Archivi del giorno: 25 maggio 2010

Commentiamo insieme il telefilm del giorno: Lost 6×17-18

“Insomma, Lost finisce con l’anima de li…loro” disse Gaspad. Ed è vero. In senso metaforico e letterale.
Ci sono commenti che vanno fatti a caldo. Questo è uno di quelli. Sarà lungo, e impietoso, siete avvisati. Partiamo dalla fine.

L’episodio
Puntata doppia, come tutti i season finale di Lost. Solo che stavolta la cesura nel mezzo è assolutamente evidente, palese, e fastidiosa. Fino alla fine della prima metà tutto fila molto liscio. Buona tensione, buon intreccio, soprattutto grande intensità. L’apertura di puntata, con un volo Oceanic, è magistrale. Montaggio alternato per mostrarci là dove tutto è iniziato, insieme ai nostri on e off the island, quasi a ricordarci dove siamo arrivati in sei anni. Gli incontri, le rivelazioni che i personaggi hanno nella realtà alternativa procedono spediti, tutto sembra predisporsi bene. Addirittura, vediamo Desmond che scende nella sorgente della luce, una roba che non avrei sperato di vedere neppure nei miei sogni più sfrenati. E poi Jack e Locke che calano Desmond nel pozzo, come nella prima stagione davanti alla botola, tanto che gli autori si pregiano di mostrarci anche la stessa inquadratura del finale di quella stagione, con Locke e Jack che guardano di sotto.
Non mi interessava che non mi stessero dando alcuna risposta. L’episodio funzionava, e tanto bastava. Ma poi…
Poi inizia la seconda parte, che io faccio coincidere più o meno con la morte di Farlocke. Che innanzitutto viene liquidato con una mancanza di pathos stupefacente. La scazzottata tra Jack e l’unico vero cattivo (cattivo?) di Lost ha un che di parodistico che stona, fin dal momento in cui Jack fa lo zompo felino verso il nemico. Dopo sei stagioni in cui il fumo nero è stato l’incarnazione di un male cieco e spietato, insensato, basta una pallottola di Kate. Ok, sì, prima bisognava spegnere la luce bla bla bla. Ma in ogni caso basta una pallottola di Kate. Nessuna sottolineatura del passaggio di Farlocke dallo stato di dio a quello di semplice e vulnerabile umano, nessuna fine gloriosa di un personaggio che tutto sommato voleva solo essere libero. Niente. Basta. Una. Pallottola. Di. Kate.
Inoltre, sta scritto a pagina uno del manuale del buon sceneggiatore che non si ammazza il cattivo a quaranta minuti dalla fine. Perché poi allo spettatore del resto gliene frega più niente. Succedeva in Bioshock, ed è per questo che non l’ho mai finito, e succede qui. Tutto quello che viene dopo la morte del fumo nero è corollario.
Nella realtà alternativa tutti procedono verso un punto focale, il concerto, facendoci supporre chissà quale tremenda rivelazione finale. Dopo diciotto episodi ad aver fede che i flashsideways avrebbero condotto da qualche parte, sembrava finalmente che tutto dovesse finalizzare. Sull’isola, quanto meno c’è ancora spazio per qualche addio sentito, seppure telefonato. Il sacrificio di Jack è un po’ così, e Hurley che si commuove per una morte ormai non ci fa né caldo né freddo, tante sono le volte che s’è messo a piangere. Ben ormai non lo si capisce più. Uno splendido personaggio perso per strada. A parte che sembrava c’avessero detto che Locke voleva che ammazzasse qualcuno, e di questa cosa nessuno ha memoria, il suo uccidere Widmore è stato un gesto estemporaneo. Adesso sta di nuovo coi nostri. Mah.
Comunque, diciamo che fino a dieci minuti dalla fine il tutto, sebbene sempre più stanco, si poteva ancora digerire. Sono gli ultimi dieci minuti che fanno apparire sullo schermo frotte di squali tra i quali Jack fa slalom manco fosse alla 3000 siepi.
Nella fottuta realtà alternativa, tutti si trovano nella chiesa di Eloise. Jack entra. Tanto per pararci il culo, dietro di lui c’è una vetrata con su tutti i simboli religiosi del mondo. Fosse mai che qualcuno si offenda. Apre la bara del padre e, sorpresa, dentro non c’è niente. Si gira, e pof, c’è il padre. Che gli spiega che sono tutti morti. Che tutta la realtà alternativa è una specie di purgatorio, cui hanno avuto accesso una volta morti, chi prima e chi dopo, e adesso son tutti pronti per andarsene. Dove? Nella Luce, che è vita, morte, rinascita, mio nonno in carriola. Sull’isola Jack arranca moribondo, in una scena non priva di pathos. Peccato che di qua sia intento all’allegra rimpatriata nel paradiso de noantri con tutti gli amichetti che s’è fatto sull’isola, in una scena che può essere definita solo in un modo: trionfo del kitsch. Jack casca a terra, Jack si siede in chiesa. Jack torna nel campo di bambù dove s’era svegliato tre anni prima (tutto torna, la circolarità! guarda come siamo bravi!), chiusa sull’inquadratura stretta del suo occhio. Che si chiude (perché abbiamo finito proprio dove avevamo iniziato, visto che era tutto previsto?). The end.
Stucchevole. Banale. Inutilmente smielato. Questo è il finale di Lost. Un finale alla “volemose bbene” di cui proprio non capisco il senso. Dopo sei anni di reticenze, in una serie i cui autori hanno scelto di non rivelare niente, ma proprio niente di cosa sia l’isola, improvvisamente sul finale mi diventano espliciti, mettendo in scena una pantomima di al di là che non solo è inopportuna: è proprio ridicola. Dov’è quest’affetto straordinario che induce i personaggi a cercarsi dopo la morte, per altro? Voglio dire, cazzo gliene frega a Boone di ritrovarsi da morto assieme ad un Jin, col quale manco ha mai parlato? E invece Miles perché non sta con tutti gli altri? E Kate e Shannon che avranno da dirsi?
Avrei potuto tollerare tutto. La luce che non si sa cos’è, Hurley che diventa guardiano perché si interessa alle persone, se non ci fossero stati quegli ultimi dieci minuti. E quei dieci minuti riverberano su tutto il resto dell’episodio, si mangiano la stagione, e mi inducono a pormi dubbi su tutta la serie.

