo facendo le foto nel borgo di Isola Farnese in compagnia di un fotografo assai poco simpatico e soprattutto di Carlo, il guidatore designato per la gran giornata. Io, sulle spalle una sveglia alle cinque del mattino e due ore di trucco, ero già stanchissima, e volevo solo andarmene in albergo.
“Ma se molliamo il pranzo e andiamo a casa?” dissi ad un certo punto a Giuliano.

Due anni fa ci preparavamo a comprare casa. Quella nuova. Faceva parecchio freddo, quel giorno. Finimmo a festeggiare lungo la strada, in uno squallidissimo ristorante lungo la Tiburtina. Pizza, e giusto una crema catalana tanto per. Il vero festeggiamento sarebbe venuto dopo: cinque giorni a Barcellona, in concomitanza con un congresso in cui eravamo coinvolti entrambi.

Un anno fa festeggiammo in un piccolissimo e delizioso ristorante libanese. Cibo ottimo, e un dubbio che aleggiava tra di noi. Non sapevo se ero già incinta, ma di sicuro già mi ci sentivo. Per altro avevo iniziato ad essere un cane da tartufo, sentivo odori a centinaia di metri di distanza. Non bevevo vino già da un po’. Il test l’avrei fatto il giorno seguente, e avrei scoperto che la pesciolina già era tra noi.

Oggi andrò alla presentazione di Sandrone, e poi in un’enoteca a Frascati. Metterò i trampoli che ho comprato la scorsa settimana, sandali tacco a spillo dieci centimetri. Spero di resistere fino a sera. Tirerò fuori dalla naftalina un vestito che non metto da tre anni e passa. Ma soprattutto, quest’anno per la prima volta saremo in tre.

Buon anniversario di nozze, Licia e Giuliano.

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Miti, scrittori e persone

Questo post probabilmente non vi piacerà. Questo post probabilmente non dovrei nemmeno scriverlo, ma tant’è.
Leggo stamattina FB e scopro che c’è della gente delusa perché uno scrittore si è lamentato della scarsa affluenza a una sua presentazione, e intende prendere provvedimenti al riguardo (ossia interrompere il tour, piuttosto che chiudere la propria pagina FB). Giù profluvi di “ti facevo più umile”, “sono deluso”.
Buffo. Una discussione sull’umiltà dello scrittore l’ho avuta di recente con un amico, ed eravamo su posizioni diverse. Adesso capisco cosa intendeva e sono d’accordo con lui.
Ragazzi, quando compriamo un libro compriamo solo un coso di carta. Compriamo una storia, un racconto. Leggere un libro, purtroppo o per fortuna, non dà accesso alla personalità dell’autore. Piace a tutti illudersi di conoscere il nostro autore preferito perché ne abbiamo letto i libri, e immaginarcelo come più ci aggrada, simile a noi, sempre disponibile, simpaticissimo e sensibilissimo. Piaceva anche a me prima che passassi dall’altro lato della barricata. Ma non è così. Quando compri un libro non ci trovi allegato l’autore. L’avergli dato 50 centesimi o giù di lì per il suo libro, perché più o meno tanto entra in tasca all’autore del prezzo di copertina, non ti dà diritti sulla sua personalità, sul suo modo di essere.
Puoi lamentarti della trama, della scrittura, e tutto ciò che pertiene al libro che hai acquistato. Ma non puoi lamentarti se non risponde alle tue mail, se per decisioni sue personali non viene nel tuo paese a fare una presentazione, se un giorno non ti firma l’autografo.
C’è una citazione che mi viene sempre in mente quando si parla di queste cose. Cito un po’ a memoria, magari con qualche inesattezza. Neil Gaiman sul suo blog parlava di qualcuno che faceva pressioni perché Martin si sbrigasse a scrivere un certo libro. E rispondeva alle sue rimostranze stizzite per tutto il tempo che l’autore ci metteva a scrivere con poche, lapidarie parole: “Martin is not your bitch”. Volgare, ma significativo.
Anche fare una presentazione non vuol dire voler dare se stessi in pasto al pubblico. Vuol dire volersi confrontare coi lettori su quel che si è scritto. Per dire, personalmente faccio una presentazione per sapere cosa il lettore pensa delle mie storie dalla sua viva voce. E il lettore non dovrebbe venire convinto di fare amicizia con lo scrittore, ma per soddisfare qualche curiosità sulle sue storie, per scoprire il “dietro le quinte” del suo lavoro, ma non per sapere fatti personali della sua vita. Poi, vabbeh, ho amici che ho conosciuto prima come fan, ma che adesso sono per me di più. Capita. Ma non è la regola.
Lo so. È brutto. È spiacevole. Anch’io vorrei diventare amica, che ne so, di Matt Bellamy, invitarlo a vedere Lost a casa mia, conoscerlo e scoprire che è un sacco simpatico. Ma non è possibile. Non è giusto. Perché il Bellamy ha scelto di fare il cantante, di esprimere se stesso con la sua musica, non di fare l’escort di lusso.
Mi fa arrabbiare chi si aspetta troppo dagli scrittori. Chi non gli perdona la debolezza, lo sconforto, e che si lamenta quando loro stessi ci mostrano una parte del loro carattere, perché non è come ce l’aspettavamo. Non compriamo l’autore allegato al libro, compriamo il libro e basta. E quel che non troviamo nei libri semplicemente è roba troppo intima, privata per dirla in pubblico. E se davvero gli vogliamo bene, o meglio vogliamo bene alle sue storie, non gliene chiederemo ragione. E non vale neppure dire che gli scrittori hanno i blog. Tutto ciò che è pubblico, anche le cose che sembrano private ad un profano, in realtà non pertengono davvero alla sfera intima. Ognuno ha un suo concetto di privacy, e mostra al pubblico solo ciò che sente. Anche un blog non è un diario intimo, non mostra la totalità della personalità di chi lo tiene, e non permette affatto di conoscere davvero la persona che c’è dietro.
Occorre capire che anche lo scrittore ha una vita, delle persone cui vuole bene cui devo il suo tempo e il suo affetto, che se non gira la penisola ogni settimana è per il bene che vuole a queste persone, e per altre centinaia di ragioni private. Non è questione di umiltà. Anzi, l’umiltà forse manca a chi si offende, che non capisce che ci sono cose che non si comprano.
La tentazione di fare le groupies ce l’abbiamo tutti. Ce l’ho anch’io. Ma a volte occorre saper fare quel passetto, e accettare che non abbiamo a che fare con miti incarnati, ma con persone. E meno male, direi.

