Archivi del mese: giugno 2010

artisti e fan

Ok, vi giuro che la prossima settimana vi scrivo le mie impressioni della prova su strada dell’iPad. Avrei voluto farlo oggi, ma poi ieri mi sono impelagata nella lettura di una brutta storia e relativi commenti, per cui oggi ho voglia di parlarne.
Dunque, i fatti. Un blog ha scoperto che tutta una serie di battute presenti negli spettacoli e nei libri di Luttazzi sono prese da comici americani, e per prese intendo tradotte, a volte contestualizzate (che so, Repubblicani sostituito con Berlusconi e via così). Il lavoro è stato prodotto da fan del comico, che sono passati da un iniziale stupore ad un sempre crescente sconcerto, fino all’ostilità aperta, anche perché le risposte che Luttazzi ha fornito sono state reputate insufficienti, stizzite e alla fine anche un filo isteriche (si parla di minacce di querela, lotte per togliere da internet un video che presenta i plagi e via così).
Ora, la questione in sé (ha sbagliato Luttazzi? Quanto? Dove? Dobbiamo esigere la sua testa?) non mi interessa più di tanto. Anche perché l’errore, o a voler essere buoni la leggerezza, c’è stato. Quel che mi interessa sono due ordini di discussioni. La prima riguarda il plagio.
Come ricorderete, l’anno scorso più o meno in questo periodo mi trovai coinvolta in una situazione simile. La reazione, ora come allora, è sempre la stessa. Incredulità. Ma perché artisti affermati e dotati di talento, persone intelligenti, fanno cose del genere? Davvero pensavano di non essere beccati? E allora penso che magari davvero erano in buona fede. Per dire, Luttazzi dice che il suo era un gioco con i fan, una caccia alla citazione. Il blog in questione contesta questa ricostruzione, ma non è quel che mi interessa analizzare ora. È che mi domando dove finisca la citazione e inizi il plagio.
Non so se alcuni di voi si sono mai accorti che nei miei libri si nascondo frasi di canzoni che amo. Qualcuno (pochi) ha colto quella che mi è più cara: due righe di Knights of Cydonia in Un Nuovo Regno. Ma c’è anche De André ne La Missione di Sennar (se ben ricordo e non l’ho cassata in qualche revisione…). Ce le ho messe apposta, per marcare il debito che ho nei confronti delle mie fonti d’ispirazione. Ma chi non capisce il gioco, perché quella canzone non la conosce?
Ok, saranno dieci righe a dir tanto in 10 000 pagine di produzione. Ma chi stabilisce quanto devi citare prima di diventare uno che plagia? La legge ha le sue regole, ovviamente, ma a me interessa la questione morale. Davvero l’arte è solo rielaborazione? E quanto si deve rielaborare per non copiare?
La seconda questione, a me ugualmente cara e toccata svariate volte qui sul blog, la sollevano su Lipperatura. Ossia quest’ansia da parte degli ex-fan di Luttazzi di fargli lo scalpo. Ora, leggendo il blog in questione mi pare di capire che ciò che più ha infastidito i fan non è tanto il plagio in sé, quanto il fatto che Luttazzi abbia sempre detto chiaramente di non gradire che qualcuno gli rubi le battute. Il problema dunque è l’incoerenza (oltre alle scuse goffe addotte per giustificare il suo operato). Il che è buffo. Viviamo nel paese dei sepolcri imbiancati, l’ipocrisia è la legge di quest’Italia del XXI secolo, eppure la mancanza di coerenza di un comico ci indigna a tal punto. E qui è il busillis. È che tra artisti e fan si stabilisce un rapporto perverso che fin troppo facilmente può degenerare.
