Archivi del mese: maggio 2010

Quando si svezza

Venerdì ho iniziato lo svezzamento di Irene. Quando il pediatra me l’ha detto, ero tutta contenta, sono uscita dallo studio con un sorriso a trentadue denti e mi sono precipitata in farmacia a comprare tutta la robina necessaria camminando a un metro da terra.
Ecco, al terzo giorno dell’operazione mi domando cosa avessi in testa per essere così felice per una cosa così devastante.
Il primo giorno ho improvvisamente capito che erano finiti i bei tempi delle pappe rapide, di lei che ti guarda grata toccandoti la faccia con la manina, mentre sugge soddisfatta i suoi 200 ml di latte e biscotti (e tu ti chiedi come possa bersi quel latte, che indubitabilmente puzza e ha un sapore orrendo).
Riempio infatti il biberon dell’oscura brodaglia, che ha un delicato color verde palude, e glielo avvicino alla bocca. Irene mi guarda comprensibilmente perplessa, e io, che so bene che quella roba è orrenda, avendola appena provata (del resto, provate a mangiare una minestra senza olio, sale e parmigiano, provate e poi ditemi), mi trovo costretta a mentirle: “Mangia la pappa, buona la pappa”.
Per un po’ Irene si limita a non ciucciare. Come al solito fa la vaga: si guarda in giro, si volta verso la bambola panzona che in cucina contiene le buste della spesa, e via così. Ma quando vede che insisto, e che il latte non arriva, parte la sirena: giuro, non l’avevo mai sentita urlare tanto. Un pianto proprio da: “Mamma, ma che t’ho fatto? Perché mi tradisci così? Andava tutto bene tra noi, tu mi davi il latte, io sorridevo. Perché mi fai questo?”.
Io quando voglio so essere una nazista, per cui non mi sono fatta commuovere e ho insistito. Lei ha cominciato anche a divincolarsi. Immaginate la scena: lei in braccio a me che urla come un’ossessa e si agita stile anguilla. Nel frattempo io sono anche passata al cucchiaino, tanto per gradire, per cui tra noi c’è questo piatto di roba color vomito della bimba de L’Esorcista.
Mia madre fa: “Ma dai, magari diamole il latte adesso”, e io no, io insisto, mentre il bicipite sinistro pian piano mi diventa di marmo a furia di evitare che la pargola faccia un carpiato verso il pavimento.
La scena diventa rapidamente apocalittica: urla belluine, pappa che vola ovunque, centrando tipicamente tutti quei lembi del mio vestito che non ho provveduto a proteggere con bavagli e tovaglioli di sorta. Tutto inizia ad odorare di pollo e verdure. Lei è sudata come avesse fatto la maratona di New York, ed è così stremata per il troppo piangere che a un certo punto sta anche per addormentarsi. Io decido che è giunto il momento delle lusinghe, e tiro fuori la mela omogeneizzata. La mela deve piacerle. Gliel’ho fatta leccare un po’ di tempo fa e le era piaciuta. E invece no. E invece ormai per Irene cucchiaino = schifezza immonda. E rifiuta anche la mela. Alla fine cedo. Ha preso cinquanta grammi di immonda brodaglia, io sono stremata e lei ha pappa ovunque: se l’è pure passata sui capelli a mo’ di gel.
Andiamo sul divano. Le faccio un po’ di coccole, per farle capire che non è che sono diventata stronza tutto ad un botto, sono ancora la simpatica mamma che fa le pernacchie ed elargisce latte e biscotti. Lei è ancora perplessa. Le do il ciuccio, e succede: lo rifiuta. Cioè, è rimasta così scioccata che ha deciso che tutto quello che viene dalle mie mani è cacca. Ho visioni di lei a quarant’anni dallo psichiatra.
“Signora, il suo problema è che lei non ha fiducia in sua madre”
“Lo so, è successo quando quella stronza mi ha dato la minestrina al posto del latte. Ricordo ancora come mi sono sentita, sob…io…io mi fidavo, dannazione! Io aspettavo il mio latte e biscotti, e invece…invece…”
“Su, su, non pianga. Sono 200 euro. Serve fattura?”

Diciamo che il giorno dopo è andata meglio. Almeno non piangeva. Il momento migliore è stato quello della mela. Le avvicino il cucchiaino alla bocca, e lei si scansa in automatico. Ve l’ho detto, ormai per lei cucchiaino = pappone orrendo. Però un po’ di melina le va sulle labbra. E lei per errore se le lecca. Una volta. Mi guarda. Se le rilecca. Guarda il vuoto pensosa. Inizi quindi a ciucciarsele con gran passione.
“Capperi, mamma, questa roba viene dal cucchiamo traditore, ma è buona!”
È finita che si lanciava verso il cucchiaino a peso morto. Direi che la mela le piace.

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Prova, prova…

Mi sento un po’ come avessi ceduto al lato oscuro della forza. Mi sento anche un po’ in colpa, ecco. Come quando compri delle scarpe che ti piacciono a distanza di pochi di giorni dall’ultimo paio, o come quando mangi qualcosa che non dovresti.
Ieri ho preso l’iPad. Motivazioni dell’acquisto:
1) possedere un oggetto la cui batteria duri più delle canoniche due ore, onde usarlo nei lunghi viaggi in treno
2) avere qualcosa di estremamente portatile da usare per scrivere in viaggio
3) avere qualcosa con cui navigare agevolmente dal divano o dal letto
4) avere un oggetto molto portatile col quale vedere bene le foto
Siccome nessuna di queste motivazioni implica la vita o la morte, e l’aggeggio in questione ha un suo (non indifferente) costo, arrivata all’Apple Store mi sentiva un po’ come il bimbo beccato con le mani nella marmellata. Credo di essere persino arrossita quando ho chiesto l’iPad al commesso. Per altro, avevo un enorme punto interrogativo circa la reale utilità del coso: la tastiera virtuale. Infatti la mia idea era di appiccicarci poi una tastiera piccolina WiFi, di cui in casa siamo già forniti.
Comunque, alla fine l’ho preso.
Non farò recensioni. Non sono in grado, non è il mio ramo. C’è gente più esperta di me che sta già riempiendo la rete di analisi più o meno accurate.
Vi dico solo una cosa. Che a parte il piacere dell’uso di un oggetto simile, a parte la bellezza estetica, a parte che le foto ci vanno su che è un piacere, a parte che è un scheggia in qualsiasi cosa gli ho fatto fare finora, dal navigare le 155 migliori foto di Irene che ci ho piazzato dentro al navigare in rete all’aprire una qualsiasi applicazione, a parte che Safari ci gira meglio che sul mio Air, tutto questo post è stato scritto sulla tastiera virtuale. Non ho bestemmiato neppure una volta, e ci ho messo più o meno quanto ci metto quando scrivo dall’Air.
Cioè, voglio dire.