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Il più grande nemico

Leggevo l’altro giorno un’intervista di Sandrone, e ho riflettuto che è proprio vero: il più grande nemico della scrittura è lo scazzo. Per altro la cosa induce ad un paradosso interessante.
Se ne parlate con uno scrittore, vi dirà che per lui scrivere è un’esigenza, una cosa di cui ha proprio bisogno. Ed è verissimo. Io me la ricordo la mia vita prima delle Cronache, e sentivo questa continua agitazione, questo desiderio di tirare fuori dalla mia testa tutte le parole che si stavano accumulando, e al contempo la frustrazione di non riuscirci. Non una bella cosa. Spero di non ritrovarmi più in quella condizione. Eppure…
Eppure quando cala la sera, e si fa dunque ora di scrivere, invariabilmente qualche forza oscura mi attira verso il divano. Che si tratti di un film qualsiasi in tv, di una maratona dei Simpson, del semplice desiderio di starsene sotto le coperte, in me c’è sempre il desiderio di poltrire invece che scrivere. “Tanto inizio domani”. È un mese che me lo dico. Poi, il fatto che stia ancora editando La Ragazza Drago 3 non aiuta.
Non so perché funziona così. O forse sì. È la naturale tendenza all’anarchia dell’uomo. Il desiderio comprensibilissimo di fare quel che ti pare quando ti pare: mangiare quando hai fame, poltrire quando non vuoi fare niente, scrivere quando ti gira. Peccato che la mia creatività non funzioni così. Che abbia bisogno di rigide regole e di una ferrea disciplina. Scrivere un tot di pagine a sera, possibilmente tutte le sere. Sennò non va. Sennò ricasco nel vortice di quelle parole senza costrutto con cui riempivo i diari della mia adolescenza.
Per cui stasera stop. Ieri ho finito di riguardarmi la bibbia del terzo delle leggende (che per altro io scrivo delle bibbie allucinanti, un giorno ve ne parlerò), ho fatto a metà la scaletta, e stasera si va di prologo. Perché a un certo punto bisogna pur cominciare, e spezzare questo circolo vizioso di fancazzismo divanesco.

P.S.
Già che ci sono: domenica 18, ore 17.00, in Piazza S. Maria in Trastevere, qui a Roma, partecipo all’iniziativa Ho lasciato un Idiota e ho trovato un Piccolo Principe, dedicata al bookcrossing. Parlerò di un libro che ho particolarmente amato; scoprirete quale solo venendo :P . Vi aspetto!

