Archivi del mese: maggio 2010

Un terzo

Dieci anni fa faceva parecchio caldo. Era un bel maggio, la mia prima primavera da aspirante fisico. Avevamo già iniziato a stenderci al sole sui prati davanti a Tor Vergata, dopo le esercitazioni di laboratorio. Ricordo una discussione lunghissima su Dragon Ball, con la mia testa appoggiata sulla sua pancia. Speravo non finisse più, anche se avevo un’idea vaghissima di chi fosse questo cappero di Vegeta che tanto lo esaltava come personaggio.
Quel giorno di dieci anni fa, mio padre era via in Turchia, era una domenica, e si giocava l’ultima di campionato. Noi ce ne andammo a fare un giro per il centro, un’abitudine che abbiamo perso presto. Finimmo a Villa Borghese, in un posto letteralmente infestato dalle zanzare. Io avevo un vestito sbracciato di jeans che ho dato via solo qualche anno fa, e la scarpe da strega, come le chiamava lui, che a me piacevano tanto, e a lui facevano tutto sommato schifo. Per terra c’erano una specie di orrendi fiori giallicci caduti dagli alberi che si attaccavano alla pelle e ai tessuti. Non mi ricordo come finimmo a parlare delle mie gambe, e lui mi disse che avevo le ginocchia ossute. Ci abbiamo scherzato per anni su questa cosa. Verso le sei mio padre mi telefonò perché la notizia che la Lazio aveva vinto lo scudetto era arrivata fino ad Istanbul.
Ce ne tornammo a casa con la metro, e lui mi regalò una rosa. Ci guardavamo, io seduta e lui in piedi, e ci veniva da ridere. Non ci potevamo nemmeno baciare, perché sfiga voleva che lui si fosse beccato la mononucleosi. Poi, quando la notte era già calata e io ero a casa, quella vecchia, quella di borgata, lui mi chiamò e mi chiese: “Ma allora stiamo insieme?”.
Cavolo. Sono passati dieci anni. Ho passato un terzo della mia vita con Giuliano.

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Commentiamo insieme il telefilm del giorno: Lost 6×15

Avevo visto promo e sneek peak della puntata, e avevo iniziato a tremare: quaranta minuti tutti dedicati all’uomo in nero e a Jacob? Promettente, ergo mi si era accesa la spia “possibile delusione stratosferica”. Perché ormai l’andazzo della stagione è chiaro: due risposte che aprono ottocento miliardi di ulteriori domande. A due puntate dalla fine.
Il giudizio finale? Poteva andare meglio e poteva andare peggio. Ma almeno la puntata è veramente ottima, tralasciando la questione risposte e sviluppo del plot principale.
Io credo che ognuno cerchi qualcosa in Lost. C’è chi apprezza le storie dei personaggi e il loro sviluppo, e dunque, ad esempio, è andato in brodo di giuggiole con l’episodio precedente. C’è chi invece ama l’isola. Punto. Tutto ciò che la riguarda, i suoi misteri, la sua essenza. In fin dei conti la grandezza dello show sta in questo: la capacità di offrire qualcosa al pubblico più diverso, e di essere letta e interpretata in modi differenti a seconda dello spettatore. Io appartengo all’ultima categoria, per cui amo quegli episodi che sono incentrati sulla mitologia dell’isola e sulla sua storia. Non a caso finora l’episodio più riuscito della stagione mi sembrava Ab Aeterno. Quest’episodio qui è l’isola. Indaga la sua storia, sfiora il tema della sua particolarità. Ma è soprattutto Lost distillato, contiene tutte quelle tematiche e ossessioni che hanno attraversato tutta la serie per sei stagioni. È un episodio denso e intenso, che ci racconta senza dubbio la storia più trita e vecchia del mondo, ma lo fa con pathos e partecipazione, fin quasi a farcela sembrare una cosa nuova. Amore e odio, violenza, matricidio e fratricidio, bene e male che si confondo, si compenetrano, e un senso di tragedia che si trascina attraverso i secoli. Ecco cos’è Across the Sea. Chi è il buono, chi è il cattivo? E ha ancora un senso parlare di Jacob e dell’uomo in nero in questi termini?
La storia comincia nel mezzo. L’epoca dovrebbe essere quella dei romani, visto che Claudia parla latino, ma chissà. Cosa è accaduto prima, non è dato di saperlo. Da dove è uscita la statua di Tawaret, perché l’isola è piena di geroglifici…niente. Ci sono due donne, e una delle due è incinta. E la storia comincia col sangue, con l’omicidio della neomamma. E già non è un bel battesimo per i due neonati, uno biondo e uno moro, come nei più triti stereotipi del genere: il gemello buono e il gemello cattivo. Jacob e l’altro, così inaspettato che la mamma non aveva neppure pensato ad un nome. Un bimbo quasi non voluto, eppure il più amato. Temi biblici che ritornano, dunque: il fratello più amato che tradisce, quello negletto che resta accanto alla madre fino alla fine, che si piega con triste rassegnazione ad essere il secondo in tutto, e che in un gesto finale, a chiosa di una storia tragica, accetta fino in fondo di essere tagliato fuori da un legame che si sviluppa contorto tra odio e amore, tra omicidio e redenzione. Come dicevo prima, Lost all’ennesima potenza.
Ora, la mamma adottiva, chiamiamola così, soffre pure lei del complesso di Allanon. E, forse per troppo amore o vai a sapere perché, alleva i figli nella menzogna: tace loro che oltre l’isola (Across the Sea, un titolo splendido che dice tutto) c’è un mondo intero, gli nasconde la presenza di uomini sull’isola, e non gli spiega manco il senso della permanenza sua e dei figli sull’isola stessa. ”È troppo presto”. E certo. E quando mai. Ma mentire non fa mai bene, e per fortuna di noi spettatori, uno dei due gemelli del destino non si accontenta. Nello specifico, il futuro man in black è assetato di conoscenza. E qui torna un altro topos di Lost: il contrasto scienza e fede.
Non c’è dubbio che il peccato originale dell’uomo in nero è la sete di conoscenza. Come Adamo ed Eva nel Giardino dell’Eden. L’uomo in nero vive in una specie di paradiso, in comunione con la natura, adorato da una madre che non fa mistero di preferirlo al biondo fratello, in pace con Jacob. Ma per lui sono valide le parole di De Andrè in Un Blasfemo

“Dio ingannò il primo uomo
lo costrinse a viaggiare una vita da scemo,
nel giardino incantato lo costrinse a sognare,
a ignorare che al mondo c’è il bene e c’è il male”.

