Archivi del mese: giugno 2010

Intervallo

Above us only sky

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Da oggi tifo Capitan Tsubasa

Io di calcio non ci capisco niente (quanti post qua sopra ho iniziato con questo disclaimer? Forse dovrei iniziare a studiare…). Anche quando tifavo Sampdoria, da ragazzina, o Lazio, un po’ più grandicella, era una cosa così, estemporanea. Preferisco altri sport: il nuoto su tutti, ma anche il tennis, il pattinaggio…E le partite le vedo praticamente solo ai Mondiali. È che in quel caso ho l’incentivo: la partita diventa un piacevole rito collettivo. Ti trovi con gli amici, una pizza assieme o un po’ di salsicce sul barbecue, si gioisce e si soffre in compagnia mentre tra un assist e l’altro si parla del presente e del futuro.
Datosi che le ultime due partire dell’Italia sono state alle 16:00, non ho potuto vederle in compagnia, ma vabbeh. Speravo che si andasse avanti praticamente solo per questo, per poterci mettere tutti lì a vedere assieme la partita per di più in HD, che se c’è una cosa in cui l’HD fa davvero la differenza è una partita di calcio. Ma sto divagando. Il punto è che io di calcio ne so quanto di medicina legale. Però quel po’ che so m’è bastato ieri per sentirmi veramente in imbarazzo, mentre guardavo la partita. Avete presente, no, quando assistete alla stratosferica figura di merda di qualcuno, e vi sentite male per lui. Io in casi del genere soffro da morire, devo proprio distogliere lo sguardo. Ecco, così. Gente che non controllava la palla, passaggi verso il nulla, difesa che non difendeva, attacco che non attaccava, centrocampo che non centrocampava…
“Guarda, se ci dice culo culo, forse, ma dico forse, pareggiamo” ho preconizzato più o meno dopo dieci minuti di partita.
“Ma no, vedrai che vinciamo” mi ha risposto un Giuliano disperatamente speranzoso.
Eh. Gli ultimi dieci minuti hanno dimostrato che, a giocare, non dico che si poteva vincere, ma almeno pareggiare sì. Ok, mi si dice che non fossimo una squadra di fenomeni, e ci credo, il 90% dei nomi dei giocatori mi era completamente ignoto, mentre, ok, non ne so, ma tipo Balotelli, Cassano, Totti e via così so chi sono, ecco. Ma, diamine, almeno giocare un po’ meglio di mio cognato quando aveva sei anni forse si poteva fare.
Vabbeh. Ho già sostituito i nostri baldi eroi col mio nuovo mito calcistico: il Giappone. Poi, ovviamente, il mio cuoricino batte anche un po’ per la Germania. Però addio partita tutti assieme, direi…e questo mi spiace.
Ultima nota: ieri leggevo i commenti dei tifosi. Roba allucinante. “Questa squadra ci ha umiliati”. “Ci devono chiedere scusa”. “Una squadra allo sbando per un paese allo sbando”. Take it easy. È solo calcio. È un gioco. Dispiace, perché dispiace, anch’io ci resto male quando l’Italia fa figure barbine, che so, ai mondiali di nuoto. Ma in fin dei conti è solo sport. Scandaloso che questa gente sia strapagata? Certo, ma lo è anche quando vince la coppa del mondo. Dovremmo lamentarci anche allora.
La morale? Nessuna. Forza Giappone e forza Germania e tra un paio di settimane si torna alla normalità.

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newborn

Oggi mi cimento con cose grosse. Avete presente la grande domanda esistenziale intorno alla quale si interrogano i filosofi da che mondo è mondo? Ma l’uomo è per natura buono o cattivo?
Ecco, a me questa domanda viene in mente ogni volta che rifletto un po’ su Irene. E più passa il tempo più mi viene da pensare che uno non cresce: peggiora.
Quando sei neonato la vita è semplice. Hai i tuoi bisogni, generalmente piuttosto elementari, e, se sei nato dal lato giusto del mappamondo e in una famiglia normale, hai chi soddisfa questi tuoi bisogni. Inoltre, la vita ti stupisce. Tutta. Qualsiasi cosa è meravigliosa. Per divertirti basta la carta scricchiolante dell’uovo di cioccolata, o le posate sul tavolo. Le persone nuove non sono delle minacce, sono soggetti tutti da scoprire. Infatti ti stanno mediamente tutte simpatiche, con loro ti prodighi in ampi sorrisoni. Non hai idea di cosa sia la proprietà, per cui non hai reali motivi di litigio con nessuno. Ti frega poco di essere magro, grasso, ben vestito. Ti basta stare al caldo se fa freddo, al fresco se fa caldo. La tua vita non ha complicazioni filosofiche: non stai lì a domandarti da dove vieni, dove vai, per te tutto è ridotto al presente. Adesso mangi, adesso dormi, adesso giochi con mamma sul letto. Il resto, il passato, il futuro, non esistono. Certo, ogni tanto succedono cose che non capisci, tipo che hai fame e non ti danno subito da mangiare, oppure ti portano in un posto dove prima ti sorridono e poi ti ficcano due aghi nelle gambe, ma vabbeh, diciamoci la verità, quante cose succederanno nella nostra vita di adulti che non capiremo mai? Un sacco.
Ditemi voi se poi non si peggiora, quando si “cresce”. La vita si complica per questioni assolutamente irrilevanti, tipicamente connesse all’interazione coi propri simili: sarò accettato dal gruppo? Mi vesto abbastanza figo? Sono abbastanza magro/grasso? Ho abbastanza successo?
Le cose che da neonato ti facevano impazzire di gioia, fosse solo il sorriso della tua mamma la mattina, non ti fanno più né caldo né freddo: il mondo non è più un posto meraviglioso, ormai lo conosci e ci vuole roba sempre più forte per stupirti. Il passato e il futuro diventano enormemente più importanti del presente: quel che è stato condiziona la tua vita, quel che sarà ti spaventa, oppure lo aspetti con ansia. In ogni caso, vivi più per il futuro che per quel che è qui e ora. Infine, dividi il mondo in quel che è tuo e quel che è d’altri, e questo è all’origine di una sequela infinita di casini, che vanno dalle piccole incomprensioni domestiche alle grandi guerre.
Ora, mi rendo conto che sto tessendo l’elogio dell’inconsapevolezza. Da ragazzina, sul diario di scuola, fitto di citazioni dei miei autori preferiti o di semplici frasi che mi piacevano, avevo scritto questa: “più conosco più soffro”. Ora, io non lo so se è vero. Se è meglio l’incoscienza benedetta dei neonati o questo frutto proibito che abbiamo rubato a Dio, la conoscenza del bene e del male. È solo che vorrei sapere perché crescere significa quasi invariabilmente diventare cinici e stronzi, e non si può portare con sé qualcosa di quel periodo benedetto in cui eravamo piccoli e ogni cosa ci sembrava grande e bellissima.