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il mio Nemico

Seguivo ieri su Attivissimo una discussione scaturita da un post sull’iPad (ognuno ha le sue perversioni). È uno degli oggetti più discussi degli ultimi tempi, tra detrattori feroci che dicono che è inutile e appassionati che non vedono l’ora di averlo tra le mani.
Ora, io sono effettivamente un’appassionata della robina Apple. Non credo sia una depravazione peggiore di altre. C’è chi spende mille euro per un paio di scarpe, chi si rovina per la macchina da corsa, io uso iPhone, iPod e computer Mac. E li uso tanto, ma tanto, roba che ammortizzo la spesa fatta in breve tempo. Non credo mi si possa criticare per questo. Non faccio i buffi per comprarmi l’iMac, e uso i prodotti che compro e per lavoro (e tanto) e per lo svago. Sono da criticare per questo? Non credo. Ognuno fa coi suoi soldi un po’ quel che gli pare, e si diletta con quel che preferisce.
D’altronde, se uno preferisce Linux non ci trovo niente di male. O Windows, anche. Ognuno lavora come preferisce, e si diverte come vuole, ripeto.
Ecco. Non è così. Il mondo si divide nettamente tra i fan della Apple, che se gli tocchi l’iPod è come se gli avessi insultato la madre, e quelli che invece “se hai un iPod sei un fighetto pieno di soldi che preferisce le cose luccicose alle cose che funzionano”.
Intendiamoci. È giusto che in rete si discuta di prodotti, li si recensisca e se ne mettano in luce pregi e difetti. Uno è liberissimo di smadonnare contro l’Air che ha la batteria che dura poco e che scalda (ecco, io appartengo alla categoria, per dire :P ). Mi lascia perplessa piuttosto la critica che sfocia nell’attacco alla parte avversa, e ci sfocia 9 volte su 10.
Non è solo un problema Apple. Se vai sul forum di un gruppo musicale, invariabilmente ci saranno i fan che danno del coglione a chi sente, che so, Britney Spears, e quelli che sentono i Radiohead che danno dei coglioni ai fan. Poi non manca mai quello che “i Vattelappesca facevano bella musica dieci anni fa, adesso sono commerciali“. Andate a cercare posti in cui si discuta dei miei libri. Stessa cosa. Ci sono i fan che li difendono a spada tratta contro ogni critica, e quelli che invece insultano chi li legge.
In rete è così su ogni argomento. Nella vita è diventato così su ogni argomento. L’ateo insulta il credente, che insulta l’ateo. Nessuno che stia più lì a domandarsi se il suo si semplicemente un punto di vista, uno dei tanti, e che ne esistono pure altri. E che soprattutto non è che puoi giudicare una persona solo da quel che legge, da quel che compra o da quel che ascolta.
Ma d’altronde, la ragionevolezza non fa audience. L’insulto sì. È molto più divertente leggere una stroncatura in cui do dell’imbecille a chi legge Moccia, piuttosto che una critica circostanziata che mi dica gli eventuali difetti formali delle opere del suddetto. Io stessa vado a leggermi le polemiche in giro per la rete, quando voglio svagarmi.
A volte penso che non siamo fatti per capirci. E che il dubbio proprio non fa parte della nostra natura. Noi siamo affami di certezze, che si tratti della Verità con la V maiuscola o delle piccole verità cui possiamo approdare nella vita quotidiana. E che per sentirci reali abbiamo bisogno di scontrarci col Nemico, si tratti di uno che legge qualcosa che a noi non piace o ascolta musica che reputiamo scadente. In effetti questo spiegherebbe perché in milioni di anni non abbiamo fatto altro che scannarci a vicenda.