L’idillio è basato sul sangue e sulla menzogna, e l’uomo in nero non ci sta. L’uomo in nero sogna meraviglie al di là del mare, sogna di conoscere gli uomini, alla cui stirpe appartiene e al contempo si sente superiore, e vuole sapere: cos’è la luce misteriosa, cos’è l’acqua che la madre protegge da secoli. Ma conoscere vuol dire morire. Il frutto maledetto è il mondo là fuori, che pure l’uomo in nero in fin dei conti disprezza: a Jacob dice che gli uomini sono davvero cattivi come dice sua madre, che sono meschini ed egoisti. Eppure lui non appartiene all’isola, e vuole immergersi in quella vita imperfetta, dolorosa, ma forse più vera del paradiso artificiale che sua madre ha costruito per lui.
Jacob non si fa troppe domande. Jacob è contento di quel che ha: la sua isola, una madre che lo ama, sì, ma giusto perché suo fratello l’ha abbandonata, e di fronte alla sorgente del potere dell’isola non si fa troppe domande. Cos’è la luce? Vita. Perché non possiamo darla agli uomini? Perché succederebbero cose brutte. Jacob accetta queste risposte. Jacob accetta di diventare sacerdote di un mistero che non conosce e non vuole conoscere. Jacob è uomo di fede. È interessante vedere come l’uomo di scienza disprezzi l’umanità, come se, ci suggerissero gli autori, la troppa conoscenza guastasse infine il gusto della vita, togliesse mistero a ciò che forse dovrebbe restare velato. L’uomo di fede invece ha fiducia. Perché guarda l’umanità da lontano, come suggerisce l’uomo in nero (“non ho mai potuto capire come si possa amare il prossimo. Secondo me, è impossibile amare proprio quelli che ti stanno vicino, mentre si potrebbe amare chi ci sta lontano.” dice l’Ivan di Dostoevskij)? Forse. Chissà. Ma la fede è questo. Aver fiducia senza prove, credere, e con la forza di questa incrollabile fede, cambiare le cose.
C’è già in nuce tutto il dramma dell’isola, dell’eterno confronto tra Jacob e il fratello: l’uno che conduce di continuo innocenti sull’isola, per dimostrare all’uomo in nero che l’umanità può farcela, e l’altro che li induce sulla via della corruzione, per mostrare a Jacob che “they come, they fight, they destroy, they corrupt… and it always ends the same”. Lo dice la madre, ma sono le stesse parole che l’uomo in nero userà con Jacob un giorno, mentre dalla spiaggia vedranno arrivare l’ennesima nave, l’ultimo bottino di vittime sacrificali del loro gioco perverso.
Potrà sembrare strano, ma io sono per Jacob. Non credo che ci siano verità che non dobbiamo conoscere, anzi, e probabilmente, fossi al posto dell’uomo in nero, avrei fatto esattamente quel che ha fatto lui. Ma accetto anche che la vita è mistero, e che per quanto possiamo cercare non avremo mai tutte le risposte: per chi crede, c’è l’aldilà, per gli altri un puzzle senza soluzione. E per questo, sto con Jacob. Di pancia. Anche se la ragione mi dice che l’uomo in nero ha ragione da vendere, ha una mamma pazza, un fratello idiota e l’isola è un posto pallosissimo per passarci l’eternità. Ma mi affascina l’immagine di uno che accetta il destino per quel che è. È titanica la forza di una fede e di un amore così profondi che spingono ad un sacrificio inimmaginabile. Star lì a custodire una cosa che non si sa cosa sia, confinato su uno scoglio in mezzo al mare per l’eternità, senza compagnia e con un fratello che ti odia. Perché tutto gira intorno alla madre. E siamo di nuovo al tema della genitorialità, finora declinato in Lost sulla paternità. È la prima volta che il problema è una madre, e non un padre. Ma il tema è quello. L’uomo in nero si sente tradito da una madre che non vuole farlo crescere, che lo trattiene lì con la forza della menzogna. E l’omicidio che compie alla fine è un gesto strano, controverso. La madre vuole morire, è evidente. E lui quasi non vuole ucciderla. Ma se non pugnali i tuoi genitori, non cresci. Se non li colpisci a morte, non puoi lasciare l’isola e avventurarti nel mondo.
E al contempo, Jacob fa quel che fa perché ama la madre. Di un amore disperato e a senso unico. Accetta le sue verità, accetta di vivere nel sogno che la donna ha creato per lui, anche quando si tinge di tinte da incubo. Accetta le regole.
Ed ecco che si profila un’altra dicotomia; Jacob e il fratello in un certo senso sono l’immagine di un angelo e di lucifero. Jacob sottostà alle regole del suo creatore, anche quando sono francamente incomprensibili. L’uomo in nero si ribella, non può accettare di vivere nel buio.
La storia di questo paradiso perduto finisce tragicamente, e non può essere altrimenti. La madre muore, e Jacob ammazza (per lo meno figurativamente) il fratello. Abele diventa Caino. Vuoi la conoscenza? Eccotela. Ma la luce troppo forte acceca. Ed ecco il senso della trasformazione dell’uomo in fumo nero.
Ma sull’isola come nella vita, l’omicidio non serve a granché. Alla fine, Jacob si ritrova senza madre e senza fratello, perseguitato da un essere che d’ora in avanti sarà la sua nemesi, e cercherà di fargli la pelle in ogni modo. Per altro, non ha ottenuto l’amore di sua madre, che fino in fondo ha amato il “fratello cattivo”. A tutto questo non può che inchinarsi. Per questo, in una chiusa assolutamente splendida, seppellisce la madre e l’uomo in nero l’uno accanto all’altro, in quelle grotte in cui, tanto tempo prima, erano stati felici, prima che l’ansia di sapere distruggesse la loro innocenza. E il cerchio si chiude. Perché i due cadaveri sono l’Adamo ed Eva che abbiamo conosciuto nella sesta puntata della prima stagione.