P.S.
Non c’entra niente, ma vi segnalo che il 1 Luglio e io e Rossella saremo alla Libreria Mel Books Store di Via Nazionale, qui a Roma, alle ore 18:00 per discettare con voi di Ti Voglio Vivere, il libro di suddetta Rossella. Vi si attende numerosi! :)

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La Formula Chimica del Dolore

La Formula Chimica del Dolore lo presi poco dopo la nascita di Irene (sì, ci metto un sacco a leggere i libri che compro, più che altro perché ne compro a ritmo più sostenuto rispetto ai tempi di lettura). A incuriosirmi, due cose: innanzitutto, il fatto che fosse ambientato in un ospedale. C’ero da poco stata, avevo fatto una serie di riflessioni al riguardo (qualcuna qui) e volevo confrontarmi con altri che avessero fatto esperienze simili, sebbene decisamente più drammatiche. In secondo luogo, il fatto che parlasse di cancro. Non credo esista oggi in Italia persona che non abbia esperienza più o meno diretta di questa malattia: tutti abbiamo un parente, un amico che si è dovuto confrontare con la cosa, e io non faccio eccezione. Indi per cui, lo presi, e lo misi in lista d’attesa.
L’ho preso in mano più o meno una settimana fa, e l’ho letto d’un fiato. Taglio subito la testa al toro e vi dico che è splendido. Splendido ma doloroso.
A riguardo di questo libro mi torna in mente una riflessione di Saviano sui grandi libri, sul fatto che sostituiscano la loro realtà alla tua; ad esempio, Primo Levi non ci ha fatto conoscere il lager, Primo Levi ci ha fatto esperire il lager, ci ha portato lì dentro, ci ha immersi in quella realtà, ha reso ciascun lettore un prigioniero, per il tempo della lettura. Ecco, questa cosa mi è successa con La Formula Chimica del Dolore. È un libro che non va letto, è un libro che si vive. Dalla prima pagina, dominata dalla vividissima descrizione della tosse secca di un moribondo, il lettore finisce nelle pagine, e non si limita a leggere la storia di Filippo, è Filippo. Per questo è un libro doloroso, perché leggerlo è a tutti gli effetti un’esperienza esistenziale. È immergersi nel dolore del mondo, in quel dolore puro e assoluto che ci rende davvero fratelli, che azzera le nostre differenze e ci pone innanzi alla nostra nuda essenza di uomini. Il dolore affratella, nel dolore siamo tutti uguali. E il lettore con Filippo soffre, con lui e tutti gli altri dolenti personaggi che popolano l’ospedale, dalle infermiere ai malati. Ma non soltanto il lettore entra in ospedale, per così dire: il libro in qualche modo fa uscire dall’ospedale tutti i personaggi. È vero, per qualsiasi ragione si finisca in ospedale, si cade in un microcosmo chiuso: bastano poche ore, a volte semplicemente indossare il pigiama e le ciabatte, e si finisce fuori dal mondo, relegati in un limbo in cui non si è né completamente vivi né completamente morti. Il resto è tagliato fuori, ci si percepisce come appartenenti ad una diversa umanità. C’è un filtro tra dentro e fuori: La Formula Chimica del Dolore questo filtro lo infrange, rompendo quell’isolamento che vivono i malati, portandoli in mezzo a noi, nel regno dei sani.
Ho detto che è una lettura dolorosa. Verissimo. Eppure non c’è nulla nella scrittura che sappia di autocommiserazione, o anche solo che cerchi di stimolare nel lettore la pietà. Le miserie dei corpi stipati nell’ospedale vengono anzi a volte ritratte con estrema crudezza, quasi con fastidio. E tutto nel libro ha una suprema leggerezza. Lo stile è ironico, essenziale, incredibilmente vivo, balza fuori dalla pagina, assieme ai personaggi, così vividi, reali. Ed è grazie a questo stile così limpido, così stupito, se vogliamo, di fronte alla malattia, alla disgrazia che capita tra capo e collo, senza ragione, cieca, che scatta questa adesione viscerale del lettore al libro e alla storia. Proprio perché Filippo attraversa questo mondo di dolore con l’incredulità e l’innocenza di un bimbo, non si può fare a meno di volergli bene, di tifare, e soffrire, con lui.
Ma ridurre questo libro alla mera testimonianza di un malato che lotta contro il cancro è fargli un torto. Come tutti i bei libri, parla di molto altro, si allarga a trattare di vita in senso lato, di tutto ciò che nell’esistenza ci mette alla prova. E infatti io ci ho trovato delle riflessioni incredibilmente simili a quelle che facevo quando mi è stato diagnosticato il diabete. I miei tre mesi da diabetica non sono neppure lontanamente paragonabili all’esperienza del cancro, eppure li ho vissuti come una prova dura, difficile. So che non era una cosa grave, e sapevo che, se tutto fosse andato bene, una volta partorito io sarei tornata normale, e Irene sarebbe stata bene. Ma ricordo con lucidità estrema il giorno in cui ho dovuto usare per la prima volta il glucometro, o farmi un’iniezione di insulina, quel senso strano di un corpo che non ti risponde più, e che pure sta bene. Perché non hai alcun sintomo, sembri una persona sana, eppure dentro di te qualcosa si è ribellato, qualcosa ha deciso di remarti contro.
Nonostante il mio diabete fosse una sciocchezza, mi sono ritrovata a farmi le stesse domande che l’autore si fa nell’ultimo, splendido capitolo del libro: perché mi sono ammalata? Ho fatto qualcosa di male? Saranno state le caramelle che mangiavo dopo pranzo, o tutta la pizza che divoravo nei primi tre mesi di gravidanza? Per questo dico che La Formula Chimica del Dolore non è solo un libro sul cancro: è un libro sul dolore, su cosa ci insegna, e soprattutto un libro sulla vita. Val la pena fare questo viaggio, anche quando il nostro corpo è un grumo di sofferenze e il nostro sprito è triste fino alla morte? La risposta è un sì forte e chiaro. Perché quando ti trovi sul limite, quando d’improvviso un medico ti dice che hai 50% di possibilità di vivere e 50% di morire, improvvisamente senti che la risposta può essere una sola: vivere, vivere, vivere.