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Commentiamo insieme il telefilm del giorno: Lost 6×11

Credo che anche questa puntata sia da ascrivere al novero di quelle “che spiegano”. In effetti aggiunge elementi nuovi alla trama che sorreggere questa sesta, altalenante stagione. A me comunque ha fatto venire il mal di testa.
Desmond è tra i miei personaggi preferiti. Sarà l’accento british e un po’ scottish, sarà la vena di follia, o forse la bellissima e struggente storia d’amore con Penny (che per me resta la storia d’amore di Lost), ma mi è sempre molto piaciuto. Confesso però che dalla terza stagione in giù le puntate a lui dedicate mi hanno sempre lasciata interdetta. Bellissima la fine della seconda stagione, ma le altre sono sempre un po’ troppo aggrovigliate per i miei gusti. Questa Happily Ever After non fa eccezione.
La prima metà lascia un po’ così. Fa piacere vedere Des che fa la bella vita, che è apprezzato da Widmore ed è tutto sommato felice. Ma in fin dei conti, come in tutti i flashsideways, non è che ce ne freghi più di tanto. Ma ecco che arriva l’elemento perturbante che, devo dire la verità, è inserito in maniera egregia. Charlie parla della sua esperienza premorte, e tutti siamo un po’ convinti che la tipa bionda che intravede sia una specie di personificazione della morte di eridaniana memoria. E invece no. Perché nel momento in cui la macchina di Des cade in acqua, le due realtà finalmente collidono, e Des ha una visione di ciò che avrebbe dovuto essere. Da questo punto in poi, la puntata si fa tesa e decolla.
Ora, undici puntate per collegare la realtà alternativa a quella, diciamo così, canonica sono state troppe. Il risultato è stato tirare troppo la corda, e rovinare un espediente, quello dei flashsideways, che poteva funzionare. Però pare finalmente che si veda la luce. Allora le due realtà sono collegate, non si tratta solo di meri what if messi lì per allungare il brodo. E, a dispetto dei miei ragionamenti, la realtà alternativa non ha a che fare col finale della stagione in corso, ma con quello della stagione precedente, e lo scoppio della bomba.
Le cose iniziano a tornare, persino il fatto che Des sia stato definito nella scorsa stagione una costante acquista un nuovo significato. È lui la chiave, ancora una volta. L’uomo che suo malgrado si sposta tra presente e futuro, tra i mondi possibili, ancorato eternamente alla sua costante: Penny. Gaspad, che fa parte del mio gruppo di visione di Lost, dice che Des sorride, quando si risveglia nella stanza dei solenoidi, perché ha capito che qualsiasi cosa avverrà Pen è la sua costante, che in tutte le realtà è destinato ad incontrarla, ad amarla e a esserne ricambiato. E in effetti sembra che questa sia la costante di tutti i personaggi: l’amore. Charlie non vede la morte, mentre sta soffocando nel bagno del volo 815: ha visto Claire. E Daniel inizia a ricordare quando vede Charlotte. L’amore ci salva? Forse.
Il discorso con la Hawking è come al solito criptico, troppo per i miei gusti. Confesso di averne le palle piene di tutti ‘sti Allanon che non fanno altro che parlare di “that guy”, manco fossimo in Excell Saga, facendo giri di parole per non tirare fuori i nomi, o che protestano che “non siamo ancora pronti per la verità”. Lo siamo da sei stagioni, direi, e con noi i personaggi.
Inquietante la chiusa della parte sull’isola. Des che sembra del tutto indifferente a ciò che accade, tanto che prima dice a Widmore che è pronto a collaborare, poi segue docilissimo Sayid, ricorda molto Locke post-mortem. Qui è pieno di personaggi che escono stravolti da esperienze “al limite” (anche Sayid, a ben pensarci). Le domande, intanto, restano.
La realtà alternativa è male, visto che sembra che Des voglia modificarla? E perché? E come si collega la creazione della realtà alternativa col grande scontro Farlocke Jacob?
Enigmi, enigmi nell’oscurità.
Insomma, un buon episodio, che più che altro promette di farci capire finalmente dove questa stagione stia andando. Resta il fatto che la tensione narrativa è mal gestita lungo l’arco di questi undici episodi. Gli elementi di mistero vengono tirati oltre il limite del sopportabile, puntate moscie si mescolano ad episodi in cui il ritmo narrativo accelera all’improvviso. Mi aspettavo di meglio dalla season conclusiva. Forse è solo il segno che è proprio giunto il tempo che Lost finisca, prima di finire in vacca, come in genere accade con le serie televisive americane. Qualcuno dirà che in vacca c’è già finito da tempo, ma io, come avrete capito, non concordo. In ogni caso, vedremo se la prossima puntata, presumibilmente dedicata a Hurley, sarà il solito riempitivo à la Tricia Tanaka is dead, o ci dirà qualcosa di nuovo.