La stagione

La sesta stagione di Lost non raggiunge le vette di noia della terza, ma ci si avvicina molto. Una stagione per l’80% inutile, basata su un espediente narrativo che, adesso lo possiamo dire con certezza, è del tutto gratuito. I flashsideways sono solo un what if. Sono messi lì come riempitivo, perché ormai Lost ha quella struttura lì, e di flashback non se ne parla, dei personaggi ormai sappiamo vita morte e miracoli, i flashforward son finiti, non restava che inventarsi qualcos’altro. Ma i flashsideways non sono solo completamente inutili ai fini dell’intreccio. Sono anche noiosi. Non ci dicono niente di nuovo, e solo in alcuni casi soddisfano il nostro desiderio di vedere i personaggi felici e contenti. Salvo poi dirci in zona cesarini che so’ tutte cazzate, tanto sono tutti morti. Il che li rende anche inutilmente crudeli. Potevamo illuderci che da qualche parte, in qualche realtà collaterale, Jin e Sun fossero vivi e contenti. E invece no, abbiamo scherzato, sono solo in purgatorio. Inoltre, nel quadro non si capisce proprio il senso dell’immagine dell’isola sott’acqua di inizio stagione. Forse anche l’isola è morta e ha deciso di andare in purgatorio. Le mancava tantissimo Jack, aveva stabilito un bel feeling con lui e voleva rivederlo prima di entrare anche lei nella luce. Che è vita, morte, rinascita, ovviamente.
Comunque, anche in termini di sviluppo della trama, tralasciando i flashsideways, non ci siamo. La parte iniziale al tempio non ha alcuna ragion d’essere, se non perdere tempo. Dogen è un personaggio completamente sprecato, mentre altri, come Lennon e Zoey, non hanno semplicemente senso. Per il resto, i nostri si muovono avanti e indietro senza un perché, mossi da fini che non comprendiamo. L’impressione è che gli sceneggiatori non avessero davvero più niente da dire. Pensavo che almeno si fossero riservati qualcosa per il gran finale. Invece no. Il finale è fiacco quanto la stagione. Buono per dar l’addio ai personaggi, per chi li ha amati molto, ma insoddisfacente per chi come me ha amato l’isola. Per altro non è un finale. L’isola sta ancora là, immobile nel suo mistero, continuerà presumibilmente ad attirare gente che arriverà, combatterà e distruggerà, Hurley sarà sostituito da qualcun altro, e via così in eterno. Un finale sarebbe stato l’isola in fondo al mare. Un finale sarebbe stato Farlocke che stermina la razza umana across the sea. Evidentemente erano scelte troppo coraggiose.
In questo piattume generale, si salvano pochi episodi. Quelli connessi alla mitologia, come Ab Aeterno e Across the Sea, probabilmente uno dei migliori episodi di tutto Lost, l’unico capace in qualche modo di risvegliare in me la passione delle prime due stagioni, un paio particolarmente riusciti anche se non smuovevano di un millimetro la trama (quello dedicato a Hurley, o a Ben). Il resto è noia. Letteralmente.