“Il dolore mi ha insegnato che la vita è bella anche quando è brutta. Anche nei momenti più bui e ingiusti, la vita è bella. Essere nati è un miracolo, poter vivere è un regalo, e poter sopravvivere, un’occasione. Anche se talvolta si tratta di un compito difficile o, a tratti, faticoso. Ognuno di noi è unico e dunque irripetibile, perché siamo riusciti a essere concepiti, a nascere, a vivere e a sopravvivere, sbaragliando gli altri ottanta milioni di spermatozoi che avrebbero potuto sbattere più velocemente la loro codina, scalciare e sgomitare più in fretta di noi per rubarci l’ovulo, la nostra crociera silenziosa verso la Vita”.

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once more time, with feeling

Mi sta succedendo una cosa strana, o forse più che strana inaspettata. La vita in fin dei conti è così: assolutamente e completamente imprevedibile, e anche quando arriva con qualcosa che ti aspettavi, lo fa in modi che non sospettavi. Niente è mai come lo si immagina.
Le prime volte sono sempre un po’ uniche. Sarà la scoperta dell’ignoto, sarà la meraviglia di fare una cosa per la prima volta, ma in genere le si vive con più intensità delle altre. E così, la stesura delle Cronache per qualche ragione è stata un’esperienza unica nella mia vita. C’era un’intensità strana, quasi ossessiva. Avevo dato davvero tutta me stessa in quell’anno e mezzo di lavoro, per altro in un gesto completamente e totalmente gratuito: non pensavo di pubblicare, non avevo idea se qualcuno avrebbe mai letto, e se mi costringevo a scrivere tutte le sere, e un tot di pagine a sera, era solo per me stessa. Forse era la dimensione titanica di quest’impresa a rendermela unica.
Poi, ovviamente, tutto quel che ho scritto dopo l’ho sentito molto, o non l’avrei scritto. E ci sono particolari episodi (la morte di chi sapete, per dire, che mi ossessiona ancora a tre anni di distanza) che probabilmente appartengono alle cose più intime e sentite che abbia mai scritto. Ma mancava quel coinvolgimento totale, assoluto, della prima volta. E credevo fosse appunto una cosa connessa al primo libro, e che non si sarebbe più ripetuta per questa ragione.
Invece ieri, seduta alla mia scrivania, mentre facevo fatica a staccarmi dai miei personaggi per andare a letto, ho capito che l’alchimia sta per ripetersi. Che d’improvviso, dieci anni dopo la prima volta, di nuovo una storia mi ossessiona a tal punto da sconfinare nella mia vita di tutti i giorni. Di nuovo, dopo un sacco di tempo, poggiata la testa sul cuscino Amina era ancora con me, e premeva sulla mia fronte per costringermi a sedermi ancora alla scrivania, e scrivere di lei. E stamattina era là, dove l’avevo lasciata. E mi sono detta: stasera quasi sicuramente non potrò scrivere. Devo ritagliarmi del tempo per farlo ugualmente, perché questa storia devo raccontarla adesso, adesso o mai più.
Non lo so se è la materia di cui sto trattando che mi appartiene particolarmente. Non so se è la sensazione di star chiudendo un ciclo. E non so dire nemmeno se quello che sto scrivendo in questo periodo sia meglio di tutto quello che ho scritto in passato. Spero di sì, ovviamente, ma non ho quel distacco e quella lucidità che mi permettono di giudicare; al solito, dirlo non sta a me, sta ai lettori. O forse è colpa della mia vita 2.0. Fare un figlio ha azzerato tutto. Sono passata al livello successivo, e la gravidanza è stata una specie di cesura. Penso che l’anno scorso era tutto così speciale, che l’estate per me non sarà mai più la stessa cosa. Sono morta quel giorno al Gemelli, quando Irene è nata, e rivivo adesso un’esistenza in cui tutto sembra uguale a prima, e invece tutto è terribilmente diverso. Sarà questo. Ma mi sento addosso la stessa sensazione che provo quando leggo un libro che amo (per altro ne sto leggendo proprio ora uno splendido, appena finisco ve ne parlo). Quel misto di eccitazione e coinvolgimento estremo, quell’ansia di andare avanti, di immergersi di nuovo nelle pagine. La realtà di Amina, Adhara, Amhal sta sostituendo la mia, di realtà. È un luogo parallelo, non migliore né peggiore di questo in cui vivo, in cui non vado a rifugiarmi solo la sera, quando scrivo, ma che mi vive accanto, si sovrappone alla mia vita di tutti i giorni.
Per chi come me ha la pesante consapevolezza di essere sempre al di sotto delle proprie aspettative, per chi come me si sente così tragicamente innocua, questa sensazione è più preziosa di una critica positiva, di un buon piazzamento in classifica. È al pari di un commento sentito da parte di un lettore, uno che ti dice di aver ritrovato un pezzo della sua vita nella tua storia. È la chiara sensazione di avercela messa tutta, di aver dato il massimo. È il senso di quel che faccio, è la risposta al perché scrivo.