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Nostalgia canaglia

L’ombelico è tornato quello di un tempo.
La pancia è com’era prima, e gli addominali due volte a settimana iniziano ad appiattirla e a renderla più tonica.
Il seno si è sgonfiato, e il latte ormai è proprio andato via.
Riesco di nuovo a fare le scale di corsa, e dal letto mi alzo da sola.
Il dolore all’inguine è un lontano ricordo.
Mangio tutto quello che voglio, e sorrido quando vedo la penna di insulina che ho dimenticato sulla mia scrivania; non ci infilo dentro un ago da quasi quattro mesi.
Mi guardo allo specchio, e tutto sommato sono come prima. Nemmeno un capello bianco in più o una ruga più profonda sulla fronte. Di là, ogni mattina Irene mi illumina la giornata con uno splendido sorriso. Ogni giorno è più bella e grande, e mi domando da chi abbia preso, certo non dalla mamma :P .
Ma allora perché ho nostalgia di quella pancia e di quei nove mesi strani e intensi?

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Angeli e Demoni (no, non il libro)

Ieri sera mi sono vista Angeli e Demoni. Se dovessi spiegare perché avessi tanta voglia di vederlo, non saprei dirlo con chiarezza. Il libro l’ho letto parecchio tempo fa, e non mi aveva entusiasmata. L’avevo trovato palloso, stesso difetto de Il Simbolo Perduto, che ha l’aggravante per altro di non essere ambientato in un posto figo come Roma. Per cui, probabilmente è stata la presenza nel cast di Ewan McGregor, attore che mi piace molto per molteplici ragioni (capisc’amme), o forse il desiderio di vedere al cinema la scena topica del libro, una di quelle cose che leggi una volta nella vita e non te le dimentichi più: il professor Langdon che salta da un elicottero a 3000 metri di altezza (?) usando come paracadute un telone tenuto con le mani (??), e che dopo questi 3000 metri di carpiato si tuffa direttamente nel Tevere (???) e ne riemerge senza una zoccola attaccata ai pantaloni né la leptospirosi fulminante (????). Roba epica.
Vabbeh, facciamola breve, ho visto ‘sto film. Ewan McGregor è una garanzia, mentre la scena dell’elicottero purtroppo non c’è. Ma il film comunque è divertente. Occhio. Ho detto divertente. Non capolavoro del cinema.
È ben fatto, ecco. Considerando però il libro da cui è tratto.
Mi spiego.
Angeli e Demoni contiene stronzate di fisica a pacchi. Non è un problema eccessivo, anche se oggigiorno informarsi su queste cose non è complicato: vai sul sito del CERN, ti scegli un ricercatore a caso e gli mandi una mail. Non credo che qualcuno si rifiuterebbe di spiegare il proprio lavoro ad un profano che vuole parlarne. Anyway, diciamo che un minimo sindacale di ignoranza sul tema posso più o meno tollerarla. Angeli e Demoni eccede il limite. Vi dico solo che si afferma che la creazione dell’antimateria sia una prova dell’esistenza di Dio. Mah. Ecco, Ron Howard emenda alcuni di questi errori. Specifica che non è tanto la creazione dell’antimateria in sé ad essere una scoperta sconvolgente, ma la sua produzione in quantitativi significativi, che è già cosa più ragionevole. Nessuno parla di prove scientifiche dell’esistenza di Dio (più o meno), tranne un velato riferimento al bosone di Higgs, tanto per richiamarsi al clamore dell’inaugurazione dell’LHC.