Ora, fin qui l’esegesi della puntata. Poi, possiamo stare a parlare dell’aspetto più terra terra del tutto: c’hanno detto qualcosa di nuovo? E se sì, c’è piaciuto?
Sì, diciamo che ci hanno detto qualcosa di nuovo. Depenno addirittura un punto dalla mia lista: sappiamo (più o meno) chi sono Jacob e l’uomo in nero, sappiamo come l’uomo in nero è diventato fumo. Ah, sappiamo chi sono Adamo ed Eva, che non è che a me fregasse molto, ma tant’è. Temo anche che ci abbiano detto tutto ciò che è dato sapere sulle proprietà dell’isola: l’isola è il posto dove c’è la luce e l’acqua misteriosa. Per il gas invece vi dovete arrangiare con l’ENI.
Al pezzo della luce misteriosa, un mio amico è sbottato con “ma è una cazzata!”. Non mi sento di dargli totalmente torto. Più che una cazzata è una delle più grandi paraculate, come si dice a Roma, della storia dei telefilm. Ancora una volta, gli autori non scelgono di schierarsi né col fantasy più puro, né con la fantascienza. La luce può essere un po’ quel che vuoi: se ti piace il new age, è lo spirito vitale presente in ogni creatura blablabla, se sei scienziato duro e puro è una sorgente di energia di qualche genere (eletromagnetica, probabilmente) che quell’ignorantona della mamma dei Nostri non sa spiegare altrimenti. In ogni caso, gli autori si sono messi in una botte di ferro: dire di più significare fare un palloso spiegotto, quindi, cari spettatori, accontentatevi.
Ora, ci sono sicuramente casi in cui non è necessario spiegare il mistero. Un esempio tipico è il mostro di Cloverfield: sapere cos’è, da dove viene, non è necessario ai fini del godimento del film. Anzi, lo spettatore non vuole proprio saperlo, perché le cose sono messe in modo tale che saperlo lo sminuirebbe, lo farebbe diventare un godzilla qualunque, mentre così è l’incarnazione dell’ignoto, della tragedia insensata che può distruggere la vita di chiunque dall’oggi al domani, della guerra, del terrore, di quel che vuoi. Ma giustamente Giuliano ieri sera ha detto: “Cloverfield so’ du’ ore di film, ci può anche stare che non so cos’è il mostro. Lost sono sei anni di serie televisiva, e io non ci sto”.
Purtroppo, ha abbastanza ragione. In Lost le cose non sono affatto messe in modo tale che sapere cosa sia la luce sia indifferente. Perché quella luce lì è il centro (non tematico, ma della trama, direi) di tutto il telefilm. Non sapere cosa sia è quel che ha fatto esclamare a Gaspad: “Ma che cazzata!”.
Ora, io non sono rimasta delusa. Avrò standard di soddisfazione bassi. Online ancora non ho letto pareri, per cui non so la gente cosa dice, ma suppongo che sarà un coro di gente incazzata. In ogni caso, poteva andare peggio. Almeno abbiamo la luce, che ognuno di noi può riempire del significato che più lo aggrada. Per altro, secondo me quella luce lì è collegata alla piscina dell’acqua zozza al tempio. D’altronde, chi ci si bagna fa una brutta fine (Ben perde l’innocenza, Saiyd perde l’anima, l’uomo in nero il corpo).
Restano ovviamente due miliardi di domande: ok, le regole le ha fatte Jacob, che rosicava che suo fratello s’è inventato un gioco, e dunque, una volta padrone dell’isola, ha fatto lui le regole. Ma perché l’uomo in nero non può lasciare l’isola e Jacob sì? Questione di Karma con un particolare senso dell’umorismo, dato che l’uomo in nero vuole andarsene e Jacob invece gliene cale poco del mondo esterno?
E perché una volta fumificato l’uomo in nero perde il corpo?
Ce le diranno mai ‘ste cose?
Vai a sapere. Sul fronte delle risposte, dunque, stiamo ancora messi male. Per altro, mi spendo ancora ‘sti due cent sul finale (sarà la quindicesima volta che lo faccio, avrò le tasche piene di spiccioli, che volete :P ): i flashsideways sono il finale, tutti sono felici e contenti perché per qualche ragione l’isola sta in fondo al mare, per qualche ragione che capiremo tra due settimane. Addio luce, addio acqua, addio isola. Jack è riuscito là dove Jacob ha fallito: chiudere questo dannato ciclo di gente che arriva sull’isola, tira le zampe, si cerca un successore, poi c’è uno che gli girano i coglioni e vuole andarsene e l’altro glielo deve impedire, e via così in eterno. Non c’è più niente da proteggere. Quel che andava protetto, è stato distrutto, e sono tutti più contenti. Quel che resta è il ricordo di ciò che è stato, come un vago sogno. Che sarà quel che resterà anche a noi spettatori alla fine.
Comunque, chiudendo questa parentesi, dicevo che sul fronte delle risposte stiamo ancora un po’ così. Ma l’episodio è uno dei più belli di tutto Lost, così denso, così intenso, così potente che tutto il resto passa in secondo piano. Non è da tutti prendere una storia così già vista e riempirla di un così forte senso del tragico, come se il mondo intero fosse condensato su quella dannata isola. Del resto, su quaranta minuti di episodio io mi sono dilungata in un’ora di scrittura. Per dire.
Insomma, io sono soddisfatta. Pazienza per i misteri. Pazienza per l’evidente incapacità degli autori di diluire domande e risposte sull’arco delle sei stagioni. Non c’hanno detto una ceppa per sei anni, e infine cercano di risolvere tutto in tre episodi, attaccati ad una stagione nel complesso fiacca. Ma, del resto, quando Lost è iniziato gli autori non sapevano quanto sarebbe durato. In queste condizioni è difficile, se non impossibile, distribuire per bene la tensione lungo l’arco narrativo. Lost è grande oltre i suoi difetti, almeno per me. E ieri sera mi ha regalato quaranta minuti splendidi.