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iPad, prova su strada

Mi accorgo or ora che vi dovevo dalla scorsa settimana un post sull’iPad. Mi sono preparata psicologicamente a quel che detto post scatenerà nei commenti, per cui sono pronta.
Dell’iPad avevo già parlato in passato, quando lo presi. Adesso, dopo tre settimane che ce l’ho, posso tirare un po’ le somme. Innanzitutto, lo uso molto più di quanto credessi. Ha praticamente sostituito del tutto l’Air per la navigazione in rete. I perché sono due: innanzitutto, l’iPad mi permette di navigare dal divano, dal letto e da qualsiasi altra posizione relax mi venga in mente. In teoria anche un portatile permette una cosa del genere, ma pesa di più, è assai meno comodo e riscalda molto. La seconda ragione, è che Safari per iPad è molto, ma molto meglio di Safari per Mac. Molto più rapido, molto più maneggevole. Questa cosa fa passare assolutamente in secondo piano l’assenza (per ora) di multitasking. Mi spiego. Ho l’abitudine di tenere aperte almeno quattro o cinque tab quando navigo. Ovviamente con l’iPad questo non è fisicamente possibile, si può navigare un sito per volta. Ma le pagine restano aperte, e si può passare dall’una all’altra piuttosto facilmente e rapidamente.
L’altro gran punto di forza sono le foto. Da quando ho la reflex (che poi tecnicamente non sarebbe neppure mia ma di Giuliano, ma vabbeh) faccio un sacco di foto. Metterle sull’Air è sempre un po’ un pianto, perché non formatto mai la scheda di memoria, e quando le scarico dentro ce ne sono 1500 almeno di cui 1300 già scaricate. L’operazione si porta via un sacco di tempo, senza contare che poi la navigazione tra le foto è piuttosto lenta e farraginosa. Questo fa sì che poi la loro elaborazione, l’eliminazione delle foto non riuscite siano operazioni lunghe e pallose.
Con l’iPad no. L’iPad è una scheggia a scaricare le foto, e la navigazione è praticamente istantanea, una cosa che è difficile spiegare a parole, occorre testarla. Di per sé, l’iPad non permette di editare le foto, ma ovviamente là fuori è pieno di app che lo fanno. Io ne ho scaricate due particolarmente efficaci, con cui ad esempio ho tagliato le foto dei Muse che ho pubblicato qualche tempo fa. Inutile dire che vedere le foto sull’iPad è assolutamente fantastico: ottima resa dei colori, gran definizione. Quando metteranno poi i nuovi schermi dell’iPhone anche sull’iPad la cosa suppongo diventerà impressionante.
Sulla portatilità manco mi soffermo. Lo infilo in borsa, o nello zainetto quando devo stare più comoda. Il peso non è eccessivo (per altro la mia borsa pesa sempre un sacco), per cui portarselo dietro è un piacere.
Ma io l’iPad l’avevo comprato con la speranza di usarlo per scrivere in treno. Questa funzionalità l’ho testata quando sono salita a Milano per i Muse. Ed è stato fantastico. Ok, Pages per iPad ha ovvie limitazioni, alcune delle quali non mi interessano in alcun modo: il fatto che non formatti per bene il testo, per esempio, non è un problema. Il programma che uso per scrivere non lo fa, quindi sono già abituata così. L’unico vero dramma è l’assenza del conteggio delle battute. Scrivendo capitoli tutti approssimativamente uguali in lunghezza, ne ho bisogno come dell’aria che respiro.
Anche qui, il fatto che non sia multitasking non è un problema. Uscivo da Pages, aprivo GoodReader su cui avevo salvato i capitoli precedenti per consultazione, ritornavo in Pages dove trovavo il testo esattamente dove l’avevo lasciato. Farraginoso? Può sembrarlo, ma l’entrata e l’uscita da un’applicazione all’altra è così rapida che la cosa è sostanzialmente identica al navigare più documenti aperti contemporaneamente. Anzi, quando apro più documenti con Word sul Mac la cosa è persino più lenta.