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Me & my english

Cercherò di essere obiettiva (e non è facile…) al riguardo: non ho esattamente l’inglese più bello del mondo, come potete giudicare dalla versione tradotta del mio sito, ma non ho nemmeno quello più osceno. La cosa che mi riesce meglio è la comprensione: a parte rari casi di accenti fortissimi (che so, il vecchietto scozzese, il ricercatore canadese), in genere capisco il 90% di quel che mi si dice. Con la lettura, poi, va anche meglio. Col parlato mi faccio capire, mascherando tutto con una pronuncia non proprio disprezzabile, che nasconde le magagne circa il numero di termini che conosco e le regole grammaticali. Ma sono in grado di sostenere anche lunghe conversazioni, ecco. Mi costa ammetterlo, ma è così.
Per cui, tutto sommato non si spiega il panico che mi prende ogni volta che si tratta di usarlo, l’inglese. Se è per una mail, me la faccio correggere due miliardi di volte da Giuliano o da Ninna. Se si deve parlare, semplicemente divento un’orrenda cafona.
Prendiamo ieri. Seminario all’osservatorio. A parlare è una mia coetanea tedesca. Il mio capo me la presenta, e la tipa, che si dimostra subito molto simpatica, sfoggia un inglese da manuale, venato da un forte accento americano. Sembra madrelingua. Io mi sento male già solo a stringerle la mano.
Lei chiede a me e ai miei colleghi chi siamo, cosa facciamo. Farfuglio che sono una dottoranda, spiego che studio gli ammassi globulari, 47Tuc e NGC3201, per la precisione, mi lancio in una curiosa critica di uno dei set di dati in mio possesso. Ma spero che qualcuno mi tiri via di lì prima di iniziare ad annaspare su qualche frase troppo complessa.
Seguo il talk con interesse, per altro la tipa si è imbattuta in alcune cose che conosco bene perché le studia Giuliano. Il talk finisce, ci si ritrova tutti assieme. Io non posso unirmi alla brigata per pranzo: devo portare Irene dal pediatra per il controllo mensile. Per cui saluto, e mi rivolgo alla mia coetanea con un frettoloso “bye!” che sa veramente di fuga. Tant’è vero che lei mi strilla dietro: “It was nice to meet you!”. Io mi sento la più cafona delle cafone.
Ho fatto una scena simile con la ragazza di mio cognato, che parla un inglese eccellente. Mi metteva in soggezione. Per cui la sera in cui l’abbiamo conosciuta son stata lì in un angolo a bofonchiare.
L’unica volta in cui le cose sono andate lisce (a parte in Grecia, lì o parlavo o morivo) è stato una sera ad Edimburgo. Cena col mio boss di allora, un olandese. Bevvi una birra a stomaco vuoto. Improvvisamente il mondo divenne un posto più semplice, e il mio inglese fluente. È che devo perdere i freni inibitori per parlarlo, ecco la verità.
D’ora innanzi, prima di un viaggio all’estero, una bella ciucca :P

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Lost, per l’ultima volta

Sapete tutti che Lost mi ha profondamente appassionata per lunghi anni. Il lutto per la fine (e che fine…) non l’ho ancora elaborato, così mi concedo l’ultimo (si spera) post al riguardo. Per tirare un po’ le somme e fare un’apologia.

Tiriamo le somme
Ricorderete che qualche tempo fa feci una lista di misteri che gradivo fossero risolti dal finale di Lost, pena l’autodafé degli sceneggiatori. Riprendiamo in mano la lista e vediamo un po’…

1. Cos’è l’isola.✔/✘
Nì. Se lo chiedi agli sceneggiatori, ti diranno che sì, hanno risposto. Anche se lo chiedi a tutti quelli che hanno amato The End. Diciamo che la risposta è più o meno “è un posto strano”. Ma posso capire che se scendere più in dettaglio significa rivedere cose come il tappo che se lo stappi l’isola affonda, allora forse mi posso accontentare della risposta data.

2. Cosa sono i sussurri.
Miracolosamente, questa la sappiamo. Sono le voci dei morti. Che si sono radunati sull’isola per quel che hanno fatto, e non se ne possono più andare. Ci sto.

3. Perché Walt è strano.
Non solo non c’è risposta a questa cosa, che è stata importante in ben due stagioni di Lost, ma hanno fatto finta che non sia mai esistita. Perché Walt dice a Locke più volte di non aprire la botola? Ah boh.

4. E Aaron?
Mentre su Walt si può dire che la storyline è stata abbandonata per raggiunti limiti d’età dell’attore, qui non ci sono scusanti. Una cavolata qualsiasi la potevano inventare. Invece no. Il sensitivo era un impostore, mi si dice. Un impostore che guarda un po’ piazza Claire sull’Oceanic 815, guarda i casi della vita. Resta un mistero anche perché Claire appaia a Kate dicendole di non azzardarsi a portare Aaron sull’isola.

5. Chi sono Jacob e Farlocke.
Questa ce l’hanno spiegata. Incomprensibile mi resta la scelta di non dare un nome al fumo nero. Ce l’avete già desacralizzato facendocelo vedere neonato, adolescente inquieto e adulto un po’ stronzo. Se non ha nome perché è una specie di incarnazione del male, avete toppato. Non lo è più da molto. Non che conti sapere il nome. Semplicemente, non c’è ragione, né di trama né tematica, per non saperlo.

6. Perché i numeri compaiono ovunque ogni tre per due.
Non si sa. I casi della vita, credo. Persino il fatto che siano associati ai Candidati è una mera fatalità, visto che Jacob dice che i nomi scritti sulla caverna sono solo nomi scritti su un pezzo di roccia. Per i candidati vale la legge di Enea in Troy (Enea in Troy si becca il palladio perché passava di lì in quel momento): basta che lo vuoi, poi conta nulla chi sei e che hai fatto nella vita. A patto che tu non sia Ben. Se sei Ben non sei degno. A prescindere.

7. Perché tutti i personaggi si sono incrociati almeno una volta nel passato, e si continuano ad incrociare anche nella realtà alternativa.✔/✘
Nì. La ragione sta nella realtà alternativa/purgatorio. Secondo gli sceneggiatori i losties sono destinati a incontrarsi, a tessere profondi legami affettivi, tali da farli contenti a passare l’eternità insieme nella Grande Luce Oltre la Chiesa (che culo, l’eternità con Kate…). Il fatto che si incontrino di continuo rappresenta questo. Che è un po’ come dire “perché sì”, ma, ehi boys, è una risposta!