Quando leggiamo, ascoltiamo qualcosa che ci tocca profondamente, immediatamente pensiamo che la persona che l’ha prodotta sia un grand’uomo. Uno che dice delle cose così vere, che risuonano così tanto con la mia visione del mondo, non può che essere una persona speciale. Al contempo, l’arte ci avvicina all’artista, e solo perché sappiamo la sua discografia, o i suoi monologhi, a memoria, siamo convinti di conoscerlo, di esserne quasi amici, e di poter vantare diritti sull’uomo che si cela dietro l’arte. Io credo che in varia misura tutti risentiamo di questo meccanismo. Ognuno di noi ha un idolo. È una cosa simile all’innamoramento adolescenziale, quando passavi ore a guadare il figo della scuola facendoci su mille fantasie, immaginandotelo simpatico, colto, intelligente, e innamorato di te, ovvio. Il problema è che alla resa dei fatti, spesso la nostra immagine mentale sovrastima l’uomo.
Vi confesso una cosa. Quando mi dissero che se avessi scritto il pezzo su Eddie the Head sarei stata ripagata in natura con un’intervista ai Muse, la prima reazione fu panico. Ero pronta a conoscere le persone dietro le canzoni, magari anche antipatiche, o comunque molto diverse da come me le immaginavo? Lasciamo perdere che la risposta non la sappiamo perché ancora non ho avuto il piacere :P (ma direi che sì, sono pronta, ho trent’anni e ce la posso fare :P ). L’importante è che la domanda me la sia fatta.
Al contempo, in certa misura io vivo anche dall’altra parte della barricata, essendo un personaggio pubblico. Mi sono sempre chiesta il perché dell’affetto dei fan (e dell’odio dei detrattori, anche). Voglio dire, ho scritto un libro, non mi pare una gran cosa. Perché la gente mi scrive “sei un mito”, quando anche io ho l’alito pesante la mattina, ho delle meschinità che levati e un carattere difficile da sopportare per chi con me divide il tetto? Mi fa piacere quest’affetto? Certo, ovvio che sì, tutti vogliono essere amati. Mi fa paura? Un po’. Perché so perfettamente che per quanto possa sforzarmi di essere una persona migliore, non sarò mai all’altezza delle aspettative di chi mi vuole bene conoscendo di me solo i miei libri. E che ogni mia deviazione dal modello ideale che i miei fan hanno di me sarà vissuto come un tradimento. Non rispondere ad una mail accorata perché non t’è mai arrivata o l’hai persa in un olocausto dell’hard disk, rifiutare di andare a cena con uno che te lo chiede per mail. Sono tutti sgarbi che qualcuno potrebbe non perdonarti. Esagero? No, affatto.
La vicenda di Luttazzi è proprio questo. La storia di un tradimento. Un tradimento duplice: di Luttazzi verso l’immagine ideale che di lui avevano i fan, e dei fan verso Luttazzi. Probabilmente lui aveva capito che sarebbe finita così. Qualche anno fa chiuse il blog, dicendo che non voleva diventare un messia. Fu una decisione che apprezzai molto. In quest’Italia disperata, Luttazzi percepì di star diventando una specie di eroe dei delusi, e non voleva far la fine di Grillo, che invece ha accettato di “guidare le masse”. Peccato non sia bastato.
Non sto dicendo che Luttazzi non ha sbagliato. Ma mi interessa molto come l’amore si sia trasformato rapidamente in odio, non appena lui e i fan hanno smesso di capirsi. Certo, la sua gestione della situazione è stata goffa e un po’ triste, ed è probabilmente stata la causa di tutto. Ma anche credere che fosse perfetto, quand’era una persona come tutti gli altri, coi suoi limiti, le sue meschinerie e i suoi errori, è stato uno sbaglio. Uno sbaglio che, ripeto, facciamo tutti almeno una volta nella vita.
Poi, certo, c’è la rete. Che evidenzia il peggio di ciascuno di noi. Sparare a zero dallo schermo di un computer è facile, ed è anche lo sport più diffuso sul web. Ma che io non abbia fiducia nella rete è ben risaputo.
La morale di tutto? Non la so. So solo che io personalmente cerco di non farmi illusioni sugli artisti, ma di limitarmi il più possibile ad idolatrare solo la loro arte. Non è facile, ma è più giusto. E per quel che riguarda la Licia personaggio pubblico, cerco di non fare cazzate, e prego che, se mai ne farò, la gente saprà perdonarmele.