La tastiera virtuale è comodissima, persino piacevole da usare. Probabilmente questo è vero per me che uso solo due dita per scrivere, e non vale per chi fa altrimenti, ma io mi sono trovata molto bene. Il tempo di scrittura è lo stesso che su una tastiera reale, l’assenza delle accentate non è gran problema, visto che il software permette di accedervi facilissimamente con un dito solo, e lo strumento di correzione automatica è per lo più eccellente. Certo, ogni tanto capita che corregga dove non dovrebbe, ma apprende dagli errori, ergo basta rifiutare una certa correzione per non vedersela più riproposta nel resto del documento. Ho scritto un intero capitolo sul treno, ed è andata benissimo. Complessivamente, per scrivere in viaggio è più comodo l’iPad rispetto all’Air. In genere il sedile del treno è piuttosto distante dal tavolino, e quindi si è costretti a tenere il mac sulle gambe. Ovviamente, tenere l’iPad sulle ginocchia è più comodo rispetto a tenerci un portatile, per questioni di peso e riscaldamento.
Comunque, uso l’iPad per la scrittura anche in altre situazioni. Ad esempio, quasi tutti i post sono fatti con l’iPad. Insomma, credevo che fosse poco credibile l’uso dell’iPad per il mio lavoro, e invece mi sono dovuta ricredere.
Qualcuno mi domandava: ma come fai a tirare fuori i files dall’iPad. In effetti è un po’ un punto debole. Si può usare DropBox, che ho usato per metterci dentro tutto il nuovo libro. Per tirar fuori il capitolo nuovo, invece, ho usato la mail, banalmente. In effetti però farebbe molto comodo la possibilità di salvare il lavoro su una chiavetta.
Complessivamente, inizio a sperare che l’iPad sia il futuro dei portatili. Intendiamoci, ci sono molte cose che un portatile fa e un iPad no. Per dire, l’astrofisica non posso farla su iPad, perché ho bisogno di una certa potenza di calcolo che l’iPad non può fornirmi, anche se esistessero i programmi atti all’analisi dati. Ma io lavoro praticamente sempre in remoto, coi dati fisicamente lavorati su un server. Per cosa uso l’Air? Per scrivere la sera, per navigare. Esattamente le stesse cose che faccio, nel caso della navigazione anche meglio, con l’iPad.
La gran cosa dell’iPad è la rapidità e la snellezza d’uso. Fa quel che devo quasi istantaneamente. Il passaggio da un’app all’altra è immediato, e questo perché sostanzialmente sotto non c’è un vero e proprio sistema operativo. La personalizzazione dell’iPad, poi, è virtualmente infinita. Di app ce ne sono una marea per tutte le esigenze, per cui ognuno può trasformare l’iPad nel tipo di strumento di cui più necessita. È questa l’altra cosa bella dell’iPad: di per sé, certo, non è nulla di eccezionale. È un supporto che però si può piegare a molteplici usi. È ciò che vuoi che diventi, letteralmente.
Certo, qui si apre il capitolo “le app che puoi usare le sceglie la Apple a sua discrezione”. Mentre sulle App la questione è meramente etica, per quel che riguarda libri e fumetti il problema si fa sostanziale, leggi la recente, e ridicola, storia dell’Ulisse di Joyce. È un problema che occorrerà porsi, in futuro, ma quel che auspico è che l’iPad sia “The shape of things to come” (ancora cito Lost, damn…) e che in futuro ci siano altri prodotti del genere anche non Apple. E a quel punto vedremo se Jobs continuerà ad avere questa ridicola ossessione per la pornografia.
In ogni caso, l’iPad ha altri difetti oltre al problema delle app. Innanzitutto, è un prodotto costoso, troppo. Ok, si ripaga, per carità. Credo che nel mio caso la spesa si ammortizzerà in tempi brevi. Resta il fatto che essendo un prodotto indirizzato più che altro allo svago costa veramente troppo. Un’altra cosa che mi dà fastidio è il costo delle app. Per l’iPhone ancora si trovano in giro molte app gratuite, magari con delle limitazioni, ma si trovano, per l’iPad praticamente non ne esistono. Trovare una app che costi meno di 1 euro è praticamente impossibile. Intendiamoci, ci sono programmi per i quali uno spende senza problemi; l’assenza di applicazioni gratuite e il costo medio superiore a quello delle app per iPhone mi fa però temere che sia partita la speculazione su questo tipo di mercato. Vedremo.
Insomma, il bilancio di queste prime tre settimane di uso è molto positivo. È stata una spesa, ma valeva la pena. E adesso, vedete di non farvi guerra dei commenti :P