Ultima nota:
anni fa gli autori dissero che quando si sarebbe scoperta l’identità di Adamo ed Eva tutti noi avremmo detto: “Wow, ma allora avevano pianificato tutto fin dall’inizio!”. Ecco, questa mi pare come quando succede una cosa, e tutti lì a dire, a posteriori, che Nostradamus l’aveva predetta. Ficcare due scheletri misteriosi in una grotta senza sapere chi cappero siano è una cosa facile. Poi uno una risposta fa sempre in tempo a inventarsela. E infatti…Prova ne sia che Jack aveva detto che i cadaveri erano morti da almeno una cinquantina d’anni, che a casa mia non fa 2000, come dovrebbe essere essendo i corpi della mamma e del fratellino di Jacob. Eh, ma sono i poteri dell’isola che preservano i corpi. Sì, vabbeh, e poi c’era la marmotta che incartava la cioccolata…

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E poi a volte ci credo

Di recente ho fatto due presentazioni a scuola. Ho ricominciato a farmi vedere in giro, come avrete capito, e ho iniziato a fare cose light. Andare nelle scuole è una di queste.
Andare nelle scuole è diverso dal fare un qualsiasi altro tipo di presentazione. C’è un’atmosfera diversa, forse più intima. In libreria, nelle fiere, c’è sempre uno schermo tra te e il pubblico, le cose vanno avanti più ingessate. Per altro, hai a che fare con gente che bene o male ha visto altri eventi del genere, e in qualche modo è abituato. Nelle scuole no. Nelle scuole sono per davvero contenti di vederti; per loro è bello e importante che tu sia lì. Forse è perché ti vedono in un contesto in cui in genere scrittori non se ne vedono molti, sarà perché è un evento, e si percepisce aria di gita scolastica. Ma soprattutto nelle scuole la gente ti ha studiata. Se sei lì è perché fai parte di un percorso formativo che hanno portato avanti, per cui non solo hanno letto il tuo libro, l’hanno vissuto.
La prima cosa che penso quando vado in una scuola è perché la gente mi vuole bene. Ok, so di essere insopportabile per moltissima gente, ovvio, come la maggior parte dei personaggi pubblici, ma c’è anche gente che mi vuole bene. Si vede dalle piccole cose. Come usare una canzone del tuo gruppo preferito per uno dei lavori svolti durante l’anno sui tuoi libri. O come ringraziarti per quel che hai scritto.
Più passa il tempo più mi domando perché di quest’affetto. Più passa il tempo più mi sembra tutto sommato immeritato; se ho scritto è perché ne avevo bisogno, se sono andata in giro per presentazioni, se ho firmato copie, se ho risposto a mail, finché riuscivo a farlo, è perché mi piaceva.
E poi succede che parli coi tuoi lettori, e i lettori giovani sono i migliori. A loro non interessa chi tu sia, non stanno a guardare la tua età anagrafica, e sebbene si affaccino al mondo adulto, hanno ancora la meraviglia del mondo dell’infanzia, e la stessa sfacciataggine (che per inciso nessuno di noi dovrebbe perdere mai). Sono diretti quando ti danno un parere, lo fanno col cuore in mano. Perché per loro leggere è vivere una storia, è ancora qualcosa di importante e unico, come tutto a quell’età.
Mi sono state dette cose bellissime sui miei libri durante questi ultimi incontri, e in tanti altri prima. E non perché mi siano stati fatti dei complimenti, che tutto sommato lasciano il tempo che trovano, ma perché qualcuno ha deciso di dirmi cosa ha trovato nei miei libri.
Per il 90% della mia giornata penso che quel che faccio sia tutto sommato abbastanza innocuo e inutile. Ambisco a cose grandi quando scrivo, ovviamente, come tutti, ma quando guardo il risultato a volte penso di mancare il bersaglio. Ok, lo penso spesso. È la molla per continuare a provare. Ma quando un ragazzo ti dice che ha amato un pezzo del tuo libro perché gli ha insegnato che occorre essere protagonisti della propria vita, che bisogna lottare per cercare la propria strada al di là dei condizionamenti, non posso che pensare, per due secondi appena, che la fatica delle mie sere al computer, che lo sforzo continuo a migliorare la mia scrittura e le mie storie non è per niente inutile. Che da quel sudore a volte nasce un contatto intimo tra lettore e scrittore. Che a volte il miracolo riesce, e la mia esperienza di vita collide con quella di altri, dando un senso alle migliaia di parole che ho scritto in questi anni.
O come quando conosci una ragazza che dice che ha iniziato a leggere grazie alle tue storie, e poi non si è fermata solo a quelle, ha scoperto il mondo dei libri e ha cominciato a leggerne molti altri. Se anche i miei racconti avessero avuto quest’effetto solo su di lei, sarebbe comunque valsa la pena. Per un lettore solo conquistato alla causa.
Questo lavoro è fatto di piccole soddisfazioni. Piccole agli occhi degli altri, enormi ai miei. Di lettori conquistati uno ad uno, per pochi o molti che siano. Perché se ho bisogno di non sentirmi arrivata per migliorare, a volte ho anche bisogno di percepire che la mia parole in qualche modo arrivano, che per quanto piccole, imperfette, marginali, le mie storie a volte possono fare la differenza. Una differenza magari minima, che verrà dimenticata con gli anni, ma che agisce qui e ora.
Torno a casa ogni volta un po’ più ricca. E mi rimetto all’opera la sera, pensando che il mio bisogno di scrivere incontrerà il bisogno di leggere di qualcuno, e questo, per una sera, mi basta.