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appuntamento

Ho caldo.
Mi sento addosso ore e ore di sonno arretrato, anche se, a voler essere buoni, al massimo avrò perso un’ora martedì sera.
Ho i polpacci di marmo e il collo che mi fa male, manco avessi fatto ore di palestra. Ho solo ballato un po’.
Soprattutto ho montagne, caterve di lavoro da fare un po’ su tutti i fronti.
Per cui davvero non ce la faccio ad affrontare i flame che di sicuro una mia recensione dell’iPad scatenerebbe. E allora passo. Per oggi. Domani torno back in action, sempre che la palestra di stasera, quella vera, non mi riduca troppo uno straccio. Volevo solo ricordarvi che domenica sera, alle 19:30, a Pietrasanta, in provincia di Lucca, e più nello specifico nella Sala Annunziata, potrete incontrarmi e sentirmi parlare un po’ delle Leggende del Mondo Emerso 3. La manifestazione si chiama Anteprime, ed è tutta dedicata ai libri da venire. Una cosa inedita e interessante, no?
Io nel frattempo penso a cosa posso dirvi e cosa debbo tenermi per me del prossimo libro. Il risultato delle mie riflessioni lo scoprirete, se vorrete, domenica sera.

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qualche foto migliore di ieri

Grazie ad una facilissima e ottima App per iPad per l’elaborazione delle foto, eccovi qualche immagine di ieri sera scelta con più criterio.
Vi invito a considerare le condizioni in cui il marito le ha fatte: tra noi e il palco c’era tutto il parterre, davanti avevamo un tipo cui forse avrei dovuto chiedere l’autografo, visto che il suo pugno è protagonista di metà delle foto (poco male, il mio di pugno sarà nelle foto di quelli dietro di me :P ), e soprattutto di fianco aveva me che mi agitavo come un’ossessa spaccandogli i timpani con la mia aggraziata vocina. Insomma, io direi che nel complesso è stato proprio bravo :P

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the day after

Ed eccomi qua. Il giorno dopo. Il collo di marmo, i polpacci che mi fanno male, poca voce e poco udito.
Pensavo non sarebbe stato bello come le altre due volte, un po’ perché c’era la questione Irene, un po’ perché era pur sempre la terza volta. E invece.