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Opposti estremismi

Ieri sfogliavo Repubblica, as usual, e mi sono imbattuta in questa campagna contro i disturbi alimentari. Non conosco il contenuto dell’opuscolo, e dunque su quello non mi pronuncio, ma mi ha colpita la foto della donna scelta per il cartellone della campagna. È evidentemente in sovrappeso, eppure è molto bella.
Ora. Io questa cosa non l’ho mai capita. Quando si parla di anoressia e disturbi del genere quasi sempre i media partono per la tangente con un’esaltazione della ciccia. Penso a questo cartellone, oppure all’esaltazione di Bette Ditto, che non è esattamente il ritratto di una donna in salute. L’idea di base, questo lo capisco, è che occorra accettarsi per quel che si è. Mi sfugge invece perché questo debba tradursi in “grasso = psicologicamente sano”. Tanto più che la donna della campagna cui mi riferisco è appunto bella. Voglio dire, io magari ho problemi ad accettarmi, visto che ho la gobba al naso, il mento importante e la bocca larga, non una il cui unico problema è portare la 48.
È che come al solito si passa da un estremo all’altro. Da quando ho fatto la dieta, che in verità chiamarei più “due anni di educazione alimentare”, le mie prospettive sull’argomento sono cambiate. Quando pesavo 68 chili forse potevo essere d’accordo con quella campagna, e bearmi quando vedevo altre persone in sovrappeso. Ma essere in sovrappeso o obesi e non farsene un problema non è un modo sano di relazionarsi al cibo e al proprio corpo, affatto.
Il problema è che non si sposta mai l’accento dalla questione meramente estetica a quella sanitaria, che sarebbe la vera rivoluzione. Le campagne contro l’anoressia come quelle di Nolita mettono l’accento sulla bruttezza di un corpo spolpato dalla malattia, quella che ho indicato io invece si concentra sulla bellezza di un corpo pingue. Raramente qualcuno ci dice chiaro e tondo che entrambi i modelli sono sbagliati perché tanto la magrezza estrema che la pinguedine sono problemi sanitari. Quando andai dalla dietologa lei non venne a dirmi “sei davvero brutta con tutti quei rotoli di ciccia, pensa quanto potresti essere carina senza”, ma anzi spostò immediatamente il problema sul piano medico. Mi disse che il mio era già un sovrappeso di media entità, che la cosa avrebbe potuto darmi problemi di salute in futuro, che la mia generazione sarà la prima a vivere meno di quella precedente solo a causa di una scorretta alimentazione, e che mangiar male, essere grassi, vuol dire avere un rischio aumentato di contrarre malattie cardiovascolari, avere maggiori probabilità di ammalarsi di diabete, e via così. E anche quando iniziai a dimagrire, non mi diceva mai “ti piaci di più?”, ma piuttosto “non ti senti più leggera? Non ti accorgi che fai meno fatica a muoverti, a far le scale?”. Si incazzava quando io iniziavo a parlare di magliette che finalmente mi entravano e di taglia 42.
È la solita storia. L’apparenza domina. E non capiamo che l’anoressica e la ragazza obesa (o il corrispondente maschile, ovviamente, anche se la cosa sembra essere più circoscritta) sono in parte figlie del medesimo problema, almeno se vogliamo accettare che malattie del genere abbiano un’origine sociale. Entrambe in qualche modo sono schiave della propria apparenza: la prima perché vuole adattarsi ad un modello di bellezza dominante e irraggiungibile, la seconda perché tale modello vuole invece orgogliosamente negarlo. Ma entrambe vivono in quel sistema, e ne sono il frutto malato.
Essere sovrappeso o obese e non far nulla per dimagrire non vuol dire “accettarsi per quel che si è”: non si nasce obesi, e l’obesità si cura, è una malattia. Angelica Houston si accetta per quel che è, esibendo orgogliosamente il suo volto asimmetrico e particolare. Una donna che invecchia e non si tinge i capelli si accetta per quel che è. E una che è normopeso, e non si danna l’anima per perdere inesistenti chili in più si accetta per quel che è (ok, vabbeh, lo so che qui predico bene e razzolo male…).
A me piacerebbe un bella campagna contro l’anoressia con una ragazza francamente brutta che esibisce i suoi difetti come fossero pregi. Perché la verità è che molto spesso la bellezza è solo una questione di atteggiamento. Chi si sente bella automaticamente viene vista come tale da chi la guarda. La maggior parte delle donne dello showbiz considerate belle hanno qualche difetto: il sedere della Lopez oggettivamente fa provincia, ma lei l’ha reso un suo punto di forza. La Jolie ha due labbra che sembrano un canotto, ma sono o non sono quelle che la rendono tanto desiderabile? È la sicurezza che trasudano che le fa diventare belle, al di là dei difetti che ognuna di noi ha, difetti che non sono malattie, a differenza dell’obesità o dell’anoressia.
Ma tanto ovunque è solo un trionfo di diete improbabili, o di esaltazioni del cibo come gran piacere della vitale, sottintendendo che chi invece magia sano sia uno poveraccio che non si gode la vita. Cosa che mi sono sentita dire spesso anch’io, quando ho rifiutato le patatine durante l’aperitivo o il giorno dopo un’abbuffata ho ridotto i carboidrati. E pochissimi che ti spieghino che ogni nutriente deve comparire in una dieta sana, e in una corretta percentuale. E la cosa non serve a essere fighi, quanto a vivere meglio e più a lungo. Ripeto, poi magari l’opuscolo di cui la foto queste cose le dice, ma è l’immagine scelta per la campagna che mi lascia un po’ perplessa.

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Mistero

Oggi ho un sonno che levati. È che ieri notte mi sono addormentata all’una o giù di lì. Fosse stato per lavorare, ci avrei messo una pietra sopra. E invece io ero andata a letto alle 23:30, solo che poi è successa una roba da Paranormal Activity.
Qui tira spesso vento. La nostra casa dà su un vasto prato, per cui ci becchiamo le folate a piena potenza. Ieri sera ne tirava un po’, nulla di paragonabile a quella volta che mi sono svegliata perché sembrava che dovesse venir giù la casa.
Sento la persiana che sbatte, torno a pensare ai fatti miei, quando il filo dei miei pensieri è interrotto da qualcosa a metà tra il lamento di un animale morente, un rantolo di agonia di qualcuno che sta un sacco male e il bramito di un orso.
“Ma che è?” zompo su. Giuliano non è meno perplesso di me.
Si alza, gira tutta casa per controllare che sia tutto a posto, dà un’occhiata ad Irene, che dorme tranquilla.
“Boh, sarà stato il vento…”.
Ci rimettiamo giù. Tempo due minuti e torna.
“Ma sembra uno che si lamenta!” insisto.
Giuliano si rialza, si rigira casa, quindi apre la finestra. Magari per imperscrutabili motivi qualche bestia non meglio identificata ha fatto free climbing come Manolo per venire a defungere alla nostra finestra. No, sul balcone non c’è nessuno. Ok, magari sull’altro. Nemmeno. Forse è il condizionatore. Lo si spegne e ci si rimette giù. E rieccolo. E a ‘sto punto in mi sento come se fossi finita in un racconto di Buzzati, tipo quello della goccia che sale le scale, o peggio in qualche cazzo di film horror. Perché, ovviamente, adesso oltre al rantolo sento duecento altri rumori di origine sconosciuta.
“Forse è la tanica dell’acqua del condizionatore”.
“No, magari è la porticina del contatore del gas”.
“Ma pare venire dai tubi dei termosifoni”.
Il mistero si infittisce.
Uno dice, vabbeh, non è un rumore forte, ci si abitua e si dorme. Sì, provateci voi con ‘sto lamento di sottofondo che pare proprio un licantropo alla porta che cerca di entrare.
Che potevo fare? Il CICAP a quell’ora non è disponibile e il mio animo astrofisico mi impedisce di chiamare i Ghost Busters. Ho fatto la cosa più sensata: ho preso armi e bagagli e sono andata a dormire sul divano. Perché, e qui la cosa diventa inquietante, il rumore si sente solo ed esclusivamente in camera da letto. Basta uscire nel corridoio e al massimo al massimo senti le tapparelle che sbattono.
Son stata lì a dormire fino alle 7:00, quando Irene s’è svegliata per mangiare. Cosa diavolo fosse, non lo so. Spero solo solo di scoprirlo prima della prossima serata ventosa, o mi tocca di nuovo il divano.