Lost nel suo complesso

Io francamente non capisco. Ovviamente, dopo sei stagioni passate ad accumulare misteri su misteri, alcuni mistici, altri pseudofantascientifici, era ovviamente impossibile risolverli tutti coerentemente. Non era questo che si chiedeva a Lost. Quel che io mi aspettavo era un contentino a noi appassionati della mitologia. Un omaggio all’isola, oltre che ai personaggi. E dunque, fuor di metafora, una spiegazione, magari anche vaga, che riuscisse a riunire sotto la propria ala tre o quattro misteri maggiori. La prima stagione evidentemente girava intorno all’importanza degli enfant prodige. Non è stato un tema secondario nella serie. Una puntata intera ci ha spiegato che era male che Aaron crescesse senza Claire, per dire. Tutto ciò è stato semplicemente dimenticato. Sepolto. Non ci interessa più.
O ancora. Alla fine della seconda stagione è Sayid stesso a farci notare una statua con quattro dita dei piedi. da sola non ci avrei pensato. Segno che la cosa probabilmente era importante, probabilmente aveva un senso. Anche questa viene dimenticata. Non si sa perché le dita sono quattro e non cinque.
Si potrebbe andare avanti all’infinito. Ma la cosa che più mi fa incazzare è che in diciotto episodi passati per la maggior parte a perdere tempo, non ci sia stata la voglia di parlare della storia dell’isola. Perché i geroglifici, che ritroviamo anche sul tappo della luce? Com’è arrivata Madre fin lì? Quando è cominciata questa storia dei Custodi?
Ma veniamo anche alla Luce. Una spiegazione per i poteri dell’isola che potrebbe anche quasi starmi bene. Ma che non chiarisce nulla. Ma cosa sarebbe costato inventarsi qualcosa di un filo più concreto? L’isola è un pezzo di Atlantide, la Luce è la fonte di energia usata dagli atlantidei per i loro meccanismi, è generata da un reattore o vattelappesca, Madre è l’ultima di quella stirpe. L’isola è un’astronave aliena, stapparla fa partire i motori ed è il segnale per gli altri alieni in attesa là fuori di attaccare la terra. Sono due spiegazioni magari stupide, qualcuno avrebbe detto “che cazzata!”, ma che avrebbero in qualche modo chiuso la mitologia della serie, che così invece rimane tragicamente aperta.
Nessuno dice che gli autori dovessero sapere tutto fin dall’inizio. Mi sta bene che siano partiti con la semplice idea “naufraghi sull’isola misteriosa”, tanto più che quando negli USA parte una serie televisiva non si sa mai se arriverà fino alla fine, o quante stagioni se ne faranno. Ma mi aspetto che quanto meno si cerchi di chiudere qualcuno dei misteri inventandosi una spiegazione per via. Perché una storia deve avere una sua coerenza interna. Perché, ok, tematicamente un senso ce l’ha, ma se quel senso me lo veicoli con una trama, e non con un trattato di filosofia, allora devi inventarti una fine. E invece no. Invece gli sceneggiatori sembrano voler pervicacemente rifiutarsi di rispondere a qualsiasi cosa. Che potrebbe anche andare bene, se mi metti le cose nel modo giusto. Across the sea sembrava seguire questa strada. Va bene anche il misticismo. Va bene anche la spiegazione vaga, ammiccante. Ma non va bene la totale assenza ingiustificata di un elemento che tiri le fila. Non va bene usare il mistero solo per accrescere la suspance, senza che questa suspance si sciolga in qualche modo.
Non si capisce perché l’isola faccia fare a Locke quel che fa per quattro stagioni. Non si capisce cosa voleva la Dharma, non si capisce perché le donne non partoriscono, non si capisce perché gli altri hanno bisogno di un capo diverso da Jacob stesso, o Richard, non si capisce perché Jacob lascia l’isola e MiB no, e non si capisce perché, se è così vitale trovare un sostituto per Jacob, quest’ultimo non vada subito dai personaggi, appena precipitati, a dir loro la verità, spiegare dove si trovano e cos’è il fumo nero e chiedere loro di sostituirlo. E non si capisce neppure quale loop-hole abbia trovato MiB, che dice di aver passato l’inimmaginabile per uccidere Jacob.