8. Perché Widmore e Ben seguono delle regole nella loro sfida.✘
Boh. Per divertirsi, credo, anche perché le regole poi le infrangono e il mondo non finisce.
Episodio 9, stagione 4. Ben va incontrare Widmore nella Penthouse.
WIDMORE: Have you come here to kill me, Benjamin?
BEN: We both know I can’t do that.
Probabilmente intendeva che poi l’avrebbero messo dentro, o qualcosa del genere, visto poi Ben spara a Widmore senza troppi problemi. E non è perché Charles aveva infranto le regole uccidendo Alex; quello l’aveva già fatto quando avviene il dialogo citato

9. Cos’è la malattia.
Uno scherzo, credo. Una scusa per l’ennesima scena di tortura di Sayid. Un modo per fare un po’ di tensione nella sottotrama di Des e Inman chiusi nella botola. Una cazzata, insomma.

10. Cosa aveva visto davvero Desmond quando ha detto a Charlie “hai da mori’, perché così vedo Claire e Aaron sull’elicottero”.✘
Mi rispondo da sola. Niente. Desmond le avrebbe fatte tutte per andarsene e tornare da Penny, incluso far affogare Charlie. ‘Sti cazzi, era un drogato, muori che ti sta bene. Certo, questo toglie un po’ di pathos al “Not Penny’s boat”, ma in fin dei conti non ci interessa

Adesso si accettano collette per il biglietto aereo che mi permetterà di portare a termine il compito che m’ero ripromessa :P

Apologia di chi non ha apprezzato The End
Quando, in preda a furore mistico, due sere fa, alle 2.00 di notte, ho scritto il commento a The End, in cuor mio sentivo che avrei trovato molta solidarietà. Che in tanti mi avrebbero battuto una pacca sulla spalla, dicendomi con occhi tristi: “Ti capiamo, siamo d’accordo”. Il che, ok, qui sul blog è effettivamente successo, ma il mio blog è un microcosmo parziale. Quando mi sono avventurata nel grande mondo della rete, mi sono accorta che non solo nessuno mi batteva la pacca sulla spalla, ma molti mi guardavano anche con un certo schifo: io “non avevo capito”, io ero lo spettatore medio che non aveva colto la grandezza del messaggio di The End, e anzi non aveva capito proprio la serie in toto. Lì per lì ci sono rimasta male. Poi ho capito. Non avevo considerato l’Effetto Evangelion.
Evangelion trova l’unanimità dei critici fino alla puntata 20. Tutti dicono che è un capolavoro. Dalla 21 alla 26, c’è chi grida al capolavoro e chi, come me, alla paraculata finto-autoriale. In genere i secondi vengono additati come quelli che “non hanno capito”.
Ecco. Lost uguale uguale.
Io vorrei spezzare una lancia a favore di noi che “non abbiamo capito”. Perché, ragazzi, a tutti piace pensare che si è apprezzato qualcosa che è “per pochi”, ma mi spiace, non è che noi siamo scemi e voi un sacco intelligenti. Semplicemente, vediamo le cose sotto prospettive diverse.
Cosa ci dice The End? Ci dice che l’amore vince su tutto e ci salva (infatti in Chiesa sono tutti accoppiati) e ci spiega che i personaggi hanno concluso la loro parabola. Che non è che mi sembra esattamente il messaggio più originale del mondo, né più complesso da comprendere. D’altronde, il “siamo tutti morti e non lo sapevamo” è la soluzione di trama più antica del mondo, come già detto da qualcuno meglio di me. Senza contare che Claire e Kate debbono aver avuto una ben misera vita post isola (o sono morte decisamente prematuramente) se non sono riuscite a creare altri legami al di fuori di quelli sull’isola e sono liete di passare l’eternità insieme agli altri losties. Ma dico, un marito, un figlio, un cazzo di amico? No? Senza contare l’intrinseco razzismo di un messaggio che prevede la salvezza eterna solo per chi è in coppia, come se il senso di una vita fosse solo a due. Il fatto che questo valga per il 90% della popolazione mondiale non significa che questo sia l’unico modello valido di realizzazione di sé.
L’altra grande accusa a noi che “non abbiamo capito” è che non ci siamo mai resi conto che Lost È i personaggi. Che quel che ha sempre contato è solo la loro storia. E grazie. Una storia senza personaggi non è una storia. E infatti un finale che chiarisse tutti i misteri, ma non ci dicesse nulla circa il destino dei losties sarebbe stato insensato. Senza contare che la parabola di molti personaggi era chiusa già da parecchio (tipo, Kate cosa ha detto in questa stagione? E Sayid, al quale restava davvero solo da compiere l’estremo sacrificio, che però avrebbe facilmente potuto portare a termine ben prima di The End? E Miles?). Ora, se davvero Lost fosse stata “i personaggi” non c’era ragione di ambientare tutto su un’isola così strana, né di sottolinearne la stranezza ogni tre per due. E lo fanno, ah, se lo fanno. Che so, io non mi sarei mai soffermata a pensare che la statua di Tawaret ha quattro dita dei piedi. È Sayid che mi ci ha fatto pensare, rimarcandolo nel season finale della seconda stagione. Se un personaggio si perita di mettermi in evidenza un particolare del genere, io penso che prima o poi la cosa sarà importante. Non è che sono scema, è che la narrazione funziona in genere così. E invece questa cosa (secondaria, siamo d’accordo) non ce la spiega nessuno. Per altro, non è che tutte le statue di Tawaret hanno quattro dita ai piedi (questa non ce l’ha, per dire).
Questo vale per duecento miliardi di altri particolari, più o meno preminenti. Il fatto che ci si attendesse una spiegazione per tali particolari non è dovuto a cecità. È che, ripeto, una storia si racconta in genere così: se sottolineo un particolare, tipicamente poi lo spiego. Se non lo sottolineo, è una cosa che non conta. Ora, col senno di poi è evidente che l’isola e tutti i suoi misteri sono solo red herring (per i non anglofoni: elementi di trama volti solo a sviare l’attenzione). Solo che queste red herring non servono a sviare l’attenzione: stanno lì a far massa. Se il senso di Lost, quello vero, era farci vedere personaggi che evolvono, tutte le puntate sulla mitologia sono perdite di tempo, tutto ciò che approfondisce tematiche connesse agli Altri, alle donne che non partoriscono e via così sono elementi ininfluenti sulla trama, e quindi sono sostanzialmente un “errore tecnico” degli autori. Poi, vabbeh, se uno vuole fare il colto mi può dire che esistono opere che fanno della loro incompiutezza una firma stilistica: Quer Pasticciaccio Brutto de Via Merulana non finisce, ed è giusto così. Un libro che parla dell’esistenza come “gliommero”, inestricabile nodo del quale non è possibile trovare il capo, dell’impossibilità di trovare un senso, giustamente finisce a metà. Il senso di frustrazione eventualmente provato dal lettore (io non l’ho provato, comunque) fa parte del significato del libro. Ma innanzitutto il Pasticciaccio non si propone di essere un prodotto pop, come Lost, e poi lì c’è compattezza tematica. Tutto conduce a quel tipo di finale: dalla lingua alla trama, ogni cosa allude metaforicamente al caos. In Lost, francamente, no. Metà Lost punta verso The End, lo ammetto, l’altra metà punta su quaranta tematiche differenti, a volte mistico-religiose, a volte sci-fi. Al che mi rendo conto che Lost era in effetti destinato a fallire dall’inizio della stagione 3, quando nel plot, fin lì tutto sommato abbastanza lineare, sono stati inseriti tutta una serie di elementi autocontraddittori. A rendersene conto prima…
Infine, ci sono quelli che dicono “è stato tutto spiegato, e voi non avete capito”. E, di fronte a questa obiezione, io proprio taccio. Anzi, invito chiunque abbia capito tutto a venirmelo a spiegare; ammetto le mie ignoranze, quando me le sbattete in faccia.
Insomma, questa è la mia apologia. Un segno che non me ne faccio una ragione? Probabilmente. Ma giuro che da qui in avanti proverò a chiudere per sempre l’argomento e passare oltre.