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Commentiamo insieme il telefilm del giorno: Dexter 4×10

Lo so. Finora ho parlato solo di Lost. Ma non è l’unica serie che seguo. Si dà il caso che sia appassionata anche, tra le altre, di Dexter. Ho già avuto modo di parlarne.
Ora, il mio rapporto con Dexter è particolare. La prima serie l’ho letteralmente adorata: originale, compatta, ben scritta e ben recitata, mi aveva catturata fin dal primo episodio. Però temevo che l’idea non potesse reggere più di una stagione. In fin dei conti la prima era così perfettamente chiusa in se stessa, così autoconclusiva…Chiesi lumi per sapere se valeva la pena vedere la seconda, quindi mi buttai nella visione. La seconda, ça va sans dir, sta sotto la prima. Contiene uno dei personaggi più irritanti della storia della televisione moderna (Lilah, che sa rendere odioso anche l’accento british), ma è dotata di un bel po’ di tensione, e si regge su un’idea di base molto forte, così forte che io forse non me la sarei neppure giocata già alla seconda stagione. Poi c’è la terza. Là per là m’era piaciuta. Poi ho provato a rivedermela, e il sonno ha dominato. Ho rinunciato tipo alla settima puntata o giù di lì. Me la vedevo in ospedale quando ero in procinto di partorire. E mi annoiava. Tensione scarsa, un comprimario di cui stento a tutt’oggi a capire le motivazioni e un serial killer di stagione a dir poco ridicolo. Sì, la bella scrittura, il monologo interiore del nostro, tutte cose per cui valeva ancora la pena, ma sentivo che mancava lo spirito degli albori.
È stato dunque con una discreta dose di scetticismo che ho iniziato a seguire la quarta stagione su FX. Ne sentivo dire meraviglie, per cui avevo un minimo di speranze. Però non pensavo che sarebbero tornati i fasti della prima, perfetta praticamente sotto ogni punto di vista.
Le prime otto puntate m’hanno lasciata così. C’era uno splendido cattivo, ma la sensazione generale era che la serie non stesse andando da nessuna parte. Il primo brivido m’è partito quando si è scoperto che il Trinity Killer aveva una famiglia. Poi è arrivata la puntata nove. E finalmente Dexter è tornato ad essere quel che era in principio: una serie che scava dietro il sogno americano. Dexter, visto dall’esterno, è un bravo giovanotto cui non manca niente: una moglie bella e innamorata, figli simpatici e graziosi, una macchina e un buon lavoro. Lui è simpatico, carino, gentile. Ma è tutta facciata. Dietro c’è semplicemente il nulla e l’orrore. La nona puntata della quarta stagione gira tutta intorno a questo concetto: quanto male può nascondersi dietro la famigliola felice. Quanto male ci si fa, quanto orrori si nascondono sotto il tappeto di casa. Dal terrore di moglie e figli di Trinity, costretti a recitare il ruolo della famiglia perfetta, riunita intorno al desco e grata per le belle cose che ha, alla finta calma che si respira a casa di Dexter stesso, in cui sono riuniti un’adolescente inquieta, un serial killer e una moglie non proprio fedele, tutti sorridenti sul divano.
Lì ho capito che c’era speranza. Che per sette puntate gli autori avevano mosso le pedine, e che adesso stavano tirando le fila, mettendo finalmente insieme i pezzi sparsi del puzzle.
La puntata di cui il titolo è un capolavoro. Puro e semplice. Il tema è ancora la famiglia, declinata nella paternità. È il tema della stagione. Dexter è ormai padre, e prova a fare i conti col nuovo ruolo. Trinity padre lo è già, e sembra persino felice. All’inizio Dexter lo prende come esempio. Ma ecco che presto scopre cosa succede ad una famiglia in cui c’è il Male, quello vero, quello che scava e distrugge. Da un dramma familiare il Trinity è nato, dal sangue di sua sorella, dal suicidio di sua madre, dall’omicidio di suo padre. È alla famiglia sta tornando, nei suoi ciclici omicidi in cui ripercorre la tragica storia della sua vita, dalla regressione a ragazzo di dodici anni (e con quale maestria questa regressione ci è mostrata, quanto orrore nelle scene col ragazzino rapito, il trenino, il pigiama, una pantomima penosa e tremenda, una ricerca del tempo di un’innocenza forse mai posseduta davvero) fino all’omicidio del padre. Fino alla distruzione della sua stessa famiglia, costretta ad una recita non meno tremenda: fingere di essere felici quando si è terrorizzati, recitare la perfezione un giorno dopo l’altro per il plauso di un unico, tirannico spettatore.
E Dexter. Dexter che ci sembra umano perché ama i bambini e non ne tollera la sofferenza (ma il suo inconscio gli suggerisce che non è vero amore, che la sua è solo compassione per il bambino che è stato), ma che in verità c’è dentro fino al collo. E se all’inizio della storia pensa al bambino rapito dal Trinity mettendosi nei panni della vittima (“e se si fosse trattato di Cody, o di Harrison?”), alla fine della puntata capisce qual è il verso pericolo che insidia i suoi piccoli. Lui stesso. In una delle scene più belle di tutta la serie, Dexter culla il piccolo Harrison, e come ogni genitore gli promette che non permetterà mai a nessuno di fargli del male. Poi ci pensa un attimo, e lo dice: non permetterà soprattutto a se stesso di far del male al figlio. E questa è una frase che per Drxter ha un senso particolare, ma vale per ciascino di noi. Siamo i primi a far del male ai nostri figli, magari per troppo amore, perchè il mestiere di genitore nessuno te lo insegna, perchè ci tocca crescere e sbagliare con loro.
In questo quadro si infila la figlia di Trinity, anche lei distrutta dal Male cje suo padre rappresenta. Un rapporto malato, il loro, con un padre assente e una figlia bisognosa di attenzioni, un rapporto ahimé credibilissimo.
Insomma, senza alcun preavviso Dexter torna aubalrissimi livelli, tirando magistralmente le fila di quanto presentato finora nella stagione. Una cosa che mi aspetto da Lost, ma chissà…Intanto mi godo in grande stile il ritorno del mio serial killer preferito.

