Archivi del giorno: 23 giugno 2010

La Formula Chimica del Dolore

La Formula Chimica del Dolore lo presi poco dopo la nascita di Irene (sì, ci metto un sacco a leggere i libri che compro, più che altro perché ne compro a ritmo più sostenuto rispetto ai tempi di lettura). A incuriosirmi, due cose: innanzitutto, il fatto che fosse ambientato in un ospedale. C’ero da poco stata, avevo fatto una serie di riflessioni al riguardo (qualcuna qui) e volevo confrontarmi con altri che avessero fatto esperienze simili, sebbene decisamente più drammatiche. In secondo luogo, il fatto che parlasse di cancro. Non credo esista oggi in Italia persona che non abbia esperienza più o meno diretta di questa malattia: tutti abbiamo un parente, un amico che si è dovuto confrontare con la cosa, e io non faccio eccezione. Indi per cui, lo presi, e lo misi in lista d’attesa.
L’ho preso in mano più o meno una settimana fa, e l’ho letto d’un fiato. Taglio subito la testa al toro e vi dico che è splendido. Splendido ma doloroso.
A riguardo di questo libro mi torna in mente una riflessione di Saviano sui grandi libri, sul fatto che sostituiscano la loro realtà alla tua; ad esempio, Primo Levi non ci ha fatto conoscere il lager, Primo Levi ci ha fatto esperire il lager, ci ha portato lì dentro, ci ha immersi in quella realtà, ha reso ciascun lettore un prigioniero, per il tempo della lettura. Ecco, questa cosa mi è successa con La Formula Chimica del Dolore. È un libro che non va letto, è un libro che si vive. Dalla prima pagina, dominata dalla vividissima descrizione della tosse secca di un moribondo, il lettore finisce nelle pagine, e non si limita a leggere la storia di Filippo, è Filippo. Per questo è un libro doloroso, perché leggerlo è a tutti gli effetti un’esperienza esistenziale. È immergersi nel dolore del mondo, in quel dolore puro e assoluto che ci rende davvero fratelli, che azzera le nostre differenze e ci pone innanzi alla nostra nuda essenza di uomini. Il dolore affratella, nel dolore siamo tutti uguali. E il lettore con Filippo soffre, con lui e tutti gli altri dolenti personaggi che popolano l’ospedale, dalle infermiere ai malati. Ma non soltanto il lettore entra in ospedale, per così dire: il libro in qualche modo fa uscire dall’ospedale tutti i personaggi. È vero, per qualsiasi ragione si finisca in ospedale, si cade in un microcosmo chiuso: bastano poche ore, a volte semplicemente indossare il pigiama e le ciabatte, e si finisce fuori dal mondo, relegati in un limbo in cui non si è né completamente vivi né completamente morti. Il resto è tagliato fuori, ci si percepisce come appartenenti ad una diversa umanità. C’è un filtro tra dentro e fuori: La Formula Chimica del Dolore questo filtro lo infrange, rompendo quell’isolamento che vivono i malati, portandoli in mezzo a noi, nel regno dei sani.
Ho detto che è una lettura dolorosa. Verissimo. Eppure non c’è nulla nella scrittura che sappia di autocommiserazione, o anche solo che cerchi di stimolare nel lettore la pietà. Le miserie dei corpi stipati nell’ospedale vengono anzi a volte ritratte con estrema crudezza, quasi con fastidio. E tutto nel libro ha una suprema leggerezza. Lo stile è ironico, essenziale, incredibilmente vivo, balza fuori dalla pagina, assieme ai personaggi, così vividi, reali. Ed è grazie a questo stile così limpido, così stupito, se vogliamo, di fronte alla malattia, alla disgrazia che capita tra capo e collo, senza ragione, cieca, che scatta questa adesione viscerale del lettore al libro e alla storia. Proprio perché Filippo attraversa questo mondo di dolore con l’incredulità e l’innocenza di un bimbo, non si può fare a meno di volergli bene, di tifare, e soffrire, con lui.
Ma ridurre questo libro alla mera testimonianza di un malato che lotta contro il cancro è fargli un torto. Come tutti i bei libri, parla di molto altro, si allarga a trattare di vita in senso lato, di tutto ciò che nell’esistenza ci mette alla prova. E infatti io ci ho trovato delle riflessioni incredibilmente simili a quelle che facevo quando mi è stato diagnosticato il diabete. I miei tre mesi da diabetica non sono neppure lontanamente paragonabili all’esperienza del cancro, eppure li ho vissuti come una prova dura, difficile. So che non era una cosa grave, e sapevo che, se tutto fosse andato bene, una volta partorito io sarei tornata normale, e Irene sarebbe stata bene. Ma ricordo con lucidità estrema il giorno in cui ho dovuto usare per la prima volta il glucometro, o farmi un’iniezione di insulina, quel senso strano di un corpo che non ti risponde più, e che pure sta bene. Perché non hai alcun sintomo, sembri una persona sana, eppure dentro di te qualcosa si è ribellato, qualcosa ha deciso di remarti contro.
Nonostante il mio diabete fosse una sciocchezza, mi sono ritrovata a farmi le stesse domande che l’autore si fa nell’ultimo, splendido capitolo del libro: perché mi sono ammalata? Ho fatto qualcosa di male? Saranno state le caramelle che mangiavo dopo pranzo, o tutta la pizza che divoravo nei primi tre mesi di gravidanza? Per questo dico che La Formula Chimica del Dolore non è solo un libro sul cancro: è un libro sul dolore, su cosa ci insegna, e soprattutto un libro sulla vita. Val la pena fare questo viaggio, anche quando il nostro corpo è un grumo di sofferenze e il nostro sprito è triste fino alla morte? La risposta è un sì forte e chiaro. Perché quando ti trovi sul limite, quando d’improvviso un medico ti dice che hai 50% di possibilità di vivere e 50% di morire, improvvisamente senti che la risposta può essere una sola: vivere, vivere, vivere.

“Il dolore mi ha insegnato che la vita è bella anche quando è brutta. Anche nei momenti più bui e ingiusti, la vita è bella. Essere nati è un miracolo, poter vivere è un regalo, e poter sopravvivere, un’occasione. Anche se talvolta si tratta di un compito difficile o, a tratti, faticoso. Ognuno di noi è unico e dunque irripetibile, perché siamo riusciti a essere concepiti, a nascere, a vivere e a sopravvivere, sbaragliando gli altri ottanta milioni di spermatozoi che avrebbero potuto sbattere più velocemente la loro codina, scalciare e sgomitare più in fretta di noi per rubarci l’ovulo, la nostra crociera silenziosa verso la Vita”.

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