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Commentiamo insieme il telefilm del giorno: Lost 6×17-18

“Insomma, Lost finisce con l’anima de li…loro” disse Gaspad. Ed è vero. In senso metaforico e letterale.
Ci sono commenti che vanno fatti a caldo. Questo è uno di quelli. Sarà lungo, e impietoso, siete avvisati. Partiamo dalla fine.

L’episodio
Puntata doppia, come tutti i season finale di Lost. Solo che stavolta la cesura nel mezzo è assolutamente evidente, palese, e fastidiosa. Fino alla fine della prima metà tutto fila molto liscio. Buona tensione, buon intreccio, soprattutto grande intensità. L’apertura di puntata, con un volo Oceanic, è magistrale. Montaggio alternato per mostrarci là dove tutto è iniziato, insieme ai nostri on e off the island, quasi a ricordarci dove siamo arrivati in sei anni. Gli incontri, le rivelazioni che i personaggi hanno nella realtà alternativa procedono spediti, tutto sembra predisporsi bene. Addirittura, vediamo Desmond che scende nella sorgente della luce, una roba che non avrei sperato di vedere neppure nei miei sogni più sfrenati. E poi Jack e Locke che calano Desmond nel pozzo, come nella prima stagione davanti alla botola, tanto che gli autori si pregiano di mostrarci anche la stessa inquadratura del finale di quella stagione, con Locke e Jack che guardano di sotto.
Non mi interessava che non mi stessero dando alcuna risposta. L’episodio funzionava, e tanto bastava. Ma poi…
Poi inizia la seconda parte, che io faccio coincidere più o meno con la morte di Farlocke. Che innanzitutto viene liquidato con una mancanza di pathos stupefacente. La scazzottata tra Jack e l’unico vero cattivo (cattivo?) di Lost ha un che di parodistico che stona, fin dal momento in cui Jack fa lo zompo felino verso il nemico. Dopo sei stagioni in cui il fumo nero è stato l’incarnazione di un male cieco e spietato, insensato, basta una pallottola di Kate. Ok, sì, prima bisognava spegnere la luce bla bla bla. Ma in ogni caso basta una pallottola di Kate. Nessuna sottolineatura del passaggio di Farlocke dallo stato di dio a quello di semplice e vulnerabile umano, nessuna fine gloriosa di un personaggio che tutto sommato voleva solo essere libero. Niente. Basta. Una. Pallottola. Di. Kate.
Inoltre, sta scritto a pagina uno del manuale del buon sceneggiatore che non si ammazza il cattivo a quaranta minuti dalla fine. Perché poi allo spettatore del resto gliene frega più niente. Succedeva in Bioshock, ed è per questo che non l’ho mai finito, e succede qui. Tutto quello che viene dopo la morte del fumo nero è corollario.
Nella realtà alternativa tutti procedono verso un punto focale, il concerto, facendoci supporre chissà quale tremenda rivelazione finale. Dopo diciotto episodi ad aver fede che i flashsideways avrebbero condotto da qualche parte, sembrava finalmente che tutto dovesse finalizzare. Sull’isola, quanto meno c’è ancora spazio per qualche addio sentito, seppure telefonato. Il sacrificio di Jack è un po’ così, e Hurley che si commuove per una morte ormai non ci fa né caldo né freddo, tante sono le volte che s’è messo a piangere. Ben ormai non lo si capisce più. Uno splendido personaggio perso per strada. A parte che sembrava c’avessero detto che Locke voleva che ammazzasse qualcuno, e di questa cosa nessuno ha memoria, il suo uccidere Widmore è stato un gesto estemporaneo. Adesso sta di nuovo coi nostri. Mah.
Comunque, diciamo che fino a dieci minuti dalla fine il tutto, sebbene sempre più stanco, si poteva ancora digerire. Sono gli ultimi dieci minuti che fanno apparire sullo schermo frotte di squali tra i quali Jack fa slalom manco fosse alla 3000 siepi.
Nella fottuta realtà alternativa, tutti si trovano nella chiesa di Eloise. Jack entra. Tanto per pararci il culo, dietro di lui c’è una vetrata con su tutti i simboli religiosi del mondo. Fosse mai che qualcuno si offenda. Apre la bara del padre e, sorpresa, dentro non c’è niente. Si gira, e pof, c’è il padre. Che gli spiega che sono tutti morti. Che tutta la realtà alternativa è una specie di purgatorio, cui hanno avuto accesso una volta morti, chi prima e chi dopo, e adesso son tutti pronti per andarsene. Dove? Nella Luce, che è vita, morte, rinascita, mio nonno in carriola. Sull’isola Jack arranca moribondo, in una scena non priva di pathos. Peccato che di qua sia intento all’allegra rimpatriata nel paradiso de noantri con tutti gli amichetti che s’è fatto sull’isola, in una scena che può essere definita solo in un modo: trionfo del kitsch. Jack casca a terra, Jack si siede in chiesa. Jack torna nel campo di bambù dove s’era svegliato tre anni prima (tutto torna, la circolarità! guarda come siamo bravi!), chiusa sull’inquadratura stretta del suo occhio. Che si chiude (perché abbiamo finito proprio dove avevamo iniziato, visto che era tutto previsto?). The end.
Stucchevole. Banale. Inutilmente smielato. Questo è il finale di Lost. Un finale alla “volemose bbene” di cui proprio non capisco il senso. Dopo sei anni di reticenze, in una serie i cui autori hanno scelto di non rivelare niente, ma proprio niente di cosa sia l’isola, improvvisamente sul finale mi diventano espliciti, mettendo in scena una pantomima di al di là che non solo è inopportuna: è proprio ridicola. Dov’è quest’affetto straordinario che induce i personaggi a cercarsi dopo la morte, per altro? Voglio dire, cazzo gliene frega a Boone di ritrovarsi da morto assieme ad un Jin, col quale manco ha mai parlato? E invece Miles perché non sta con tutti gli altri? E Kate e Shannon che avranno da dirsi?
Avrei potuto tollerare tutto. La luce che non si sa cos’è, Hurley che diventa guardiano perché si interessa alle persone, se non ci fossero stati quegli ultimi dieci minuti. E quei dieci minuti riverberano su tutto il resto dell’episodio, si mangiano la stagione, e mi inducono a pormi dubbi su tutta la serie.