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Buona Fiera

Venerdì ho fatto una cosa che non credevo sarei mai riuscita a fare (per come la giri questa frase è illegibile, comunque…). Ho sfogliato il programma del Salone del Libro di Torino. E non per ricordarmi a che ora e dove ho l’evento A, per vedere quanto dista dalla sede dell’evento B in modo da vedere se ci posso passare prima di andare all’evento C. No. L’ho scorso per vedere cosa c’era di interessante sabato. Per la cronaca, un incontro con Margherita Hack sulla libertà della scienza e uno con Eco sulla memoria.
Ho fatto qualcosa come cinque fiere del libro di Torino, quella del 2004 vide la mia prima presentazione in assoluto. E il massimo che sono mai riuscita a fare è stato un giretto così, tanto per, tra un incontro e l’altro. Quest’anno ci vado praticamente in borghese. Ok, ho un evento. È una firma copie la mattina di domenica, alle 11.00, allo stand Mondadori (siete ovviamente tutti invitati). Ma ho solo quello.
Wow.
Non è che non mi piacesse fare presentazioni e incontri vari. Mi piaceva e mi piace. Ma manco da un po’ da quel mondo lì, e nel frattempo la mia vita è cambiata. Ho bisogno di riprendere lento contatto con quella realtà che, anche se solo una volta l’anno, fa parte del mio lavoro. Gli editor, gli autori, i venditori, tutto il mondo che gira intorno ai libri e che la gente non vede (e idealizza, nel bene e nel male). Ho bisogno di respirare quell’aria lì, senza farmene travolgere come gli altri anni. E magari fare anche un po’ la lettrice, che a tutt’oggi è l’aspetto di me che più è uscito sacrificato dalla maternità (intendiamoci, non è che non leggo, ma 9 libri all’attivo a maggio è ben al di sotto della mia media). Per parecchio tempo sono stata anche convinta di non andare proprio a Torino, ma poi la voglia di rientrare nel giro è stata più forte. Per cui, per chi ci sarà, ci si vede domenica 16 maggio alle ore 11.00 allo stand Mondadori. E buona fiera a tutti.

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Commentiamo insieme il telefilm del giorno: Lost 6×14

Ero stata ottimista a definire la critica al precedente episodio Il Sorpasso. Non basta una pausa di una settimana a cambiare le cose, e a tre episodi dalla fine (tre, ma vi rendete conto?) siamo ancora in alto mare, e in acque stagnanti, soprattutto.
Veniamo al problema principale dell’episodio. Della realtà alternativa non ce ne frega una mazza. Che succede? Succede che siamo tornati alla casella uno: Jack vuole aggiustare le cose, anche quando nessuno glielo chiede, e si incontra con Locke. Vaghissimo elemento di tensione narrativa, scoprire come quest’ultimo è finito sulla sedia a rotelle. Interesse per la questione, zero.
Uno dirà: è un tuo parere. No. Secondo me qua c’è un oggettivo (e grossolano) errore nello sviluppo della trama. Qualche episodio fa mi hai improvvisamente fatto capire che la realtà alternativa e quella sull’isola sono legate. È stato un episodio di svolta, e da allora la sottotrama della realtà alternativa ha girato intorno a Desmond che “tocca” i nostri per far ricordare loro la realtà dell’isola. Ora, improvvisamente, si riazzera tutto. Non si capisce che senso abbia avuto che Des abbia tirato sotto Locke. Locke non si ricorda niente, siamo di nuovo ad una realtà alternativa che funge da mero riempitivo. Ma davvero qualcuno degli sceneggiatori è convinto che dopo sei stagioni di flashback e flashforward ci sia qualcosa che non sappiamo dei personaggi? Ma ne abbiamo fin sulla punta dei capelli di Jack in missione per conto di dio e Locke con tendenze autolesionistiche. Ma basta. Ma che palle. Unico momento interessante, Locke che sussurra “I have to push the button”, ma probabilmente sta parlando di qualche bottone sull’aereo che stava guidando quando è precipitato col padre. E comunque non basta una battuta per dare un senso a venti minuti di divagazioni. Sì, ancora i personaggi che si guardano allo specchio. E capirai.
Sull’isola le cose non vanno meglio. Stiamo ancora a perdere tempo. Per esempio, il passaggio attraverso le gabbia dell’Hydra che senso ha avuto, a parte far guadagnare dieci minuti in più all’episodio? I personaggi continuano a muoversi avanti e indietro per l’isola senza un chiaro scopo.
Per lo meno, sull’isola le cose migliorano nettamente verso la fine dell’episodio. La scoperta (oddio, non tanto sconvolgente, devo dire, ma il dubbio comunque c’era) che Farlocke, machiavellico come suo solito, ha ordito per dieci puntate solo per mettere tutti i Candidati su un sottomarino e farli ammazzare tra di loro è un bel plot twist, e le scene sul suddetto sottomarino sono cariche di tensione, forti. Ma arrivano dopo che uno ha veramente perso le speranze, e dunque rovinano un po’ alcuni elementi molto forti. Tipo le morti.
A parte che non è mai una buona idea far fuori così, in dieci secondi, tre personaggi che ci tiriamo dietro da sei stagioni. È la sindrome del settimo della Rowling, in cui i morti sono così tanti che perdono tutto il pathos. Inoltre, era parecchio che Lapidus e Sayid avevano smesso di avere qualcosa da dire, senza contare che rimane sospeso il perché Sayid dopo la resurrezione sia diventato apatico (o chi lo riporta in vita, anche). Alla fine, quindi, ci interessa solo della morte di Jin e Sun, che è evidentemente una carognata decisamente alla Lost. Si sono appena ritrovati, Jin non ha mai visto live la figlia, sognano finalmente di potersene tornare in pace a casa e invece no, hanno da mori’ annegati.
Il pezzo è gestito bene, io alla fine tifavo anche che lui restasse lì con lei (sadismo?), uno si rattrista, soprattutto sull’immagine finale delle mani che si allontanano inerti l’una dall’altra. Cioè, fa male come è giusto che sia. Ma non si può basare un episodio solo su una cosa così.
Comunque.
Se dio vuole, a breve ci toglieremo dalle scatole anche Kate, spero muoia dissanguata, di setticemia, di tosse, quello che sia, basta che si leva dalle scatole. Anche lei non ha veramente più nulla da dire né da dare. Quando le hanno sparato sul mio divano è partita la ola.
Anyway, mi gioco i miei due cents sui prossimi episodi: muoiono tutti, tranne Jack, l’ultimo dei candidati, che per forza di cose diventerà il nuovo Jacob, e se la vedrà con Farlocke. Presumibilmente, nello scontro stirerà le zampe anche lui. E finalmente capiremo il senso della realtà alternativa.
Poi, possiamo star qui a far riflessioni sul fatto che ormai Jack è completamente un uomo di fede, che ha trovato il suo posto sull’isola, che metà di Lost è la storia del suo passaggio da uomo incapace di accettare la realtà a vero leader. Tutte belle cose. Ma resta il fatto che l’impressione è che questa sesta stagione si stia trascinando lentamente verso un finale nel quale non nutro poi grandi speranze. Era ora di finirla, questo è evidente. Forse potevano finirla addirittura con la quinta stagione, quando la tensione narrativa era ancora a buoni livelli. Sì, fin qui ci sono stati begli episodi, Lost è sempre Lost, sta comunque una spanna sopra una buona metà degli altri prodotti televisivi simili, ma lo spirito s’è perso per strada. Adesso vedremo il finale, che magari sarà spettacolare. So che online sono apparse pagine del copione dell’ultimo episodio, ma io non ne voglio sapere niente. L’unica ragione per cui sto continuando a sorbirmi gente che va a spasso per la jungla è il finale, scoprirlo prima vuol dire togliermi l’ultimo piacere della visione di Lost.
Meno tre, dunque. In ogni caso, Lost mi mancherà. Poche cose hanno inciso un segno così profondo nel mio inconscio e nel mio immaginario.