Arriviamo alle 19:00. Ok, lo confesso, i gruppi spalla non li ho mai capiti. Tendenzialmente vorrei tenermi le orecchie vergini per il concerto, e invece in genere arrivo all’inizio che sono già mezza sorda. Sentire poi canzoni ignote ad un concerto non è il massimo per apprezzare un nuovo gruppo. È per questo che abbiamo saltato il primo dei ben tre gruppi spalla. Entriamo che stanno suonando i Friendly Fires, o qualcosa del genere. Io mi dedico ad un’attività estremamente rock’n'roll: il sudoku. Il tempo mi passa, ma mi sento piuttosto vecchia. Realizzo che dall’ultimo concerto sono passati tre anni e una gravidanza, e allora mi tiro su guardando il quarantenne seduto davanti a me.
I posti sono buoni. Centrali, prima fila dal prato. Meglio di così solo le transenne sotto il palco, ma so che lì non sarò mai capace di starci, la folla mi mette ansia.
Per inciso, non me ne vogliano i milanesi, ma San Siro è veramente bruttarello. Per altro, il mio settore è dotato di soli due bagni. Invento così un nuovo passatempo: la fila chilometrica per far la pipì. Quaranta minuti di coda, mentre i Kasabian, il cui cantante, in occhiali da sole e camicia hawaiana, è improvvisamente diventato il mio mito, cantano musica decisamente non disprezzabile.
Poi, si attende. Un sacco. Io ho già sonno. Alla fine, un gruppo di scalmanati bandiera-armati sale sul palco. Le bandiere sono rosse con su dei triangoli neri e bianchi – confesso che la cosa non mi ricorda nulla di noto – i tipi srotolano degli striscioni con le citazioni salienti di Uprising, in un trionfo di fuochi artificiali. L’effetto è molto coreografia da partita di calcio, e devo dire che mi sfugge un pochino il senso del tutto. Tanto è vero che mi ci vuole qualche secondo per capire che i Nostri sono saliti sul palco. Mezza nota e riconosco l’inconfondibile attacco di Uprising, e si va.
Io ci sto dentro da subito, agitandomi e a cantando come una pazza. Giuliano accanto a me comincia con le foto a raffica. A fine serata, a scorrere tutte le foto una di seguito all’altra, avremo praticamente il filmino muto del concerto.
Ok, il palco è tamarrissimo. Ok, Matt sembra una specie di cioccolatino con su un pregevole completo argentato, la cui giacca finisce frullata via alla terza canzone, ma l’unica cosa che davvero conta è la musica, come sempre. Musica perfetta, coinvolgente, potente, che da sotto i piedi poggiati sul cemento sale su per le gambe e batte tra stomaco e cuore, come a Roma quattro anni fa, come a Verona tre. 55 000 persone all’unisono cantano “they will not force us, they will stop degrading us, they will not contro us, we will be victorious”, e non avete idea dell’effetto complessivo. Improvvisamente non sembrano più solo parole, improvvisamente sembra vero, che quelle 55000 persone possano davvero cambiare qualcosa, come se fosse possibile un’Italia, un mondo diverso. Una pia illusione, lo so, ma la musica è anche questo, due ore passate a credere l’impossibile, a pensare che le note siano più di semplici vibrazioni dell’aria.
Si prosegue sull’onda tamarra, con una Supermassive Black Hole tutto sommato nella media. Manca il bridge che in genere fanno sempre live. Questo non mi impedisce di agitarmi a più non posso.
Siccome il pubblico è caldo, e il ferro va battuto finché si può, si passa a New Born senza soluzione di continuità. L’unico peccato è che l’intro al piano non la fa Matt, ma Morgan. E vabbeh, ce ne faremo una ragione.
Quarta canzone, si scivola verso ritmi appena meno forsennati con Map of Problematique. Io non sono per niente arrugginita: ok, ogni tanto mi salta dalla memoria qualche parola delle canzoni di OOS (che comunque non ho mai saputo proprio bene bene, lo confesso, nonostante l’abbia sentito tipo un milione di volte), ma le canzoni le riconosco tutte dalla prima mezza nota.
Sono ancora lì tutta esaltata, che arriva il pezzo smosciante: Neutron Star Collision. Stacco, flashback. Lo sapete, la Meyer è una gran fan dei Muse. La dannata, forte dell’essere una scrittrice da milioni di copie e di scrivere in inglese, è riuscita dove io ho miseramente fallito (Rolling Stone? Ricordi ancora il nostro patto di sangue?): ha conosciuto i Muse, che hanno donato un po’ di song per i film tratti dai suoi libri e hanno anche scritto una canzone apposita, Neutron Star Collison.
In molti mi hanno chiesto di commentarla quando uscì. Lo faccio adesso. Il ritornello è molto catchy, e live lo è ancora di più. Voglio dire, è proprio impossibile stare zitti quando lui canta con quella sua splendida voce “our love will be forever and if we die we die together”. Però tolto quel pezzetto lì, il resto è di una smielatezza quasi imbarazzante. E anche la versione live mi lascia abbastanza fredda. Senza contare che dopo arriva la peggio di tutto The Resistance: Guiding Light. Non me la puoi mettere dopo Neutron Star. Cioè, sì, ok, sono identiche a livello di stile, ma io veramente mi ammoscio, ma di brutto. Sono così scarica che mi metto a far foto, per dire.