La stagione

La sesta stagione di Lost non raggiunge le vette di noia della terza, ma ci si avvicina molto. Una stagione per l’80% inutile, basata su un espediente narrativo che, adesso lo possiamo dire con certezza, è del tutto gratuito. I flashsideways sono solo un what if. Sono messi lì come riempitivo, perché ormai Lost ha quella struttura lì, e di flashback non se ne parla, dei personaggi ormai sappiamo vita morte e miracoli, i flashforward son finiti, non restava che inventarsi qualcos’altro. Ma i flashsideways non sono solo completamente inutili ai fini dell’intreccio. Sono anche noiosi. Non ci dicono niente di nuovo, e solo in alcuni casi soddisfano il nostro desiderio di vedere i personaggi felici e contenti. Salvo poi dirci in zona cesarini che so’ tutte cazzate, tanto sono tutti morti. Il che li rende anche inutilmente crudeli. Potevamo illuderci che da qualche parte, in qualche realtà collaterale, Jin e Sun fossero vivi e contenti. E invece no, abbiamo scherzato, sono solo in purgatorio. Inoltre, nel quadro non si capisce proprio il senso dell’immagine dell’isola sott’acqua di inizio stagione. Forse anche l’isola è morta e ha deciso di andare in purgatorio. Le mancava tantissimo Jack, aveva stabilito un bel feeling con lui e voleva rivederlo prima di entrare anche lei nella luce. Che è vita, morte, rinascita, ovviamente.
Comunque, anche in termini di sviluppo della trama, tralasciando i flashsideways, non ci siamo. La parte iniziale al tempio non ha alcuna ragion d’essere, se non perdere tempo. Dogen è un personaggio completamente sprecato, mentre altri, come Lennon e Zoey, non hanno semplicemente senso. Per il resto, i nostri si muovono avanti e indietro senza un perché, mossi da fini che non comprendiamo. L’impressione è che gli sceneggiatori non avessero davvero più niente da dire. Pensavo che almeno si fossero riservati qualcosa per il gran finale. Invece no. Il finale è fiacco quanto la stagione. Buono per dar l’addio ai personaggi, per chi li ha amati molto, ma insoddisfacente per chi come me ha amato l’isola. Per altro non è un finale. L’isola sta ancora là, immobile nel suo mistero, continuerà presumibilmente ad attirare gente che arriverà, combatterà e distruggerà, Hurley sarà sostituito da qualcun altro, e via così in eterno. Un finale sarebbe stato l’isola in fondo al mare. Un finale sarebbe stato Farlocke che stermina la razza umana across the sea. Evidentemente erano scelte troppo coraggiose.
In questo piattume generale, si salvano pochi episodi. Quelli connessi alla mitologia, come Ab Aeterno e Across the Sea, probabilmente uno dei migliori episodi di tutto Lost, l’unico capace in qualche modo di risvegliare in me la passione delle prime due stagioni, un paio particolarmente riusciti anche se non smuovevano di un millimetro la trama (quello dedicato a Hurley, o a Ben). Il resto è noia. Letteralmente.