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Unioni

So che inizia a sembrare paradossale che qualsiasi cosa accada in qualche posto dove sono stata poi finisca per diventare argomento di post, ma posso farci poco.
Ricorderete che l’anno scorso, più o meno in questo periodo, andai in Grecia per un giro promozionale del mio libro. Conobbi persone splendide, mi innamorai di Atene, e ancora oggi mi scende la lacrimuccia di nostalgia quando mi faccio lo tzatziki. Aggiungeteci che una mia amica di vecchia data è greca, e avrete capito che sento che quel che sta succedendo da quelle parti in un certo qual modo mi riguarda, o quanto meno mi interessa molto.
Ora, io di economia capisco pochissimo. Mio limite, me ne rendo conto. Ma tutta questa faccenda mi ha stimolato delle riflessioni che sono valide anche per la nostra disastrata patria.
Mi spiego. All’inizio di questa storia della quasi bancarotta greca, partì la polemica: occorreva dare gli aiuti o no? In particolare la Germania (altro paese che amo molto…) non sembrava intenzionata ad allargare i cordoni della borsa. Ma il sentimento è diffuso. Durante uno dei dibattiti per le elezioni prossime nel Regno Unito uno dei candidati disse che se l’UK avesse aderito all’euro, adesso i soldi dei contribuenti sarebbero finiti alla Grecia.
Ecco. Questa storia dimostra chiaramente che l’Europa come entità statale non esiste. Se i paesi membri non si sentono in dovere di aiutarne un altro, evidentemente non ci sentiamo una nazione unica. Lascio da parte tutti i discorsi del tipo “se non si aiuta la Grecia l’euro crolla, è a rischio l’intera Unione” e altri discorsi volti a dimostrare che c’è un vantaggio dall’aiutare la Grecia. Mi interessa il fatto che un cittadino tedesco ritiene che i suoi soldi, se finiscono ai greci, sono “perduti”. Mentre presumibilmente non ci troverebbe nulla di male a darli per lo sviluppo di una zona depressa della Germania.
È comodo stare insieme solo quando le cose vanno bene. Ma un’Unione è un po’ come un matrimonio: nella buona e nella cattiva sorte. Ci si mette insieme per avere dei vantaggi, certo, tra i quali figura anche l’aiutarsi vicendevolmente in caso di guai. Se non si è disposti ad un sacrificio per vantaggi maggiori, meglio stare da soli. Meglio il Regno Unito, a questo punto, che è onesto e se ne sta per i fatti suoi.
Questa cosa mi ha stimolato un’altra riflessione. Dicevo che un tedesco presumibilmente dovrebbe non dico essere lieto, ma sicuramente ben disposto a concedere parte delle proprie tasse per la crescita di una zona depressa della Germania. Ecco, in Italia no. Del resto, non è questo il punto del federalismo fiscale? Il nord ricco non vuole dar soldi al sud povero. Che se la cavino da soli. Stessa cosa dicasi per chi evade le tasse. Perché deve pagare lui per gli altri? Che ognuno se la cavi per conto suo. Ma questo non è stare in uno stato, non vuol dire sentirsi parte di un paese. E in effetti l’Italia non è un paese. Il campanilismo la vince sempre sull’interesse generale, e proprio sugli interessi locali ha fatto la sua fortuna la Lega. Senza contare che il PdL basa la propria politica proprio sull’esaltazione delle esigenze del singolo a discapito di quelle del paese. Del resto abbiamo un presidente del consiglio che dice che è giusto evadere le tasse, per dire.
Triste dirlo nell’anniversario dell’unità d’Italia, ma non ci sentiamo stato, e da molto tempo. Certo, la nostra storia di patria ultraframmentata in realtà locali, certo, l’unità alla fine fu una sostanziale conquista del territorio italiano da parte del Regno di Savoia (non che la gente non lo volesse, intendiamoci, ma fu tutto sommato un’annessione), ma abbiamo molto in comune, noi italiani. Ma non abbiamo il senso dello stato, non siamo disposti ai piccoli sacrifici per il bene comune. Perché del bene comune ce ne freghiamo. Senza contare che vediamo nemici ovunque. Conosco paesi separati da una manciata di chilometri che si odiano.
È questo che ci frega? Forse. Se i politici usano la cosa pubblica come un loro bene privato, se le cose non funzionano è perché i cittadini sono i primi a non crederci, i primi ad essere interessati solo del proprio orto.
E il bello è che più mi guardo in giro più mi sembra una tendenza generale.