Ma per fortuna, parte un interludio che conosco benissimo: Hysteria. Meravigliosa, come sempre. Da staccarsi il collo a furia di head banging, che è quel che poi faccio. La canzone si stempera in un brano che sfido i 55000 a riconoscere. Nishe, b-side non ricordo se di OOS o di Showbiz, roba da intenditori, comunque, ripescata dal nulla chissà come, forse è la vincitrice del famoso pull sul loro sito, quello col quale è stata data facoltà ai loro fan di scegliere una canzone della setlist di starsera.
Anyway, momento di pausa. Fin qui è stata praticamente tutta un’unica tirata, con Matt che cambiava chitarre praticamente in corsa. Entra il pianoforte a coda. Godo. Il brano è United States of Eurasia, che non è che sia la cosa più bella da loro prodotta, ma ha dei pezzi al piano da sturbo, che Matt esegue come sempre alla grande. Subito dopo, Feeling Good, altra canzone ripescata dal pozzo dei ricordi. Sempre bella.
Matt, esce, restano solo Dom e Chris. Ogni tanto sbircio sui maxischermi la faccia di Dom. Mi è sempre piaciuto guardarlo quando suona, perché ha quella faccia lí del ragazzino cui hanno regalato un giocattolo nuovo. Si diverte, è così evidente, ed è così bello. È questo che mi piace dei Muse: che dopo tutti questi anni, dopo aver suonato quelle canzoni un miliardo di volte, nonostante i soldi, gli stadi, i palchi megagalattici, per loro è come per me quando scrivo, come vi dicevo qualche giorno fa: si divertono. Si guardano e ridono, si agitano come pazzi, stare su un palco resta una cosa bella, nuova ad ogni concerto, forse. Non riesco neppure ad immaginare cosa voglia dire tenere in pugno 55000 persone così, sapere che sono lì ai tuoi piedi ad urlare per te, che si sono fatti chilometri, attese interminabili sotto al sole per te, sentirli urlare all’unisono, cantare. Dev’essere una cosa fantastica. Se rinasco faccio la rock star :P
Comunque. Dom e Chris zompano su un cosa semovibile che arriva più o meno a metà campo, sollevato di qualche metro sul pubblico. Dom suona una specie di borghi luminosi, Chris ovviamente sta al basso. Leggo dalla setlist che il brano si chiama MK Jam; non so cosa sia ma è fighissimo, ballo come una forsennata, mi sento come gli indigeni di King Kong durante il sacrificio della tipa, nel film di Peter Jackson che ho visto un paio di giorni fa. Mi agito così tanto che non arrivo alla fine, mi tocca prendere fiato prima. Sono veramente vecchia…
Poi, anche Matt zompa sul trespolo, e parte Undisclosed Desires, che live non avevo idea di come potesse risultare. Troppo sintetica, troppo strana per i loro standard. E invece è perfetta, veramente da ballare. E quanto urlo “I want to reconcile the violence in your heart” capisco che quelle parole sono perfette per il terzo libro delle Leggende, e che forse ce le metterò anche in apertura, guarda un po’. Tra l’altro, il trespolo è una bella idea, loro adesso son più vicini e le foto dell’infaticabile Giuliano vengono meglio.
Tutti e tre tornano a terra, e parte un accenno di Adagio di Albinoni, e io me lo sento: it’s Resistance time. E infatti.
Che vi devo dire. Fantastica. È una delle loro canzoni che preferisco, e live è potentissima, con quel grido disperato, “love is our resistance”, che poi sento così mio. E infatti lo grido a squarciagola, anche se praticamente sono già afona e mi viene da tossire.
Si passa a Starlight, che mi ricorda il mio viaggio di nozze – la sentii mentre la nave salpava, sulla prua, sotto il cielo viola di un freddo tramonto baltico – e tutti i viaggi per mare che ho fatto. Sarò banale, ma è così. E anche qui canto un sacco.
Poi c’è il momento inedito, che non ti aspetti. Matt diventa semplice chitarrista, e sale su un tizio, che scopro chiamarsi Nic Cester, e che a me sembra sputato Faramir de Il Signore degli Anelli. E canta Back in Black degli AC/DC. Loro si divertono un sacco, il pubblico pure, quindi tutto ok. Io la canzone la conosco, ma le parole non le so, per cui mi limito a scuotermi.
Di nuovo tempo di grandi classici: Time is Running Out. Scopro di non ricordare alcune parole. Male, molto male. Un ritornello è affidato del tutto al pubblico, e io urlo come non ci fosse un domani.
Si chiude la prima parte con una Unnatural Selection a dir poco sublime, soprattutto il bridge. La chitarra letteralmente squarcia l’aria con grida disperate, ti prende sotto lo stomaco a tradimento, ti apre in due, meraviglioso.
I nostri escono e scopro che è passata tipo un’ora e un quarto che a me è parsa qualcosa come cinque minuti. A ricordarmi il tempo passato, le taniche di sudore e la stanchezza che ho nelle ossa. Sono proprio invecchiata…