Lost nel suo complesso

Io francamente non capisco. Ovviamente, dopo sei stagioni passate ad accumulare misteri su misteri, alcuni mistici, altri pseudofantascientifici, era ovviamente impossibile risolverli tutti coerentemente. Non era questo che si chiedeva a Lost. Quel che io mi aspettavo era un contentino a noi appassionati della mitologia. Un omaggio all’isola, oltre che ai personaggi. E dunque, fuor di metafora, una spiegazione, magari anche vaga, che riuscisse a riunire sotto la propria ala tre o quattro misteri maggiori. La prima stagione evidentemente girava intorno all’importanza degli enfant prodige. Non è stato un tema secondario nella serie. Una puntata intera ci ha spiegato che era male che Aaron crescesse senza Claire, per dire. Tutto ciò è stato semplicemente dimenticato. Sepolto. Non ci interessa più.
O ancora. Alla fine della seconda stagione è Sayid stesso a farci notare una statua con quattro dita dei piedi. da sola non ci avrei pensato. Segno che la cosa probabilmente era importante, probabilmente aveva un senso. Anche questa viene dimenticata. Non si sa perché le dita sono quattro e non cinque.
Si potrebbe andare avanti all’infinito. Ma la cosa che più mi fa incazzare è che in diciotto episodi passati per la maggior parte a perdere tempo, non ci sia stata la voglia di parlare della storia dell’isola. Perché i geroglifici, che ritroviamo anche sul tappo della luce? Com’è arrivata Madre fin lì? Quando è cominciata questa storia dei Custodi?
Ma veniamo anche alla Luce. Una spiegazione per i poteri dell’isola che potrebbe anche quasi starmi bene. Ma che non chiarisce nulla. Ma cosa sarebbe costato inventarsi qualcosa di un filo più concreto? L’isola è un pezzo di Atlantide, la Luce è la fonte di energia usata dagli atlantidei per i loro meccanismi, è generata da un reattore o vattelappesca, Madre è l’ultima di quella stirpe. L’isola è un’astronave aliena, stapparla fa partire i motori ed è il segnale per gli altri alieni in attesa là fuori di attaccare la terra. Sono due spiegazioni magari stupide, qualcuno avrebbe detto “che cazzata!”, ma che avrebbero in qualche modo chiuso la mitologia della serie, che così invece rimane tragicamente aperta.
Nessuno dice che gli autori dovessero sapere tutto fin dall’inizio. Mi sta bene che siano partiti con la semplice idea “naufraghi sull’isola misteriosa”, tanto più che quando negli USA parte una serie televisiva non si sa mai se arriverà fino alla fine, o quante stagioni se ne faranno. Ma mi aspetto che quanto meno si cerchi di chiudere qualcuno dei misteri inventandosi una spiegazione per via. Perché una storia deve avere una sua coerenza interna. Perché, ok, tematicamente un senso ce l’ha, ma se quel senso me lo veicoli con una trama, e non con un trattato di filosofia, allora devi inventarti una fine. E invece no. Invece gli sceneggiatori sembrano voler pervicacemente rifiutarsi di rispondere a qualsiasi cosa. Che potrebbe anche andare bene, se mi metti le cose nel modo giusto. Across the sea sembrava seguire questa strada. Va bene anche il misticismo. Va bene anche la spiegazione vaga, ammiccante. Ma non va bene la totale assenza ingiustificata di un elemento che tiri le fila. Non va bene usare il mistero solo per accrescere la suspance, senza che questa suspance si sciolga in qualche modo.
Non si capisce perché l’isola faccia fare a Locke quel che fa per quattro stagioni. Non si capisce cosa voleva la Dharma, non si capisce perché le donne non partoriscono, non si capisce perché gli altri hanno bisogno di un capo diverso da Jacob stesso, o Richard, non si capisce perché Jacob lascia l’isola e MiB no, e non si capisce perché, se è così vitale trovare un sostituto per Jacob, quest’ultimo non vada subito dai personaggi, appena precipitati, a dir loro la verità, spiegare dove si trovano e cos’è il fumo nero e chiedere loro di sostituirlo. E non si capisce neppure quale loop-hole abbia trovato MiB, che dice di aver passato l’inimmaginabile per uccidere Jacob.
Ogni elemento della storia non trova un senso in quadro più generale, ma è fine a se stesso. Ed è questo il vero problema, non le risposte ai misteri. Il problema è che tutto quel che genera inquietudine in Lost non fa parte di un progetto unico, studiato o meno da principio non ha importanza, ma serve solo ad aumentare la suspance, e, diciamocelo, fidelizzare lo spettatore con la promessa di future risposte. Tutto quanto visto in sei stagioni finisce per essere un puzzle di elementi mutuamente contraddittori, infilati dagli autori nella storia procedendo per accumulazione. E tutto questo non converge verso un fine ultimo. Tutto è slegato, come in una caccia al tesoro in cui il tesoro non esiste. È la mancanze del quadro, del contesto unico in cui infilare i vari elementi, a indispettire lo spettatore, non l’ansia di risposte. Se tutto sembrasse convergere, se gli autori avessero ceduto e avessero dato una spiegazione, per quanto inverosimile, allora Lost sarebbe stato una Storia, una grande Storia. Così è un patchwork di elementi vari, mal amalgamati tra loro.
Questo vuol dire che è stata una perdita di tempo, che Lost è una delusione? No.
Innanzitutto Lost vive della propria interattività. In Lost la comunità degli spettatori è parte dello show, come compreso dagli autori stessi che hanno espanso l’universo con campagne virali e giochi online. È stato probabilmente il primo telefilm a richiedere una fruizione attiva da parte dello spettatore, che non era più chiamato solo a guardare, ma a interpretare, a mettere insieme gli elementi e produrre teorie. È questo probabilmente il suo più grande merito. Ma è stata anche la sua condanna. È crollato su se stesso, sotto l’accumulo di teorie, di elementi diversi, di misteri inspiegabili che ne hanno soffocato l’anima stagione dopo stagione.
Cosa resta? Resta la capacità di Lost di colpire l’immaginario con storie seminali e archetipiche; non è un caso se spesso mi è capitato di sognare l’isola. Perché l’isola è mistero distillato, perché è al tempo stesso luogo di morte e di rinascita. In questo che c’è una straordinaria corrispondenza tematica che attraversa l’intero show, che almeno in questo ha saputo mantenere una sua coerenza. Lost è storia di morte e rinascita, di cose più grandi di noi, che non siamo in grado di capire, e cui possiamo avvicinarci con un duplice atteggiamento: quello dell’uomo di fede, che ad esse si abbandona sperando in un disegno più grande, e quello dell’uomo di scienza, che non si rassegna, che deve capire, a costo di distruggere. Il cammino dei personaggi è un cammino di consapevolezza crescente, l’isola denuda e riveste, ognuno incontra il proprio destino. E questo rimane, al di là di una trama che fa acqua da tutte le parti, al di là della Luce.
Restano gli attori, resta la scrittura di alcuni singoli, splendidi episodi. Resta probabilmente la forza e la compattezza delle prime due stagioni, le migliori, le uniche forse progettate con cura fin da principio. Il resto è stato navigare a vista, ma le prime due stagioni sono state grandi, e questo resterà, anche senza risposte, anche se resta la sgradevole sensazione che ci abbiano raccontato solo una parte, piccolissima, della storia, e che il resto non si siano neppure preoccupati di inventarselo.
Lost rimane al di là dei suoi difetti. È stato un viaggio, la nostra fede non è stata ripagata. Peccato. Poteva essere capolavoro, e non è stato. Il finale non è solo l’ultima tappa del viaggio. Il finale è il viaggio, e questo finale ci dice una sola cosa: che la storia non c’era e non c’è mai stata. Ma le storie, quelle piccole, sì. Ci si può accontentare o meno. Io un po’ sono arrabbiata, ma anche grata. Tutto sommato questi quattro anni me li sono goduti. Avrei preferito finisse diversamente, ma non sono pentita di questo lungo viaggio.

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Lost è finito

Lost è finito. Cioè, per me finirà stasera alle 00:30, quando avrò visto l’ultima puntata. Per il resto del mondo, invece, è finito due ore fa.
Ho iniziato a vedere Lost nel 2006 o giù di lì. Lo guardavo in italiano su Raidue, poi sono passata ai DVD in inglese. Oggi a stento ricordo le voci doppiate.
Ho passato un’estate intera, quella tra la seconda e la terza stagione, a giocare alla Lost Experience. Sono diventata una patita di Lostpedia, ho partecipato a vari forum, ho anche tradotto il fan site di Henry Ian Cusick, per gli amici Desmond, nonché una delle teorie dei fan su cosa fosse l’isola per un forum.
Mi sono appassionata, mi sono arrovellata, mi sono incazzata.
E ora, bon, è finita.
Qualche giorno fa su Serialmente qualcuno diceva che di fronte a Jacob che parla ai candidati davanti al fuoco si sentiva come alla fine dell’estate, quando le vacanze finiscono e si va tutti mogi a casa. È vero. Tira proprio quell’aria lì. Niente più conti alla rovescia per la prossima stagione. Niente più attesa del mercoledì, niente più visione collettiva con pizza. Niente più teorie non mi azzardo a dirlo, perché secondo me il finale ci lascerà con un sacco di domande in sospeso. In fin dei conti me lo aspetto anche.
In ogni caso, è un po’ un’epoca che finisce. Ho atteso molto questo momento, dall’ultima puntata della prima stagione, che si chiudeva sui faccioni di Jack e Locke che guardavano giù per la botola. Quanta acqua è passata sotto i ponti.
Ora, domani avrete il mio commento al finale, nonché un commento su tutta la sesta stagione e su Lost in generale. Sì, sarà un post fiume intollerabile e palloso. Tenete duro :P .
Per precauzione, i commenti a questo post sono chiusi. Capirete, stamattina non ho aperto nemmeno Repubblica onde evitare spoiler. Quando Irene s’è svegliata alle 6.30 per mangiare m’era venuta la tentazione di guardare la puntata su Sky, ma era già iniziata da mezz’ora, e poi stasera ho l’evento con gli amici. Ci si sente domani coi commenti a caldo.