Angeli e Demoni richiede anche sospensione dell’incredulità a vagonate. A partire dalla scena di cui vi dicevo prima, al finale veramente lisergico, passando per incongruenze minori, tipo Piazza Navona semideserta alle dieci di sera, che è una condizione credo possa realizzarsi solo in scenari postatomici. Ron Howard, dove può corregge. Piazza Navona è sempre piuttosto vuota per l’ora (segno che la troupe non faceva granché vita notturna durante le riprese), ma il finale è un filo più sobrio (quello originale, se ben ricordo, è una roba ai limiti del ridicolo) e la scena dell’elicottero molto spettacolare ma un filo più credibile (peccato, Tom Hanks appeso al telone dev’essere una cosa veramente epica). Poi, certo, se vuoi fare un film che reciti ben scritto “Tratto dall’omonimo libro” devi turarti il naso e metterci certe cose. Tipo i dialoghi da bar sport sui rapporti tra scienza e fede, trattati, sempre, ma proprio sempre con una superficialità che fa incazzare. Ingenua anche la contrapposizione camerlengo progressista resto del Vaticano oscurantista. Voglio dire, anche il culo dei cardinali è seduto sopra la bomba ad antimateria, proprio non capisco perché il capo del Conclave o quel che è (scusate, ammetto che ho scarsa conoscenza dei rituali dell’elezione del Papa, pur avendone vista una in diretta) debba dire “No, no, non si evacua, si resta tutti qua che siamo nelle mani di Dio”. Ma tant’è. O ancora, il fatto che per 100 minuti mi mostri un certo personaggio come un bravo guaglione con la testa sulle spalle, salvo farmi scoprire negli ultimi cinque secondi che è uno stronzo di prima categoria, tanto per fare colpo di scena. Ma vabbeh.
Ma il film ha mestiere, è innegabile. Perché a fronte di personaggi dello spessore della carta velina (fatta eccezione per Langdon, che ce lo ricordiamo dalle precedenti puntate, e il camerlengo, che forse è tutto merito di McGregor che ci crede sempre, ma proprio sempre nei suoi personaggi, anche quando sono improponibili, vedi The Island), l’azione è tesissima. Là dove nel libro bisogna fare lo slalom tra le lezioni pallose e improbabili di Langdon su simbologia et similia, qui si zompa da una chiesa all’altra senza soluzione di continuità, in un crescendo di efferati omicidi. Roma poi è stata ottimamente ripresa, una vera goduria per gli occhi, soprattutto se si considera che S. Pietro e S. Maria del Popolo non sono quelle originali, ma riproduzioni (il Vaticano, con rara cecità, ha vietato le riprese nelle suddette chiese; evidentemente non s’è accorta che il film nel complesso è pro-cattolico). Insomma, un’avventura grafica nel cuore di Roma, penso che l’americano medio impazzisca per una roba del genere. E io e Giuliano ci siamo divertiti. Forse me lo rivedrei anche, guarda un po’.
In sintesi: meglio del libro, e questo automaticamente mi fa diventare simpatico Ron Howard, e ottimo per una serata in scioltezza, in cui uno si vuole divertire e staccare il cervello.