P.S.
Ottima intervista con anteprima a Paolo Barbieri oggi su Fantasy Magazine

P.P.S.
Curiosi di vedere il regalo di Thomas? Eccolo :)

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Itus et reditus + mini-mini-mini recensioni

Non è stato semplice, ma sono riuscita a tornare da Pietrasanta.
Per chi non fosse aggiornato sulla situazione, venti minuti dopo l’arrivo in loco, la batteria della 147 ha pensato bene di defungere e non dare più segni di sé fino alla mattina della partenza, quando la macchina non è partita neppure con i morsetti. Un’ora di panico prima dell’arrivo dell’elettrauto (si sarà rotto qualcosa? Si porteranno la 147 in officina? Resterò in eterno a Pietrasanta?) che ha semplicemente sostituito il pezzo e ci ha permesso di tornare quaggiù nell’afa.
Diciamo che c’è stata una vaga aura di sfiga che ha aleggiato un po’ su tutta la mia partecipazione all’evento. Per esempio, ha attaccato a piovere esattamente quando ho deciso che era tempo di farsi una bella nuotata in piscina. Che ha continuato mentre uscivo dall’albergo per andare a fare il mucchio di cose previste nel pre-presentazione. Per fortuna durante la presentazione ha solo minacciato pioggia, ma non ha piovuto.
A parte questi particolari, però, il bilancio è ottimo.
Innanzitutto perché fa sempre piacere stare un po’ con gli amici, specie quando sono lontani e non è che ci si veda spessissimo. Per altro queste sono quelle occasioni in cui uno rivede tante persone cui vuole bene, ma che incrocia solo per lavoro in contesti del genere. E poi c’era quest’aria da vacanza al mare che mi ricorda sempre le estati della mia infanzia, anche se il costume l’ho tenuto su giusto due minuti per scendere in piscina, vedere che pioveva, e tornarmene su con le pive nel sacco. C’era aria di mare, quell’atmosfera indolente da pomeriggi estivi passati sul letto a riprendersi da lunghe nuotate, e vestiti che a Roma metterei solo dopo averci pensato quaranta volte o giù di lì.
Questa brevissima vacanza per altro è stata anche un test: volevo vedere come ce la cavavamo fuori casa con Irene. Ok, c’è stato Torino, ma c’erano i miei a darmi una mano. Stavolta eravamo solo io e Giuliano a districarci tra interviste, presentazioni, incontri e mammità. Ed è andata molto, molto bene.
Mi fa piacere che Irene impari a viaggiare. Vorrei ereditasse un po’ della mia passione per il viaggio. Vorrei fosse cittadina del mondo, vorrei si sentisse a casa ovunque ci sia qualcuno che l’accolga. E quando la vedo sorridere alle persone nuove che incrociamo, quando la vedo esplorare con quei suoi occhioni e le sue manine posti che non ha mai visto, penso che siamo sulla buona strada.
E poi, certo, è andata molto bene la presentazione. Ancora non mi sono rivista. Mi hanno promossa alla piazza del Duomo, ed è stata un’esperienza lisergica: il palco da rock star, tutta quella gente assiepata là sotto…È stato bello. Spero vi siate divertiti, e non vi abbia steso a furia di chiacchiere più o meno futili. Un grazie gigantesco a Thomas di liciatroisi.eu, che innanzitutto ha trasmesso live la presentazione, e poi mi ha fatto anche una splendido regalo che asap immortalerò e vi farò vedere.
Poi, ok, confesso che, così come avevo fatto a Torino, là per là avevo pensato di seguire qualche incontro. C’era solo l’imbarazzo della scelta. Avevo accarezzato l’idea di Camilleri, per dire, che poi comunque non è venuto. Ma sapevo che con Irene al seguito e una giornata fitta di impegni sarebbe stato a dir poco proibitivo. E infatti alla fine sono riuscita a strappare solo la prima mezz’ora o giù di lì dell’incontro di Saviano. Sarei voluta rimanere fino alla fine, ma Irene ha dato parere contrario, e così sono andata via.
L’ho seguito dalle finestre dell’ufficio stampa, dove abbiamo riparato per tenere la pupa al coperto, visto che domenica sera a Pietrasanta pareva autunno inoltrato. Alla finestra, accanto a me, c’era un poliziotto che teneva d’occhio la folla. Poco prima avevo avuto un incontro strano e piacevole, di quelle storie che mi fanno capire quanto le parole scritte ti possano portare lontano, in posti dove da sola non saresti mai stata. Eravamo lì in attesa che l’incontro incominciasse, e la polizia stava piazzando i propri per il servizio di sicurezza. E c’era questo commissario (credo, sono una frana coi gradi militari), e io ero un po’ intimorita, lo sono sempre un po’ davanti all’autorità, e lui molto serio. Finché non mi ha vista, m’ha fatto un gran sorriso, s’è complimentato con me e mi ha spiegato che sua moglie è appassionata dei miei libri. Non so, m’ha fatto uno strano e piacevole effetto vederlo passare d’improvviso dalla serietà del suo lavoro a quel sorriso gentile e caldo. Eravamo in una stanza piena di libri, e Sandrone m’ha suggerito di prenderne uno