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Regali

Grazie ragazzi, siete stati fantastici

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L’omo de fero corpisce ancora

Avevo una grossa paura, per Iron Man 2. Che l’anima cazzona del primo film andasse perduta nella svolta dark. Perché Harry Potter ci insegna che la svolta dark, di questi tempi bui, è il destino ineludibile dei blockbuster. Per fortuna, il rischio è scongiurato.
Ok, forse non è riuscito proprio come il primo, ok, forse soffre della sindrome da Spiderman 3 (no, non il rincoglionimento dell’eroe, mi spiego più sotto), ma per lo meno ritroviamo il solito Tony Stark, pieno di gnocca fin su ai capelli, belle macchine e rock a palla. E anche la sua fase “‘sto a mori’, me do all’autodistruzzzzione” (è che Tony Stark pensa in romanaccio, lo sento, altro che Malibù) è portata avanti con la consueta autoironia.
Ma veniamo al merito.
I contro.
Il vero problema della saga di Iron Man è lo spreco dei personaggi negativi. Che partono da idee interessanti, vengono ben costruiti, ma poi scoppiano come bolle di sapone di fronte alla prova del combattimento finale. Nel film precedente Obadiah si fa fregare come un pirla, in questo Ivan dura due minuti netti. Adesso si capisce perché manda avanti droni a frotte, perché di suo è una pippa. Peccato. Perché il personaggio era ben fatto, interessante, e soprattutto perfettamente incarnato da un disfatto Mikey Rourke, che da quando non è più un figo ha guadagnato in carisma e capacità interpretative.
Troppa carne al fuoco (la sindrome di Spiderman 3, in cui il nostro se la vedeva con ben 3 cattivi, se non erro). La linearità della trama del primo viene sostituita da una certa confusione in questo secondo episodio, in cui Tony se la deve vedere con: 1) la propria malattia, 2) il suo alterego sfigato Hammer (altro bel personaggio, se posso permettermi, soprattutto grazie a Sam Rockwell), 3) Ivan, 4) lo S.H.I.E.L.D., di cui in realtà non ho ben capito scopi e funzioni. Un po’ troppo direi. Anche la gnocca raddoppia, con una burrosissima e letale Scarlett Johansson, che è un bel vedere, per carità, ma è un po’ buttata lì, soprattutto nel suo rapporto con Pepper Potts (due scene prima si odiano, poi si amano: problemi al montaggio? È saltata una scena?). Un po’ meno carne al fuoco avrebbe giovato ad un film che ha il suo punto di forza nella coattaggine del suo protagonista e delle scene “di menare” (e che, va detto, non si vergogna manco un po’ di essere commercialissimo, e fa bene).
Infine, per chi è digiuno o quasi di fumetti Marvel, alcune cose hanno bisogno dei sottotitoli. Nick Fury? Lo Shield? La scena finale dopo i titoli di coda? Un po’ più di spiegazioni in merito sarebbero state gradite.
I punti di forza.
Questo film sa cosa vuole, e per questo lo ottiene. È la cosa più vicina a roba come Indiana Jones (i tre originali) e altri film d’azione anni ’80 che sia stato recentemente prodotto. Perché non si prende sul serio, sa perfettamente di essere mero intrattenimento, e questa mancanza di ambizioni “alte” giova moltissimo al plot e alla sceneggiatura. Voglio dire, fa piacere per una volta vedere un supereroe che approccia i suoi superproblemi senza troppe pippe mentali, e la sceneggiatura funziona quasi sempre, con scambi divertenti e scoppiettanti.
Ottimo il cast. Vabbeh, Robert Downey Jr, è Tony Stark, poco da dire. Ci piacciono molto il Rourke e Rockwell, come dicevo, anche perché passi Rourke (che però deve la sua rinascita ad un film non esattamente d’azione quale The Wrestler), ma uno Rockwell non è che sia esattamente associato al film d’azione tipico. Vabbeh, io me lo ricordo per Confessioni di una Mente Pericolosa che avevo adorato (lui e il film).
Sugli effetti speciali non mi soffermo. Lo standard ormai è quello, uno non si stupisce più di niente sull’argomento, e anzi la notizia c’è quando qualcuno li toppa, e non mi pare questo il caso.
Insomma.
Non stiamo parlando della storia del cinema. Ma stiamo parlando di due oneste ore in scioltezza, con una cosa divertente e ben confezionata, contro dentro l’uomo che è assurto a mio mito personale nel momento della costruzione dell’acceleratore da garage.

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