P.S.
Scusate, l’ansia da finale mi ha fatto dimenticare di segnalarvi una cosa. Qui potete trovare una mia breve ma simpatica intervista per Radio Onde Quadre, rilasciata a Torino. Enjoy!
Intervista

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Commentiamo insieme il telefilm del giorno: Lost 6×15

E insomma ci siamo. Lunedì sapremo. O meglio, non sapremo, ma Lost sarà comunque finito. Ci resteranno miliardi di punti interrogativi, e con ogni probabilità un finale aperto a ottocento interpretazioni diverse. Lost si chiude su una stagione fiacca e raffazzonata, e si avvia al gran finale con una puntata molto così. Tensione narrativi ai minimi storici, per risollevarsi solo negli ultimi dieci minuti, as usual. Le cose procedono come previsto, con Jack se “si sacrifica, lo sa che è l’ultima speranza dell’umanitààààà”. Le lame boomerang invece girano a Farlocke, che non solo non ha un nome, non solo è stato sotto lo schiaffo di Madreeeee e sono duemila anni che cerca di andarsene senza riuscirsi, mo se la deve pure vedere col Topolino del Lost-verso. Comprensibile che voglia nucelarizzare tutto il cucuzzaro.
Ma veniamo al merito. La puntata è una di quelle che fa del McGuffin la sua ragione d’essere. Per dire, la questione Ben Widmore viene liquidata così, senza colpo ferire. E senza un senso, soprattutto. Ben spara a Widmore e morta là. Sì, Ben. Quello che fa l’elogio funebre a Locke. Quello che va coi buoni contro Locke. Improvvisamente, tempo due puntate, è tornato il simpatico figlio di puttana che tutti conosciamo. E quindi, per chiudere una story-line che evidentemente non portava più da nessuna parte, ammazza Widmore, ovviamente proprio quando quest’ultimo sta per rivelare una cosa un sacco un sacco importante a Farlocke. Sia mai che lo spettatore ci capisca qualcosa.
Nella realtà alternativa, dopo una puntata a perder tempo, voilà e torna Desmond il risvegliatore di anime dormienti, la qual cosa a quanto pare avviene a sprangate in faccia, almeno per quanto riguarda Ben, che se non prende il suo fracco di legnate quotidiano non è Lost. Inutile l’inserimento di Rousseau e Ana Lucia. Sì, ok, che bella la Rousseau non pazza, oh, dai, ma c’è anche Ana Lulu, ma in fondo, che ci frega? Gli autori sono davvero convinti che questa specie di strizzatine d’occhio ci possano far piacere, quando è evidente che la trama non va più da nessuna parte? E quindi morta là. Nel frattempo Hugo deve aver visto la luce, perché si ricorda improvvisamente tutto. Dieci e lode allo scambio di battute del secolo.
Hugo: “Lei non viene con noi?”
Des: “No, non è ancora pronta”.
Credo fosse il motto di stagione. “Non siete ancora pronti”. Sottotitolo: “E detto tra noi, non lo sarete mai”.
Poi, arrivano gli ultimi dieci minuti. Ormai s’è capito che questa è la stagione della zona cesarini. Arrivano gli ultimi dieci minuti e tutti vedono Jacob. E Jacob dice: “Adesso vi spiego tutto”. Non nutrivo alcuna speranza su questo spiegotto a un soffio dal finale. Perché, l’abbiamo visto nella precedente puntata, Jacob non sa una mazza. Neppure sua madre sapeva una mazza, se è per questo. L’unica speranza di capirci qualcosa è che l’isola improvvisamente acquisisca la parola e ci dica la verità. Ma forse anche lei non ha le idee ben chiare su cosa sia.
Comunque. La storia la sappiamo già. Tocca proteggere la luce da chi ci vuole attaccare il contatore, il fumo è tanto cattivo, se qualcuno frega la luce son cazzi, non si sa esattamente di quale natura. E Jack, che per una volta avrebbe pure avuto ragione a chiedere “Cioè? Ma che vuol dire?”, Jack che non poteva sopportare la fede di Locke, Jack uomo di scienza, dice: “Beh, bella lì, raga, l’uomo dell’enel lo faccio io”.
Ora. È vero, Jack è andato incontro ad un chiaro sviluppo psicologico. È vero che da tempo ce l’avevano fatto diventare uomo di fede. Ma è il come che mi lascia perplessa. Sbracando uno specchio e guardando il mare. Dopo quell’esperienza lisergica, Jack ha capito tutto. Buon per lui. Sarò io che sono troppo esigente, ma questo mi pare un altro McGuffin, per altro molto telefonato. Lo sapevamo tutti che sarebbe stato Jack. Lo sapeva anche Saiyd, che nella classifica di quelli “che sanno” sta all’ultimo posto. In ogni caso, Jack decide di fare una cosa che non si sa bene che sia per non si sa bene quanto tempo. Gaspad dice “alla faccia del contratto a tempo indeterminato”, e in effetti non ha tutti i torti. Beve l’acqua sulla quale Jacob ha bestemmiato in sanscrito e fa una faccia da “cazzo, ma ora so!”. Vorremmo sapere anche noi, ma non credo che avremo questo privilegio.
La puntata si chiude sul sempre ottimo Farlocke che ci dice che vuole distruggere l’isola, mandando tempo un po’ a femmine di malaffare la mia teoria sulla realtà alternativa. E questo è l’unico pregio di questa puntata fiacchissima. Che il finale resta un po’ un mistero fino all’ultimo. Ma per mantenere quel minimo di tensione narrativa, gli sceneggiatori hanno scompaginato le carte due miliardi di volte, col risultato che ormai qualsiasi cosa tirino fuori dal cilindro, non collimerà con qualche particolare disseminato lungo la stagione. Senza contare che se davvero la realtà alternativa non è il finale di Lost come dicevo, allora non se ne capisce il senso, visto che si presuppone diventerà importante solo nel season finale. O forse i nostri tireranno fuori dal cilindro un altro MacGuffin.
Kate: “Ma allora cos’è questa realtà che abbiamo vissuto finora?”
Des: “È vita, morte, rinascita”.
Ah beh.
Voi direte: ma come, la scorsa puntata ti aveva esaltata…Sì, perché al di là delle evidenti paraculate degli autori, era densa di senso e sottotesto. Diceva delle cose. Questa non dice niente. Chiude il chiudibile con discutibili espedienti di trama, posiziona tutti per il finale, ma non dice niente. Zero. Per cui è un elemento di raccordo senz’anima, che fa anche male il suo mestiere. E per questo sono spietata, mi spiace. Proprio perché Lost lo amo.
Vi lascio con poche speranze, ma comunque una certa fibrillazione, per lunedì, e con una sintesi di ciò che è Lost.