e dedicarlo alla moglie. E così ho fatto, mentre lui finiva di disporre i suoi sulla piazza e nel palazzo. E io ho pensato di nuovo a quante cose tocca la carta dei miei libri, cose che io non so, che a volte sono anche più grandi di me. Ed è proprio quella carta che mi ha permesso di incontrare così tante vite, incrociarle per un attimo soltanto e condividere magari solo una stretta di mano, un sorriso timido o uno sguardo emozionato. Ma basta anche quel contatto così fugace per sentirsi uniti solo per un istante. In qualche modo quel che ho scritto, anche nella sua semplicità, anche nella sua banalità, mi ha fatto conoscere meglio i miei simili, mi ha socchiuso l’uscio su porzioni di umanità che da sola non avrei mai conosciuto.
Purtroppo, tra Irene che piangeva e io che mi sentivo in colpa perché la tenevo lì, lontana dal suo lettino per il mio piacere personale di sentire dal vivo uno dei miei scrittori preferiti, non sono riuscita a seguire al meglio l’incontro. M’ha fatto impressione veder entrare Saviano circondato da almeno una decina di persone, in una piazza circondata da carabinieri e polizia. Solo in mezzo ad una folla di almeno cinquemila persone, stando ai giornali. Solo proprio perché in mezzo a tutta quella gente. E il lungo, sentito, caldo applauso che la gente gli ha tributato mi è sembrato marcare ancor più quella solitudine. Perché per quanto potessimo spellarci le mani ad applaudire, a far sentire il nostro calore, noi siamo qui, a goderci la nostra vita, e lui è là, a combattere da solo una guerra che ci coinvolge invece tutti. E questa distanza è difficile colmarla.
Certo, è bello vedere così tanta gente star lì a sentir parlare di letteratura impegnata, di mafie. È stato bello percepire l’affetto vero di quell’applauso, del silenzio assorto che accompagnava le parole di Vargas Llosa e Saviano (a parte qualcuno che strillava da qualche parte, non riuscivo a ricostruire dove e chi). È un segno di qualcosa? Era la parte virtuosa dell’Italia, quella che stava là, come dice Giuliano, quella che magari domani cambierà le cose? Non lo so. Continuo a pensare che in questa storia a tutti noi sia richiesti un ruolo più attivo di quello dello spettatore che ascolta, applaude, e forse un po’ si commuove. Ma forse sono io ad essere un po’ pessimista.
Poi vabbeh, le parole di Saviano sulla letteratura, sulle parole che sono in grado di cambiare le cose, mi hanno scatenato pippe esistenziali su quel che scrivo a frotte. Ma quel che faccio io, le mie storie, hanno mai fatto la differenza per qualcuno, anche una differenza minima, insignificante? Parlano o stanno là mute, vivono finché le leggi, per poi morire non appena chiudi il libro? E se è così, cosa posso fare per renderle vive, per comunicare quel che ho dentro, cercare di cambiare qualcosa dalla mia scrivania? Saremo sempre innocue, io e le mie storie?
Mi consolo dicendomi che almeno ogni tanto ‘ste domande me le faccio, finché è così c’è ancora margine per un po’ di crescita.
Comunque. Come al solito il racconto delle esperienze che faccio si trasforma qui sopra in delirio informe, in una massa di suggestioni tra le quali è difficile districarsi. E tanto per aggiungere carne al fuoco, scarto, cambio argomento (più o meno) e vi avviso che oggi esce Ti Voglio Vivere di Rossella/Ninna. Io l’ho letto qualche mese fa in bozze (essere stata la testimone di nozze dell’autrice certe volte aiuta :P ), ma adesso lo sto rileggendo con piacere. C’ho anche le prove, esibite in fondo a questo post. Sulla copertina potete leggere il mio parere. Ragazzi, è un libro piacevole, in cui ognuno di noi può ritrovare un pezzo della propria vita. Io sono tornata indietro negli anni, ho ricordato amicizie che si sono perse nei tornanti della vita, la confusione e l’esaltazione di quegli anni, la crudeltà e la tragedia, persino. Secondo me vi divertirete anche voi a leggerlo, vedrete :) .
Ah, c’è anche il sito che è un sacco carino.

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avviso dal mondo degli insonni

Stamane mi sono svegliata alle 7.30. Lo so. Essere svegli alle 7.30 del mattino di sabato, se non si deve fare qualcosa tipo prendere un treno o andare da qualche parte, è una cosa contro natura. È che ho scoperto il millesimo motivo per odiare l’estate: mia figlia non sopporta il caldo. Come farle torto. Comunque. Mentre facevo colazione ho scritto questo post. L’ho salvato, convinta di averlo pubblicato. E invece no. Per dire. Mi sono accorta dell’errore solo ora. Vabboh.
Volevo semplicemente dirvi che potrete seguire la mia presentazione di domani sera in streaming sul sito www.liciatroisi.eu, così anche se non potrete venire potrete godervi le anticipazioni epocali sul prossimo libro :P

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