Ogni elemento della storia non trova un senso in quadro più generale, ma è fine a se stesso. Ed è questo il vero problema, non le risposte ai misteri. Il problema è che tutto quel che genera inquietudine in Lost non fa parte di un progetto unico, studiato o meno da principio non ha importanza, ma serve solo ad aumentare la suspance, e, diciamocelo, fidelizzare lo spettatore con la promessa di future risposte. Tutto quanto visto in sei stagioni finisce per essere un puzzle di elementi mutuamente contraddittori, infilati dagli autori nella storia procedendo per accumulazione. E tutto questo non converge verso un fine ultimo. Tutto è slegato, come in una caccia al tesoro in cui il tesoro non esiste. È la mancanze del quadro, del contesto unico in cui infilare i vari elementi, a indispettire lo spettatore, non l’ansia di risposte. Se tutto sembrasse convergere, se gli autori avessero ceduto e avessero dato una spiegazione, per quanto inverosimile, allora Lost sarebbe stato una Storia, una grande Storia. Così è un patchwork di elementi vari, mal amalgamati tra loro.
Questo vuol dire che è stata una perdita di tempo, che Lost è una delusione? No.
Innanzitutto Lost vive della propria interattività. In Lost la comunità degli spettatori è parte dello show, come compreso dagli autori stessi che hanno espanso l’universo con campagne virali e giochi online. È stato probabilmente il primo telefilm a richiedere una fruizione attiva da parte dello spettatore, che non era più chiamato solo a guardare, ma a interpretare, a mettere insieme gli elementi e produrre teorie. È questo probabilmente il suo più grande merito. Ma è stata anche la sua condanna. È crollato su se stesso, sotto l’accumulo di teorie, di elementi diversi, di misteri inspiegabili che ne hanno soffocato l’anima stagione dopo stagione.
Cosa resta? Resta la capacità di Lost di colpire l’immaginario con storie seminali e archetipiche; non è un caso se spesso mi è capitato di sognare l’isola. Perché l’isola è mistero distillato, perché è al tempo stesso luogo di morte e di rinascita. In questo che c’è una straordinaria corrispondenza tematica che attraversa l’intero show, che almeno in questo ha saputo mantenere una sua coerenza. Lost è storia di morte e rinascita, di cose più grandi di noi, che non siamo in grado di capire, e cui possiamo avvicinarci con un duplice atteggiamento: quello dell’uomo di fede, che ad esse si abbandona sperando in un disegno più grande, e quello dell’uomo di scienza, che non si rassegna, che deve capire, a costo di distruggere. Il cammino dei personaggi è un cammino di consapevolezza crescente, l’isola denuda e riveste, ognuno incontra il proprio destino. E questo rimane, al di là di una trama che fa acqua da tutte le parti, al di là della Luce.
Restano gli attori, resta la scrittura di alcuni singoli, splendidi episodi. Resta probabilmente la forza e la compattezza delle prime due stagioni, le migliori, le uniche forse progettate con cura fin da principio. Il resto è stato navigare a vista, ma le prime due stagioni sono state grandi, e questo resterà, anche senza risposte, anche se resta la sgradevole sensazione che ci abbiano raccontato solo una parte, piccolissima, della storia, e che il resto non si siano neppure preoccupati di inventarselo.
Lost rimane al di là dei suoi difetti. È stato un viaggio, la nostra fede non è stata ripagata. Peccato. Poteva essere capolavoro, e non è stato. Il finale non è solo l’ultima tappa del viaggio. Il finale è il viaggio, e questo finale ci dice una sola cosa: che la storia non c’era e non c’è mai stata. Ma le storie, quelle piccole, sì. Ci si può accontentare o meno. Io un po’ sono arrabbiata, ma anche grata. Tutto sommato questi quattro anni me li sono goduti. Avrei preferito finisse diversamente, ma non sono pentita di questo lungo viaggio.

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