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Fratellanza

La maternità cambia tante cose. Eppure io di recente mi soffermo su quella forse più marginale, ma più significativa.
Prima stavo sfogliando questo servizio fotografico, e mi sono soffermata su questa foto. Immediatamente ho perso di vista tutti i particolari, e la bambina ha catturato tutta la mia attenzione. Anche Irene mette spesso il dito così. E quando piange ha la stessa faccia di quella bambina.
Da quando sono mamma non riesco più a tollerare la visione di tante cose. La foto simbolo della guerra del Vietnam non mi aveva mai fatto particolare effetto. È un’immagine così famosa che uno non si ferma mai a riflettere su cosa rappresenta. Ieri l’ho aperta e mi ha fatto male dentro. Ho dovuto andarmi a vedere le foto da adulta di quella bambina, per dirmi che tutto sommato la storia è finita bene, che quella sofferenza immortalata in un presente eterno è passata, che quella bambina che piange ora non c’è più.
È così per tante cose. Non riesco più a vedere i film in cui succede qualcosa di male ai bambini, nessuno mi toglie dalla testa che la mia disaffezione per Battlestar Galactica sia partita da una scena un po’ spoiler in cui ho sofferto, perché sembrava stesse per succedere qualcosa di brutto ad un bimbo. Senza contare che il telefilm stesso inizia con un Cylone che ammazza un neonato. Una cosa che adesso non sarei più in grado di vedere. Come non sarei più in grado di leggere Come Dio Comanda, un libro che ho amato moltissimo, in cui viene descritta la morte per soffocamento di una bambina di due anni.
È che i bambini sono tutti uguali. Ti illudi che il tuo faccia delle cose particolari, che sia meglio degli altri, ma il suo sorriso è quello di tutti i bimbi del mondo, e così il suo pianto. Tutti ti guardano con la stessa fiducia sconfinata di tuo figlio, tutti sono pronti a volerti bene senza chiederti niente, solo perché sei lì la mattina quando si svegliano o perché li hai sfamati quando avevano fame.
Avere un figlio ti apre al mondo. Non mi sono mai sentita così parte dell’umanità, così sorella degli altri uomini, come adesso. Sarà che ho attraversato un’esperienza basilare dell’essere umano. La nascita, il dolore, la morte ci fanno fratelli. Così un figlio.
Peccato che poi quest’afflato si perda, o non lo so. Perché poi si resta soli, arroccati nella difesa del proprio giardino. Siamo lontani, e inconsapevoli della nostra fratellanza, ora come sempre.

13

Signora mia, non ci sono più le mezze stagioni

In genere, quando si parla del tempo è perché si sono esauriti tutti gli altri discorsi. Parlare del tempo è ormai un modo per dire “parlare di niente”, e infatti in genere le conversazioni con gli sconosciuti sono farcite di riflessioni sul meteo.
Questa primavera, invece, stiamo tutti lì a parlare del tempo, soprattutto qui a Roma. È che io non ricordo un maggio così da…no, non lo ricordo proprio. E stiamo parlando di quasi trent’anni di memoria storica.
Oggi c’è il sole. Era qualcosa come quindici giorni che non si vedeva. È una cosa che in genere a Roma succede raramente, a maggio proprio non succede. Abbiamo ancora tutti le maniche lunghe, dormiamo con le coperte (i più freddolosi col piumone), a volte ci tocca accendere i riscaldamenti. A maggio. E non il 1°. Il 18 maggio. Roba che l’anno scorso io di questo periodo andavo in giro non dico in canottiera ma quasi. Camminando per le vie del quartiere noto ai bordi delle strade il muschietto verde, quella roba che finora in vita mia avevo visto solo a Edimburgo. Per dire quanto ha piovuto quest’anno.
Non sono una fan sfegatata del sole, lo sapete. Dopo cinque giorni di sereno mi scoccio. Il caldo non mi piace. Però mi piace andare in giro a passeggiare con Irene, così prende un po’ d’aria. E poi la scorsa estate mi infagottavo perché avevo la pancia, adesso mi farebbe piacere esporre quel po’ di carne. Non tanta. Non roba da 40° gradi all’ombra. Sogno un’estate a 25° fissi, ecco. E invece mi ritrovo con una specie di autunno fuori stagione.
Mah. Vedremo come procederà. Per ora, Roma sta diventando la città più fredda di questa specie di primavera. Ieri Pisa era tiepida, Torino, durante il week end, decisamente calda. Non è che proprio mi lamento. Voglio solo far abbronzare Irene, ecco :P

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Di ritorno e in viaggio

Prima esperienza di post dalla macchina con l’iPhone, vediamo se non vomito…
Sono in viaggio verso Pisa per motivi astrofisici, ma sarò di ritorno in giornata. Considerando che ho rimesso piede a Roma ieri sera alle nove, direi che ho ripreso a fare la globe trotter. Anyway.
Torino. Torino ci voleva, ecco. Un po’ perchè rivedersi con gli amici fa sempre piacere (peccato per quelli, e purtroppo sono molti, che non sono riuscita a incrociare), un po’ perchè avevo bisogno di tornare sul pezzo. I brain storming mi mancavano, mi mancavano gli incontri, l’odore dei libri, quel momento in cui sento che il cervello scatta e inizia a lavorare alacremente. E mi mancava anche la sensazione di far parte di questo mondo strano, per molti misterioso, amato e odiato, che prende un manoscritto e lo fa diventare un’opera pubblicata. Che poi non è molto diverso da qualsiasi altro ambiente lavorativo, ma io lo sfioro solo in queste occasioni. Per il 90% scrivere è una faccenda solitaria.
Comunque. La fiera praticamente non ho avuto tempo di girarla, ma ho comprato ugualmente un bel po’ di libri. La firma copie è andata molto bene, più rilassante del solito, visto che la gente non s’è accalcata ma s’è ben distribuita sull’ora e mezza di sessione firme.
Per il resto, ho passato metà del mio tempo a incrociare Margherita Hack ma a non avere il coraggio di stringerle la mano e dirle che mito è. Sono timida in queste cose, tanto.
Irene è stata incredibilmente buona e paziente, considerando che l’ho portata a 700 km da casa sua e dalle sue abitudini, imponendole anche due viaggi in treno nell’arco di poco più di 24 ore.
Comunque, tirando le somme, esperienza positiva. Mi sento di nuovo in pista, per cui a breve avrete mie notizie.
Ah, per inciso, La Ragazza Drago 3 esce il 1 giugno.

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