Rientrano. Dom ci chiede di accendere i cellulari, e io becco Unintended dai primi arpeggi. Mi fa uno strano effetto sentirla. È praticamente la canzone che suono meglio alla chitarra, oltre ad essere la ninna nanna dei primi giorni di Irene. Bellissima. Struggente come al solito.
In tutto questo, per altro, ad un certo punto, non ricordo quando, hanno anche trovato il tempo di infilarci un accennino di House of the Rising Sun strumentale.
Poi, mentre ancora ci ripigliamo dalla commozione, dal palco esce un ufone gigante. Exopolitics? Adesso parte un gippone di Matt sugli alieni? La risposta è più semplice, e più bella: Exogenesis I, la mia preferita, quell’Ouverture che è una delle cose più belle che abbiano mai prodotto, la mia canzone preferita. Stavolta non canto e non ballo. Stavolta resto inchiodata al cemento con gli occhi chiusi. Peccato, perché all’ufone sospeso in aria è attaccata una ballerina che sembra tanto Lidja quando fa il suo numero dei teli aerei. Ma adesso per me conta solo la musica. Che è sublime. Sentirla live, anche se l’orchestra è registrata (e vorrei vedere, impossibile tener lì degli orchestrali solo per una canzone…), è un’emozione unica. In testa mi esplodono mille idee, e ne fiorisce in particolare una, che mi gira in mente da un po’. Sono tre minuti di assoluta perfezione, di unione col cosmo. La voce di Matt, la chitarra, la sera estiva. Meraviglioso. Unico. Tre minuti che da soli valgono il prezzo (alto) del biglietto, che vorresti registrare e rimandare avanti all’infinito, per riviverlo ancora, e ancora. Per me il concerto può anche finire qua. Ho portato a casa l’obiettivo di questi 600 km di viaggio. Ma c’è ancora tempo. E parte un’indiavolata Stockholm Syndrome. Bene, avevo voglia di agitarmi un po’. Si agita anche Matt, che a fine canzone tira la tarammo-chitarra – è una Manson rossa con su i brillantini, una roba oscena degna di finire sbattuta da qualche parte – contro la batteria di Dom. Ricordo che già qualche tempo fa Dom rischiò di beccarsi non ricordo qualche chitarra in fronte. Comunque, l’oggetto va ad abbattersi a un metro dal nostro batterista del cuore e dal suo strumento.
Altra uscita di qualche secondo, poi rientrano. Matt sale sul trespolo in una tenuta memorabile: completo coperto di lucine rosse e blu intermittenti, corredato da occhialoni giganteschi sbrillucicosi anche loro. Un uomo, un mito.
Così bardato, riesce a cantare un’intensa Take a Bow, e senza manco ridere. Bella, as usual.
Parte Plug in Baby. Stasera Matt è veramente in buona, perché spara degli acuti che non gli ho mai sentito negli altri due concerti. Gli ha fatto bene essere mollato dalla tipa? Cioè, povero, non è che mi faccia piacere, eh, ma a quanto pare gli ha rinverginato le corde vocali. Sul pubblico scendono i consueti palloni. Io un po’ ci spero che arrivino da noi, ma la cosa è proprio senza speranza. I palloni, che poi sono enormi occhi, si fermano più o meno a metà del prato.
Poi, Chris attacca l’armonica a bocca. Non sapevo la suonasse. L’effetto è assolutamente splendido, improvvisamente San Siro diventa un pezzo di west, sembra di veder spuntare Clint Eastwood da un momento all’altro. E io so cosa ci aspetta. Knight of Cydonia. Quel che non so è che sarà la più bella Knight of Cydonia che abbia mai sentito. Non so cos’è. Forse la potenza. Forse il bridge, diverso da quello del disco, più bello, e che finora avevo sentito solo in un bootleg raccattato in giro. Ma mi carica da impazzire, è assolutamente fantastica.
E il concerto finisce così, con un po’ di inchini, mentre la chitarra di Matt geme a terra, con tanti applausi, i nostri a loro e i loro a noi, e già un po’ di nostalgia.
Il bilancio è ottimo. Io sono meno pimpante di tre anni fa, ma loro sono sempre grandi. Avrei gradito un po’ più di piano, Matt al piano è poetico, e ho notato che ormai le canzoni live sono quasi identiche alle versioni da studio, che è un peccato, perché adoravo il fatto che live le canzoni fossero ancor più belle che sul disco, ma non posso dire di essere delusa, ma manco un po’. Sì, forse Verona è stato più bello, ma contava anche l’acustica ottima del posto, e la sua bellezza ovviamente. Ma è stato bellissimo ritrovarli, e ritrovarsi in loro. Sono ancora la groupie che urla per due ore sulle loro canzoni, il cui immaginario è così profondamente influenzato dalle loro canzoni, e che si esalta per un concerto.
Qui sotto, qualche foto sparsa. Sono in treno, e sto usando il WordPress per iPad per comodità, ma che è un pochino limitato rispetto alla versione full di Safari; per questo le foto non sono nel corpo del post. Comunque, credo siano abbastanza autoesplicative :P