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Ancora consigli libreschi: La Fine dei Cieli di Cristallo

Io mio primo incontro con Kircher risale al lontano 2004 (madonna…). All’epoca ancora non ero laureata e lavoravo nel museo astronomico dell’osservatorio di Roma, nel gruppo di divulgazione scientifica. Tutti gli anni organizzavamo la Serata Sotto le Stelle: all’inizio dell’estate facevamo questa serata aperta al pubblico, con conferenze divulgative, mostre e una parte di osservazione guidata del cielo. Era una cosa divertente ad organizzarsi, anche se faticosa, e, a quanto mi dicono chi ha assistito, piacevole per il pubblico. Quell’anno fu l’ultima, e la facemmo in grande stile.
All’Osservatorio sono conservate le tavole sciateriche di Kircher: si tratta di quattro lastre in ardesia con sopra meridiane che danno informazioni di vario tipo, dall’ora del giorno e la posizione dei pianeti a quando è meglio seminare un campo o curarsi la sciatica. Sono meravigliose, riccamente decorate da splendidi disegni e finemente incise. Quella sera io stavo fissa allo stand delle tavole; ne avevamo quattro riproduzioni fedelissime, sulle quali avevamo messo piccoli gnomoni di legno. Io spiegavo ai visitatori il funzionamento delle tavole. Per farlo, ovviamente avevo dovuto studiare un po’ il loro creatore Athanasius Kircher.
Kircher ha vissuto più o meno in contemporanea a Galileo Galilei, ed era un genio folle. Aveva un acuto ingegno, ma lo applicava a problemi allucinanti. Per esempio, si mise su commissione a spiegare scientificamente come fosse possibile far entrare nell’arca di Noé, dettagliatamente descritta in forme e misure nella Bibbia, tutti gli animali da salvare. Uno studio certosino, in cui Kircher profuse tutte le sue capacità logiche, trovando scappatoie assolutamente geniali: per dire, gli animali sono tanti, impossibile che potessero starci tutti. E allora? E allora, ad esempio, tutti gli animali il cui nome è composto non trovano posto sull’arca: sono nati dopo, da incroci. Ad esempio il leopardo, il cui nome viene da leo (leone) e pardus (pantera) è nato dall’incrocio di questi due animali.
Era anche un appassionato studioso di Egitto, ed era convinto di aver decifrato i geroglifici; a Roma lo consultavano spesso per decifrare le iscrizioni sui numerosi obelischi della città, e lui si produceva in traduzioni improbabili e astruse. Una volta predisse con esattezza le iscrizioni sul lato ancora interrato di un obelisco da poco scoperto. Fu il primo ad intuire che la chiave per la decifrazione dei geroglifici fosse la conoscenza del copto, e infatti viene considerato il padre dell’egittologia.
Come faccio a sapere tutte queste cose? Perché al momento sono alle prese con La Fine dei Cieli di Cristallo, di Roberto Buonanno. Il libro parla dell’astronomia del ’600, un secolo chiave per lo sviluppo della scienza moderna, e sceglie di farlo da un punto di vista particolare: mostrando lo scontro tra il nuovo e il vecchio, tra due visioni antitetiche della scienza. Da una parte Galileo e il rigore di una scienza volta alla scoperta di nuove nozioni tramite lo strumento principe dell’esperimento, e dall’altro Kircher, che invece inseguiva ancora il sogno di una conoscenza universale, che a suo modo sperimentava anche lui, ma solo per inserire i risultati dell’esperimento nel quadro teorico già noto, e che sostanzialmente risaliva ad Aristotele.
Ora, indubbiamente l’approccio di Galileo ha vinto, e ha permesso in ultima analisi di giungere al mondo che abbiamo oggi sotto gli occhi: il nostro sviluppo tecnologico odierno, le conoscenze scientifiche che abbiamo maturato, derivano tutte da quella straordinaria rivoluzione. E Kircher è ancora un uomo del barocco, con una visione del mondo che per noi uomini moderni non è più “scientifica”. Ma c’è qualcosa di commovente nel modo pervicace e strenuo con cui cerca di conseguire un sogno che ormai abbiamo abbandonato da tempo: la conoscenza universale. E la sua curiosità continua, la sua capacità quasi infantile di stupirsi per le bellezze del creato, la sua passione per la costruzione di macchine meravigliose (l’orologio a girasole, la statua che all’alba saluta il sole nascente parlando) è qualcosa in cui ci riconosciamo: è la curiosità, la meraviglia verso il cosmo che spinge l’uomo alla scienza. In questo senso Kircher, che per altro era pure coltissimo, è uno scienziato. Anzi ci insegna ancora qualcosa: occorre ancora sapersi stupire e, perché no, divertire, per studiare la natura.
Dal libro in questione tutto questo emerge lampante. Dello stesso autore due anni fa avevo letto Il Cielo Sopra Roma, dedicato alla storia dell’astronomia a Roma. E mi era piaciuto moltissimo. Come La Fine dei Cieli di Cristallo, che non ho neppure ancora finito. Innanzitutto perché la lettura è piacevole e scorrevole, e non è una cosa banale. Purtroppo ce ne sono di saggi storici e divulgativi che sono indigeribili. Fare divulgazione è un’arte, altro che. E poi perché per una volta gli scienziati non ci vengono presentati come persone innavicinabili, che parlano di cose incomprensibili, e che sono troppo lontani da noi comuni mortali. No. Sono uomini, tratteggiati in tutti i loro tic, nelle loro umanissime passioni. Il caratteraccio di Galileo, la sua passione per il buon vino, la curiosità infantile di Kircher verso il mondo e la natura. Questo ce li rende vicini, e così anche la loro scienza diventa qualcosa che ci riguarda, in cui possiamo rispecchiarci naturalmente. Non sono libri solo per astrofisici, o solo per appassionati di scienza. Sono libri per curiosi, per chi vuole scoprire cose c’è nella finta cupola della Chiesa di S. Ignazio (per la cronaca, c’era un osservatorio astronomico) o chi ha percorso i saloni di Villa Mondragone. È per questo che mi sento di consigliarveli entrambi. Vedrete che anche voi vi innamorerete di Kircher, questo gesuita pieno di ingegno forse sconfitto dalla storia, ma che ci conquista col suo Museo pieno di meraviglie, tra cui lo scheletro di una sirena, con le sue macchine meravigliose e la sua infinita passione per la natura e le sue cose.

P.S.
Visto che domani e dopodomani saranno giornate piene, gli auguri ve li faccio adesso. Passate una Buona Pasqua e divertitevi a Pasquetta. Io, per parte mia, cercherò soprattutto di riposarmi, che in effetti sono un po’ provata :P

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Il mio vecchio quartiere

Andare in palestra nel mio vecchio quartiere mi offre spesso il destro per qualche post. È che sono ancora legata a quel posto, e tornarci mi stimola sempre qualche riflessione.
Intendiamoci, sono contenta di essermene andata da lì. Ho bei ricordi, ma anche alcuni meno piacevoli, e vivere in un posto un po’ più ordinato e meno degradato mi fa parecchio piacere. Ma la mia infanzia l’ho vissuta sempre lì, per cui, volente o nolente, quel luogo mi appartiene ancora.
Per dire, mi sono sempre chiesta chi ha scelto i nomi delle strade. Si rifanno tutti alla mitologia greco-romana. Mi domando chi abbia avuto l’idea di chiamare le vie coi nomi di dei ed eroi in uno dei quartieri più popolari della città, con un livello culturale degli abitanti medio-basso. Per altro con chicche di inaspettato romanticismo, tipo mettere vicine Via Endimione e Via Selene. Non so se sia stato un caso, o ci fosse un grigio impiegato statale che ha preso la decisione, in un impeto di orgoglio umanistico, in memoria della sua laurea in lettere che prende polvere in un cassetto di casa. E non solo riempie quelle vie sbilenche e strette, costruite come capitava tra grappoli di case abusive, di Centauri, Coribanti, e poi Atteone, Merope, Laerte, pescando anche nei miti meno conosciuti, ma fa anche la finezza di mettere assieme i personaggi legati da qualche storia. Me lo immagino come un ometto triste e un po’ folle, uno che non ha rinunciato a mettere un pezzetto di poesia persino in mezzo al cemento, un indizio che in pochi sapranno decifrare, tra casermoni, garage stipati di cinesi al lavoro e appartamenti pieni di immigrati clandestini.
Poi c’è il matto grafomane. Che prima ha iniziato a colonizzare Tor Bella Monaca, poi s’è pian piano spostato verso Torre Angela. Lo riconosci perché per le scritte sui muri usa sempre la stessa bomboletta azzurra. E poi non scrive in stampatello. Scrive in corsivo, con una calligrafia nervosa e affrettata, come se avesse urgenza di mandare il suo messaggio. Le scritte in genere sono lunghe, e piene di volgarità. Se la prende con immigrati, donne, politici e via così. La grammatica è approssimativa.
Non riesco ad avercela con lui. In fin dei conti è uno xenofobo che imbratta i muri della città. Invece mi interessa come personaggio. Perché passa le notti a scrivere la sua verità sui muri? Tutti quegli insulti glieli sussurra una qualche voce interiore? Li riceve in sonno, come una specie di oracolo moderno?
Lo vorrei conoscere. Mi sembra uno non molto a posto con la testa, me lo immagino avvolto in un qualche impermeabile stazzonato come nei migliori stereotipi del maniaco di quartiere. Avrà lo sguardo sfuggente, e soffrirà di una qualche forma di incontinenza verbale. Parlerà a ripetizione, fermandosi solo per tirare dalla sigaretta. I matti fumano spesso. È una delle mie poche certezze.
Però c’è qualcosa di poetico in questa sua ansia di comunicare. Qualcosa in cui in fin dei conti ci riconosciamo. Voglio dire, un matto è solo uno che soffre delle paranoie della gente “normale” all’ennesima potenza. Tutti abbiamo i nostri rituali quotidiani. Io conto di continuo. Oppure, quando cammino sui lastricati, cerco di non calpestare le linee di connessione tra le mattonelle, o regolarizzo il mio passo sul ritmo dei lastroni. Suppongo sia più o meno normale. Ma poi c’è quello che ha la sfiga di soffrire di disturbo ossessivo compulsivo, che non è altro che il mio piccolo rituale ingigantito a dismisura, fino a diventare qualcosa di imperativo, una successione di gesti cui non puoi sottrarti e di cui diventi schiavo. Oppure, tutti quando ci affacciamo ad un balcone proviamo l’istinto di buttarci giù. Poi c’è quello che si suicida.
Il mio matto delle scritte è solo uno che vuole comunicare. Ma forse nessuno lo sta a sentire, forse ha la testa così piena di cose che ormai gli è impossibile tirarle fuori, come un collo di bottiglia troppo stretto, che non fa passare tutta l’acqua che c’è sopra. E allora riempie i muri dei suoi deliri. Che, a pensarci bene, non è poi tanto diverso da chi tiene un blog, o scrive un libro.
È interessante vedere come, con un po’ di spirito di osservazione e fantasia, anche un brutto quartiere di periferia si possa popolare di figure mitiche e un po’ misteriose.

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