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e così ci siamo

Domani c’è il concerto dei Muse, io vado a Milano e Irene resta a Roma.
Non mi sento male. Di più. E non è questione di scarsa fiducia nei nonni. Io mi fido completamente e totalmente dei miei, ovviamente. No, è proprio strizza generalizzata.
E se le manco.
(pia illusione, ogni volta che sono uscita di casa per qualche ragione lei non s’è mai fatta problemi, a stento mi faceva un sorrisino quando rientravo)
E se la traumatizzo con l’assenza.
(considerando il mio carattere, la traumatizzo più con la presenza)
E se piange e non si calma.
E se non dorme
E se…
No. La verità è che già mi manca. Sono io che sono traumatizzata dalla distanza, sono io che poi non dormo. A volte penso che la maternità è un lunghissimo distacco: cresci i figli per vederli andare via, gli insegni a essere progressivamente indipendenti da te, mentre tu vorresti che avessero bisogno di te in eterno. E invece devi insegnargli a tradirti, magari anche a mandarti a quel paese. E purtroppo si comincia presto.
Vabbeh.
Vi segnalo un’intervista che ho rilasciato per il canale YouTube Mondadori durante il Salone del Libro di Torino. La trovate qua.

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Pensieri del venerdì: post bipartito

Martedì vado al concerto dei Muse. Fosse stato sei mesi fa, starei qui a fare il conto alla rovescia. Sarebbe tipo l’evento del mio inizio estate. Invece adesso la vivo con un misto di ansia e apprensione. È che per andarci lascio ovviamente Irene a casa. Il che mi genera ovviamente tutto uno spettro di paranoie tipicamente mammesche. E pensare che a novembre dello scorso anno non mi sembrava per niente un problema andarmene via di casa per un giorno. Adesso la cosa assume contorni da tragedia greca. Come cambiano le prospettive.

Ieri sera scrivevo. Sono un po’ in ritardo sulla stesura del terzo libro delle Leggende, o quanto meno mi sono convinta che sia così, per cui ho accelerato i tempi: scrivo tutte le sere, cerco di scrivere più pagine a sera. E nonostante mi debba sempre fare un po’ forza per iniziare a lavorare, la sera, per quella nota legge per cui scrivere è un bisogno, ma anche due ore sbracata sul divano lo sono, mi sono accorta di una cosa. Nonostante sono sei anni che vengo pagata per farlo, per me non è un lavoro. L’atteggiamento con cui mi siedo alla scrivania, inizio a pensare alla trama e poi scrivo è esattamente lo stesso del 2001 o giù di lì, quando iniziai le Cronache. Non sto lì a domandarmi “venderà questo libro?”, non sto lì pensare a quel che faccio come fosse un lavoro. Continua ad essere una cosa che faccio con lo stesso piacere con cui mi dedico ai miei hobby. È che le vendite, gli aspetti più terra terra del mio lavoro, restano alla fine un pretesto per continuare a fare quel che mi piace: se il libro piace, posso scriverne altri e farne la mia professione. Suppongo sia una cosa positiva.

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Ciao, sono Irene Giuffrida e anch’io leggo La Clessidra di Aldibah

anche se è mamma che mi costringe. :P
Per inciso, il libro esce oggi.

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